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Dark Door

un mondo horror tra misteri e cultura

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Una cara mammina
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Autore Messaggio
TizianoGbertoni

Lurido Mortale





Età: 46
Registrato: 12/11/10 23:52
Messaggi: 4
TizianoGbertoni is offline 

Località: Varese
Interessi: Horror, Fantasy, Pulp
Impiego: Scrittore
Sito web: http://www.bloodfear.b...

MessaggioInviato: Lun Dic 06, 2010 5:38 pm    Oggetto:  Una cara mammina
Descrizione:
Rispondi citando

Ho scritto questo racconto horror diverso tempo fa. L'idea mi è venuta pensando a una mia cara amica, che alle volte si trova da sola in casa... Spero che vi piaccia e vi procuri qualche brivido lungo la schiena...



Una cara mammina


1

Schubert a mezzanotte era di solito un’ottima cura contro la sua insonnia.
Valentina programmava l’mp4 sui movimenti iniziali della prima sinfonia e lasciava che andassero all’infinito, fino a che la batteria non si scaricava del tutto.
Cullata da quei suoni mistici, la mente vagava lungo sentieri astratti che di solito portavano verso l' unica destinazione del sonno. Le bastavano un paio di repliche per abbandonarsi tra le braccia di Morfeo.
Quella notte, però, Il Viandante di Lichtenthal non sembrava disposto a fare il proprio dovere.
Valentina si levò gli auricolari con uno sbuffo indispettito. Accese la lampada, controllò l’orologio del cellulare e vide che erano le due. Battaglia persa. Continuare a starsene al buio con gli occhi chiusi non sarebbe servito a molto… Già sapeva che in ogni caso avrebbe preso sonno solamente verso mattina, se tutto andava bene. Sempre che non ci si mettessero anche gli stramaledetti uccelli, i cui nidi parevano disseminati tutt’intorno al perimetro di casa come una corona di spine, nessun centimetro escluso.
Si sedette sul letto e ragionò sul da farsi.
Di prendere sedativi non ne aveva voglia. D’avanti a se aveva ancora parecchi anni, prima di diventare una donna in carriera depressa e tossicodipendente da ansiolitici. Non ricordava neppure se in casa ne avesse ancora. Guardò il portatile spento, che giaceva aperto sulla scrivania. Ci fece un mezzo pensiero e fu quasi sul punto di alzarsi e accenderlo. Poi cambiò idea. Facebook era un arma a doppio taglio: non trovarci nessuno sarebbe equivalso a sentirsi ancora più sola.
Per la televisione, invece, sarebbe dovuta scendere fino al piano di sotto, in salotto. E in casa non c’era nessuno... Marco era via per lavoro; non sarebbe tornato prima di venerdì.
Alla fine optò per il sistema più collaudato.

