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un mondo horror tra misteri e cultura

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Egitto
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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 2:18 pm    Oggetto:  
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ti ringrazio...
che io sappia, non c'è una vera e propria collocazione ttemporaale dell'Anticristo rispetto ai papi.
I primi due Anticristi erano Napoleone ed Hitler, ma la loro venuta non era altrettaanto ben collocata temporalmente...
Questo terzo "MABUS", "ALUS", che dir si voglia, dovrebbe venire dopo il Papa Nero, ma nero perchè di colore? Nero perchè gesuita (appunto, ordine monastico con colore - guida nero)? Nero perchè rimarrà nell'ombra (come l'attuale pontefice che vive e vivrà nell'ombra del precedente)?
Queste sono solo mie opinioni, ma mi farebbe piacere aprire un post su nostradamus...
magari...

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 2:18 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 7:49 pm    Oggetto:  
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Per papa nero, intendevo perchè di ordine gesuita. Cmq non è una cattiva idea aprire un topic su nostradamus... Io mi sto documentando così ti posso dare una mano! E' un argomento affascinante!!! Rolling Eyes Question
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sono un'egittologa e come tale sono sempre stata affascinata e stregata dai misteri dell'antico egitto
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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 7:51 pm    Oggetto:  
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ok, allora vada per il topic di Nostradamus...
Ma con tutti questi topic, non ci andremo a rimettere col formaggio?

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 7:53 pm    Oggetto:  
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Io sono ghiotta di formaggio, penso di mangiarne più di un topo! Embarassed Idea Twisted Evil Perciò rimaniamo in tema... Laughing
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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 7:55 pm    Oggetto:  
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Chiedo venia...
ho smaarrrito la via nie meandri delle freddure sceme...
UNA SCIOCCHEZZA DI TANTTO IN TANTO AIUTA TUTTI GLI UOMINI A VIVERE D'INCANTO!

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 8:01 pm    Oggetto:  
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L'Egitto tolemaico e romano Idea


La vicenda dell'Egitto tolemaico e romano va proiettata su ampio sfondo. A partire dal 1580 a. C. la Nubia era stata governata dai Faraoni come vicereame e acculturata. Degli egiziani i nubiani avevano appreso la lingua e scrittura, le arti e la religione.
Questa per sapiente trapianto delle divinità egizie, che erano tutte "cittadine" di una o altra località, a similmente "cittadine" in Nubia; ad esse inoltre vennero affiancate divinità nubiane configurate all'egiziana. Per le une e per le altre si costruirono templi, e per i defunti sepolcri in tutto simili agli egizi.

La decadenza della monarchia egizia, iniziata nel X sec. a. C., trascinò seco la caduta del Vicereame, ma anche diede spazio, nella regione fatta indipendente, in anni attorno al 750 a. C., alla formazione di un regno, che si consolidò nel Sud con una splendida capitale, Napata, più tardi, affiancato e poi sostituito da un altro, con Meroe.
Insieme con tali monarchie fiorì una notevole Mischkultur: sepolcri reali a piramide, ma assai più aguzza dell'egizia; tombe di principi di tipo indigeno "a torta", in pietrame, gigantesche; templi, egizi in quanto alla struttura e agli schemi delle integrazioni sculturali, ma realizzati per robusta ipervolumetria; palazzi di tipo greco-orientale.
Più importante per crescita da compagine a Stato, la fissazione della lingua locale in scrittura, nella scrittura egizia dapprima, poi in una nuova, che più non usava, come l'egizia, un alfabeto consonantico e alcune centinaia di segni policonsonantici, ma soltanto l'alfabeto - secondo perfezionamento già attuato dai Fenici, qui, nel III sec. a. C. dal re Atakamani, Ergamene in dizione greca, che era stato istruito da sofisti - e dunque forse per imitazione della scrittura greca. Tale alfabeto era però tuttora consonantico: più probabile una imitazione di quello aramaico, apportato da gruppi di giudei discesi fino alla Nubia in due tornate, nel sec. VIII e poi nel VI.
Il regno costruito in tal modo era tuttavia formato di popolazioni legate al sovrano soltanto per patto di fedeltà. Non riuscì a ostacolare, quindi, ripetute scorrerie, iniziate nel III sec. d. C., di un'altra popolazione, e aggressiva, proveniente dal Deserto Orientale, i Blemmi, che puntarono alla Nubia Settentrionale e alla fine vi s'insediarono. Nuovi potenti d'Africa, gli Axumiti, nel 350 gli diedero il colpo di grazia - distrussero Napata e Meroe.

Fece seguito a tal evento un medioevo oscuro, che perdurò fin al VI sec. e alla formazione di tre saldi regni cristiani.
La cultura cosmopolita di Napata e Meroe che abbiamo descritto, può spiegare il perché di un pacifico rapporto definibile come di "convivenza religiosa", intrattenuto sempre dalle due capitali con i Tolomei.
Troppo impegnati, i Tolomei, infatti, nelle aspre guerre in Siria contro gli Antigonidi, si rivolsero verso il Sud solo con Tolomeo II, che vi spinse una spedizione scientifica; i successori occuparono quindi la Valle del Nilo oltre Assuan fino a Hierà Sykaminos-Maharraka, lungo una fascia chiamata quindi Dodekaschoinos, "delle dodici miglia"; in certi periodi andarono oltre, fino a Primis-Kasr Ibrim: affidarono il relativo territorio allo stratego di Elefantina, dipendente dall'epistratego della Tebaide ossia dell'Alto Egitto.
Per il resto si dedicarono soprattutto a costruire templi, alcuni su sacrari già egizi: uno grandioso a File, per Iside; altri modesti a Debod, Uadi Hedid, Kalabsha, Aguala, Pselcis-Dakka e nella stessa Maharraka, per altre divinità, sia egiziane sia nubiane. Templi prettamente egizi in quanto ad architettura, ma con decorazione a rilievo innovata, fatta corposa - assai meno tuttavia della nubiana. Templi tra i quali i situati a File, Debod e Dakka, recano segni di interventi dei Meroiti.
Sullo stesso registro della convivenza religiosa cade un Atto tolemaico, secondo cui il territorio esteso da Assuan fino alla II Cateratta, detto Triakontaschoinos, doveva considerarsi sacro a Iside - dea cui i Nubiani erano devotissimi; la celebravano con un grandioso pellegrinaggio annuale per nave, che trasportava l'idolo della dea in visita al suo sposo, qui non l'antico egiziano Osiride, ma il nubiano Mandulis residente in Kalabsha.
Autori principali di tal fioritura monumentale furono Tolomeo IV e il VI con il coevo Ergamene, negli anni tra la fine del III sec. e la metà del II a. C.

Negli anni successivi, dopo Azio, 31 a. C., subentrò Roma.
Fiumi d'inchiostro sono stati spesi per rievocare la vicenda di Cleopatra (la VII), Ottaviano e Antonio, ma non una stilla per altre figure di quel tempo altrettanto degne di "scavo" letterario.
Giulio Cesare, che in Egitto apprese lo schema dello Stato con amministrazione del territorio "piramidale", quale mai costruita altrove nell'antichità; si propose di ricalcarla su Roma; pagò quel disegno nelle Idi di Marzo.
Cornelio Gallo, delicato poeta novus della cerchia di Tibullo e del giovane Virgilio, compagno di studi di Ottaviano e valente condottiero al suo fianco ad Azio: inviato dall'amico a occupare la Valle del Nilo e vincitore contro aspre resistenze nella Tebaide - culla da sempre, di popolazione forte e riottosa - e nella Triakontaschoinos, elevò a File una grande stele con iscrizione geroglifica e greca e latina a propria gloria; fu richiamato immediatamente a Roma da Ottaviano. Ivi anche apprese d'essere stato tradito dalla donna amata; non resse, e si diede stoicamente la morte; Virgilio cancellò un panegirico che per lui aveva scritto nelle Georgiche.

Né una stilla si è spesa per una Candace (ossia "regina" nella lingua nubiana, ma il nome fu creduto dai latini personale) di Napata, che guidò una rivolta dei Nubiani contro il dominio imposto da Cornelio Gallo; un'orda guerriera si spinse sino a File: saccheggiò il tempio di Iside e ne riportò a Meroe alcune statue d'Augusto, che gli archeologi hanno ritrovato recentemente. Venne ricacciata verso sud dal Prefetto dell'Egitto Gaio Petronio, che le inflisse una dura sconfitta nel 23 a. C. a Dakka; si rinchiuse nella rocca di Primis ma non resse ad assalto di Petronio; questi proseguì fino a Napata, ivi offerse pace ai cittadini contro restituzione degli ostaggi e delle statue di Augusto; ricevette un rifiuto, prese quindi d'assalto la città e la distrusse - Napata sopravvisse come centro religioso, fu in parte ricostruita da Meroe, che ad essa si sostituì completamente.

Ma la Candace ancora una volta tornò all'offensiva e attaccò Primis, ora caposaldo di Roma; un'altra volta intervenne Petronio, e le impose durissimi patti di pace. Essa non si rassegnò tuttavia: chiese e ottenne di trattare direttamente con Ottaviano; si portò fino al suo Quartiere Generale a Samos, e ivi ottenne di segnare il confine tra Roma e Meroe a Maharraka - la data di tal evento si colloca nel 22 o 21 a. C.
Fu dunque, la Candace, una contro-Cleopatra. Da una parte Cleopatra, non bella come la si dipinge - si veda il ritratto sulle sue monete - ma certo raffinata e sicuramente fascinosa nel parlare animato da una vasta cultura, quale descritta dagli storici, sì che riuscì a sedurre un Giulio Cesare - per incontro paragonabile a quelli di Vittoria Colonna con Michelangelo e della Signora di Staël con Vittorio Alfieri. Ma non smosse di un dito Ottaviano. Ci riuscì la Candace, nemmeno lei bella - fu descritta come orba - né forse altrettanto colta, ma incontrò la saggezza del politico: Ottaviano non volle mai vendicare la sconfitta di Carre, né quella di Teutoburgo; l'Impero andava chiuso entro confini sicuri, quindi giustamente limitati.

La pace di Samos tenne per due secoli, fino al 250, anno di una prima, rovinosa incursione dei Blemmi, estesa fino alla Tebaide, respinta a fatica da Traiano Decio. Altre seguirono, similmente e inutilmente respinte, finché Diocleziano, nel 197, ritirò la frontiera a File. Diede il via in tal modo a un medioevo, che più tardi si saldò a quello nel Sud, e chiuse una stagione in cui la Nubia Settentrionale venne antropizzata quale mai in precedenza.
Innanzitutto con una catena di forti elevati sui nodi delle piste costeggianti il Nilo e delle carovaniere connesse, a difesa da scorrerie di nomadi dei deserti.

Rifacendosi a Itinerari romani e a resti archeologici, si è accertato che il primo anello di tale catena era costituito da Siene-Assuan e Contra Siene, il secondo da File e Shellal; seguivano sulla sola riva occidentale Parembole - oggi Debod - e Tzitzis - oggi Uadi Kamar - in un tratto dove la costa opposta è inaccessibile, e quindi Kertassi, senza testa di ponte sulla regione orientale di Dehmit, pianeggiante ma non pericolosa, perché aperta su un uadi che ripiegava verso Assuan.

Più a sud, la valle si restringe nella stretta di Bab el-Kalabsha, costituendo un punto strategico importante, protetto da Tafis - oggi Tafa - e Contra Tafis, collocate nel punto dove le due piste volgevano verso l'interno per aggirare i promontori, e al successivo sbocco delle stesse sul fiume, a Talmis - oggi Kalabsha - e Contra Talmis; piccoli forti sorgevano inoltre su isolotti che emergevano dalla corrente nella stretta medesima. Più oltre si incontravano gli accampamenti stabili di Aguala sulla riva orientale, e Tutzis - oggi Dendur - su quella occidentale; quindi un'altra coppia di forti a Pselcis - oggi Dakka - e Contra Pselcis, questa seconda collocata sul luogo degli antichi forti di Kuban, ma non più con la funzione di guardare la via di accesso alle miniere d'oro di Uadi Allaki ormai abbandonate. Infine, sulla sola riva occidentale, erano state previste le difese di Corte - oggi Kurta - e Hierà Sykaminos - Maharraka - sul confine. Ancora, non ci fu bisogno di guardare le carovaniere sul Deserto Arabico; si fortificarono invece quelle verso il Mar Rosso.
L'intero sistema era completato da torri d'avvistamento e di guardia, elevate a intervalli regolari da forte a forte.

Roma sigillò inoltre la sua presenza nella Dodekaschoinos così come avevano già fatto i Tolomei, in un buon numero di templi. Di questi indicheremo i principali, seguendo un itinerario da nord a sud "avanti-sommersione".
A File, il tempio tolemaico di Iside, fu arricchito sotto Augusto, Tiberio e Antonino di estesi rilievi; lo stesso Augusto fece costruire sui fianchi del cortile di accesso al santuario - forse completando un'opera tolemaica - due lunghi porticati; Adriano aggiunse al recinto del medesimo santuario, sul lato orientale, un grande e magnifico portale. Nella parte settentrionale dell'isola, Augusto murò un tempio - dove gli archeologi ritrovarono la stele di Cornelio Gallo - oggi purtroppo in completa rovina; nell'occidentale, Claudio costruì un tempio dedicato a Harendotes, una forma del dio Horus. Più tardi fu elevato sulla riva orientale quel "chiosco di Traiano" che si inserisce fra i gioielli dell'architettura d'ogni tempo e luogo: infine, di fronte al tempio di Augusto, Diocleziano edificò una grande porta di città.
Procedendo oltre, dopo il tempio tolemaico-meroita di Debod, aggrandito da Augusto, dopo un chiosco a Kertassi e un altro tempio a Tafa, augustei, s'incontravano, a Talmis-Kalabsha un tempio pure augusteo, che per essere il maggiore della Nubia, fu chiamato "la Karnak del sud". Costruito sopra l'edificio tolemaico già ricordato, serbò la dedica a Mandulis. Quindi, ad Aguala, località meno nota, sulla riva orientale del Nilo, poco a sud di Kalabsha, un sacrario dedicato allo stesso dio nella medesima epoca. E ancor oltre, a Dendur, e ancora augusteo, un tempio non grande, ma di finissima esecuzione, consacrato a diverse divinità, fra le quali due personaggi del posto assurti a semidei, Pedeisi e Pehor.

Ultimi incontri, l'antico santuario tolemaico e meroitico di Thot a Pselcis-Dakka completato con un grande portale "a pilone", un sacrario di Iside a Kurta, e uno a Hierà Sykaminos-Maharraka di Serapide, nuovo dio creato dai Tolomei e fatto sposo di una Iside ellenizzata in Alessandria.
In tutti questi rifacimenti o completamenti o costruzioni a nuovo, furono ripresi fedelmente gli schemi e lo stile tolemaici. Solo nel cortile a trapezio fronteggiante il tempio di File, si potrebbe additare una ricerca di teatralità tutta romana, visibile anche in Egitto, nel tempio di Esna.
Da notare che gli stessi templi sono per noi indizio di città sorte nei pressi, purtroppo ricostruite in seguito - la più importante a Kalabsha.

Non va taciuto tuttavia, a chiusura di questo rapido resoconto, il progresso notevole apportato all'agricoltura dai Tolomei e incrementati dai Romani. Alle coltivazioni della dura e della palma da datteri, certo già ivi esistenti, si aggiunsero l'ulivo, la vite e il limone. Ne sono testimoni i trovamenti di grandi frantoi per olive a Kalabsha e Uadi Kamar, di pressoi per le uve in diverse località; un'iscrizione a File in cui si riferisce che nel 176 Marco Aurelio donò dei vigneti al tempio. Un incentivo a tale progresso fu dato dall'introduzione della noria, agibile con forza animale, assai più efficace per sollevamento idrico dell'antichissimo secchia bilanciata o mazzavallo. Ambedue erano ancora in uso nello scorso secolo - note con nome arabo di sákia e shaduf.

Probabilmente fu creato allora il paesaggio che la Nubia Settentrionale ancora serbava prima della recente sommersione - in binomio con l'Egitto, analogo a quello della Svizzera rispetto all'Italia. Villaggi con impianto urbanistico preciso e case con strutture adatte al clima che ancora aspettano uno studio e pubblicazione, le strade linde; le esigue coltivazioni perfette.

Purtroppo, la grandiosa opera di salvamento archeologico della Nubia voluta dal Governo egiziano, ha potuto soltanto salvarne i templi, poiché in pietra. Fra di essi, quelli di Debod, Tafa e Dendur sono stati donati a Madrid, Leida e New York, a portarvi il loro messaggio di cultura - insieme con quello dedicato da Thutmosi III in Ellesija, ora a Torino. Gli altri sono risorti nella loro terra, sulle rive del Lago Nasser; unico monumento tuttora in sito, emergente dallo specchio d'acqua, il forte di Primis, abbandonato dai romani con la pace di Samos e variamente rimaneggiato nei tempi nuovi. Twisted Evil Rolling Eyes Wink

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 8:03 pm    Oggetto:  
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Surprised Shocked Embarassed
Una nuova esposizione a Villa Adriana analizza l’influenza della cultura egizia su Adriano.
Negli anni successivi al rientro a Tivoli (134 d.C.), dopo un viaggio nella provincia d’Egitto, l’ammirazione di Adriano per il paese delle piramidi e i culti misterici, in particolare quello di Iside, si ritrova in una serie di opere rinvenute nella Villa nei secoli scorsi e in gran parte conservate a Roma presso i Musei Vaticani e i Musei Capitolini. Ad esse si aggiungono i recenti rinvenimenti, sia dall’Antinoeion che dalla Palestra.

Si tratta essenzialmente di opere raffiguranti Iside, Antinoo-Osiride, sacerdoti, offerenti; e ancora basi di statue e vasi, realizzati in un’estrema varietà di materiali, dal marmo bianco al bigio morato, dal basalto alla diorite, dal cipollino al rosso antico. La numerosa presenza di immagini di Iside e del suo seguito va considerata nel contesto generale dei rinvenimenti di carattere egittizzante pertinenti alla Villa. Questi includono infatti non solo divinità del pantheon egizio, ma anche tutta una serie di personaggi (sia maschili che femminili) e animali (coccodrilli, scimmie, leoni, sfingi), oltre a decorazioni ed elementi vari di arredo, il cui impiego sembra rispondere in gran parte alle esigenze dettate da un certo gusto per l’esotico, piuttosto che essere interpretati come espressione di vera e propria religiosità.

Gli scavi hanno restituito numerosi frammenti di statue egittizzanti simili a quelle rinvenute in passato nella Villa durante gli scavi del Settecento, in particolare ad opera dei Gesuiti e del Michilli, proprietari di terreni in questa zona della Villa. Questi elementi hanno suggerito l’ipotesi che le numerose statue egizie, tra cui l’Iside e l’Antinoo-Osiride, ora nell’allestimento permanente dei Vaticani, 1744 e ritenute provenienti dal Canopo, siano state in realtà trovate nell’edificio a esedra che fiancheggiava l’ingresso monumentale della residenza imperiale, che è stato identificato come l’Antinoeion, un santuario-tomba in onore del giovane Antinoo.

Il percorso della mostra, che si articola in tre sezioni, illustra il significato della tematica “egizia” a Villa Adriana, attraverso l’analisi delle testimonianze finora note e delle ipotesi proposte dai vari studiosi, alla luce delle recenti scoperte e ricerche, e del contesto di provenienza delle opere, nonostante sia spesso difficile individuare con sicurezza l’ubicazione esatta dei singoli reperti.

Adriano e l’Egitto
Sede : Tivoli, Villa Adriana, Antiquarium del Canopo
Via di Villa Adriana, 204
tel. 0774-382733
Periodo: 11 aprile – 15 ottobre 2006

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 8:03 pm    Oggetto:  
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Hyksos: gli Ebrei d'Egitto?



Il nome "Hyksos" viene generalmente tradotto come "re pastori" Però il suo etimo è "Hikau Khasut" che, in egizio, significava "re di paesi stranieri" .

