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I Beati Paoli
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Brandani

Anima Vagante






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MessaggioInviato: Mar Set 30, 2008 10:49 am    Oggetto:  I Beati Paoli
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Anni fa lessi il suggestivo , avventuroso , avvincente libro di Giovanni Natoli su una storica confraternita che operò in quel di Palermo fra '600 e '700 ........ che poi divenne leggenda, ancor oggi avvertibile in certuni luoghi di quella città ......

Qui, sull' argomento, scorrendo la pagina, vi è un interessante servizio video :
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....................

I Beati Paoli furono una leggendaria setta segreta di vendicatori-giustizieri, sorta a Palermo, a partire, probabilmente con il nome di Vendicosi, dal XII secolo, con l'obiettivo di raddrizzare i torti subiti dalla povera gente.


La società nacque, secondo il marchese di Villabianca, dallo strapotere e dai soprusi dei nobili che amministravano direttamente anche la giustizia criminale nei loro feudi.

È difficile trovare documentazioni che ne convalidino l'esistenza e l'operato anche perché i racconti della tradizione popolare erano esclusivamente orali. Ne risultano perciò molteplici teorie non concordanti tra loro che oscillano da una affermazione della loro storicità al convincimento che ci si trovi di fronte ad una invenzione letteraria, mentre è più facile trovare documentazione a partire dalla fine '800 su una diffusione in Sicilia di una convinzione popolare sull'effettiva storicità dei fatti.

Ad essi molti si sono richiamati, erroneamente, per originare storicamente la nascita della mafia

Nel 1909 Luigi Natoli ne ha fatto oggetto di un fortunato romanzo d'appendice. La riedizione del romanzo proposta nel 1971,da Flaccovio editore, con un saggio introduttivo di Umberto Eco ha giovato molto alla conoscenza della vicenda tra un pubblico più vasto, indipendentemente dall'irrisolto problema di quali siano gli elementi romanzati e quali quelli storici nello scritto del Natoli.

Secondo lo scrittore la Palermo sotterranea nella quale si muovevano e si riunivano segretamente i Beati Paoli si trova per la precisione sotto il quartiere del Capo in un reticolo di cunicoli e caverne appartenenti ad un'antica necropoli cristiana che si trova tra la chiesa di Santa Maruzza e il vicolo degli Orfani

.....................
Beati Paoli (1909-1910) di Luigi Natoli (1857-1941), che firma con lo pseudonimo di William Galt, appartiene all'epoca d'oro del feuilleton e ha segnato la popular culture italiana, e siciliana in particolare, con conseguenze che si fanno sentire ancora oggi. Tuttavia, negli anni 1950, il feuilleton si è trasformato in fascicolo popolare e questo giustifica l'inclusione nel nostro Museo.

I Beati Paoli esce in feuilleton in appendice al Giornale di Sicilia in 239 parti dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910. È pubblicato in volume nel 1921 (La Gutenberg, Palermo), e ha un seguito, Coriolano della Floresta, nel 1930 (stessa casa editrice). Nel 1955-1956 I Beati Paoli e Coriolano della Floresta entrano nel mondo del fascicolo popolare con 137 fascicoli pubblicati dalla casa editrice La Madonnina di Milano, proprio al crepuscolo della grande stagione del fascicolo italiano. Da allora, il romanzo è rimasto disponibile fino ai giorni nostri per generazioni di lettori, e si sostiene ancora che è il testo in assoluto più letto nel XX secolo dai siciliani.