L’amore e le sue complicazioni

Il libro giaceva sul suo comodino oramai da diversi mesi. Ne aveva letto a malapena un paio di capitoli. Il titolo era stata la prima cosa ad attrarla, oltre ad un bellissimo cuore stilizzato dipinto sulla copertina, dalla cui freccia infilzata gocciolava sangue in diversi colori pastello, quasi a voler destrutturare e ridimensionare le complicazioni citate nel titolo con un gioco psicologico di tipo visivo. Le piaceva come suonava e per di più era molto sintetico. Peccato che anche il saggio non lo fosse altrettanto. Novecento e passa pagine stampate in caratteri minuscoli.
L’autore mischiava teoria psicologica con lettere inviategli dai suoi stessi lettori. Forse pazienti. Il tipo era uno psichiatra che si vedeva spesso in televisione. Alcune di quelle lettere, in realtà, avevano un non sapeva chè di finto. Come se l’autore se le fosse inventate di sana pianta e scritte da solo. Però c’era da ammettere che si incastravano tra le varie dissertazioni con una certa armonia.
Valentina aprì il volume alla pagina sul quale lo aveva chiuso un paio di mesi prima. Passandosi una mano tra i capelli fini, biondi, si appoggiò alla testiera del letto. Incrociò le gambe sotto le coperte e vi si appoggiò sopra con il libro.
...Si dice che l'amore possegga delle virtu rigeneranti, i cui meccanismi biologici risultano in parte sconosciuti...
Improvviso come uno sparo, un botto tremendo alla finestra la fece sobbalzare sul letto, distogliendola brutalmente dalla lettura. Valentina guardò immediatamente verso quest’ultima con il cuore che le stava per uscire dalla gola.
Le imposte erano spalancate. Tra quest’ultime, la tenda ondeggiava sinuosa e impercettibile come un fantasma steso ad asciugare. La gelosia era chiusa, come tutte le sere. Di questo ne era più che sicura. Lì si era circa a un migliaio di metri sopra il livello del mare, centimetro più centimetro meno; nonostante fosse piena estate, di notte faceva comunque fresco. Così, quando andava a letto, era solita lasciare aperte le finestre ma non le persiane. In quel modo il fresco entrava senza essere troppo invadente. Naturalmente di sotto sbarrava tutto quanto. E adesso avrebbe preferito di gran lunga aver fatto lo stesso con le finestre di sopra. Si sarebbe sicuramente guadagnata l’anno di vita che aveva appena perso per lo spavento.
Era come se qualcosa avesse cozzato contro il legno della persiana. Qualcosa di molto pesante, a giudicare dal fracasso. Valentina rimase a guardare dalle parti della finestra per un bel pezzo. Teneva sempre il libro tra le mani, quasi non riuscisse a staccarsene allo stesso modo che i suoi occhi non riuscivano a staccarsi dalla tenda bianca.
Poteva trattarsi di un uccello notturno, si disse. Magari un pipistrello che aveva perso l’orientamento. A volte capitava. Ma era stato troppo forte, il rumore, per essere solamente un pipistrello. Una civetta era più probabile. Certo, anche se si trattava di un gufo o qualcosa di simile, quel povero animale doveva appartenere alla sotto-specie dei kamikaze.
Stai esagerando, come al tuo solito…
Forse era per via del silenzio che regnava da quelle parti – il traffico era praticamente inesistente, dopo le dieci di sera – che il tonfo le era sembrato così forte. Anche un bambino le avrebbe saputo dire che i suoni la notte si amplificavano notevolmente.
Con estrema cautela, Valentina distolse lo sguardo dalla finestra e lo gettò sul cellulare.
Due e un quarto. Cristo… Erano passati quindici minuti esatti… come se il tempo fosse scivolato via insieme ai battiti del suo cuore, che ritornavano ad una velocità accettabile solamente in quel momento, dopo aver viaggiato sul limite dell’infarto come una Ferrari in autostrada.
Appoggiò il libro sul letto, scostò la copertina leggera, di seta, che le copriva le gambe e si decise ad alzarsi in piedi. Avrebbe aperto e dato una controllata. Così, giusto per scrupolo. Era sciocco temere che ci fosse qualcuno o qualcosa, lì fuori. La sua camera si trovava al primo piano e dava sul cortiletto posteriore della casa, il quale scendeva verso casa al livello dello scantinato. Non c’era ne un balcone ne una grondaia su cui arrampicarsi, vicino alla sua finestra. Quindi non doveva temere un bel nulla. Se qualche male intenzionato, o qualche ubriaco della zona, si fosse trovato fuori della casa, a lanciare cose alla sua finestra tanto per spaventarla o per chissà quale motivo stupido - e Dio sapeva, quanto gli sbevazzoni dei paesini di montagna sapessero trovare i divertimenti più idioti, quando erano ciucchi persi…- anche in quel caso tra lei e chiunque altro ci sarebbero stati un quattro, cinque metri abbondanti. Avrebbe fatto tranquillamente in tempo a prendere il telefonino e chiamare in tutta calma i carabinieri di zona.

E se fosse su una scala?

Quel pensiero estemporaneo bastò a bloccarla nuovamente, nel mezzo della stanza, immobile come una statua.