Il nome "Hyksos" viene generalmente tradotto come "re pastori" Però il suo etimo è "Hikau Khasut" che, in egizio, significava "re di paesi stranieri" In origine, provenivano probabilmente dal nord, dato il loro uso di cavalli e carri, che importarono in Egitto e dove giunsero dalla Siria e dalla Palestina. Di origini nomadi, come indicano le tipologie di vasi loro attribuiti, decisamente povere, avevano costituito un grande impero che comprendeva le terre degli Amorriti, degli Hurriti ed Edomiti. Qui, erano situate le città di Hebron, residenza di Abramo, e di Haran, dove viveva suo fratello.
Adoravano Senekh, una forma di Baal siriano (nome che significa "il Dio") che gli Egizi identificarono poi con Seth. Regnarono in Egitto per circa 200 anni (il secondo periodo intermedio: ca. 1780-1570 a.C.) ed in questo periodo si colloca anche la figura di Giuseppe che, evidentemente, era uno dei loro. E' perciò più che probabile che siano proprio Hyksos (o comunque una parte di loro) gli "Ebrei" che rimasero in Egitto dopo la restaurazione della XVIII Dinastia. Da qui anche il disprezzo degli Egizi nei loro confronti e il loro stato inferiore nella scala sociale (comunque, non schiavitù). Di loro dicevano: "non conoscono Ra" e li consideravano "asiatici infidi e degni di disprezzo" come tutti quelli che vivevano ad est di Pelusio. Quindi, si possono capire le vere ragioni che hanno spinto parte di loro (solo la tribù di Manasse, quella di Ephraim rimase) ad espatriare verso la terra di Canaan dove sorgeva Hebron, città di Abramo, ma dove, per un bel po', non li hanno proprio voluti (il termine biblico "quarant'anni" significa solo "lungo tempo").
D'altra parte, noi li chiamiamo "Ebrei", ma credo che sarebbe più esatto chiamarli "Hyksos". La religione ebraica, com'è oggi, pur basandosi su antichi libri biblici (Genesi, ecc.), si forma dopo Mosè.
Tant'è che Davide, per dare unità al popolo ebraico nella costituzione di Israele, diede ordine di uccidere chiunque (uomini, donne, vecchi, bambini) non aderisse a questa religione (è nella Bibbia!) e questo dimostra che nelle dodici tribù non c'era una completa identità religiosa.
Poi, un altro fatto evidente è che questi asiatici rimasti in Egitto avevano senz'altro assorbito molto della cultura egizia, tanto da costruirsi un vitello d'oro, cioè nient'altro che la statua del Dio Api.

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per me c'è la stessa radice tardo aramaica di elhoim...
qui ci troviamo con riferimenti divini ripresi nei codici segreti bizantini.
domani posto tutto... eheheh

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LE ALF DI 15.000 ANNI FA

Un'ipotesi suggestiva incarnata in statuette con caratteri non umani.

Dal 1948 al 1955 furono effettuati alcuni scavi a Jarmo, nei pressi di Chemchemal, nel Kurdistan Iracheno, che riportarono alla luce cucchiai, aghi di osso, fusi di pietra, lame di ossidiana originaria di Nemrut Dag e ben 5500 statuette, formate dalla sola testa, alcune delle quali con strani lineamenti: volti allungati, labbra sottili, occhi socchiusi ellittici.
Nel 1922, vicino a Ur, l'archeologo Sir Woolley rinvenne numerose statuette, appartenenti alla cultura Ubaid, discendente da quella Samarra. Presentavano strane teste definite del tipo "a lucertola" risalenti oltre il 5500 a.C., quando la cultura Ubaid discese dai monti Zagros. Cranio allungato, con grandi occhi obliqui, alte acconciature, con i caratteri sessuali ben marcati nei particolari sia maschili che femminili. Reperti ritrovati più tardi anche nella cultura Sumera. Figure con mani ai fianchi, conserte o lungo il corpo snello, ben fatto, sempre a gambe unite e slanciate. Una delle raffigurazioni femminili tiene al petto un piccolo, anch'esso con testa di serpente, a comprovare che era nato così. Restiamo attoniti davanti alla prima rappresentazione della maternità, antica di circa 7000 anni. Avrebbe potuto essere concepita anche da un moderno artista un po' estemporaneo che l'avrebbe titolata "donna con bambino": considerando però che è sempre stata ritenuta la rappresentazione della "Dea Madre", questo ci sconvolge. I Sumeri associarono questo tipo di statuine con le divinità da loro adorate. Il dio Enlil viene descritto come "il serpente dagli occhi splendenti".
Le sculture ricordano i Veglianti dai capelli bianchi, definiti in molte scritture gli "stranieri dal volto di vipera". Innegabile che rappresentino una razza diversa da quella umana. Di quali serpenti si parla? Quelli delle famose stanze di Dzyan, i dzyani appunto, che fecero pace con la quinta razza , ammaestrandola e istruendola? Probabilmente fu questa razza dall'aspetto di serpente a divulgare il sapere nascosto all'umanità. Enoc parlando dei Veglianti nomina Gadriel come colui che fece errare Eva, e Kasdeya come colui che insegnò agli umani a sventare i morsi del serpente e i colpi del figlio di un serpente chiamato Tebaet.
Edward Thompson, in un articolo edito nel 1879 su "Popular Science Monthly", scrisse che i capi Olmechi vivevano a Chanes e i Maya li chiamavano "Canob", il "popolo dei serpenti a sonagli".

Eva, progenitrice dei Nefilim
I Serafini, mandati da Dio "come suoi strumenti", vengono definiti "Serpenti Fiammeggianti". In arabo serpente si dice "Hayya", in ebraico "Hevia". Il nome di "Eva", in ebraico "Hawwah", è simile all'arabo "Hawwa", ed è collegata alla parola araba "hayat", che significa "vita"; per gli Ebrei Eva è "colei che fa vivere", la progenitrice dei Nefilim, descritti nei miti ebraici come gli "awwim", i "serpenti". Il rettile è sempre presente nei miti della creazione: da malefico tentatore di Adamo ed Eva a Dio creatore nel "serpente piumato" Inca, Azteco e Maya. Nell'antichità i serpenti erano tenuti in grande considerazione, lo testimoniano le loro immagini riscontrate sui sepolcri della cultura Ubaid, come amuleti a protezione dei morti.
Questo richiama l'usanza cinese di porre dischi forati, di pietra o di giada, nei siti sepolcrali. Usanza che potrebbe derivare da una vicenda ritenuta leggendaria, quella dei piatti di pietra di Bayan Kara Ula, oggi Bayan Har Shan. L'uso sciamanico delle statuette di Ubaid verrebbe confermato dalle raffigurazioni in argilla di un essere con testa di capra che sembra dominare "i serpenti".
Il collegamento alla cultura dell'avvoltoio sciamanico è rilevabile su molte di queste statuette, che rappresentano divinità con un lungo becco, braccia ad ala e una coda a ventaglio; altre hanno occhi obliqui che ricordano le teste di Jarmo, di cui abbiamo parlato all'inizio.
Hanno occhi simili al chicco del caffè. Interessante il particolare rilevato in una statuetta maschile. Ha fra le mani quello che è stato definito "uno scettro". Osservandolo, appare come un piccolo cilindro levigato, con la parte terminale superiore visibile, formata da una pietra scura a forma di goccia. Una tradizione dei pellerossa Navaho parla di esseri luminosi dotati di quei "tubi" con i quali paralizzavano le persone. Il contatto con la "bacchetta" viene descritto come lo sfregamento con aghi di cactus. Inutile aggiungere che alcune persone fatte oggetto di rapimenti alieni spesso riportano testimonianze simili.

Semidei e dinosauroidi
Ad avvalorare la tesi che forme di vita aliene vivessero fra gli umani nel 5500 a.C., se non addirittura antecedentemente, c'è il fatto che nel 1878 è stato rinvenuto ad Abido, in alcune tombe egizie del tardo periodo predinastico, un tipo etnico completamente diverso dagli antichi e moderni abitanti dell'Egitto. Questi presentava un cranio dolicocefalo di forma ovale e allungata. Si tratta dei resti di individui con cranio più grande e di statura superiore rispetto agli abitanti locali, che Walter Bryan Emery, archeologo, identifica con gli Shemsu-Hor, la stirpe di semidei seguaci di Horus, i quali, come scritto su un'antichissima lista conservata al Museo di Torino, dominarono l'Egitto per 13.420 anni, fino al 3100 a.C. Sempre Emery ci informa che rimangono ignote sia l'origine etnica di questi esseri, definiti "invasori", sia il loro percorso per penetrare in territorio egiziano, dando per scontato che provenivano da un altro luogo. Individui simili, dalla grande testa, si sono trovati nelle più antiche tombe Sumere, a Kish e Jadmet Nast . Certamente le statuette raffiguravano una razza diversa che a quel tempo viveva con gli umani. gli egizi consideravano divini anche gli Urshu, esseri che svolgevano un ruolo di intermediari fra gli umani e gli dei. La conformazione degli arti superiori non è molto chiara; dal modo di impugnare la bacchetta si deduce l'esistenza di un pollice opponibile, ma per quanto riguarda le altre dita, alcune mani sembrano formate da tre dita, altre da quattro.
Cercando di restare oltremodo obiettivi, non si può fare a meno di raffrontare questi particolari con le descrizioni, tutte concordanti fra loro, di "pur" presunti alieni, che sembrano essere stati oggetto di avvistamenti negli ultimi cinquant'anni. Se, comunque, si vuole escludere l'ipotesi extraterrestre, si può prendere in esame quanto esposto da Dale Russel. Il paleontologo canadese, ipotizzando che una specie di sauri sia sopravvissuta, trasformandosi, nella sua evoluzione, in una specie più intelligente dell'Homo Sapiens, costruì un modellino di un umanoide, detto "omosauro", o "sauroide", attualmente conservato al Museo di Scienze naturali di Ottawa, come risultato di un'evoluzione simile a quella umana. Vi si notano i tratti dei volti di "vipera" delle statuine di Ubaid e dei Sumeri e vi si riscontrano anche i particolari menzionati nelle descrizioni degli "alieni". Che la sua ipotesi non sia, poi, solo "un'ipotesi"?

Note:
Secondo molte tradizioni diffuse tra i popoli di tutto il mondo, noi saremmo la quinta umanità. Altre quattro civiltà evolute ci avrebbero preceduto, scomparendo a causa di eventi catastrofici naturali e/o artificiali.
Enoc è uno dei patriarchi dell'Antico Testamento. La sua ascesa al cielo è collegabile al moderno fenomeno dei rapimenti, attraverso il suo stesso scritto "Il libro di Enoc", considerato un apocrifo. La storia venne pubblicata su "FATE Magazine", nel settembre 1949.
Gli Shemsu Hor erano una stirpe nata dall'incrocio tra uomini e dei, i Neteru. Questi ultimi regnarono sull'Egitto nel "Primo Tempo" (Zep Tepi).
Crani dalla forma allungata sono stati trovati anche in siti archeologici in Mesoamerica. Si tratta di un'antichissima usanza Maya, di replicare la forma del cranio allungato della progenitrice degli uomini "Orejona", un essere femminile sceso dal cielo, dall'aspetto rettiliforme o anfibio, che regnò per qualche tempo, sino a ritornare donde era venuta. Gli Incas la identificavano con il pianeta Venere.
Lo Stenonychosaurus, un dinosauro bipede e dagli arti superiori prensili. Embarassed Rolling Eyes Surprised Twisted Evil Shocked

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 8:09 pm    Oggetto:  
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Lo sport





«Rendi il tuo corpo forte e veglia su di te per rispetto al Signore dell'Universo». Le parole del saggio Amenemapt indicano il modo in cui gli egizi consideravano lo sport: un riflesso spirituale del rafforzamento del corpo.

Gli sport maschili preferiti dagli antichi egizi erano la lotta, il pugilato e la scherma con pali. Molti di questi esercizi facevano parte anche della preparazione militare. La lotta è documentata nelle pitture murali di Beni Hasan, del Medio Regno (2040-1786 a.C.), e in frammenti di terracotta del Nuovo Regno (1552-1069 a.C.). Le regole e i movimenti usati in queste competizioni erano abbastanza simili a quelli della lotta libera moderna. Si praticava anche la scherma con pali o bastoni. Prima di iniziare la gara, i lottatori salutavano il pubblico, inchinandosi e abbassando i pali, e portavano la mano sinistra alla fronte. Un arbitro interveniva per separare opportunamente i contendenti. Alla corte di Ramesse II si svolse un campionato internazionale di scherma, in cui si affrontarono i soldati del faraone e gli alleati stranieri dell'Egitto. Gli uni e gli altri indossavano caschi di cuoio come protezione. Era praticata anche l'atletica: corsa individuale o di gruppo, salto in alto e salto in lungo, sollevamento pesi. In tempi molto antichi si svolsero a Menfi gare di lancio del giavellotto o di lotta, tra contendenti nudi. Alle competizioni più importanti assisteva il faraone stesso, che poi premiava i vincitori. Lo sport, sia a livello agonistico sia come divertimento personale, godeva di una certa dignità, che lo poneva su un piano particolare.

Sulle pareti delle tombe dell'Antico e del Medio Regno vi sono scene di lotta tra barcaioli. Come armi essi usavano i pali con cui manovravano le barche. I barcaioli situati a prua tentavano di spingere e di far cadere in acqua gli avversari; quelli a poppa controllavano l'imbarcazione. Come la caccia, anche la pesca era uno sport comune in Egitto. Praticata in zone paludose dalle acque superficiali, essa costituiva un piacevole passatempo quando saliva il livello del Nilo. I giovani aristocratici si divertivano a compiere escursioni in barca sul fiume e pescavano non solo con la canna. Essi infatti cacciavano anatre mettendo alla prova la propria abilità con l'aiuto di una specie di boomerang. Lo sport era praticato anche dalle donne. Le ragazze si dedicavano alle danze acrobatiche, che avevano spesso una connotazione di carattere religioso. Un altro passatempo femminile consisteva in complicati giochi di equilibrio con palle. Gli egizi conoscevano le piroette e vari movimenti del balletto. Uno sport molto popolare era il nuoto; un altro sport acquatico era costituito dalle regate, con rematori in piedi e seduti. La pesca con la canna era un altro piacevole passatempo, così come la caccia, che veniva praticata di solito dai principi e dai membri dell'aristocrazia. Oltre alla caccia agli uccelli con una sorta di boomerang, si praticava quella agli ippopotami, ai leoni e ai leopardi. Dalla caccia derivarono l'equitazione, a partire dal Nuovo Regno (1552-1069 a.C.), e il tiro con l'arco, che si praticava anche come sport. Le corse con i carri a due ruote venivano svolte da re, principi, gente di alto rango e militari. In Egitto sono documentate anche le corse a cavallo.

I giochi degli adolescenti erano simili agli esercizi sportivi. I ragazzi si sfidavano nella corsa, in esercizi di equilibrio o di forza o nel gioco della guerra. Le ragazze salivano sulle spalle delle compagne e facevano diversi giochi di equilibrio con le palle. Eseguivano un ballo agitando le trecce, alle quali avevano legato palline di tela. Il tiro con l'arco veniva praticato durante la caccia e come sport. Soprattutto a partire dalla XVIII dinastia, i faraoni e i nobili si divertirono con il tiro al bersaglio con l'arco, spesso su carri a due ruote. Nella cosiddetta Stele del Tiro con l'Arco, trovata nel lato nordorientale della sfinge di Giza, Amenhotep II fece incidere la descrizione delle proprie capacità sportive. Le iscrizioni esaltano la forza fisica del sovrano: «Conosceva l'equitazione e non aveva eguali... non c'era nessuno che potesse piegare il suo arco e non poteva essere raggiunto nelle corse».

La corsa della festa Sed
Nel trentesimo anniversario di regno, il faraone compiva la corsa cerimoniale che si svolgeva durante la festa Sed. In questa prova il sovrano doveva dimostrare di essere fisicamente in forma e, pertanto, doveva correre da solo per un lunga distanza. Si trattava di un "percorso intorno al muro". Alcuni blocchi di pietra, come quelli che si possono ancora vedere nel recinto funerario di Zoser, a Saqqara, indicavano il traguardo della corsa. In realtà si trattava di un rito magico, che comportava una rigenerazione del sovrano, un modo per far recuperare al re egizio la propria energia attraverso la comunione con le forze cosmiche. Il faraone doveva mostrare al popolo la propria vitalità e rendere chiara la propria sovranità sull'Alto e sul Basso Egitto. È dunque evidente che in alcune epoche la destrezza del faraone ebbe un significato simbolico o religioso. La caccia nel deserto o nelle zone paludose veniva praticata dai faraoni e dai principi come passatempo. Il re cacciava leoni e orici, che inseguiva con le sue frecce. Con l'arpione attaccava ippopotami e coccodrilli. Per gli uccelli usava una sorta di boomerang. Si dice che Thutmosi III «...abbia ucciso sette leoni, lanciando frecce, in un momento..., abbia catturato dodici coppie di tori selvatici in un'ora..., abbia fatto una strage in un branco di elefanti, uccidendone 120...». Durante il Nuovo Regno si consacrò, dunque, l'immagine del sovrano come il più forte, il più atletico e il miglior guerriero. Il faraone Amenhotep II fu lodato per le sue imprese e gli esercizi legati alla preparazione per la guerra, come il tiro con l'arco o l'equitazione. Senza tener conto del fatto che tali lodi avevano un carattere propagandistico, bisogna sottolineare che la mummia di questo faraone è la più grande fra tutte quelle dei sovrani della XVIII dinastia e ha rivelato una costituzione fisica straordinaria.

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 8:10 pm    Oggetto:  
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Il Lato Oscuro della Lemuria:

i Vampiri e Non-Morti del Muspellheim

Il Regno dei Vampiri Neri del Muspellheim.

Sotto le torride dune di sabbia che ricoprono il vastissimo deserto del Muspellheim, nel settore orientale di questa desolata regione, si trova un reame sotterraneo abitato da nefande creature della notte, denominato dalla regina vampira Akeshatput.

I Saggi della Lemuria narrano che all’epoca del regno del faraone Ahmose, penultimo sovrano di quella che è ricordata come la "17A Dinastia", si perpetrò uno dei molti misfatti attribuiti al dio Seth.

Mentre la Lemuria veniva devastata prima dalle orde degli Uomini Bestia e poi dall’epidemia della peste nera, nel sud il Regno di Kush era al suo massimo splendore. I Sovrani di quel lontano regno avevano adottato in pieno i costumi dei Lemuri, e si facevano chiamare Faraoni del Regno del Sud. Essi governavano il loro vasto impero dal superbo palazzo innalzato al centro della superba città di Zimbabwe, dalle piramidi d’oro, le cui cuspidi erano costituite da enormi diamanti.

Eludendo la sorveglianza degli altri Dei, che lo avevano bandito dal pianeta dopo la fine della terribile guerra dei Sette Oscuri Signori, Seth riuscì a compiere una veloce incursione, in forma di puro spirito, nella città di Zimbabwe, capitale dell’impero di Kush.

Assumendo poi le sembianze del faraone kushita Shabataka, dopo aver preso possesso del corpo di un aitante soldato della Guardia del Faraone, ed aver addormentato magicamente tutti quelli che si trovavano nel palazzo imperiale, il supremo Signore degli Inganni generò una figlia con Amenirdis, la prima moglie del faraone, donna di straordinaria bellezza, che il dio aveva provveduto a risvegliare.

Terminata quella piacevolissima incombenza, il dio Seth se ne tornò velocemente nella dimensione cosmica ove era stato confinato dagli altri Dei. La sua brevissima fuga passò del tutto inosservata.

L’ignara Amenirdis, certa di aver giaciuto con il suo vero sposo, portò a termine la difficile gestazione, morendo però poche ore dopo il parto. Alla neonata venne dato il nome di Akeshatput.

L’affranto, ignaro Shabataka crebbe la neonata ritenendola figlia propria, nell’harem imperiale assieme agli altri suoi numerosi figli e figlie; quando Akeshatput ebbe l’età da marito, essendo diventata una splendida donna dall’epidermide d’ebano com’era stata sua madre, venne dal Faraone destinata al proprio primogenito, Taharqa, affinché ne diventasse la sposa reale e salisse al trono assieme al Principe, quando fosse venuto il tempo del suo trapasso.

Tale evento non si sarebbe fatto attendere molto a lungo.

La conquista della Lemuria.

Nel frattempo, era avvenuto che approfittando delle misere condizioni nelle quali versava il Regno del Nord, il faraone Shabataka aveva portato le sue armate alla conquista della Lemuria, i cui eserciti erano stati travolti dalle tribù nubiane della savana, che dopo aver saccheggiato il paese si erano poi ritirate nel deserto. Da esse presero origine i popolo degli Ophiri e dei Saraceni.

L’anziano faraone Ahmose si era rifugiato nella fortezza di Tanis, con le poche forze che gli erano rimaste, deciso a difendere la propria famiglia fino alla morte, con la speranza che il proprio figlio, poco più che un ragazzo, potesse poi succedergli sul trono.