Non è questa la sede né per riassumere una trama - complessa e per altri versi notissima - né per ritornare sulle controversie sulla reale esistenza dei Beati Paoli e sulla loro vera o più probabilmente presunta continuità con i "Vendicosi", un gruppo di giustizieri e di vendicatori del popolo menzionato in documenti già del XII secolo e sulla cui effettiva realtà non ci sono a loro volta dati certi. Né per approfondire le controversie più recenti su I Beati Paoli come "romanzo di mafia" o, più esattamente, romanzo dove la mafia sarebbe andata a cercare le sue patenti di nobiltà, fino a un Tommaso Buscetta che afferma in una deposizione: "La mafia non è nata adesso, viene dal passato. Prima c'erano i Beati Paoli che lottavano coi poveri contro i ricchi (…): abbiamo lo stesso giuramento, gli stessi doveri" (Gabriello Montemagno, Luigi Natoli e I Beati Paoli, Flaccovio, Palermo 2002, p. 51). La questione è stata affrontata tra gli altri da Umberto Eco (nella sua introduzione all'edizione 1971 de I Beati Paoli pubblicata da Flaccovio, Palermo), e non può essere risolta in questa sede. Segnaliamo però - per il collegamento con la storia del feuilleton e dei fascicoli popolari - che il presunto legame fra mafia e Beati Paoli non nasce con il romanzo di Natoli: quando il tenente della polizia di New York Giuseppe Petrosino (1860-1909) - che darà il nome a una lunga e fortunata serie di fascicoli popolari in gran parte scritti in Germania e tradotti poi in Francia e in Italia - è assassinato a Palermo in Piazza Marina il 12 marzo 1909, l'inchiesta di polizia rivela che la mafia, responsabile dell'uccisione del famosissimo poliziotto italo-americano, non solo si è già appropriata del mito dei Beati Paoli, ma tiene riunioni in un sotterraneo che la voce popolare vuole fosse stato sede della più antica società segreta (cfr. G. Montemagno, op. cit., pp. 52-53).

Certamente, alcune figure del romanzo di Natoli sono storiche, e in fama di Beati Paoli - si trattasse di conventicola reale o di invenzione poliziesca - nel Settecento, come il "razionale" Girolamo Ammirata, che avrebbe dovuto essere impiccato il 27 aprile 1723 ma di cui non si poté impiccare che il cadavere, essendo egli morto in un tentativo di fuga dal carcere. Le notizie però rimangono vaghe, soprattutto su riti e cerimonie iniziatiche: l'idea che i Beati Paoli giurassero sugli scritti profetici di Gioachino da Fiore (1135-1202) è suggestiva, ma non appare totalmente provata e potrebbe essere frutto di confusione con organizzazioni iniziatico-criminali più antiche (G. Montemagno, op. cit., pp. 49-50). Quanto a Luigi Natoli, mazziniano e anticlericale, vicino ai circoli massonici della sua epoca, si ritrova nella tradizione di un Eugène Sue, ma non manca mai di distinguere fra un alto clero corrotto, un'Inquisizione dipinta secondo gli stereotipi della letteratura anti-cattolica dell'epoca, e i buoni frati quasi sempre vicini al popolo siciliano.

L'interesse de I Beati Paoli non deriva solo dal suo enorme numero di lettori ma dalla svolta che fa registrare all'interno della tradizione stessa del feuilleton. Con la conventicola guidata dal personaggio (che sembra di fantasia) di Coriolano della Floresta, che lotta per i diritti di Emanuele della Motta (che si rivelerà poi un depravato) Blasco di Castiglione, i due figli - legittimo il primo e illegittimo il secondo - del duca della Motta che uno zio malvagio ha privato della fortuna e del titolo, nasce propriamente il "complotto buono", la società segreta che opera non contro ma a favore del Bene, restaurando un ordine sociale che le autorità corrotte non sono in grado di proteggere. Certo, Umberto Eco può notare che si tratta qui di una restaurazione che rimane al di qua dell'azione corale del popolo in certi feuilleton francesi coevi e che non ha nulla di rivoluzionario, restando all'interno di una logica cavalleresca e feudale. Ma che le società segrete dotate di rituali iniziatici possano essere "buone" e giocare un ruolo positivo costituisce un'importante variazione sul tema. I complotti non sono solo tenebrosi e malvagi; talora sono necessari. E, quando lo prende la sua vena più anticlericale, Natoli anticipa romanzi moderni come Il Codice da Vinci nel suggerire che microcomplotti come quelli dei Beati Paoli in fondo sono indispensabili per contrastare il macrocomplotto della Chiesa cattolica o almeno del suo vertice rappresentato in quanto ha di più odioso dall'Inquisizione.