Magari è stata proprio la scala, a fare quel casino… quando l’ha appoggiata…

Deglutì a vuoto. La sua gola fece uno strano verso. Era simile a quello che si sentiva nei film, di solito quelli comici. Ridere era però l’ultimo dei suoi pensieri.

Senti… cerchiamo di ragionare… perché diavolo qualcuno dovrebbe prendersi il disturbo di venire fin qui con una scala di quattro metri… me lo spieghi, questo?

Senza doverci pensare troppo, le venne in mente ciò che le avevano raccontato non appena lei e Marco si erano trasferitì lì, in quel paesino sperduto di mezza montagna, ed avevano cominciato a fare le prime amicizie tra gli abitanti del posto. Doveva aver sentito quella storia almeno una decina di volte, sempre da gente diversa. Probabilmente, di lì a cent’anni sarebbe diventata la leggenda numero uno di Malo.
Il protagonista era uno dei fratelli Berio, storica famiglia del luogo sul cui albero genealogico – c’era da scommetterci – i consanguinei erano sicuramente in maggior numero rispetto ai parenti acquisiti. Questo qui, Francesco, le pareva si chiamasse, lo avevano trovato una notte completamente nudo ed ubriaco fino al midollo. Al cimitero del paese. I carabinieri li aveva chiamati uno che abitava vicino al camposanto non appena s’era accorto che il lupo che sentiva ululare da un pezzo non era un lupo, bensì Francesco Berio che, senza nemmeno le mutande, faceva una serenata a suo modo alla luna dalla cime della cappella di famiglia.
Ai carabinieri, il Berio aveva spiegato che si trattava di una scommessa fatta con gli amici. Però non è che ne avesse poi molti, quello lì, di amici. E nessuno di quei pochi si trovava con lui, quando erano intervenuti gli sbirri . Ad ogni modo, se l’era cavata con una strigliata di capo e una notte in caserma. Da quelle parti si usava ancora così. Tutti si conoscevano. Si salutavano per nome...
Non ci sarebbe stato troppo da meravigliarsi, ragionò sù Valentina, se il Berio, uno dei suoi fratelli o qualche altro spostato della zona fosse venuto fin lì a combinarle qualche scherzetto. Magari sapevano che quella notte si sarebbe trovata da sola, in casa. E anche se non lo sapevano, chiunque fosse passato di lì avrebbe visto che la macchina di Marco non era parcheggiata al solito posto, ne in altre parti. E in paese lo sapevano quasi tutti, che Marco si allontanava spesso per lavoro.

Molto probabile, anche, che il tuo cervello stia ingigantendo la cosa…si disse, per tranquillizzarsi. Ma guardati! Sei pietrificata, nel mezzo della stanza, a chiederti cosa sarà o cosa non sarà!… è stato solo un rumore del cavolo, dannazione… vai a quella finestra e falla finita!

Con riluttanza, facendosi coraggio, Valentina si avvicinò alla tenda chiusa. Prese la corda che pendava a fianco e tirandone un estremità la aprì con decisione. La persiana dietro di essa era chiusa, esattamente come l’aveva lasciata.

Dopotutto, pensò, è successo solo una volta - lanciò un’ennesima occhiata alla sveglia -…ed è passata quasi mezz’ora, da quando è capitato… se si trattasse veramente di un ladro o di qualche idiota, avresti sentito qualcos’altro, in tutto questo tempo…