I Kushiti erano così rimasti padroni dell’intera Lemuria, ed il faraone Shabataka aveva chiesto ai sacerdoti lemuri sopravvissuti nelle altre città di riconoscere in lui il nuovo, unico Faraone della Lemuria e di Kush, Signore dell’Alto e Basso Impero.

Dei molti Dei e Dee della Lemuria, che anch’essi veneravano, i Nubiano-Kushiti avevano una particolare predilezione per la dea Sathi, che era stata scelta come patrona dagli abilissimi arcieri nubiani; veniva raffigurata con in testa la corona dell’Alta Lemuria e due corna di antilope; oltre ad essere una dea guerriera, Sathi era anche la dea nubiana della lussuria, dell’amore e della fertilità. Era anche considerata una divinità funeraria, e la sua immagine era stata spesso riprodotta sulle porte delle segrete camere dei morti all’interno dei sepolcri e delle piramidi, come guardiana delle porte del mondo dei defunti.

Per ottenere l’appoggio di almeno una parte del sempre potente clero lemure, il faraone Shabataka rafforzò la posizione delle divine adoratrici del dio Khum e della sua divina sposa, la dea Sathi. Egli creò un ordine di Vestali guerriere che venivano anche chiamate "spose divine". Tale carica, che in precedenza era riservata alle figlie del Sommo Sacerdote di Amon-Ra ed alle mogli dei faraoni lemuri, venne estesa alle principesse nubiano-kushite di sangue regale che entravano a far parte del nuovo Ordine.

Shabataka fece quindi nominare la sua figlia prediletta, Akeshatput, suprema sposa divina di Khum, personificazione della stessa dea Sathi, assicurandosi in tal modo l’appoggio dei Sacerdoti di tale divinità ed i benefici che ne derivano nel tenere a bada il potente clero lemure che aveva nei sacerdoti di Amon-Ra e di Osiride il suo punto di forza.

I Lemuri più ortodossi non vedevano di buon occhio la venerazione dimostrata dai kushiti loro dominatori per la dea Sathi, ritenendola una divinità che in qualche modo poteva essere influenzata dal dio Seth, del quale si diceva fosse stata la segreta amante ed avesse generato la dea Anuci, anch’essa venerata dai soli Kushiti, sui quali, agli occhi dei Lemuri, gravava ancora la colpa dell’antico tradimento perpetrato quando essi avevano abbandonato gli dei della Luce per adorare quelli delle Tenebre, in particolare gli dei Baahl e Tanit, all’epoca antecedente la Guerra dei Sette Oscuri Signori.

Nell’ambiente religioso lemure si pensava che la venerazione di Sathi potesse nascondere il culto blasfemo di Tanit e del suo oscuro sposo, il dio Baahl venerato dagli Orchi.

Checché ne pensassero i suoi sudditi lemuri, Akeshatput si trovava a meraviglia ad impersonificare durante le fastose cerimonie religiose la sposa divina del dio Khum. Nel tempio di questa divinità era stata addestrata a diventare una valente guerriera, e non vi era altra vestale che potesse starle alla pari, dimostrandosi essa, in alcune occasioni, persino più abile di alcuni campioni maschi, durante dei combattimenti incruenti organizzati a corte per allietare il Faraone suo padre.

Akeshatput diventa faraone.

Qualche mese dopo il fastoso sposalizio tra il principe Taraqa e la principessa Akeshatput, un male misterioso, mortale, colpì molti cortigiani e membri della famiglia reale, ed anche il Faraone e diverse delle sue mogli. Ma il contagio non colpì la Principessa e neppure il suo sposo, che così, con l’aiuto dei sacerdoti di Knum, salirono al trono.

Trascorsero alcuni anni di calma apparente, durante i quali il faraone Taraqa consolidò il suo potere sull’intera Lemuria, estendendone i confini ad est ed ad ovest. L’unica città che era rimasta ancora da conquistare era la fortezza di Tanis, ove il faraone Ahmose continuava a resistere strenuamente, aiutato anche da rinforzi di mercenari argivi che gli erano stati inviati dall’Imperatore di Argos.

Taraqa, ormai padrone assoluto della Lemuria, di Kush e di buona parte della Nubia, che governava con mano ferrea da Zimbabwe innalzata al rango di capitale dei tre regni, non poté però godere a lungo dei suoi trionfi.

Qualche tempo dopo, pure lui cadde vittima della stessa mortale malattia che aveva iniziato a fare strage anche tra il suo stesso popolo, una vera e propria epidemia che né gli sciamani kushiti, né i medici lemuri riuscivano a curare.

La Regina Akeshatput, sostenuta dalla sua ferocissima Guardia del Corpo delle Ancelle di Sathi, si autonominò Faraone. I dignitari ed i sacerdoti, sia lemuri che kushiti, che osarono opporsi alla sua incoronazione, o anche solo esprimere apertamente il loro dissenso, finirono in pasto ai coccodrilli, quale grazioso omaggio del neo eletto Faraone al dio Sobek.

Ebbe così inizio l’infausto regno dei vampiri, perché di questo si trattava!

Akeshatput era in realtà una demone vampira, che con l’inganno e l’aiuto del suo potente vero padre si era impadronita del regno, diffondendo tra i Nubiano-Kushiti il terribile morbo del vampirismo. A Zimbabwe e nelle altre città del regno di giorno la vita scorreva apparentemente normale, ma durante la notte torme di vampiri assetati ed assatanati, via via sempre più numerosi, uscivano dalle tombe per saziarsi col sangue di quelli che ancora non erano stati colpiti dal maleficio.

Fu così che per il potente regno dei Kushiti iniziò un inarrestabile declino, permettendo ai Lemuri sopravvissuti nelle città del nord di riscattare la loro libertà. Sviluppatasi inizialmente con una serie di azioni di guerriglia, la ribellione degli Elfi sopravvissuti alla strage del loro popolo, operata prima dalle orde degli Uomini Bestia e poi dagli invasori dall’epidermide nera, sfociò in una aperta rivolta alla quale gli esanimi eserciti nubiano-kushiti di Zimbabwe, debilitati dal vampirismo, non riuscirono ad opporsi.



La riscossa dei Lemuri.

All’anziano Ahmose era nel frattempo succeduto il gagliardo figlio Amenofi, che si dimostrò essere un valente guerriero ed un abile condottiero. Sostenuto dai rivoltosi delle altre città lemuri, Amenofi uscì da Tanis con il suo piccolo ma agguerrito esercito, che era rinforzato da una formidabile formazione di Picchieri Sparthani, dei mercenari che era riuscito ad arruolare grazie ad un accordo che aveva siglato con l’Imperatore di Argos. I Lemuri diedero a quei baldi guerrieri il nome di "Guerrieri di Bronzo", per il fatto che indossavano armature e si proteggevano con grandi scudi rotondi fabbricati con codesto robusto metallo.

La Falange di Amenofi, appoggiata da Unità di Carri veloci da battaglia che montavano Arcieri, ebbe la meglio sulle forze disperse dei Kushiti lasciate a presidiare le molte città lemuri, nelle quali il popolo si era sollevato contro i dominatori dalla pelle nera.

Pochi furono i Kushiti che riuscirono a scampare al massacro. I mercenari argivi non avevano alcuna pietà, e neppure i Lemuri, che da orgogliosi padroni erano stati ridotti a fare da servi e schiavi ai guerrieri che un tempo avevano dominato.

Lo scontro finale del lungo, sanguinoso conflitto ebbe luogo con una grande battaglia campale nella pianura prospiciente Zimbabwe, nella quale il risorto esercito lemure colse una grande vittoria, la prima della Nuova Era. La città, rimasta senza difensori, aprì le porte al nuovo Faraone: i Lemuri tornavano a governare la Nubia ed il Kush.

Prima che facesse notte, i soldati di Amenofi penetrarono nelle segrete dei templi, nelle tombe ove riposavano i Vampiri, e ne fecero strage, mozzando loro il capo e trafiggendone il cuore con un paletto, e poi apponendovi i sacri sigilli di Horus e Osiride affinché codeste nefande creature della notte non potessero più risorgere.

Dopo quella vittoriosa impresa, Amenofi tornò a nord, ed a Tebe si fece incoronare faraone dai sacerdoti di Amon-Ra, assumendo il nome di Amenofi I^.

Il risveglio della Regina dei Dannati.

Non tutti i Vampiri di Zimbabwe erano stati sterminati.

Akeshatput ed un certo numero dei suoi più fedeli accoliti riuscirono a porsi in salvo nel vasto mondo sotterraneo che si estende per miglia e miglia sotto le sabbie del Muspellheim, già regno del Titano di Fuoco, Surt e di altri abominevoli demoni.

Venuto a conoscenza del fatto che in quella regione erano stati segnalati dei Vampiri, l’immortale Meheetep sguinzagliò i suoi Inquisitori, al fine di porre termine una volta per tutte a codesta spregevole genia. Molti furono i Vampiri che vennero rintracciati e definitivamente eliminati. Molti ma non tutti, e tra questi anche Akeshatput.

Non si sa come sia avvenuto, fatto sta che l’Inquisitore che riuscì a penetrare nel nascondiglio segreto della Regina dei Vampiri di Kush non riuscì a portare a termine il suo lavoro.

Avvenne però che un giorno un incauto viaggiatore, un bardo degli Elfi dei Boschi, lì giunto alla ricerca di un favoloso tesoro, il cui nome era Lestatix, finì non si sa come nella grotta dove vi era il sarcofago nel quale la bellissima donna dormiva; essendo rimasto ferito ad un braccio, alcune gocce del suo sangue caddero sulle labbra socchiuse della vampira, e furono sufficienti a riportarla in vita. Per gratitudine verso il suo salvatore, Akeshatput non lo uccise ma gli donò l’immortalità della non-morte trasformandolo in un vampiro e nominandolo suo auriga ed araldo.

L’infernale Regno dei Vampiri.

Seth aveva in precedenza concordato con il suo degno compare Ahriman che sua figlia avrebbe governato uno dei regni sotterranei del Tartaro, in una regione che si trova nel settore orientale del Muspellheim. Ma per poter assurgere al rango di Regina delle Tenebre la semidea vampira avrebbe dovuto guadagnarsi tale onore, combattendo vittoriosamente in uno dei tornei infernali che di tanto in tanto si organizzavano nelle cavità infernali, uno dei quali si sarebbe tenuto di lì a poco, qualche mese dopo che Lestatix aveva riportato in vita la Regina dei Dannati.

Fu così che Akeshatput partecipò al gran torneo infernale del "Duello Mortale", organizzato nel regno sotterraneo di Agharte, ove regna il principe Ghorork, un gigante con quattro braccia.

Le prove che la principessa vampira dovette superare furono tremende, i Demoni che dovette affrontare non ebbero alcuna gentilezza nei suoi riguardi. Dando prova di una forza fisica e mentale veramente straordinarie, Akeshatput riuscì a superare le varie eliminatorie fino alla finale, ove riuscì a sconfiggere anche uno dei più potenti Signori del Caos, il demone Abaddon, il cui none significa "Distruzione" del quale poi divenne l’infernale amante e alleato della Vampira Nera.

Fu così che, per la prima volta, il "Duello Mortale" venne vinto da una femmina. Grazie a questa impresa, Akeshatput ottenne la corona di Regina dei Vampiri Neri del Muspellheim e la protezione di Abaddon, il quale a volte viene evocato da Akeshatput per affiancare in battaglia una delle Armate delle Tenebre del Muspellheim.

Il Regno della Notte di Akeshatput venne costituito nel sottosuolo dell’oasi di Hamunaptra, ai piedi delle fondamenta del tempio di Anubis, ove si trovava il sarcofago di Imothep, un sacerdote lemure che per avere tradito il Faraone era stato condannato all’orribile pena dell’Ohm-dahi, la cui storia vale la pena raccontare.

La guerra civile tra i fedeli di Ramses II e la Casta dei Sacerdoti.

Dopo un lunghissimo, ininterrotto, travagliato periodo di guerra che aveva devastato la Lemuria lasciando questa regione, che era stata la terra benedetta degli Dei, prostrata ed in balia dei molti nemici esterni che più volte l’avevano percorsa in lungo ed in largo depredandola, finalmente la pace tornò a regnare nella terra dei Faraoni.

Terminato senza nessun vinto né vincitore il secolare conflitto che avevo visto contrapposti gli eserciti dei Lemuri e quelli degli Ittiti, i Barbari scesi dal nord, dopo la battaglia di Qadesh (vedere il libro dell’esercito della Lemuria), venne firmata la pace tra il principe Ramses II ed il Re Muwattali.

Il giorno seguente al festoso ritorno a Tebe del giovane, valoroso principe alla testa delle truppe vittoriose, suo padre Seti I morì e Ramses salì al trono col nome di Ramsete II.

A tale evento nella città e villaggi della Lemuria seguirono numerose settimane di festa, con una serie ininterrotta di festini orgiastici celebrati in onore degli Dei che proteggevano il regno degli Elfi del Sud. Il neo eletto, giovanissimo Faraone arricchì il proprio harem con bellissime concubine, alcune delle quali di razza ittita.

Ma, ahimè, il Male non aveva abbandonato la Lemuria, neppure in questo momento di trionfo.

Molti Sacerdoti, devoti al culto di Ishtar e degli altri Dei di Luxor, non tolleravano il fatto che Gilgamesh, (vedere il libro degli eserciti di Apofis e del Re Scorpione) figlio della Dea da essi venerata, non potesse sedersi sul trono del faraone, al posto di un rude guerriero quale era Ramses, che seppur appartenente alla superba casta degli Ashdhar era pur sempre un mortale; così organizzarono numerosi complotti contro il giovane sovrano.

Ramses, grazie anche all’aiuto dell’amico semi-dio figlio di Ishtar, il quale era del tutto ignaro di quanto si complottava a suo nome e di essere in definitiva la causa di tali congiure, riuscì a sfuggire alla maggior parte di questi complotti ma, giorno dopo giorno, il suo animo divenne sempre più malvagio: ai complotti seguirono rappresaglie sempre più violente contro la casta sacerdotale.

La situazione precipitò quando Ramses minacciò i Sacerdoti di proibire tutti i culti degli Dei, ad eccezione di quello di Amon-Ra, come già aveva fatto un precedente faraone (Achenaton, il padre di Tutankhamon). Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso, scatenando la rabbiosa protesta dei Sacerdoti che diede il via ad una nuova guerra civile, che per alcuni anni nuovamente devastò la Lemuria ancora molto provata a causa delle precedenti guerre ed invasioni.

Gilgamesh, non riconoscendo più il nobile principe che aveva servito precedentemente, amareggiato abbandonò la Lemuria e si ritirò nel deserto, promettendo che sarebbe tornato solo quando il Faraone si fosse ravveduto ed il suo popolo fosse stato di nuovo unito.

La guerra civile terminò senza vincitori. Un inutile spargimento di sangue che fece gioire solo il Male. Si arrivò ad una forma di compromesso fra il Faraone e i Sacerdoti: il regno di Lemuria sarebbe stato governato dal Faraone, ma i sacerdoti di Osiride e degli altri Dei, soprattutto quelli di Ishtar, avrebbero avuto una maggiore influenza sulla questione della scelta dei futuri sovrani e sulle decisioni politiche.

Negli anni a venire numerose altre guerre avrebbero sconvolto Naran e tutti questi conflitti avrebbero visto i Lemuri come protagonisti. Nella sua fortezza nel deserto, nel Krak dei Cavalieri, l’immortale Meheetep (vedere il libro del suo esercito) si disinteressava di quanto avveniva a corte, anche perché era costantemente impegnato, alla testa dei suoi Cavalieri Templari (che pure non si erano schierati da nessuna delle due parti durante la guerra civile), nel contrastare i tentativi di infiltrazione delle tribù dei Predoni del Deserto, che mantenevano sotto una costante pressione tutta la frontiera meridionale.

A fianco del Faraone, in qualità di consigliere, per sostituire Gilgamesh su consiglio di Meheetep venne posto uno dei suoi allievi più bravi, che si chiamava Imothep, il quale però era un elfo molto ambizioso ed anche un segreto accolito del culto oscuro della dea Tanit, il quale iniziò a tramare nell’ombra al fine di eliminare l’unico ostacolo che si frapponeva tra lui ed il trono: Ramses.



Imothep e il culto di Tanit.

Non sono noti i motivi che spinsero alcuni sacerdoti Lemuri a ripudiare i loro Dei ed iniziare ad adorare la sanguinaria dea che era stata venerata secoli addietro dagli Orchi di Karthork, Tanit, che dai Lemuri era disprezzata a causa del fatto che, ad imitazione di Seth, pretendeva sacrifici umani. Si ha però ragione di pensare che dietro tutto questo vi sia stato proprio Imothep.

Per ottenere i favori di Tanit, codesti Lemuri eretici eressero a Nabata una grande piramide a gradoni, in cima alla quale innalzarono un tempio nel quale posero un’enorme statua di bronzo della Dea, un essere simile ad una Gorgone ma con sei braccia, e vicino alla statua innalzarono l’ara sacrificale dove immolare le vittime per soddisfare la sete di sangue di quella terribile divinità.

Quando quei Lemuri eretici lo ritenevano opportuno, nel tempio di Tanit venivano celebrati orrorifici sacrifici umani e, quando la Dea era abbastanza sazia di sangue, il suo spirito entrava nella statua, animandola e conducendola in battaglia al fianco dei suoi adepti e del loro esercito.

Imothep era infatti riuscito a convincere il Faraone a dare il suo permesso per la costituzione di un nuovo Ordine militare-religioso di sacerdoti guerrieri, da porre come guarnigione nella città di Nabata per controllare quel tratto di confine con il deserto del Muspellheim. Per celare la vera divinità che essi adoravano, essi si diedero il nome di "Sacerdoti di Anubis", ed utilizzarono un elmo dalla forma della testa del dio sciacallo.

Imothep divenne - o forse lo era sempre stato - il Gran Sacerdote di Tanit ed il capo dei Sacerdoti di Anubis del tempio di Nabata; era lui che presiedeva ai sacrifici umani in onore della Dea, ed era sempre lui che, col volto coperto da un elmo avente la stessa foggia del volto animalesco del dio Anubis, che gli celava completamente il viso, accompagnava in battaglia il carro sul quale il simulacro della dea veniva trasportato.

Sentendosi più forte di Gilgamesh e di Enkidu (capitano della Guardia del Corpo del Faraone), grazie ai suoi guerrieri sacerdoti, una squadra dei quali gli fungeva da Guardia del Corpo anche quando si trovava a Tebe, Imothep riuscì quasi a portare a compimento il suo diabolico piano per eliminare il Faraone. Egli era infatti riuscito a sedurre la più bella tra le giovani concubine del faraone, la splendida Anck-Xun-Amun, una delle Vestali di Iside, abilissima combattente, seconda - forse - solo alla prediletta figlia di Ramses, la gentile e casta Nefertiti.

Quando però Imothep era riuscito a convincere Anck-Xun-Amun ad uccidere il Faraone, per merito di Nefertiti la congiura venne scoperta. Avvisati da Nefertiti, Gilgamesh ed Enkidu, con la Guardia del Faraone, arrestarono i due amanti diabolici proprio quando essi stavano per assassinare Ramses.

I due traditori vennero allora condannati all’orribile pena dell’Ohm-dahi, che consiste nel mummificare da viva la vittima, ricoprendola, per giunta, con una intera covata di migliaia di scarabei sacri, che si nutriranno delle sue carni per l’eternità. Per prima cosa veniva loro strappata la lingua, così che non potessero urlare mentre venivano estirpati, uno ad uno tutti gli altri organi, poi sigillati in appositi "canopi".

Questa fu la pena cui vennero sottoposti Imothep e Anck-Xun-Amun, ed anche tutti i sacerdoti di Tanit che si celavano sotto le false vesti dei monaci-guerrieri di Anubis.

Le loro mummie viventi vennero sotterrate nei sotterranei del tempio di Anubis, nell’oasi di Hamunaptra, lontanissima nel deserto, a diverse miglia di distanza da Nabata, in pieno deserto del Muspellheim, fuori da ogni pista carovaniera, affinché di essi se ne perdesse persino il ricordo. Vi era ad Hamunaptra un antico tempio dedicato al dio dell’oltretomba, Anubis, che a causa della posizione dell’oasi era poi stato abbandonato e non veniva più usato.

Le cose però non andarono come Ramses, Gilgamesh e Enkidu avevano previsto.

I sacerdoti di Tanit avevano fatto proseliti anche presso una tribù di Tuaregh, stanziata nella regione controllata da Nabata, e così era sorto un ordine oscuro di Predoni del Deserto, Gli Hamra: i Tuaregh di Seth. I membri di questa tribù abitavano in una fortezza edificata sulle montagne che sorgevano a non molta distanza dall’oasi di Hamunaptra.

Per distinguersi dalle altre tribù che sono rimaste fedeli agli Dei della luce, questo gruppo si veste di rosso e si colora con la stessa tinta anche la faccia, e per questo sono chiamati Hamra, che significa "quelli dalla faccia rossa".

Il risveglio di Imothep ad opera di Akeshatput

Gli Hamra di Hamunaptra erano stati resi succubi ad opera di Akeshatput, la nera regina dei Vampiri, il cui regno si estendeva sotto il tempio di Anubis.

La Regina dei Vampiri Neri aveva ricevuto in dono, come premio per la sua vittoria nel Duello Mortale di Agharte, una copia dell’antico "Libro dei Morti" nel quale si trovava la formula magica scritta - narra la leggenda - dalla stessa dea Iside quando fece resuscitare il suo sposo Osiride che era stato assassinato a tradimento dal fratello Seth.

Con quel libro, Akeshatput officiò la cerimonia per la resurrezione di Imothep, il quale così tornò a vivere come Non-morto, anch’egli una sorta di vampiro cannibale che per mantenersi in vita deve nutrirsi di esseri viventi, preferibilmente elfi o uomini.

Il redivivo Imothep fece poi tornare in vita la sua amata Anck-Xun-Amun, utilizzando il giovane corpo di una bellissima ragazza, forse una figlia dello stesso Ramses, che fece rapire dal palazzo reale di Tebe.

Diventato il fedelissimo "braccio destro" di Akeshatput, Imothep ha costituito un potente esercito di Non-morti, facendo risorgere i suoi monaci-guerrieri., con i quali ha già iniziato a compiere delle incursioni lungo i confini, per saggiare le difese dei Lemuri e dei loro alleati Tuaregh.

L’Armata delle Tenebre del Muspellheim.

Akeshatput è riuscita a corrompere, trasformandoli in orrendi vampiri, anche nove Cavalieri Templari di Meheetep, che, trovandosi circondati da forze soverchianti, non ebbero la forza di immolarsi per la giusta causa e cedettero alle lusinghe del Caos. Per avere salva la vita accettarono di essere trasformati in vampiri. Ora essi costituiscono l’oscura Guardia Nera della Regina dei Vampiri Neri, e sovente uno o più di essi affiancano lei o il demone Abbadon in battaglia. Sono identificati con il nome di "Esiliati" perché vagano per tutte le terre di Naran alla ricerca di nuovo sangue ed adepti per la loro Regina.

La Regina dei Dannati ha costituito l’Ordine delle Vestali di Tanit, con fanciulle nubiane e kushite fatte rapire dai villaggi delle zone di confine col deserto, poi trasformate in vampire ed addestrate a diventare delle feroci guerriere della notte.

Akeshatput è anche riuscita a portare sotto il proprio controllo i possenti Leoni Titani, che si ritiene siano figli del demone Abbadon, principe del Regno del Caos.

Agli ordini di Imothep combattono invece dei Guerrieri di una razza simile a quella dei Goblins, forse una mutazione di questi ad opera di Abbadon. I Goblins di Imothep combattono a dorso di enormi scarabei giganti, alcuni di tipo terrestre altri dotati di ali.

Altra formidabile componente dell’esercito di Agharte è costituita dai Giganti Non-morti e dalle Mummie di antichi, giganteschi guerrieri le cui tombe sono state ritrovate da Imothep sotto le dune del deserto nella regione dove si trova Hamunaptra.

L’Alleanza Oscura del Muspellheim.

Akeshatput e Imothep sono riusciti nella non facile impresa di accordarsi con Humbaba, il Re Scorpione che ha rifondato il suo regno nel deserto di Al Ham Share. Insieme, i tre oscuri signori hanno giurato di vendicarsi e di uccidere Ramses e tutti i Lemuri, instaurando nella Lemuria uno dei regni delle Terre Maledette dove si venererà solo Seth e la dea Tanit.

L’alleanza tra i Vampiri e gli Uomini e le Donne Sciacallo è una anomalia che si riscontra solo in questo regno, dove Vampiri e Licantropi sembrano convivere senza alcun problema, mentre è risaputo che un odio atavico divide queste due stirpi di nefande creature della notte.

Al loro fianco si è poi schierato Apofis, misteriosa creatura che si ritiene sia il figlio del Titano che porta lo stesso nome, un demone Naga, essere metà uomo e metà serpente, che ha preso sotto il suo controllo alcune tribù di Uomini Rettili, con i quali vi sono anche degli Uomini Coccodrillo del dio Sobek.

Queste orrende creature hanno ricostruito l’antica piramide di marmo vermiglio, che s’innalza al centro della Valle Oscura, ove si trova l’antica città di Ombos. I Kalibi (Uomini Coccodrillo), gli Uomini Rettile e gli Uomini Serpente formano le Unità guerriere messe in campo da Apofis.

L’ostilità e l’odio che queste tre sinistre creature di Apofis e di Sobek nutrono per gli Elfi e gli Uomini nulla di buono fanno presagire per la Lemuria ed i sultanati saraceni, separati dai territori controllati da questi esseri infernali solo dalla non inviolabile estensione desertica e dalla cortina di montagne che delimita il Muspellheim.

Quando codesti Signori del Caos decideranno di scatenare un attacco in grande stile, allora per i Lemuri, ed anche per i Saraceni, si annuncerebbero tremendi lutti e forse persino il totale sterminio in un orrendo bagno di sangue.

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 8:12 pm    Oggetto:  
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Saggi sulle radici storiche del monoteismo.



Il faraone Akhenaton e la genesi della Gnosi ebraico-cristiana.

Le tesi di Freud sulle origini del monoteismo .



L'origine egiziana della religione ebraica è stata affermata da numerosi autori antichi e moderni.
Tra questi assume una certa importanza S. Freud perché nel suo libro "Mosè e il monoteismo" ricostruisce in un quadro d'insieme le vicende che hanno portato alla nascita del monoteismo ebraico a partire dal fallimento della riforma religiosa, volta a introdurre il monoteismo in Egitto, varata dal faraone Akhenaton.
Freud afferma che:

Mosè era egiziano, probabilmente una persona vicinissima al Faraone Akhenaton, che ne aveva abbracciato le convinzioni religiose;
Mosè dopo la morte di Akhenaton, in un clima di generale restaurazione dei vecchi culti pagani, ha deciso di lasciare l'Egitto con quanti restavano fedeli al culto di Aton e con alcune tribù semitiche che si trovavano nelle province che sotto il regno di Akhenaton erano sottoposte alla sua sfera di influenza e che tale esodo è stato probabilmente pacifico al contrario di quanto afferma la Bibbia;
Mosè, despota autoritario, è stato ucciso da una rivolta;
A Cades, la minoranza di origine egiziana che si rifaceva al culto di Aton e le tribù semitiche che si rifacevano al culto di Jhavè hanno dato vita ad una nuova religione, che fondeva i due culti, e ad un nuovo popolo.

Queste tesi di Freud sono vere, ma solo in parte.
Il culto di Aton in realtà non inizia con il faraone Akhenaton, ma è un culto esoterico sorto al tempo della costruzione delle piramidi, nell’Antico Regno. In quel tempo, si è formata accanto alla religione del popolo una particolare forma di culto solare, che vedeva nel dio Atum, il Sole, il simbolo stesso del Sole Divino che alberga nel cuore di ogni essere umano.

Il viaggio del dio Atum negli inferi, secondo questo insegnamento segreto riservato a pochi iniziati della cerchia del Faraone, rappresenta il cammino iniziatico del neofita verso la liberazione del proprio pneuma divino dall’attaccamento psichico alla realtà del molteplice.

Tale insegnamento esoterico trova la sua massima espressione nel Libro Egizio degli Inferi.

Akhenaton non realizza semplicemente il passaggio dal politeismo ad una forma di monoteismo. Le raffigurazioni del dio Aton (il Sole), che invia i suoi benefici raggi non sul mondo in genere, ma solo sulle mani dell'Uomo, dimostrano che il culto solare del dio Aton è solo una metafora per esprimere il carattere divino dell'essere umano, per il quale è stato fatto non solo il più importante tra gli esseri fisici, il Sole , ma anche, come affermato tanto nel'Inno ad Aton del faraone Akhenaton, quanto nei frammenti autenticamente scritti da Tutmoses (Mosè) del Genesi, tutta la natura.
Il Genesi è un libro che, nonostante la presenza di una indubbia influenza javhista ed elhoista dovuta a tarde deformazioni, rivela in tutta la prima parte una indubbia origine atonista. Da dove, infatti, l'autore del Genesi può avere mai tratto frasi del tipo: "finchè tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere sei e in polvere tornerai!"? Una concezione del genere conduce direttamente alla negazione dell'esistenza dell'oltretomba. L'influsso del pensiero di Akhenaton, che, appunto, negava l'esistenza dell'oltretomba, in questo come in altri passi del Genesi, è evidente. Nessuna religione del mondo antico era mai arrivata a far pronunciare ai propri dèi simili affermazioni.
Nel Genesi, il più importante testo sacro della religione di Aton che ci sia rimasto, l'idea di un'origine divina dell'essere umano è ulteriormente esplicitata laddove è scritto che tutti gli elementi del cielo e della terra sono stati fatti per l'Uomo, un essere creato "a immagine e somiglianza di Dio", affermazione che probabilmente nell'originario testo egizio, che, nel più profondo ed esoterico del triplice significato di cui sono rivestiti i geroglifici egizi con cui erano scritti i testi sacri egiziani, come ci suggerisce Schurè con cognizione di causa, doveva suonare: "fatto della stessa natura di Dio".
A questo proposito, per inciso, si può fare tranquillamente l'affermazione che lo stesso Gesù, secoli più tardi, abbia tratto la propria concezione sul carattere divino della natura umana, per come ci appare nel 3° loghion del Vangelo di Tomaso, da qualche versione del Genesi meno rimaneggiata di quella giunta fino a noi, che probabilmente girava nella comunità essena in cui è cresciuto.
Non è inoltre vero che l'esodo dei seguaci di Aton sotto la guida di Mosè sia avvenuta in maniera pacifica: è probabile che nel testo biblico si rifletta un clima di guerra civile tra un capo, Mosè, probabilmente un generale rimasto fedele alla riforma religiosa di Akhenaton, e i suoi seguaci e quanti durante il regno di Tutankhaton e di Horembeb cercavano di restaurare gli antichi culti pagani. Probabilmente, il Faraone che ha inseguito gli Habiru (o Ebrei, cioè l'insieme delle tribù egiziane e semitiche rimaste fedeli a Mosè e al culto di Aton) fino al Mar Rosso, altri non era che il Faraone Horembeb.
In questo senso, aveva ragione Celso, che forse poteva ancora avere accesso a fonti storiche attendibili di origine egiziana sull'argomento, nel suo libro intitolato "Contro i cristiani", quando afferma che "gli Ebrei, Egiziani di stirpe, hanno lasciato l'Egitto perché si ribellarono allo Stato Egiziano e perché disprezzavano la consuetudine religiosa" egiziana. Ma, se erano egiziani anche gli Ebrei, avrebbero dovuto avere le stesse consuetudini religiose degli altri egiziani…
Questa frase di Celso ci indica che egli attingeva a fonti che oltre ad affermare l'origine egiziana degli Ebrei, affermavano che gli Ebrei in origine erano sì egiziani ma egiziani che avevano consuetudini religiose diverse da quelle degli altri egiziani, che disprezzavano le convinzioni religiose di questi ultimi e che, spinti da questo disprezzo si sono ribellati contro lo Stato Egiziano e la restaurata religione politeista.
Questa frase di Celso, quindi, allo stesso tempo conferma la tesi di Freud secondo cui la religione ebraica nasce dal culto monoteista di Aton e smentisce la tesi dello stesso autore secondo cui l'esodo sia avvenuta in maniera pacifica.


La lotta di classe nell'Egitto di Tutankhamon



Le affermazioni di Celso e il racconto biblico ci fanno intuire che la lotta religiosa nell'Egitto del dopo Akhenaton sia stata anche il frutto della lotta di classe tra gli strati più oppressi e sfruttati della popolazione egiziana e dei popoli semitici "ospiti" che, liberati da Akhenaton con la nazionalizzazione dei beni e, quindi, degli schiavi e dei servi di proprietà delle caste sacerdotali degli dèi pagani, non hanno accettato di ritornare alla loro condizione primitiva al momento della restituzione dei beni alle caste sacerdotali sotto Tutankhaton, figlio e successore di Akhenaton.
La riproduzione sintetica del Libro Egizio degli Inferi nella tomba di Tutankhaton dimostra tuttavia il persistente favore del nuovo faraone verso l’antico culto esoterico propugnato dal padre.
L’esodo dei seguaci della religione di Aton dall’Egitto è dunque successivo alla morte del giovane faraone Tutankhaton ed è avvenuta probabilmente sotto il regno del faraone Horembeb.



L'esodo dei fedeli della religione esoterica di Aton




A Cades, i capi del nuovo popolo sorto dall'Esodo hanno deciso di fondere il culto di Aton, rimasto prerogativa dei Leviti - di origine egiziana - dopo la morte di Mosè, con il culto del dio pagano Javhè e degli altri dèi minori delle tribù semitiche che erano confluiti a costituire il popolo ebraico.
Si convenne non tanto di mantenere il rigido monoteismo universale Atonista, quanto di costituire un unico dio nazionale per tutto il popolo ebraico.
A questo periodo risale probabilmente la stesura della seconda parte dell'Esodo che riabilita la figura di Mosè e le leggi che egli ha dato al popolo ebraico. A conferma di questa ipotesi c'è la presenza nei passi in cui vengono riportati i comandamenti dell'appellativo "Dio Geloso" per definire il Dio Mosaico, che sta a indicare che per gli Ebrei non devono esistere altri dèi, ma non che non esistevano in assoluto.
Il nuovo Dio Adonai (Aton)-Jhavè-Elhoim nelle intenzioni dei capi politici delle tribù ebraiche più che un Dio unico doveva, quindi, diventare nulla più di un dio nazionale, che cementasse tribù e popolazioni di origine tanto diversa e tale in effetti divenne.
I Leviti di origine egiziana accettarono l'accordo, ma per lungo tempo continuarono a interpretare il dio della nuova religione secondo gli stessi canoni con cui in passato interpretavano i testi della religione atonista ed è probabile che per decenni continuarono a circolare tra di loro molti dei tasti sacri della religione di Aton, che si erano certamente portati con sé dall'Egitto, e che con ogni probabilità hanno costituito lo strumento base su cui si sono fondati l'interpretazione in senso monoteistico della nuova religione e il rigetto di qualsiasi rituale magico, che gradualmente sono diventati un patrimonio acquisito della cultura del popolo ebraico. Questa ipotesi trova un riscontro preciso nel salmo 103 (104) della Bibbia, risalente all'XI secolo a. C., che contiene l'Inno a Dio Creatore, che altro non è che una riformulazione dell'Inno ad Aton scritto dal Faraone Akhenaton.
Tra questi testi vanno annoverati indubbiamente anche frammenti dei libri che costituiscono il Pentateuco, scritti quasi certamente da Tutmoses (Mosè) o da persone a lui vicine.
Del culto javhista venne accettata nella nuova religione soprattutto la concezione antropomorfa di un Dio che premia e punisce e l'idea dell'esistenza di un oltretomba.


L'influenza del culto solare di Aton sul Cristianesimo Gnostico



Gli gnostici del II° secolo d. C. sapevano benissimo che nell’Antico Testamento convivevano diverse tradizioni teologiche originate dal culto di diverse divinità orientali (Aton, Javhé ed Elhoim).

Lo stesso Ireneo, per confutare il tentativo gnostico di distinguere le diverse tradizioni teologiche che convivono nell’Antico Testamento, è costretto a scrivere:



Se qualcuno vuole obiettare che secondo l’ebraico vi sono nomi differenti nelle scritture, per esempio Sabaoth, Elhoim, Adonai e altri simili, cercando di arguire diverse potenze e divinità, imparino che tutte indicano e si riferiscono ad uno e identico (Dio) (Ireneo, Adversus Haereses, II, 35, 3).



Il fatto che per i Cristiani Gnostici il Padre di Verità non fosse altro che Aton è provato da un tardo testo gnostico intitolato: “Risposta di Abammone, suo maestro, alla lettera inviata da Porfirio ad Anebo, e spiegazione delle questioni che essa pone” (Pseuso-Giamblico, “De Mysteriis”), falsamente attribuito da Proclo e da Psello a Giamblico, dove troviamo scritto:





Ermete colloca al primo posto come capo degli dèi celesti il dio Emeph, che egli dice essere l’intelletto che pensa se stesso e volge verso se stesso i suoi pensieri. Avanti a questo egli colloca l’Uno indiviso e quello che egli chiama “primo parto” e a cui dà il nome di Ikton (cioè Aton/Adonai): in lui risiedono il primo intelligente e il primo intelligibile, il quale è venerato solamente con il silenzio (Pseuso-Giamblico, “De Mysteriis”, Libro Ottavo, 3).





E’ evidente che Ikton non è altro che il Dio Aton/Adonai, cioè il Padre di Verità, mentre il Dio Emeph non è altro che il nome gnostico egiziano dello Spirito Santo, da cui trarrà origine il Logos, cioè Cristo.

Ikton/Aton/Padre di Verità, Emeph/Spirito Santo e il Logos/Cristo vanno quindi a formare la trinità cristiana gnostica, che trova la propria unità nell’Uno indiviso o Abisso. Le tre persone della trinità sono però qui disposte secondo una gerarchia ben precisa: Aton, cioè il Padre di Verità, precede Emeph, cioè l’Ennoia o Intelletto Pensante del Padre o Spirito Santo; Emeph precede il Verbo, cioè la Parola. L’Uno, cioè l’Abisso, a sua volta, riporta ad unità le tre persone della trinità al di fuori di qualsiasi prospettiva sincronica o diacronica.

Nella speculazione tardo gnostica del De Mysteriis troviamo quindi già tutti i principali temi del subordinazionismo ariano del Logos rispetto al Padre.

La comunità gnostica cristiana che ha espresso il De Mysteriis si ricollegava direttamente agli insegnamenti esoterici originari del Salvatore, che affondavano le proprie radici nella tarda tradizione atonista risalente al re Davide.

Il carattere Cristiano Gnostico del De Mysteriis è autorevolmente illustrato dal Sodano, che scrive:





Nel Trattato sui Misteri è delineata una gerarchia che pone, dopo gli dèi, i demoni, gli eroi e le anime. Essa rientra nella tradizione greca. Questa gerarchia, nel libro II, si moltiplica, inserendosi, fra gli dèi e i demoni, due ordini divini, e cioè gli arcangeli e gli angeli, e fra gli eroi e le anime altri due ordini, gli arconti cosmocratori o sublunari e gli arconti della materia. […] Occorre riconoscere che queste nuove classi divine, tra le quali la differenza spesso è segnata con notevole fatica, hanno pochissima eco nella speculazione neoplatonica e in quella dello stesso Giambico. Esse indirizzano piuttosto verso speculazioni cristiano-gnostiche e di tendenze popolari”.





In effetti, gli arcangeli, gli angeli, gli arconti cosmocratori o sublunari e gli arconti della materia appartengono a classi divine che fanno parte esclusivamente della tradizione gnostica cristiana e non hanno nulla a che fare con le coeve filosofie pagane, tanto meno con quelle neoplatoniche…

Lo stesso Agostino nella sua opera “Le eresie” ci parla di una Chiesa Gnostica, che si richiamava esplicitamente al Salmo 103 (104) della Bibbia, cioè ad una tarda versione dell’Inno ad Aton, risalente circa all’XI° secolo a. C.:



I Seleuciani o Ermiani, chiamati in questo modo dall’autorità di Seleuco o di Erma, […] negano che il Salvatore incarnato sieda alla destra del Padre, ma vogliono che Egli abbia deposto il suo corpo e collocato nel Sole, desumendo questa credenza dal Salmo dove si legge: “Ha posto nel Sole il suo tabernacolo” (Agostino, Le eresie, LIX).





A questo punto risulta evidente che la dottrina gnostica secondo cui tutte le cose sono state create per mezzo del Verbo (cfr. Prologo del Vangelo di Giovanni 1, 3) è nata dalla tendenza ad identificare il Verbo con la divinità solare di cui parla il Salmo 103 (104), espressione di Aton, il principio divino che permette l’esistenza e la vita di tutti gli esseri viventi.