Si accostò alla finestra a passi indecisi. Lenti. Meglio dare un’occhiata. Altrettanto lentamente, si sporse col viso verso il legno scuro, a doghe. I suoi occhi si posarono sugli spiragli tra una e l’altra, guardando verso l’alto… non c’era nient’altro che il buio più assoluto, lì fuori.
Poi sulla fronte sentì il respiro di qualcuno. O di qualcosa. Le si posò sulla pelle attraverso le stesse fessure tra le quali stava tentando di spiare. Il fiato le si bloccò in gola in frammenti gelidi di terrore. Il suo corpo si fece improvvisamente di gelatina. Si accasciò all’indietro. Rovinò a terra come se le avessero sparato. Si allontanò dalla finestra senza emettere un gemito – la voce gli era improvvisamente sparita insieme alle forze – strisciando sulle mani, sul sedere, all’indietro come un gambero. C’era veramente qualcuno, lì dietro… qualcuno era alla sua finestra in quel momento e lei era sola in casa. Completamente sola!
Continuò a scivolare sul pavimento fino a che con la testa non trovò il muro. Ci sbattè contro con un tonfo sordo. La sua bocca ritrovò per un attimo una parvenza di suono. Valentina emise un gemito. Dall’altra parte della persiana, il visitatore inaspettato cominciò a darsi da fare. La prima fascetta di legno venne via con un rumore secco, come se qualcosa l’avesse risucchiata. TAC!
Da quella nuova apertura, comparvero improvvisamente delle dita e un’altra doga venne strappata via, seguita subito dopo da altre due.
Valentina guardò terrorizzata quelle dita stradicare le perline una ad una, con enorme facilità. Erano incredibilmente pelose, sul dorso. Un pelo riccio e nero. Però non poteva essere reale. Non poteva, essere vero… Si aggrappavano ai bordi del legno come se chi c’era dall’altra si trovasse a testa in giù!... e non si trattava delle mani di un uomo solo! Erano tantissime, non riusciva neppure a contarle…
Le parve che la stanza stesse improvvisamente sciogliendosi in una nebbia umida. Svenne prima che quella moltitudine di dita scardinasse completamente la persiana.