Il legame esistente tra l’antico culto esoterico egiziano di Atum-Aton, la tradizione profetico-Qabbalistica che fa capo ad Adonai e il culto solare delle antiche comunità cristiane gnostiche trova un notevole riflesso simbolico nel Vangelo di Nicodemo e in altri Testi Sacri del Cristianesimo primitivo:



Pilato allora prese dell’acqua, si lavò le mani davanti al sole, dicendo: “Sono innocente del sangue di quest’uomo giusto. Vedetevela voi!” (Vangelo di Nicodemo, 9, 4)



A questo proposito vale la pena di ricordare che i romani, dopo la distruzione di Gerusalemme, hanno restituito a quella città il nome che essa aveva sotto Akhenaton, cioè Eliopoli, e che la stessa Grande Chiesa, sotto l’influsso della teologia gnostica Seleuciana ha fissato la nascita del Salvatore proprio il 25 dicembre, cioè il giorno della festa del Dio Sole (Helios-Atum-Aton).















Il crollo del culto gnostico di Aton-Adonai in Israele.





Nel Primo Libro di Samuele leggiamo la storia del crollo del culto monoteistico di Aton subito dopo l’avvento della monarchia in Israele (XI° secolo a.C.).

Il profeta Samuele, Giudice di Israele, fu l’ultimo Gran Sacerdote del culto di Aton.

Egli, spinto dalle pressioni dei notabili di Israele, fu costretto a procedere alla nomina di un sovrano. Saul venne consacrato re da Samuele con la stessa liturgia con cui furono incoronati gli immediati successori di Akhenaton, cioè con il sacramento dell’unzione, seguito dal bacio del Gran sacerdote di Aton-Adonai:





Samuele prese allora l’ampolla dell’olio e gliela versò sulla testa, poi lo baciò dicendo: “Ecco: il Signore ti ha unto capo sopra Israele suo popolo. Tu avrai potere sul popolo del Signore e tu lo libererai dalle mani dei nemici che gli stanno intorno” (I Samuele, 10, 1)





L’avvento della monarchia ebbe delle conseguenze immediate.

Saul, spinto dalle continue guerre con i popoli vicini e in particolare con i Filistei, si rese conto che l’antico culto di Aton-Adonai per il suo carattere universale e per il suo messaggio di amore e di pace non avrebbe mai potuto rendere compatto il popolo di Israele contro i nemici esterni.

A Saul serviva il culto di un Dio nazionale, simile a quello dei popoli circostanti. Ogni popolo del Medio Oriente osservava il culto di uno o più dèi, che avevano il copito di proteggere il popolo dalle guerre, dalle pestilenze e dalla carestia.

L’occhio di Saul cadde sul culto palestinese di Jhavè (Geova), ma sul momento non ebbe il coraggio di abbattere l’antico culto di Aton-Adonai grazie al quale aveva conquistato il trono.




Il conflitto fra i sacerdoti di Aton-Adonai e il re Saul





Il Gran Sacerdote di Aton-Adonai, Samuele, comprese immediatamente il pericolo e decise di consacrare re un fanciullo della città di Betlemme di nome Davide, proveniente da una famiglia fedele all’antico culto di Aton-Adonai.

La consacrazione, come già era avvenuto per Saul, si tenne secondo l’antica liturgia atonista dell’unzione:





Disse il Signore: “Alzati e ungilo: è lui!”. Samuele prese il corno del’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi (I Samuele, 16, 12-13)





Trascorsi alcuni anni, Saul in qualche modo venne a conoscenza di quanto era stato preparato dai sacerdoti di Aton-Adonai e la sua ostilità nei confronti di Davide cresceva.

Quando il sospetto divenne una certezza, Saul decise di annientare l’intera casta sacerdotale di Aton in Israele:





Il re subito convocò il sacerdote Achimelec figlio di Achitub e tutti i sacerdoti della casa di suo padre che erano in Nob ed essi vennero tutti dal re. […] Il re disse ai corrieri che stavano attorno a lui: “Accostatevi e mettete a morte i sacerdoti del Signore, perché hanno prestato mano a Davide e non mi hanno avvertito pur sapendo che egli fuggiva”. Ma i ministri del re non vollero stendere le mani per colpire i sacerdoti del Signore. Allora il re disse a Doeg: “Accostati tu e colpisci i sacerdoti”. Doeg l’Idumeo si fece avanti e colpì di sua mano i sacerdoti e uccise in quel giorno ottantacinque uomini che portavano l’efod di lino. Saul passò a fil di spada Nob, la città dei sacerdoti: uomini e donne, fanciulli e lattanti; anche buoi, asini e pecore passò a fil di spada.





Davide, dopo la strage dei sacerdoti di Aton-Adonai, si rifugiò con i suoi seguaci nel territorio del Regno Filisteo di ACHIS, dove probabilmente è entrato in contatto con il culto locale del dio Jhavè. E’ in questo periodo che matura in Davide l’idea di fondere l’antico culto di Aton-Adonai, i cui sacerdoti lo avevano consacrato erede al trono di Israele, con il culto tradizionale palestinese di Jhavé.

In fondo, il progetto politico di Davide non era diverso da quello del Re Saul: sia Davide, sia Saul volevano creare una religione nazionale, un Dio nazionale. Davide però era contrario all’idea di Saul di cancellare completamente l’antica tradizione monoteistica della religione esoterica di Aton, che aveva caratterizzato per circa due secoli l’identità del popolo ebraico rispetto ai popoli pagani circostanti.

Davide, dopo la morte di Saul, divenuto re, restaurò il culto dell’antica divinità, che però venne fusa con il culto del dio Jhavè ed assunse il nome di Jhavè-Adonai, e creò una nuova casta sacerdotale.

La restaurazione del culto fu solo parziale, perché gran parte dei Testi Sacri del culto di Aton-Adonai furono distrutti durante la repressione voluta dal Re Saul. La nuova casta sacerdotale di fatto creò un nuovo culto e nuove formule liturgiche. Le tavole della legge, scritte in geroglifici egiziani dal triplice significato (cfr. Schurè, I grandi iniziati), il cui significato esoterico era stato tramandato segretamente dall’antica casta sacerdotale di Aton, non erano più penetrabili dai nuovi sacerdoti nominati dal Re Davide.

Il Re Davide, ormai l’unico in possesso degli antichi insegnamenti segreti del culto di Aton, trasmessigli dal Gran Sacerdote Samuele, per motivi politici decise di autorizzare la traduzione delle tavole della legge dall’egiziano all’ebraico.

Durante il Regno di Davide il culto esoterico di Aton si trasformò in maniera graduale ed impercettibile per i contemporanei nel culto essoterico di Jhavè, cioè nella religione ebraica per come la conosciamo oggi.

Il carattere nazionalista della nuova religione è stata il frutto dell’opera di coesione politica, culturale e religiosa messa in atto da Davide per unire il popolo ebraico contro la minaccia costante rappresentata dai Filistei e dagli altri popoli ostili circostanti.

In sostanza, Davide venne iniziato ai segreti della religione di Aton dal Gran Sacerdote Samuele e ne ha portato l’impronta per tutta la vita, ma la sorte ha voluto che la religione di Aton-Adonai morisse proprio con lui, che cercò inutilmente di difenderla e di restaurarla dopo la morte di Saul.



L'iniziazione di Gesù alla Gnosi di Adonai





L’antica tradizione esoterica di Aton-Adonai riuscì a sopravvivere a fianco della nuova religione essoterica fino al tempo di Gesù soprattutto grazie ai profeti, fra i quali spiccarono Enoc e Giovanni Battista (non va dimenticato il carattere gnostico e solare della antica religione Mandea, che secondo la tradizione affonda le sue radici nell’insegnamento di San Giovanni Battista).

L’”unzione” di Gesù e la sua incoronazione a “Re dei Giudei” rappresenta simbolicamente l’iniziazione del Salvatore ai misteri della Gnosi di Aton-Adonai.

Per Giovanni Battista Gesù Barabba era l’erede spirituale del Re-Sacerdote Davide, cioè dell’ultimo sovrano iniziato al culto di Aton-Adonai, e avrebbe dovuto riportare alla sua purezza originaria il culto monoteista ed esoterico di Aton-Adonai; in una parola, per Giovanni Battista Gesù Barabba era il Messia che gli Eletti, cioè gli uomini spirituali, del popolo ebraico aspettavano da secoli.

Lo stesso particolare riportato nei Vangeli Gnostici della Natività del Salvatore di Maria che giunge a Betlemme a cavallo di un asino e il particolare evangelico di Gesù che entra a Gerusalemme sempre a cavallo di un’asina richiamano alla mente l’immagine di Saul, che, mandato a cercare le asine del padre (è inutile ricordare il parallelo con la parabola evangelica detta “del figlio divenuto guardiano di porci”), pur non riuscendo a trovarle, ottenne l’unzione a Re Sacerdote del popolo di Israele.

Le asine in fuga rappresentano la via che conduce alla Conoscenza di Dio. Saul, il re sacerdote psichico, non era in grado di seguire le asine, cioè la via della Conoscenza, cui si può giungere solo passando per la via dell’Umiltà.

Al contrario, Maria divenne degna di portare in grembo il Salvatore proprio per l’Umiltà e l’Amore che sono in lei. Gesù entrò a Gerusalemme (naturalmente si tratta della Gerusalemme Celeste, cioè del Pleroma) a cavallo di un’asina, cioè dopo aver fatto propria la Gnosi del’Abisso, che passa per la via dell’Umiltà e dell’Amore.

Naturalmente, vi è un parallelo tra la scena evangelica della strage degli innocenti operata dal re psichico Erode e la scena della strage di fanciulli e lattanti operata dal re psichico Saul a Nob, quando cercava il giovane Davide, cioè il precursore spirituale del Salvatore Gesù.

Giovanni Battista battezzando Gesù ripetè simbolicamente il gesto dell’unzione che il Gran Sacerdote Samuele fece quando iniziò ai misteri di Aton-Adonai il re psichico Saul e il Re Pneumatico Davide.

Giovanni Battista trasmise a Gesù la Tradizione dell’antico culto esoterico di Aton-Adonai, di cui egli era venuto a conoscenza dalle coeve tradizioni ebraiche “ereticali”, che erano sopravvissute fino ad allora. Come Samuele incoronò segretamente il Re Sacerdote Davide, quando ancora regnava Saul, così Giovanni Battista ha incoronato segretamente il Re Sacerdote Gesù, quando ancora regnava il re psichico Erode.

Tuttavia, come Davide con il sacramento dell’unzione divenne prima di tutto il nuovo Sacerdote Supremo di Aton-Adonai e solo secondariamente il re politico di Israele, allo stesso modo Gesù con il sacramento del Battesimo divenne essenzialmente il nuovo Sacerdote Supremo di Aton-Adonai, cioè il Re Spirituale dei Giudei.

Erode temeva che Gesù come Davide da Guida Spirituale potesse presto diventare una guida politica e che potesse scalzarlo proprio come Davide fece con il re Saul… A questo proposito, non va dimenticato che Gesù disse “il mio regno non è di questo mondo”, esattamente come fece Davide rivolto a Saul, dopo avergli dimostrato che pur potendo ucciderlo nella grotta non volle farlo, perché “il suo Regno non era di questo mondo”.

L’insegnamento di Gesù, riportando alla sua purezza originaria l’antico culto di Aton-Adonai, non poteva tollerare il carattere nazionalista della religione essoterica ebraica, sorta ai tempi del Regno di Saul.

Questo è il motivo per cui il messaggio di Gesù è rivolto a tutti i popoli e, in particolare, ai Gentili.

Tutto questo spiega anche perché gli gnostici antichi rifiutavano gran parte dell’Antico Testamento, ma non gli Scritti del Re Davide, cioè dell’ultimo Gran Sacerdote del culto esoterico di Aton-Adonai prima dell’avvento del Salvatore (vedi l’importanza attribuita agli scritti di Davide in Pistis Sophia).

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 8:13 pm    Oggetto:  
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L’Alchimia AnticaL’Alchimia Antica





«Questa città di Tolleta solea
Tenere studio di Nigromancia
Quivi di magica arte si legea
Publicamente e di Piromancia»
Così il Pulci nel Morgante descrive Toledo, così ce la immaginiamo, dopo la riconquista cristiana nel XII secolo, quando nelle strette viuzze della città medievale studiosi curiosi venuti da tutto l’Occidente si aggirano in cerca di codici preziosi, immersi in dispute con eruditi musulmani ed ebrei, frugando senza posa in qualche bottega di scrivano, srotolando pergamene, sfogliando libri, cercando notizie di qualche autore dal nome ostico e di difficile pronuncia.
Conosciamo alcuni di questi vagabondi del sapere, Adelardo di Bath, Platone Tiburtino, Roberto di Chester, Ermanno di Carinzia, Domenico Gondisalvi, Ugo di Santalla, Petrus Alphonsi, Giovanni di Siviglia, Abraham ben Ezra e in testa a tutti il grande Gerardo di Cremona. Giunge a Toledo a vent’anni, per attingere alla scienza orientale già tanto famosa nel mondo latino. Impara l’arabo, decide di passare il resto della vita in questa città affascinante, e si getta con entusiasmo nel lavoro di traduzione di testi.
Questo in effetti è il primo compito e gli studiosi che abbiamo citato sono ricordati specialmente per questa faticosa e preziosissima opera di versione in latino di opere che l’Islam proponeva a un Occidente che sembrava aver affatto dimenticato le sue stesse origini.
In realtà sino al XII secolo i rapporti tra mondo cristiano e Islam furono molto scarsi. Anche le Crociate, se segnarono un momento di incontro importante sul piano della civiltà e della cultura –si pensi all’importanza del blasone, di probabile origine iranica, nella tradizione cavalleresca– non furono ancora il periodo della trasmissione completa.
Fu quindi la Spagna – non da sola, dovremmo ricordare la singolarità del regno siciliano – specialmente a fungere da ponte tra i due mondi. Furono i traduttori a tessere l’ordito su cui ricostruire la nuova civiltà d’Occidente, cosicché si parla di «Rinascita del XII secolo», come poi si parlerà di «Rinascimento» al rientro, per la caduta di Bisanzio, di quanto restava del patrimonio dell’antichità classica.
Interessati a tutto, tutto traducevano. Certamente i grandi greci, di cui conservavano almeno memoria del nome, primo tra gli altri il grande Aristotele, fosse opera autentica o andasse sotto il suo prestigio. Poi testi di algebra, matematica, trigonometria, medicina, astronomia, di ogni scienza curiosi e avidi. Tra questi non mancavano argomenti più occulti, magia, astrologia, negromanzia e alchimia, come ricorda il Pulci, là dove si deve considerare che «piromancia», arte del fuoco, è la stessa scienza ermetica.
La prima versione di un testo ermetico sembra sia stata quella di Morieno fatta da Roberto di Ketton, arcidiacono di Pamplona, che la dice conclusa l’11 febbraio 1144. In realtà esistono tracce di possibili opere giunte in tutto o in parte in Occidente, tra l’altro direttamente da Bisanzio. Comunque, anche ammettendo che esistesse qualche informazione sporadica dell’antica scienza esoterica, Roberto non aveva certo tutti i torti scrivendo nella sua prefazione:

«...et quoniam quid sit Alchymia et quae sit sua compositio, nondum fere cognovit latinitas...»
... e poiché la nostra latinità non sa quasi cosa sia l’Alchimia e come sia composta.

Proseguendo, Ugo di Santalla traduce il Libro dei Segreti della Creazione di Barinás, probabilmente per il vescovo Michele di Tarazona. Un altro traduttore importante è Juan Avendaut Hispano, conosciuto anche col nome di Juan di Toledo o Juan di Siviglia, collaboratore di quel Gonzalo o Gonzalez che abbiamo già ricordato, arcidiacono di Segovia, il cui nome viene latinizzato in Dominicus Gundissalinus o Gundissalivus o simili. A Juan si deve tra l’altro il Segreto dei Segreti, uno dei testi principali per i successivi studiosi di Alchimia.
A Gerardo di Cremona si attribuiscono il Liber Divinitatis de Septuaginta, il Liber de aluminibus et salis e il Lumen Luminum. Inoltre tradusse i primi tre libri delle Meteore di Aristotele, un testo la cui influenza sullo sviluppo delle teoria alchemica fu molto forte. Il IV libro non fu tradotto da lui, ma da un altro studioso spagnolo, partendo direttamente dal greco.
Tuttavia attribuzioni a nomi noti sono rare: si deve ricordare che per lo più non si hanno notizie precise sul responsabile della singola opera, e che probabilmente nessuno di questi traduttori conosceva l’arabo prima di giungere in Spagna, e forse nemmeno alla fine della sua esperienza, per cui si sono serviti almeno in parte dell’aiuto di interpreti, spesso ebrei, oppure musulmani convertiti. Di norma la versione passava per una prima stesura in lingua volgare, lo stesso spagnolo, che poi si rendeva in latino. Questo spiega in parte la rudimentalità di certe pagine, tenendo anche conto del fatto che all’epoca si riteneva una traduzione buona se letterale, con tutto quello che questo può comportare.
A questo periodo e a questo mondo appartiene l’opera che qui esaminiamo, la Turba dei Filosofi, libro famosissimo e citatissimo, che attraversa tutto il Medioevo e raggiunge il massimo fiorire della tradizione ermetica occidentale nel XVII secolo, senza mai perdere il suo carattere di fonte di ispirazione e fondamento di studio per la gran parte degli amanti dell’alchimia. Ha forma di discussione tra alcuni filosofi che dibattono i principali temi della teoria e della prassi ermetica. Il testo è indubbiamente tradotto dall’arabo, il contenuto sembra altrettanto certamente di origine più antica, cioè derivato dalla tradizione greco–alessandrina. Prima di esaminarne storia e caratteristiche dobbiamo perciò per una miglior comprensione ricostruire, almeno nelle linee generali, il percorso per cui dal mondo greco si salvò l’Ermetismo, restituito infine, arricchito, all’Occidente. L’Islam fu tramite essenziale, come per molto della filosofia e della scienza greca, qui tuttavia più che altrove perché l’alchimia nel mondo musulmano trovò nuova linfa, nuovi maestri, un prestigio che il mondo antico non le riconosceva ancora.
La storia dell’Alchimia fu spesso storia di emarginazione, esilio ed eresia: a degli eretici, almeno per l’ortodossia bizantina, infatti dobbiamo in gran parte la trasmissione dell’Arte Sacra nel Vicino Oriente. Si tratta dei Nestoriani che cacciati definitivamente da Edessa nel 489 si diressero verso una più tollerante Persia, sassanide, seguiti pochi anni dopo dagli ultimi filosofi di Atene espulsi da Giustiniano. Si insediarono a Nibisi e a Jund–1 Shápur dove sorsero i primi grandi centri di traduzione dal greco. Il Siriaco, una diramazione dell’aramaico, diventò lingua liturgica e di cultura, sinché dopo la conquista araba del VII secolo i nuovi dominatori non vollero testi nella propria lingua. Il loro arrivo comunque non provocò grandi mutamenti nella vita interna della chiesa nestoriana. Il suo capo, il «Katholikos» da tempo libero da ogni dipendenza dall’antico patriarcato di Antiochia, sotto il califfato islamico lasciò la residenza di Seleucia Ctesifonte per stabilirsi nella nuova capitale musulmana. Qui, in varie occasioni, la comunità cristiana mise alcuni dei suoi membri più colti a disposizione dell’amministrazione araba che mancava di strutture. Si attirò in tal modo la benevolenza dell’autorità civile.
Questo periodo di pace relativa permise di proseguire con un’attività sempre più intensa l’opera di trasposizione in Siria di quasi tutto il patrimonio scientifico dell’antichità.
Tradotta in un secondo tempo in arabo questa «summa», arricchita e rielaborata fu restituita molti secoli dopo a un Occidente imbarbarito, che aveva perso ogni contatto con le sue stesse radici.
Il primo traduttore di opere filosofiche compare già all’epoca dell’imperatore Gioviano, ed è Probus, ma il nome che domina all’inizio è quello di Sergio di Rash’ayna, sacerdote nestoriano (+ 536) cui dobbiamo versioni di buo–na parte delle opere di Caleno e di quelle sulla logica di Aristotele. Il lavoro proseguì sinché nel 832 (217 dell’Egira) il califfo al Ma’mún fondò a Baghdád la «Casa della Sapienza» (Bayt al Hikma) e ne affidò la direzione a Yahya ibn Másúych (+ 857) cui successe il più famoso Honayn ibn Isháq (809–873). A questi, al figlio Isháq ibn Honayn (+ 910) e al nipote Hobaysh ibn al–Hasan si deve la creazione di una vera e propria «fabbrica» dove si traduceva, o si adattava, dal Siriaco o dal greco in arabo.
Si elaborò così e si consolidò anche tutta la terminologia tecnica, teologica, filosofica e scientifica della nuova lingua.
A questi dobbiamo anche una ricca collezione di opere di alchimia, costituita in gran parte con documenti anteriori che risalgono all’epoca di Sergio che comprende tra l’altro versioni della Chrysopoeia e Argyropoeia di Democrito, i libri di Zosimo, le lettere di Pebechio, tanto più preziose in quanto parte degli originali sono ormai persi. 1 testi sono spesso accompagnati da commenti più recenti a indicare una tradizione che proseguiva non solo sul piano teorico o libresco. Le parti simili, numerose e ben riconoscibili, confermano l’origine dalla stessa fonte delle raccolte bizantine, in particolare delle opere del Cristiano e di Olimpiodoro. A ribadire la relativa primitività di questa compilazione, i nomi usati per le sostanze minerali e per le droghe sono, con poche eccezioni, ancora quelli greci, e la lista dei segni e delle notazioni ripercorre integralmente quella originale, con la sola caratteristica di un’inclinazione di un quarto di cerchio, per cui i segni verticali del greco sono diventati orizzontali, inoltre non hanno più un ordine metodico, ma sono confusi e disordinati.
Le opere di Democrito, uno dei filosofi che partecipano al dibattito della «Turba», sono precedute da un «Avviso preliminare», che introduce norme di purezza, che si ritroveranno in varia forma sino in epoca moderna, ma che non erano così esplicite negli insegnamenti precedenti a meno di non risalire a tempi antichissimi:
«Nel nome del Signore Onnipotente. Bisogna che tu sappia qual è la specie che imbianca; qual è quella che arrossa; quella che annerisce; quella che rende azzurro; quella che brucia; quella che separa; quella che riunisce. Quando tu saprai quello, guardati dalle cose seguenti che ti impedirebbero di riuscire. Sii puro (dal contatto) di una donna o di un morto, e da qualunque allucinazione e polluzione notturna. Se tu lavori, quando ti è capitata una di queste cose, la tua opera non riuscirà. Ma purificati da qualunque difetto spirituale e corporale, e fai voto di buona volontà. Allora tu puoi avvicinarti per dissolvere i corpi e mutare le nature celesti».

L’avviso termina con un’affermazione che diventerà stereotipo famoso e incomprensibile:

«Una sola cosa si impadronisce di ogni natura, produce il color rosso e il color bianco. Non la si incontra da nessuna parte eppure si trova nel letame. Gloria a Dio dispensatore di ogni cosa».
Il testo prosegue poi secondo i consueti ricettacoli. Si nota una particolare insistenza sulle definizioni paradossali della Pietra, che ritroveremo citate nella «Turba»:

«Ecco che voi avete una pietra che non è pietra, senza valore e preziosissima, superiore a tutto; il suo nome è unico ed essa riceve molti nomi, non dico parlando in assoluto, ma secondo la natura che è in lei...».

Con lo stesso fine di dubbia chiarezza, in un capitolo successivo, l’elenco degli attributi del Mercurio copre quasi tutte le simbologie utilizzate nei secoli successivi:

«I suoi primi nomi in greco sono i seguenti: solfo, arsenico, sandaracca... È così che si è nascosto il nome del mercurio e lo si è reso oscuro... Lo si chiama talvolta... argento liquido, acqua d’argento, materia che imbianca il rame, nube bianca, corpo che fugge dal fuoco, zolfo, arsenico, sandaracca e acqua di questi, acqua di solfo schiarito, mistero rivelato, acqua di rame e acqua di fuoco, acqua di vetro, selenite, schiuma di mare, schiuma di tutte le specie e tutti gli animali, principalmente di cane rabbioso, acqua di fiume e di rugiada, miele attico, colui che è intermediario di ogni cosa... acqua di Saturno...
£ anche chiamato fiele di tutti gli animali e lievito, e latte di tutti gli animali, latte e resina di tutti gli alberi e di tutte le piante, a causa della sua formazione e dei suoi rapporti col latte. Si dice che è anche chiamato urina del figlio dei tetti ... ».

A questi il lessico composto in siriaco da Bar Bahlul aggiunge un nome che susciterà ambigui sentimenti negli studiosi cristiani: «Latte di Vergine». Nello stesso testo troviamo una delle prime definizioni dell’Arte Sacra come «Chimia»:

«Pietra filosofale, lavoro dell’arte del Sole e della Luna; vi è chi spiega questa parola col nome di «Kima», le otto stelle (le Pleiadi) cioè lavorato per mezzo delle otto mescolanze...».


Preceduto dall’articolo arabo, diventerà il nome stesso della scienza ermetica in Occidente. In conclusione appare ormai come «pronta all’uso» una completa crittografia allegorica, un vero e proprio linguaggio acroamatico, sufficientemente ambiguo e duttile per prestarsi alle combinazioni più varie, ma abbastanza preciso perché l’iniziato possa trovare i giusti punti di riferimento per orientarsi.
Una delle sue caratteristiche più pregnanti, oltre a una evidente vocazione iconografica, pare una specie di indifferenza alla traduzione, per cui lo si può utilizzare in varie lingue senza che perda la sua significanza. Cosicché gli potrebbe convenire la stessa dedica «Al lettore» del Mutus Liber:

«... tutte le Nazioni del mondo, gli Ebrei, i Greci, i Latini, i Francesi, gli Italiani, gli Spagnoli, i Tedeschi, etc. possono leggerlo e capirlo ... ».

Valendo certo la condizione preliminare che il misterioso Altus non mancò di sottolineare:

«Non bisogna che essere un vero FIGLIO DELL’ARTE per conoscerlo d’acchito ... ».

Se i siriaci nestoriani furono, come abbiamo detto, una via privilegiata per la trasmissione dell’Alchimia, non va dimenticata un’altra fonte, più misteriosa. Fa capo all’antichissima città di Harrán, posta in Siria sulla grande curva occidentale dell’Eufrate superiore. Santuario d’epoca sumerica, la Bibbia la ricorda perché ne partì Abramo col fratello Lot per fondare la nazione ebraica, e vi tornò Giacobbe a guadagnarsi il titolo di «Israele». La città vantava da sempre un culto astrale incentrato sul dio Luna (in accadico «Sin», «Shahar» in aramaico) che testimonia di una persistenza della tradizione sumero–babilonese.
Bastione incredibilmente incrollabile dell’antica religione, Harrán attraversò intatta e rispettata le vicende di millenni di storia, guardando con indifferenza gli imperi che si succedevano, dai Mitanni ai Medi ai Persiani. Conquistata da Alessandro Magno, passata in dominio dei Parti sotto Mitridate, vide morire Caracalla alle sue porte, combattere persiani e bizantini, giungere i nuovi dominatori arabi, protetta da un singolare destino di intangibilità che le permise di mantenere religione e culto definiti «pagani» sin sotto i conquistatori musulmani.
Gli Harraniani tuttavia non possedevano un «Libro» portato da un profeta–legislatore che avrebbe potuto farli riconoscere come «ahl al–kitáb», «genti del Libro», le uniche che i musulmani rispettassero e tollerassero nel loro seno. I Califfi perciò cominciarono a premere per la loro conversione sin dall’epoca di al–Mamun. Nel 933 il cadì Istakhr 1, allora «muhtasib» di Baghdad arrivò a minacciarli di sterminio, ed essi dovettero infine sottomettersi. Il loro ultimo capo ufficiale noto è Hukaym ibn ‘Isa ibn Marwan, successore di Sa’dán ibn Jabir morto nel 944 (339 dell’Egira). La loro conversione si velò di un ultimo mistero: essi pretesero e ottennero di chiamarsi sabieni (Sabi’ún), cioè di assumere il nome dei primi discepoli del Profeta, un onore che fu loro stranamente accordato senza difficoltà.
Se ci siamo un po’ dilungati su questo tema è tra l’altro perché dai testi di alcuni studiosi musulmani, e di almeno un sabieno, Thábit ibn Qurra, abbiamo la possibilità di farci un’immagine abbastanza precisa del culto millenario praticato ad Harrán. Scopriamo così che questo era una specie di ermetismo tradotto in forma religiosa, che onorava delle deità planetario–metalliche i cui templi riassumevano fisicamente il simbolismo alchemico nel suo più puro e completo aspetto tradizionale. Un esame della loro successione secondo i pianeti, i metalli, i colori, i simboli e i numeri mostra delle associazioni che si sono trasmesse intatte nei secoli.
Sappiamo che gli Harrániani onoravano particolarmente Hermes, di cui lo stesso Thábit ibn Qurra (+ 901) aveva trascritto in Siriaco e tradotto in arabo le «leggi» (Kitab nawámis Harmas). D’altra parte ne dovevano esistere altre conferme, se il filosofo Sarakh@l (+ 899) discepolo di Kindi può parlarne come del fondamento della religione di Harran. Egli descrive l’ammirazione del suo maestro per l’esattezza dell’enunciazione di fede nell’unità divina (il «tawn^id» islamico) così come aveva potuto leggerla nei detti di Hermes a suo figlio. AI–Kindi^ aveva affermato che un musulmano come lui non avrebbe potuto esprimersi meglio.
Su questa base gli Harrániani cercarono di farsi riconoscere come possessori di un culto monoteistico, sostenendo l’assimilazione di Hermes con Idris, descrivendolo come un Profeta che era venuto in tempi antichissimi per iniziare gli uomini per ispirazione diretta, «ilham» opposta a «wahy», la rivelazione indiretta di Maometto ottenuta per mezzo di un angelo.
Non ebbero successo evidentemente. Sopravvissero come città di scienziati e studiosi, producendo tra l’altro astrolabi per guidare l’orientamento delle preghiere rituali giornaliere. Infine scomparvero dalla storia, assimilati nel grande crogiolo islamico.
Un testo di alchimia harrániano è rimasto in traduzione araba, il «Risalatu–hadar» (Trattato dell’ammonimento), attribuito al profeta e maestro Agathodaimone. Il trattato è databile a prima del 111 secolo d. C. ––@@cWe– né esiste un commento scritto per Ardasbir, primo re sassanide (226–241). Il testo è interessante perché la dottrina e la prassi descritta hanno molti punti in comune con quelle che la stessa «Turba» insegna. Anche qui si dà come materia base per la realizzazione dell’Opera il «Rame»:

«Il rame, quando è trattato come prescrive la scienza, diventa argento e – dopo trattamento ulteriore – oro».

Seguono istruzioni per mescolare la Pietra con il Mercurio (o Spirito, «ruh») del Corpo Bruciato (o Ceneri) secondo i pesi dell’Arte. La mistura inumidita va esposta al Sole avendo cura di mantenere il Mercurio in unione umida con il Corpo sinché diventi soffice, fusibile e ben diviso nei suoi elementi. Si avverte che se l’umidità diminuisce, la Tintura sarà imperfetta, perciò va posta molta attenzione al grado di fuoco, in modo da prevenire una secchezza che impedirebbe al Corpo di accettare lo Spirito.
Si ribadisce che l’operazione iniziale è molto difficile e può essere compiuta solo dopo molti giorni di cottura, triturazione e riscaldamento ripetuto con aggiunta di umidità. Il segreto dell’Arte è la rimozione della grossolanità e la riduzione del materiale usato a uno stato di sottigliezza senza il quale è impossibile ottenere la Tintura. L’agente per riuscirvi è il «Veleno Infuocato» estratto dalle «Nature» per mezzo del Fuoco. Sono date istruzioni dettagliate sul trattamento del Rame con questo Veleno, sinché sia ottenuta l’Unica Gomma e il prodotto, bianco come la neve, che i Saggi hanno chiamato «il Bianco».
Questo è posto in una storta e riscaldato, prima su ceneri di fimo di cavallo bruciato sinché la nerezza, che compare di nuovo, cessi, e poi su fuoco di fimo di cavallo. Il prodotto è poi trasferito in un altro strumento e si procede con altre fasi di riscaldamento, distillazione e imbibizione per un lungo periodo, sinché non resti traccia di nerezza nella natura della Sostanza, e appaia il «colore regale», la meravigliosa Porpora, il «farfir»,

«da cui viene la completa tintura che né l’eternità, né la durata del tempo possono cancellare. Né l’Acqua, né il Fuoco la faranno perire, né decadrà o cambierà sinché durerà il mondo».

Ha sapore dolce come il sangue, odore piacevole, è la più densa di tutte le cose. Un «mithqal» di questa è sufficiente per trasmutare una quantità illimitata di qualsivoglia materia in oro. Si conclude raccomandando pazienza, sia per l’operazione che per lo studio. Chi si dedica a questo deve essere di buon intelletto, amante della saggezza e – oltre allo studiare i libri dei Saggi – disposto a prolungata meditazione.
In conclusione un testo asciutto e molto tecnico che lascia ben poco spazio a divagazioni dottrinali o ad astruse allegorie. Riconosciamo facilmente processi descritti nella «Turba», a conferma di una tradizione operativa consolidata.
Non possiamo infine trascurare un’ultima fonte di trasmissione, che poté provenire da quell’Egitto che gli eserciti del Califfo occuparono due decenni dopo l’Egira del Profeta. Non esiste alcuna prova o documento che dia una testimonianza diretta di una persistenza della Tradizione Ermetica in questa regione, che le era stata per tanto tempo patria accogliente. Esiste però un trattato in lingua araba, il Libro di Crates (Kitáb Quaratis ul–Hikma) che si può ritenere di possibile origine egizia. Ha alcuni tratti comuni di linguaggio e di pratica con l’insegnamento harraniano per cui si può immaginare una qualche forma di collegamento tra i due, e quindi riconoscergli un’origine che risalga almeno ai primi secoli dell’era cristiana. Il testo è stato riscritto da un autore islamico probabilmente intorno al IX secolo. Questi ha aggiunto un’introduzione che gli attribuisce come autore un ignoto Fusathar (o Nosathar) di Misr, forse Ostane l’Egiziano.
Come per il testo di Harrán la trattazione è molto limpida. Il procedimento insegnato è lo stesso: qui la materia di partenza è definita «piombo». I due libri in un certo senso si completano, come si vede da questo passo dedicato ai nomi usati per i materiali dell’Opera:

«Quanto ai nomi che gli Artisti hanno dato... hanno così voluto indicare ciascuno dei colori che assume l’elixir... Ogni volta che si aumenta l’umidità della mistura, era determinato un nuovo colore; a ogni nuovo colore si dava un nuovo nome alla mistura... Così i libri segreti dei Filosofi l’hanno prima chiamata piombo, poi quando è stata cotta e il nero ne è stato estratto, la si è chiamata argento; in seguito quando è stata trasformata, rame. Quando su questo prodotto è stata versata dell’umidità, ruggine, quando si è eliminata la parte nera nella parte rugginosa e si è visto apparire il giallo, allora gli si è dato il nome di oro. Dopo la quarta operazione l’abbiamo chiamato fermento d’oro; dopo la quinta oro al saggio; dopo la sesta corallo d’oro; infine dopo la settima è l’opera perfetta, la tintura penetrante ... ».

Nel 622 Maometto emigra a Yathrib, poi nota come Madinát–an–Nabi, la Città del Profeta. Lo accompagnavano lo zio ‘Abbás e una settantina di convertiti alla nuova religione. Da questa data, l’Hi@ra, Immigrazione, si conta una nuova epoca con un nuovo ciclo calendariale. Poco più di mezzo secolo dopo l’impero islamico, incredibile miscela di razze, lingue e tradizioni si estende dall’Africa alle più lontane regioni dell’Asia. L’arabo ne è lingua ufficiale e sacra. Nel 680 d.C. in Damasco è Califfo («Kharifa», rappresentante del Profeta) Yazid, di stirpe ‘Umayyade. Ha un figlio, Khálid ibn Ya;rid, che per oscuri motivi non gli succedette. Forse aspirava ad altri troni, perché egli fu il primo alchimista musulmano. Discepolo di un misterioso monaco cristiano, Marienus o Morienus, così è ricordato da Ibn al–Nadim nel «Fihrist al’ ulúm»:

«Decima sezione. Questa sezione racchiude delle informazioni sugli alchimisti e su quelli tra i filosofi antichi o moderni che hanno praticato la Grande Opera...
Colui... che si occupò per primo di pubblicare i libri degli antichi sull’alchimia fu Khálid ibn Yazid ibn Moavia. Era un predicatore, un poeta, un uomo eloquente, pieno di ardore e di giudizio. Fu il primo che si fece tradurre i libri di medicina, di astrologia e di alchimia... Si assicura, e Dio sa meglio di chiunque se questo è vero, che Khálid riuscì nelle sue imprese alchemiche. Ha scritto su questa materia un certo numero di trattati e composto versi e ho anche visto tra le sue opere il suo libro dei Colori, il grande trattato della Sahifa, il piccolo trattato della Sahifa e il libro delle sue raccomandazioni a suo figlio nel riguardi dell’Opera...».
Non è rimasta traccia delle opere in arabo del principe ’umayyade, ma non abbiamo motivo per dubitare di questa testimonianza così precisa e personale. Resta nella tradizione latina un piccolo «corpus» di testi che gli sono attribuiti: egli sarà per gli studiosi d’occidente «Calid filius lazichi», e rispettato come un Adepto.
Manteniamo da queste scarne notizie l’immagine di un uomo d’eccezione e di un germe che prometteva grandi frutti. Certo non poteva essere infisso in terra migliore. Questi frutti non si fecero attendere, bastò una generazione perché l’Islam generasse il suo più grande maestro, uno dei più grandi che la storia dell’Alchimia ricordi: Jábir ibn Hayyan, che i latini onoreranno col nome di Geber.
Questo, descritto molto brevemente, il cammino avventuroso che preservò e trasmise la dottrina alchemica dal mondo greco a quello arabo, per restituirla poi all’Occidente. Di questo la «Turba» volle essere riassunto e testimonianza, ricongiungendo idealmente, nella forma e nei contenuti, i filosofi passati e quelli più recenti, in un dibattito che doveva riunire i punti essenziali della teoria e della pratica dei diversi insegnamento.
Nella forma, perché la struttura dell’opera porta sulla scena fittizia dell’assemblea antichi greci e nuovi filosofi. Tra i greci Iximidrus, Exumdro, Pandolfo, Arisleo, Luca, Locustor, e Eximene sono stati riconosciuti dagli studiosi per essere probabilmente Anassimandro, Anassimene, Empedocle, Archelao, Leucippo, Ecfanto e Senofane. Dei filosofi presocratici si è notato che i discorsi riportati, pur se riferiti ad argomenti ermetici, sono coerenti con le teorie che venivano loro attribuite in età classica.
A questi si aggiungono Anassagora, Parmenide, Democrito, lo stesso Socrate, Platone e primo tra tutti il grande Pitagora considerato il Maestro per eccellenza. là tradizione consolidata. Già Jabir in uno dei suoi testi aveva scritto:

«Pitagora è il più antico dei filosofi... i filosofi posteriori, viventi in epoche più recenti, hanno preso l’abitudine di parlare di 6 ( nostro padre Pitagora», conferendogli questo titolo a causa della sua antichità ... ».