2

Aprì gli occhi. L’oscurità intorno a lei era totale. Per un attimo, pensò di essere ancora nel suo letto.
Di essersi sognata ogni cosa. Fu un attimo molto breve. Questione di millemisimi di secondo. La paura tornò immediatamente a serpeggiarle in corpo come se decine di anguille ci scivolassero sopra. Non si trovava nel suo letto. Era appoggiata a un muro, come quando era svenuta, ma quella non era la sua stanza. La parete dietro di lei era fredda, umida. Il pigiama di seta le si era incollato alla schiena intorpidita. Valentina si staccò dal muro con un leggero colpo di reni. Poggiò le mani a terra. Il pavimento era polveroso. Il cemento nudo aveva accumulato tanta di quella terra che pareva di essere in mezzo a una strada sterrata. Ma non si trattava neppure di una strada, ragionò. L’aria era completamente statica, neppure uno spiffero.
Un luogo chiuso. E umido.
Tutta quell’umidità significava solamente una cosa. Si trovava in uno scantinato o qualcosa del genere. Qualcuno l’aveva portata fin lì. Qualcuno tra le cui intenzioni non c’era sicuramente quella di scambiare quattro chiacchiere, parlare del più e del meno… Persino l’ipotesi dello scherzo, ormai, non aveva più nessun senso.
Era stata rapita.
La consapevolezza di quella situazione le schiaffeggiò la mente come una spugna fredda.
Tutte quelle mani che aveva visto… era stato per via della paura… sicuramente aveva a che fare con più di una persona, questo era chiaro. Un paio di uomini almeno. Due uomini fanno quattro mani. Questo era plausibile. La paura… era stata quella a fare il resto.
Una lacrima le uscì dall’occhio destro, in esplorazione, poi altre la seguirono. Valentina iniziò a singhiozzare in silenzio. Non riusciva a fermarsi.
“ Non piangere…”
Risentì lo stesso fetore che aveva intuito tra gli occhielli della persiana. Lo stesso alito putrido che le si era posato in faccia quando si era avvicinata alla finestra. Lì di fianco a lei. Questa volta non riuscì a trattenersi e gridò. Fece insieme un piccolo balzo dalla parte opposta da cui l’altro le aveva parlato. Tentò di alzarsi in piedi ma la forza di gravità parve volerla trattenere per un qualche strano principio. Solo in quel momento, si rese conto di essere legata ai polsi e alle caviglie. L’avevano incatenata al pavimento.
“ Nessuno ti farà del male, stai tranquilla…”
Valentina si appiattì al muro dietro di lei. Il più lontano possibile da quella voce orrenda, malata. I singhiozzi si erano ormai tramutati in un pianto isterico, del tutto fuori controllo. L’altro seguitava a parlarle, ma lei non capiva più nulla di quello che le diceva. Le convulsioni, dalla gola, le salivano fino al cervello, offuscando ogni suo senso.
All’improvviso vide una luce scendere dal cielo come un atronave in perlustrazione.
Naturalmente non c’era nessun cielo e la luce non era quella di un’astronave. Qualcuno scendeva le scale di quel posto con in mano una candela. Attraverso le lacrime, Valentina indagò l’ambiente circostante, che piano piano si riempiva di fioca luce come se l’alba stesse giungendo fin lì.
“ Maledetta corrente!” Disse la voce che scendeva le scale. “Ho alzato la levetta del contatore… ma a quanto pare deve trattarsi di un problema alla centralina…”
Non si trattava di un uomo. Era la voce di una donna, quella. Una donna in là con gli anni. Scendeva le scale molto lentamente. La luce traballava insieme alla sua andatura.
“Aspetto le nove e poi chiamo quelli dell’Enel… adesso è troppo presto…”
Ora, Valentina riusciva a vedere i contorni della stanza. Era una cantina, su quello non c’era dubbio.
“ Vincenzo, figliolo…”
Mano a mano che la donna scendeva, oltre che i particolari del seminterrato Valentina ebbe modo di vedere anche quelli del suo rapitore.
“ Figlio mio… hai finito con quella lì?”
Il pianto le si ruppe in gola come una pietra scagliata dall’alto.
“ No, mamma… non ancora…”
Valentina iniziò a gridare con tutto il fiato che aveva in corpo.
“ E che cosa aspetti, Vincenzino mio?…”
L’uomo era sdraiato sulla pancia, ai suoi piedi. Il dorso del suo corpo era completamente ricoperto di una fitta peluria nera, la stessa delle mani che avevano scardinato la persiana. Tutta la parte superiore del suo fisico ne era avvolta come di una pelliccia. Gli arrivava fino al cranio senza interruzioni ne variazioni di sorta.
“ Sentila come strilla, sta vacca…” la vecchia rise.
Era sdraiato perché quella doveva essere la sua posizione naturale. Era privo di gambe. Si poggiava sulle mani e le braccia. Otto lunghe braccia pelose. Si irradiavano dal suo tronco come zampe di ragno. Valentina fissò quello scherzo di natura, inorridita. Non aveva più la forza di gridare e quindi smise. I singhiozzi le tornarono in gola.
Sentendosi osservato, Vincenzino sollevò la testa, a guardarla negli occhi. La sua faccia era assolutamente glabra. Zampettò sulle braccia fino al muro di fianco a lei.
“Adesso faccio, mammina…”
S’arrampicò sulla parete, poggiando prima gli arti inferiori e poi aggrappandosi con gli altri. Camminò in quel modo fino trovarsi di fianco a Valentina. Iniziò a leccarle il viso. La sua lingua era incredibilmente lunga. Ruvida come quella di un gatto.
“ Si… ma fai in fretta, che non abbiamo tanto tempo…” La donna giunse alla fine delle scale. Valentina guardò quella figura esile, avvolta in uno scialle lercio. A sua volta la donna guardò lei. I suoi occhi erano leggermente velati, d’un colore scuro, indefinito. Parevano quelli di uno squalo.
“ Signora, la prego…”
La vecchia non le rispose. Rivolse l’attenzione nuovamente al suo amato figliolo.
“ Ti aspetto di sopra, quando hai finito…”
Si voltò e cominciò lentamente a risalire le scale.
Valentina chiuse gli occhi. Si mise a pregare senza smettere di piangere.

FINE

Racconto di Tiziano G. Bertoni,
depositato presso la S.IA.E, sezione O.l.a.f
Spedito all’autore tramite R.R.R. sigillata
Apposizione data certa tramite poste italiane
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MessaggioInviato: Lun Dic 06, 2010 5:38 pm    Oggetto: Adv






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