Bonellus, il «Barinás» o «Barlnús» degli arabi, è Apollonio di Tiana. P– un ulteriore esempio di come nel passaggio tra più lingue la storpiatura dei copisti o traduttori abbia prodotto nomi che saranno famosi nel medioevo, ma affatto irriconoscibili. Così Zosimo di Panopoli, uno dei più importanti maestri alessandrini, diventa «Zimus» in arabo. La «z» che in arabo si distingue dalla «r» solo per un punto diacritico, lo trasmette ai latini come «Rosinus», che diventa anche nome simbolico.
Mosè sarà Musa; Bacsen, l’arabo «Baqsam», è Paxamos, altro fìlosofo alessandrìno; Bolus o Belus, l’arabo «Búlús», è Paolo di Egina e così molti altri nomi si leggono, per lo più ignoti e comunque non riconoscibili, da Ac–subofen a Morfoleo: possono essere ancora nomi greci stravolti, in parte sono probabilmente arabi o persiani.
Per quanto riguarda i contenuti, da un confronto tra quanto abbiamo detto e una scorsa anche superficiale agli insegnamenti del testo, è facile rendersi conto della it dall’epoca più antica.
Non ci riferiamo soltanto alla teoria e prassi operativa: sarebbe facile dimostrare che questa è sempre stata costante nei secoli; in effetti, dato che la Grande Opera è un dato obiettivo e sperimentale, non ci si possono attendere né modifiche né insegnamenti originali. Quello che può essere singolare è il punto di vista in cui si pone il Maestro che parla, cosmologico, spirituale, metafisico, morale o altro, a seconda dell’applicazione che vuol farne, e il simbolismo usato.
Nel caso della «Turba» il linguaggio è in massima parte ancora quello greco–alessandrino, che abbiamo potuto leggere in qualche esempio nei testi citati, l’unica novità è l’insistenza iniziale sul tema delle Nature e degli Elementi, della loro mutua circolarità e conversione. Tutto induce a ritenere che questa sia una teorizzazione nuova nata in ambito arabo, almeno in una forma così dettagliata.
Agli studiosi moderni che l’hanno esaminata e commentata, va fatto notare che sotto il linguaggio apparentemente cosmologico e filosofico, ancora e sempre dì alchimia si tratta. Quindi non ci si deve far ingannare dall’ambiguità «invidiosa» dei Maestri dell’Arte, le Nature e gli elementi sono «eventi» e «materie» che fanno in qualche modo parte dell’Opera sperimentale. Proprio per chiarire questo abbiamo voluto aggiungere il «Discorso di un Anonimo», che riprende, come sarà fatto spesso negli scritti dì alchimia medioevale, il simbolismo della «Turba», per tradurlo poi in un «recipe» semplicissimo, che ci riconduce al vero e autentico insegnamento che si voleva trasmettere.
La «Turba» è opera anonima, l’attribuzione ad Arisleo–Archelao è evidentemente leggendaria; del maestro alessandrino rimane soltanto un poema alchemico in lini–yi–i–a greca.
L’originale arabo del nostro testo non è noto, si è però scoperto che l’alchimista arabo Ibn Umail, vissuto nel X secolo, cita brani dell’opera, il che fa ritenere che la «Turba» non possa essere stata scritta dopo il 900. Viveva intorno a quell’epoca ad Akhmim, in Egitto, un alchimista chiamato Uthmán ibn Suwaid cui si attribuiva tra l’altro «Il libro delle dispute e delle riunioni dei Filosofi». Questo potrebbe essere il titolo originario di quella che poi divenne la Turba Philosophorum.
Per quanto riguarda la versione latina, si pone probabilmente tra le prime, cioè nella prima metà del XII secolo, perché Alano che visse intorno a quell’epoca la cita, così come poi farà Alberto Magno.
L’opera ebbe un’enorme importanza nella costruzione della tradizione ermetica occidentale. Studiata da tutti, citata da molti, inaugurava seppure in forma affatto originale e che non sarà ripresa se non raramente, il tipo di quelli che saranno chiamati «Rosari», cioè antologie di brani scelti, riuniti coerentemente da uno studioso che cercava di risolvere il problema della comprensione dell’insegnamento alchemico, di norma disperso tra più autori, o dallo stesso autore in uno o più testi.
Molto stimata ancora alla fine del XVII secolo, veniva descritta dal Borrichius (Oluf Borch, uno studioso danese) come un’opera importante anche se di difficile lettura e comprensione. Egli ricorda ancora che il Trevisano aveva trovato la retta via, dopo tanti anni di traversie, grazie al discorso di Parmenide.
Veicolo della più pura e antica tradizione, la Turba dei Filosofi resta oggi a testimoniare di età forse più felici, quando gli uomini amavano ancora sognare sogni, forse impossibili, ma splendidi. Va letta con lo stesso spirito che ispirò quegli uomini, senza ansia di risultati, in un tempo dilatato e sereno.

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MessaggioInviato: Ven Set 22, 2006 8:14 pm    Oggetto:  
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EGITTO & MITOLOGIA EGIZIA





Abitato fin dall'età paleolitica e neolitica, le tracce rimaste dimostrano l'esistenza di una cultura caratterizzata dalla coltivazione dell'orzo, del grano, dall'allevamento di animali domestici (buoi, maiali, pecore, capre), dalla lavorazione abbastanza evoluta e varia della ceramica, dalla fabbricazione di armi e oggetti d'uso di pietra polita. Con la scoperta dell'uso dei metalli, comincia la fase eneolitica il cui inizio si può datare intorno al 6000 a.C. Già molti secoli prima dell'eneolitico il Nilo aveva normalizzato il suo corso e raggiunto pressappoco l'aspetto che ha attualmente e anche il clima del paese era diventato quale è oggi. La vita si era organizzata ed evoluta. Insieme con i primi oggetti metallici, gli oggetti litici e ceramici raggiunsero una straordinaria perfezione tecnica, ben maggiore che in altri paesi nella stessa fase. In questa età, che si suol chiamare anche predinastica e che dura oltre duemila e cinquecento anni e arriva fino alla fondazione del primo Impero (ca 3238 a.C.), comparve la scrittura geroglifica che, superata la fase ideografica, divenne presto alfabetica; venne inoltre istituito il calendario di 365 giorni. Le popolazioni che abitarono l'Egitto nell'età preistorica mostrarono una così serrata e conseguente unità di sviluppo culturale, che sono da considerare autoctone e non influenzate da altre culture. Sembra che molti secoli prima dell'età storica, nella regione più prossima al Mediterraneo, a est e a ovest del Delta, si fossero formati due regni distinti, unificatisi poi in un unico regno del Nord che avrebbe sopraffatto il regno frattanto costituitosi al sud, attuando per un certo periodo l'unità del paese. Si sarebbe poi avuta una nuova scissione. Infatti, e questo appare certo, in secoli più vicini all'età storica esisteva in Alto Egitto un regno con capitale Nhen (Hierancopolis), e nel Basso Egitto un altro regno con capitale Seb'ewe (Tell el-Farain). Fra questi due stati non correvano sostanziali differenze di civiltà, di usi, di costumi, ecc., ma indubbiamente a Nord, per il diverso clima e la diversa produttività del suolo, le condizioni economiche dovevano essere più floride. Queste diversità spinsero, gli uomini del Sud alla conquista del Delta. Un re del Sud, Scorpione, avrebbe sopraffatto il re del Nord, Nefer (che alcuni vogliono identificare con Mene), raggiungendo nuovamente l'unità del territorio Secondo la tradizione Mene (per i greci Menes) sarebbe infatti il primo Re o Faraone dei due regni uniti. Egli avrebbe fondato la «Fortezza bianca» che poi divenne Menfi (forse da Men-Nefer = la buona dimora). Si arriva così agli inizi dell'età storica.

Questa si suddivide secondo i seguenti periodi:

ANTICO IMPERO (3238-2065 a.C.):
Epoca tinita (I e II Dinastia) 3238-2778;
Epoca menfita (III-V Dinastia) 2778-2423;
I Epoca intermedia (VI-X Dinastia) 2423-2065.

MEDIO IMPERO (2065-1580 a.C.)
I Epoca tebana (XI e XII Dinastia) 2065-1785;
Il Epoca intermedia (XIII-XVII Dinastia) 1785-1580, conquista degli Hyksos.

NUOVO IMPERO (XVIII-XX Dinastia) 1580-1090 a.C.


BASSO IMPERO (1090-332 a.C.):
Epoca dei Re sacerdoti (XXI Dinastia) 1090-950;
Epoca dei Re libici (XXII e XXIII Dinastia) 950-730;
I Epoca dei Re saiti (XXIV Dinastia) 730-715;
Epoca dei Re etiopi (XXV Dinastia) 715-663;
Il Epoca dei Re saiti (XXVI Dinastia) 663-525;
Epoca del dominio persiano (XXVII-XXX Dinastia) 525-332.

IMPERO DEI TOLOMEI ED EPOCA ROMANA (332 a.C.-640 d.C.).

EPOCA MUSULMANA (640-1922).

NUOVO REGNO ( 1922-1953).


Nell'epoca tinita, sotto le due prime dinastie, avvenne la fusione spirituale del paese e si organizzò lo Stato centrale. Il paese abitato (la valle del Nilo fertilizzata dal limo delle inondazioni) venne detto dagli indigeni Keme (= terra nera) o anche Ti-mure (= terra zappata), per distinguerlo dal deserto, detto Tosre (= terra rossa); il Nilo fu chiamato Horpe o anche Jetr-o (= grande corrente). Il nome Egitto, dato a tutto il territorio dai Greci, deriva dal toponimo indigeno di Menfi, traslitterato dai Babilonesi in Hikuptah. All'epoca della prima dinastia tutto il paese fu diviso in 42 distretti o nomi (22 nell'Alto e 20 nel Basso Egitto). Il Faraone era considerato sovrano assoluto, egli però si circondò di consiglieri e il suo governo fu piuttosto democratico e quasi paternalistico. Era assistito da un Primo Ministro, al quale fu affidata anche l'amministrazione della giustizia. Gerarchicamente, dopo di lui venivano i Ministri del tesoro, dei lavori pubblici e il supremo comandante militare. L'organizzazione burocratica centrale e periferica era sviluppatissima e ben strutturata. Sotto le due dinastie menfite proseguì lo sviluppo dell'E., che raggiunse una delle fasi più floride. Ad opera di Imhotep, architetto di Soser, sorsero i grandi monumenti di el-Saqqarah a cui seguiranno la falsa piramide di Meidum e le tre piramidi di el-Gizah. Sotto la V Dinastia l'E. estese le sue conquiste in Siria, in Libia, in Nubia e fino in Somalia. Sebbene sotto la VI Dinastia si combatterono fortunate guerre ai confini meridionali della Palestina, incominciò tuttavia la decadenza, che si accentuò durante la breve VII Dinastia di Manetone e ancor più durante l'VIII. La carica di Primo Ministro, fino ad allora sempre tenuta da un principe di sangue reale, passò a semplici funzionari e aumentò la potenza dei governatori e dei nomarchi, le cui cariche diventarono ereditarie. L'E. divenne così un paese a regime feudale. Dei Faraoni della X e dell'XI Dinastia si sa piuttosto poco, ma è noto che durante il loro regno i Beduini invasero il Delta e si ricostituì un regno indipendente in Alto Egitto, sotto lo scettro del monarca di Tebe. Inoltre il monarca di Eracleopolis si fece riconoscere legittimo discendente dei Re menfiti. Scoppiò allora fra il Re di Eracleopoli e quello di Tebe una lotta che si concluse nel 2060 con la vittoria di Montuhotep II re di Tebe, che riunì l'intero Egitto sotto il suo scettro. Con lui iniziò (XI Dinastia) il Medio Impero. Durante il lungo e glorioso regno del figlio Montuhotep III e quello di Montuhotep IV, si rafforzò l'amministrazione interna, si ridusse il potere feudale dei monarchi, si estesero le conquiste in Libia, Nubia e sul confine palestinese, che venne rinforzato e guarnito di fortini per evitare l'infiltrazione clandestina di gruppi di Semiti. Montuhotep IV fu spodestato dal suo ministro Amenemhê-e che iniziò la XIII Dinastia. Per duecento anni i Re di questa Dinastia mantennero alto il prestigio dell'Egitto, ma con la morte della regina Sebknofrewie (1785-84 a.C.) iniziò una rapida decadenza e ben presto imperversò l'anarchia.

Le cinque Dinastie che si successero furono di usurpatori di bassa origine e di scarsa levatura. Il paese fu invaso a Sud dai Cusciti e a Nord dagli Hyksos (v.) (Heq'ew-he' sôve = principi della montagna) che penetrarono nel Delta verso il 1730 a.C., ponendo la capitale in Avaris e, dopo una cinquantina d'anni, da Avaris invasero tutto l'E. Questa conquista fu facilitata dal loro armamento superiore (carri da guerra trainati da cavalli, fino allora ignoti agli Egizi) e dalle miserabili condizioni del paese. Il predominio degli Hyksos che fu reale e stabile sul Delta e nel Medio Egitto, precario nelle province meridionali rimaste ai Sovrani di Tebe che pagavano un tributo, durò circa 150 anni. Il re tebano Kamose condusse fra il 1580 e il 1575 la guerra di liberazione, che fu portata a termine dal fratello Ahmose I (1571-1549 a.C.) il quale espugnò Avaris, inseguì gli Hyksos in Palestina e li annientò dopo tre anni di resistenza. Con questo Faraone ebbe di fatto inizio il nuovo Impero e la reale ripresa del paese. Sotto i Re che seguirono, i Thutmose, gli Amenofi (Amenhotpe) i Ramesse, l'E. conobbe un periodo di straordinario splendore e di floridezza all'interno e di prestigio all'estero. Thutmose III (1496-1442), in particolare, comprese la necessità di far uscire l'Egitto dal suo isolamento e di garantirne la potenza conquistando saldamente un Impero in Asia: occupò quindi la Siria e la Palestina e costrinse al tributo Hittiti, Ciprioti Cilici, Assiri e Babilonesi. Il contatto con quei popoli e con quelle fiorenti civiltà giovò molto all'Egitto, e i loro tributi permisero il diffondersi di un largo benessere e la costruzione di mirabili opere pubbliche. Sotto Amenofi III (il Memnone dei Greci) il paese raggiunse forse il massimo splendore. Amenofi IV, mistico fanatico, sconvolse il paese con la sua lotta religiosa per tentare di introdurre il monoteismo, ma l'imposizione del culto di Aton non gli sopravvisse. Il successore, il giovanissimo Tutankhamon, ritrasferì la capitale da el-Amarna a Tebe e ripristinò il culto di Ammone. Setohe I rafforzò le conquiste con guerre fortunate e Ramesse II (1299-1233 a.C.) dopo lunga lotta piegò gli lttiti nel 1278. Ma sotto il suo successore cominciò un periodo di anarchia e di depressione cui pose fine Ramesse III (1200-1168), il quale riconquistò i paesi già assoggettati in precedenza e sconfisse i «popoli del mare», ma concesse troppi privilegi agli invadenti sacerdoti di Ammone. Questi divennero sempre più potenti sotto Faraoni che seguirono finché, nel 1090, il sommo sacerdote Herithor usurpò lo scettro proclamandosi Faraone. Questi non riuscì però a pacificare il paese e per domare le frequenti sommosse assoldò mercenari libici i cui capi divennero di fatto arbitri del paese e, dopo 60 anni, uno di essi, Sesonk, divenne Faraone e fondò la XXII Dinastia. La decadenza e sempre più grande, la confusione e l'anarchia aumentano sotto le Dinastie che seguirono. Una certa ripresa si ebbe soltanto con Psammêtek I della XXVI Dinastia (II epoca saita). Egli riconquistò tutto il paese, domò i feudatari, favorì i commerci, rafforzò i confini, sconfisse gli Assiti in Siria e in tal modo diede al paese un periodo di benessere. Morì nel 610 a.C. mentre domava una rivolta degli Sciti. I successori Nekô, Psammêtek II, Apriês, Amasis dimostrarono buona volontà ma non sempre pari abilità e certamente non ebbero pari fortuna: l'Egitto declinò ancora. Infine, mentre regnava Psammêtek III, nel 525 Cambise conquistò l'Egitto, abbandonato dagli alleati. I Re persiani si considerarono successori dei Faraoni. Vari tentativi di rivolta degli Egizi per riconquistare l'indipendenza non ebbero effetto. Infine nel 404 Amyrtaios, Faraone della XVIII Dinastia riuscì a proclamare l'indipendenza del paese, che fu mantenuto libero da ingerenze persiane anche dai suoi successori. Ma nel 342 Nectanebis fu sconfitto da Artaserse III (i Persiani non avevano mai abbandonato l'idea di riconquistare l'Egitto) e si rifugiò nella Nubia. Nel 332 riuscì facile ad Alessandro Magno occupare tutto il paese che non era difeso né dai Persiani né dal Faraone. Dopo di lui regnarono sull'Egitto i Tolomei Lagidi; l'ultima di essi, Cleopatra, morì nel 30 a.C., e i Romani, che già occupavano il paese, ridussero l'Egitto a loro provincia.

Nei quasi cinque secoli dell'età protostorica, sotto le due Dinastie tinite, l'architettura si sviluppò grandemente e apparvero tombe reali più vaste e complesse di quelle predinastiche (a Saqqarah, per es.). La primitiva mastaba si complicò assumendo la forma di una piramide: l'anello di congiunzione fra i due tipi è dato dalla tomba di Nebekta. Le piramidi vere e proprie furono tipiche del periodo menfita (piramide romboidale di Dahshur di Snefru a Meidum, e infine il complesso di el-Gizah, tutte del XXVII sec. e della prima metà del XXVI a.C.). Accanto alle piramidi sorsero i templi funerari, complessi edifici ove oltre al santuario c'erano grandi portici, magazzini, abitazioni, ecc. Durante la IV Dinastia i templi furono in genere piccoli, ma molto vari di pianta e di struttura, appropriato ognuno al culto della singola divinità. Sotto la V Dinastia cominciarono a prevalere i templi solari, i quali vennero costruiti secondo quello schema che poi diventerà tradizionale e si perpetuerà. In questo periodo già comparvero tutti i più importanti tipi di capitello: palmiforme, lotiforme, papiriforme aperto e chiuso, protodorico. Durante tutto l'Antico Impero le tombe private perfezionarono e fissarono il tipo della mastaba, costituita dal pozzo funerario e dall'edificio a parecchi locali, fra cui essenziale la cappella e il tipico corridoio (Serdah) dove si conservavano le statue del defunto. L'esterno era caratterizzato dalla falsa porta e dalla tavola delle offerte. Non manca nessuno degli elementi essenziali della tomba regale (eccetto la piramide). Nell'età delle due prime Dinastie, la scultura divenne sempre più espressiva e le conquiste tecniche e la padronanza della materia aumentarono di generazione in generazione. Le statue di Soser, di Rahotpe e Nofre ne sono esempi cospicui. Anche la piccola statuaria, figurette d'uomini e di animali in pietra o in alabastro o in scisto, si sciolse dalle forme arcaiche e convenzionali. Ma l'epoca della grande statuaria fu l'età menfitica: le opere più cospicue furono le statue di Chefren, di Micerino, quella di Ranofer, il ritratto del governatore (il cosiddetto sheikh el-balad), i due scribi del Louvre e del Cairo, il nano Gnemhopte, il busto di Ankhaf (ora a Boston), il gruppo del funzionario con la moglie (ora al Louvre). Anche il bassorilievo fece grandi progressi a partire dalla III Dinastia: scioltezza di disegno, delicatezza e morbidezza del basso modellato ne furono le caratteristiche. La pittura seguì da vicino le conquiste del bassorilievo (cui era strettamente legata, poiché i bassorilievi di questa età erano dipinti): le famose oche di Meidum, per citare un pannello decorativo dei più noti fra quelli pervenutici, basterebbero da sole a testimoniare l'eccellenza della pittura egiziana di questo periodo. Il così detto periodo intermedio e anche tutto il periodo del medio Impero, segnarono una fase di arresto. Non che mancassero opere cospicue di architettura, di pittura, di scultura, ma in genere difettarono la forza e la purezza del disegno e del modellato che avevano caratterizzato la grande arte dell'Antico Impero. Col Nuovo Impero, l'Egitto, liberatosi dalla dominazione straniera, risorse a nuova vita e l'arte acquisì anche esperienze di altri popoli. Il complesso dei templi di el-Karnak e di Luxor, di questo periodo, i templi delle Valli dei Re e delle Regine, e quello rupestre di Abu Simbel, sono fra le architetture più straordinarie create dalla fantasia dell'uomo.

Durante la XVIII Dinastia e buona parte della dinastia seguente, la statuaria produsse opere d'impareggiabile bellezza. La statua di Thutmosi III giovinetto (ora a Torino) è forse il supremo punto d'arrivo della scultura egiziana. Questa subì una notevole influenza, divenendo più veristica e sciolta, durante il periodo di Tell el-Amarnah. Le statue e i rilievi di Amenofi IV e della sua famiglia (bellissimi i ritratti di Nefertite), già per gran parte a Berlino, sono mirabili opere d'arte. Così le posteriori statue di Tutankhamon, di Setohe I, di Ramesse II. La pittura e le arti minori (stupendi i lavori di oreficeria) raggiunsero anch'esse il loro culmine di perfezione in questa età. Poi iniziò una nuova decadenza. Rimase la grande abilità tecnica ma venne meno il soffio dello spirito vivificatore dell'arte, quel soffio che aveva fuso in un unico risultato il realismo della scuola menfita e la idealizzazione del primo Impero tebano nutrendoli di nuovi fermenti. Un grazioso manierismo avrebbe dominato tutta la bassa epoca, morbido nel periodo saita, più crudo poi, fino alla conquista di Alessandro. Allora lo spirito dell'ellenismo, senza distruggere le forme tradizionali dell'arte egizia, insensibilmente si insinuò con la sua raffinatezza, la sua eleganza e anche con la sua pedanteria e la sua vanità. Il Cristianesimo sembrò portare un soffio di rinnovamento a partire dalla fine del IV sec. (arte copta: v. Copti), ma la conquista araba impedì che quei germi potessero svilupparsi. La lingua parlata nell'antico Egitto subì nel corso dei secoli variazioni notevoli, dovute e all'evoluzione nel tempo e alla molteplicità dialettale. Queste variazioni, sebbene attenuate, si riflettono sulla lingua letteraria che viene distinta in tre periodi, antico egiziano, neo egiziano, demotico. I documenti scritti che possediamo vanno dal 3250 ca. a.C. fino alla fine del V sec. d.C.

AMENHOTEP (Eg) Amenhotep è un caso molto raro nel quale un uomo è assurto alle glorie divine. Era lo scrivano dell'omonimo re Amenhotep III, questi dopo la sua morte gli decretò glorie divine (il motivo è sconosciuto) e cosa alquanto strana il suo culto si estese rapidamente tanto che Tolomeo IV (in pieno periodo ellenistico) gli fece costruire un tempio sopra la sua tomba.

AMMONE (Eg) Epiteto del dio Min, significa colui che si nasconde. Ammone in questa veste è raffigurato come un re con la veste corta e la collana. In origine Ammone era il dio di Tebe. Quando Tebe divenne la capitale Dell'Egitto Ammone aumentò d'importanza incamerando pure le caratteristiche di Ra e divenendo così Ammon-Ra poté fregiarsi del titolo di re degli dei. Difatti era l'unico dio egizio ad essere adorato in tutto l'Egitto.

AMSET (Eg) Figlio di Horus.

ANUBI o ANUP o ANUPEV (Eg) figlio di Osiride, raffigurato con testa di sciacallo. Aiutò la dea Iside a seppellire Osiride e per tale motivo divenne dio dei morti e guida delle anime. I Greci e i Romani lo identificarono con Ermete, perché anch'egli conduceva nell'oltretomba le anime dei morti.

APEPI (Eg)
divinità egiziana raffigurata in forma di coccodrillo o di serpente. Capo dei demoni che ogni notte assalivano il dio Ra.

APIS o API (Eg) Era il toro sacro particolarmente adorato a Menfi. Di colore nero e pezzato di bianco nella fronte, nei fianchi, nelle zampe e nella coda. Dava oracoli battendo le zampe e accettando o rifiutando il cibo offerto. Da vivo veniva tenuto in un tempio e venerato come Osiride o Ptah. Alla sua morte riceveva sepoltura in un'apposita necropoli, il Serapeo. Si riteneva che lo spirito si incarnasse in un altro toro che aveva le stesse caratteristiche.

APOFI (Eg) Serpente che attaccava il dio Ra durante il viaggio nel regno dei morti. Il Libro di Apofi conteneva le formule magiche contro di lui.

ARPOCRATE (C1-Eg) Dal greco Har-pe-chrod cioè del dio egizio Horus che era raffigurato come un fanciullo e in tale modo con un dito in bocca. I greci scambiarono il gesto per un chiaro ordine al silenzio e dato che nel loro Olimpo non avevano un tale dio, accettarono ben volentieri Arpocrate a questa mansione.

ATON (Eg) Il faraone Amenhotep IV cercò di abolire il politeismo e di istituire un culto monoteistico, per fare ciò, egli divinizzò il disco solare Aton. I dogmi di tale religione erano molto più profondi e di livello molto avanzato della religione politeistica egizia.

ATUM (Eg) Inizialmente era il dio locale di On (Eliopoli). Il culto fu imposto da Amenofi IV Akhenaton che lo dichiarò unico oggetto di adorazione. Secondo la leggenda Atum, nato dall'acqua primordiale prima di ogni altro essere, creò se stesso poi il dio Shu e sua moglie Tefnut. In seguito divenne dio del sole tramontante, e poiché il sole tramonta a occidente dove gli Egizi pensavano si trovasse il regno dei morti, Atum ebbe pure la carica di protettore delle anime dei defunti. Venne raffigurato inizialmente come un dio dalla testa di falco, poi come un disco dalla cui parte inferiore escono raggi terminanti in mani che offrono alla coppia regale un segno di vita. Fu padre di Sev e Tefnuta e nonno di Gheb e Nut e bisnonno di Osiri, Iside, Seth e Nefti. Per questo fu detto Capo dei nove dèi di On.

BASTET (Eg) Dea della gioia, del canto, delle danze e del vino. Era raffigurata come una donna con testa di gatto, con un sirto in una mano e un cestino nell'altra.

BEBI (Eg) Conosciuto anche col nome di Omomi, era, un mostro che nell'aldilà divorava i peccatori.

BEHDETI (Eg) Dio di Behdet. Si fuse con Horus e il suo simbolo era il disco solare alato. Era il condottiero dell'esercito di Ra. Proteggeva dai pericoli e il suo simbolo si trovava in tutti i luoghi e sulle prue delle navi. BES (Eg) Era il dio egizio della danza dall'aspetto di nano.

BES (Eg)
dio dell'antico Egitto, figurato come un nano grottesco munito di coltelli o di strumenti musicali, derivato probabilmente dalla figura dell' «iniziatore» delle società primitive. Era ritenuto benefico, protettore del talamo e delle nascite, difensore contro i coccodrilli e i serpenti, amico delle donne e della letizia.

CARRI DEL SOLE E DELLA LUNA (AV) Il concetto della Luna e del Sole come carri. Gli antichi immaginavano che questi corpi celesti erano dei carri che volavano nel firmamento. L'idea del carro del sole e della luna si ritrova nella cosmogonia di molti popoli, quali: Egizi, indiani d'America, germanici, Indiani, Israeliti, Greci, Romani ecc. ecc..

CHEB (Eg)
nell'antico Egitto, era il nome del padre di Osiride.

CHAREV (Eg) Lago dell'aldilà Egizio.

CHENTI-AMENTIJEV (Eg) Dio di Eboz, nella necropoli della città di This. Fu assorbito da Osiri.

CHEPRER (Eg) Dio del sole che sorge. Si credeva che Cheprer rotolasse per il cielo la sfera del sole.

CHNUM (Eg) Dio delle cataratte del Nilo e dell'acqua fresca. Era raffigurato con testa di pecora o come vasaio.

CHONSU (Eg) A Tebe era il dio della Luna.

CNEF (Eg) Presso gli Egizi era l'Essere Supremo, raffigurato come un serpente con testa di sparviero e con in bocca l'uovo primigenio, dal quale nacque il mondo.

DEDUN (Eg)
dio della Nubia dalla forma di ariete. Di origine antichissima, entrò nel pantheon egizio come signore della Nubia alla conquista del paese; in seguito fu assimilato a Khnum di Elefantina e ed Ammone di Tebano.

DUAMTEF (Eg) Figlio di Horus.

DUAT (Eg) Parte della sfera celeste che si trova sotto l'orizzonte e Ra per fare il giro attorno alla terra deve percorrere di notte, difendendosi da mostri che lo insidiano. Duat assume perciò il significato di regno della notte.

ERMÈTE Trismegisto (Eg-C1)
(tre volte grandissimo) personificazione greca della divinità egizia Thot o Tehuti. Era considerato un antichissimo sacerdote-Re dell'Egitto, fonte di ogni pensiero e sapere e gli si attribuivano l'invenzione dell'alfabeto e della scrittura, le prime leggi e istituzioni civili e un gran numero di sacri scritti, gelosamente custoditi dai sacerdoti egizi, dal significato oggi difficile da comprendere, detti libri ermetici.

FENICE (Eg-AS1) Mitico uccello che giunto a tarda età si uccideva sopra un rogo e poi rinasceva dalle proprie ceneri. I Cinesi avevano un mitico uccello dal corpo di Drago e testa di Fagiano, simbolo dell'immortalità e fregio dell'imperatrice.

GED (Eg)
amuleto egiziano che simboleggiava il concetto di durata e stabilità temporale, e riproduceva forse il fusto diramato di un albero, feticcio del dio Osiride, oppure un altare a quattro gradini.

GHEB (Eg) dio egiziano della Terra che costituiva, insieme alla dea Nut, la coppia dell'Enneade eliopolitana. Veniva nominato con l'epiteto di Principe degli Dei. In certe raffigurazioni porta un'oca sulla testa, geroglifico del suo nome. Dato che i morti finiscono sotto terra Gheb è anche dio dei morti.

HAPI (Eg)
simboleggiava lo Spirito del Nilo da cui dipendevano le inondazioni e la fertilità.

HATHOR o ATHOR (Eg) Divinità solare dell'antico Egitto, in origine sede celeste del dio falco Hor, poi personificata come sua madre e perciò identificata con Iside. Fu venerata come dea della fecondità e dell'amore, protettrice della musica. I Greci la assimilarono ad Afrodite. Veniva raffigurata con testa e corna di vacca il suo ventre rappresentava il Firmamento.

HEH (Eg) Divinità dell'infinito.

HEKET (Eg) Dea Egizia protettrice delle partorienti, aveva il corpo di rana.

HORUS (Eg) Dio Solare, immaginato come un falco che sollevato in cielo illuminava la terra coi suoi raggi. È raffigurato anche come un bambino sul dorso di un coccodrillo, recante in mano per la coda animali dannosi. Dai Greci fu assimilato ad Apollo (Horoapollo), e venerato anche come Arpocrate, dio del silenzio. Nel periodo della decadenza Horus è raffigurato come uomo con testa di falco indossante una divisa romana, una corona doppia e a volte seduto a cavallo. Il più famoso tempio a lui dedicato fu quello tolemaico di Edfu.

IMHOTEP (Eg) Personaggio realmente esistito intorno al 3600 a.C., persona altamente colta e intelligente. Riuscì ad accentrare nella sua persona tante cariche: fu sacerdote col grado supremo di lettore dei libri sacri, ministro, e luogotenente della capitale, abile ingegnere e progettista, infatti, il tempio del dio Horus fu costruito secondo i suoi progetti 3000 anni dopo. Aveva ambizioni sia nel campo letterario sia in quello scientifico, medico e stregone gli si attribuisce l'invenzione della mummificazione. Alla sua morte la gente che era stata guarita e quella che sperava in una guarigione miracolosa si recava sulla sua tomba a pregarlo, sicché pian piano si formò il culto divino di Imhotep. In seguito i sacerdoti per dare maggiore importanza a Imhotep e a loro stessi, gli affibbiarono il dio Ptah come padre. Era raffigurato come uomo rasato a testa scoperta e impegnato nella lettura d un libro.

ISIDE
sposa di Osiride e madre di Horus, coi quali forma una triade suprema. Il suo mito è complesso e ha numerosissime versioni. Iside è principalmente, nella mitologia egiziana, la massima divinità della natura e della fecondità la madre di tutte le cose, la dea universale, adorata sotto forme svariatissime, ma per lo più con corna o testa di vacca, animale a lei sacro. I Greci identificarono Iside con varie loro divinità (Era, Demetra, Afrodite, Selene, Io, ecc.); il culto della dea egizia venne trapiantato in Grecia e più tardi in Roma, e nel periodo ellenistico si diffuse in tutto il bacino mediterraneo, in forma misterica. Faceva parte del tribunale dell'aldilà.

KA (Eg) Gli Egizi distinguevano l'uomo in tre elementi: il corpo, l'anima e il Ka, che faceva intima parte della persona e svolgeva compiti spirituali. Si può affermare che era qualcosa di simile al Genio dei Romani e al Daimon dei Greci.

KAMEFIS (Eg)
dal significato di «il toro di sua madre», epiteto del dio Min, la più importante divinità del Copto (Quft), che divenne uno degli attributi di Ammone creatore.

KEDESH (Eg) Dea del cielo, regina degli dèi. Raffigurata su un leone e regge in una mano dei fiori e nell'altra dei serpenti.

KHNUM (Eg)
ritenuto il creatore delle diverse forme vitali, che modellava al tornio. Raffigurato con la testa d'ariete, o come un ariete, il suo culto era molto diffuso nell' antico Egitto.

KHONSU (Eg)
dio lunare, membro della triade tebana come figlio di Ammon e di Mut. A Kharnak è ancora conservato un tempio in suo onore; rappresentato, tra le altre raffigurazioni, con un disco lunare, o come un bambino.

LIBRO DEI MORTI (Eg) Era una raccolta di preghiere, di invocazioni, formule magiche e norme comportamentali per lo spirito del defunto. Era posto all'interno del sarcofago così che lo spirito potesse leggerlo e avere tutte le informazioni sul come comportarsi davanti agli dèi. Ognuno doveva avere il suo personale e doveva custodirlo gelosamente.

MAAT (Eg) Dea della Verità e della giustizia. Nel tribunale dell'aldilà giudica i morti.

MIN (Eg) Dio delle carovane e dei mercanti. Min era pure il dio della fertilità e del raccolto. Era figurato come uomo azzurro ornato di piume e con un grosso membro eretto a significare la fertilità.

MONT Montu o Mentu (Eg) dio egiziano della città di Hermonthis (l'attuale Erment). Inizialmente venne rappresentato con la testa a forma di sole (ieracocefalo) e successivamente con la testa di un toro, suo animale sacro. Era dio della Guerra.

MUT (Eg)
la dea egiziana della regione di Tebe. Secondo la tradizione era la moglie di Ammone e veniva raffigurata come un avvoltoio e in seguito come una donna. Le fu dedicato un tempio a Karnak, fatto costruire da Amenofi III.

NECHBET (Eg) Dea protettrice dell'Egitto Superiore. Figurata come Avvoltoio o come serpente.

NEITH (Eg)
dea egiziana antropomorfa dal carattere guerriero, ma anche marino. Identificata dai Greci con Atena, viene ritenuta di origine libica derivata, probabilmente, da una antichissima divinità cacciatrice del mediterraneo.

NEFERTUM
divinità egizia che rappresenta il loto primordiale dal quale era uscito il dio Sole. In seguito divenne il figlio di Ptah e Sekhmet nella triade di Menfi.


NEFTI (Eg)
dea egizia; era le sorella di Iside, Osiride e Set, di quest'ultimo anche la moglie. Nel mito osiriaco aiutava la sorella Iside a trovare i pezzi del cadavere di Osiride per poi compiere i riti funebri. Viene rappresentata come una donna con il simbolo geroglifico del suo nome sul capo.

NEPRI (Eg)
dio egiziano del grano, spesso identificato con Osiride.

NILO (Eg) Divinificazione del fiume Nilo. Era chiamato padre degli dèi e degli uomini, dispensatore delle messi.

NUN (Eg) divinità egiziana dell'Acqua primordiale. Esisteva prima della creazione del mondo ed era considerato origine di tutte le cose. Naunet era il suo corrispettivo femminile, non aveva né templi né culto.

NUT (Eg)
divinità egiziana del cielo, sorella e moglie di Gheb, dio della terra; madre di Osiride, Iside, Set e Nefti. Solitamente era rappresentata come una giovane donna dal corpo inarcato ad abbracciare la terra, o come una giovenca.

OKEN (Eg) Nella mitologia egizia era il traghettatore delle anime dei defunti col battello di Chnum.

ONURI (Eg) Dio egizio dell'aria.

OSIRI (Eg) Divinità agricola, occupandosi di agricoltura finì col rappresentare anche la Luna, il Cielo, il Nilo e la stessa Terra e in questa veste divenne anche dio dei defunti. Osiri muore per poi rinascere.

PAKHET (Eg)
(Graffiante), dea egiziana del territorio di Beni Hasan. Figurata come una feroce leonessa del deserto, il suo santuario principale risale alla 18ª dinastia. Circondato da un immenso cimitero di gatti che prova la popolarità del suo culto e l'influenza della dea gatta Bastet sulle antiche dee leonesse in bassa epoca.

PETBE (Eg) Dio della ricompensa.

PSAI (Eg) Dio egizio del Destino.

PSICOSTASÌA
(dal greco=pesatura delle anime), nell'antica religione egizia, cerimonia del giudizio alla quale ogni defunto doveva sottostare. Condotta dal dio Thot, si svolgeva in presenza di Iside e Nephtis. Presente anche nel mazdeismo e nel lamaismo.

PTAH (Eg) Antichissimo dio egizio raffigurato come figura umana che regge in mano uno scettro. Ritenuto il creatore degli dèi e degli uomini, era protettore degli artisti e degli artigiani. Sposo di Sekmet, dea della guerra. I suoi sacerdoti presiedevano alle opere pubbliche, quando Ptah fu soppiantato da Atum i sacerdoti si trovarono col problema di vedere declassato il loro dio o di trovare il sistema di inserirlo nella cerchia di Atum. Scelsero di identificare Ptah con l'acqua primigenia dalla quale era nato Atum diventando a questa maniera il padre di Atum che così non era più in condizione di essere un concorrente. Era venerato specialmente a Menfi, dove era stato eretto un tempio grandioso in suo onore (centro del culto).

RA (Eg) Dio del sole (pricipale dio a carattere cosmico). Conisiderato creatore primordiale dell'universo e creatore quotidiano del mondo (sincretizzato con Atum), si affermò come dio principale del pantheon egizio a partire dalla V dinastia (Antico Regno). Dio dello Stato e della giustizia, rappresentato con corpo umano e testa di falco sormontata da un disco solare e da un serpente con testa eretta, usurpò a Osiride la funzione di dio dell'oltretomba (ebbe Eliopoli come centro principale del culto). Secondo un'antica credenza il sole e la luna sono gli occhi di Ra.

RAETTAUI (Eg) Antagonista femminile di Ra.

RESHEP (Eg) Dio egizio della guerra, figurato con una lancia nella mano destra e con una clava nella sinistra.

SACHMIS o SEKHMET (Eg) Dea della guerra e della distruzione ma anche della medicina, figurata come donna dalla testa leonina, era sposa di Ptah.

SEKER (Eg)
dio egizio della necropoli menfitica di carattere funerario; era portato in processione all'inizio dei lavori agricoli e i partecipanti indossavano collane di cipolle (puzzavano da fare paura).

SEFCHETABVI (Eg) Dea della sapienza. Era chiamata padrona della biblioteca ed annotava le gesta dei faraoni.

SERAPIDE (Eg) Inizialmente era un dio del mare, in seguito divenne anche protettore della fecondità. Il suo culto era associato a quello di Osiri.

SETH (Eg) Originariamente era il dio dell'Egitto Superiore. Nella lotta che precedette l'unione dell'Egitto Superiore con l'Egitto Inferiore Seth ebbe la peggio e fu rimpiazzato da Horus e così seth divenne dio del male e della corruzione. È raffigurato come un animale con muso aguzzo e lunghe orecchie puntute, certamente raffigurazione di un animale di deserto o di steppa. Simboleggia la bufera, la guerra e la violenza.

SFINGE (C1- EG) Esistono due Sfingi: quella egizia e quella greca. La prima rappresenta la potenza regale del faraone ed è un monumento funerario formato da un corpo leonino e dal volto del Faraone. La Sfinge greca invece è un mostro alato col corpo mezzo di donna e mezzo di leonessa nato dalla unione incestuosa del cane Ortro con la madre Echidna.

SOTIDE o Sothis (Eg) Dea egizia identificata con la stella Sirio al cui sorgere comincia la piena del Nilo e quindi l'abbondanza e la fertilità dei campi.

SOV (Eg) Dio dell'aria, figlio di Atum, sposo della sorella Tefnut e padre di Gheb e Nut.

TEFNUT (Eg) o Tefnet, nella mitologia egiziana, dea dell'umidità che con lo sposo e fratello Shu costituisce la prima coppia di dei generata da Atum.

THOT (Eg) o Thóth o Thouth, inizialmente era un dio lunare, col tempo divenne prima dio contatore del tempo, poi dio delle scienze e per chiudere in bellezza la sua carriera diviene dio della Giustizia e della Verità e con questo compito egli giudica sia gli dèi che i mortali. I Greci lo identificarono col loro Hermes (Mercurio). Era raffigurato come un uomo con testa d'ibis o di sciacallo.

TOÈRI (Eg) nella mitologia egiziana, dea protettrice della famiglia, delle donne gravide, del parto e dell'allattamento, con l'aspetto di ippopotamo.

USHABTI
o Ushebti, statuetta egizia in pietra, legno o terracotta. Posta nelle tombe, aveva la funzione di rappresentare e sostituire il defunto, quando costui era chiamato a servire gli dei. In alcune tombe sono state trovate fino a 365 Ushabti, una per ogni giorno dell'anno.

VEPVAVET (Eg) Dio egizio della guerra, dopo l'unione dell'Egitto superiore con l'Egitto inferiore cedette il comando a Horus per diventare il condottiero delle anime nell'aldilà. Era figurato come sciacallo in corsa.

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sono un'egittologa e come tale sono sempre stata affascinata e stregata dai misteri dell'antico egitto
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