B.: Francesco Renda, I Beati Paoli. Storia, letteratura e leggenda, Sellerio, Palermo 1988; Gabriello Montemagno, Luigi Natoli e I Beati Paoli, Flaccovio, Palermo 2002.


Ultima modifica di Brandani il Mar Set 30, 2008 11:08 am, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Mar Set 30, 2008 10:49 am    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mar Set 30, 2008 10:56 am    Oggetto:  
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LA PALERMO DEI MISTERI
APPUNTAMENTO PANORAMICO STORICO LETTERALE

TRA I MISTERI DI PALERMO: I BEATI PAOLI

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Pianta di Palermo dell'epoca dei Beati Paoli



Di misteri Palermo ne nasconde parecchi, ma c’è ne uno che dura cinque secoli, il segreto di una setta che ha attraversato vicoli e sotterranei del centro storico, osannati o maledetti erano i Beati Paoli.

Chi erano veramente questi “scellerati” come li definì il Marchese di Villabianca che ne parlò in uno dei suoi diari palermitani, in uno degli ultimi “Opuscoli” scritti nel 1790.

La loro vicenda, inquadrata in un contesto settecentesco, si snoda lontano dal mare, dai colori e dalla luce dell’abbagliante sole palermitano, si dipana nel cuore segreto di Palermo, tra gli antri oscuri e le gallerie sotterranei di uno dei quartieri più popolare, “il Capo”.

Ancora oggi, in questi luoghi, quando si accenna alla loro esistenza, l’uomo di strada si cela dietro un alone di omertà, infatti, sembra impossibile, a distanza di tanti secoli dal loro presumibile scioglimento sono protetti dal popolo incredulo, ogni qualvolta a Palermo si scopre una cavità sotterranea tutti ricorrono mentalmente alla famosa setta d’incappucciati.

Misteriosa e temuta, questa setta, operò tra la fine del XV e, la prima metà del XVI secolo, nata dallo strapotere e dai soprusi dei nobili, che amministravano direttamente la giustizia, agiva nell’ombra e nella massima segretezza per proteggere i deboli e gli oppressi.

Di questa setta l’origine è oscura non esistendo fonti storiche e tanto meno documenti che possano attestare la loro esistenza, la sua storia fu tramandata esclusivamente dalla tradizione orale e tutti i letterati attingono nel famigerato “Opuscolo” dell’erudito palermitano che ne descrisse i luoghi e il suo famigerato tribunale, anche gli autori come il Linares ed il Natoli in seguito hanno attinto in esso, fino a quest’ultimo quando all’inizio del novecento pubblicò “I Beati Paoli”, lo scrisse tra il 1909 e il 10 come romanzo d’appendice che veniva regalato dal Giornale di Sicilia ai propri lettori, ebbe un successo enorme, è compi un miracolo retroattivo, diede concretezza ad una favola, quello che era stato un racconto un po’ confuso e con mille particolari diversi secondo il narratore, acquistò dignità, diventò realtà accettata da tutti, forse grazie alle diverse descrizioni di angoli della città, in cui si svolgevano gli avvenimenti, realmente esistenti ed all’inserimento di personaggi operanti nella vita quotidiana palermitana di quel periodo settecentesco, dame incipriate ed intricate, cavalieri ardimentosi che si battevano per difendere l’onore di queste donne insidiate, avvelenatrici che spacciavano veleno in una società sfarzosa, dove sbocciavano amori purissimi e passioni insane, circolavano “birri” che indagavano per loschi interessi, inseriti per impressionare la fantasia popolare.

Il Villabianca nel suo “opuscolo” (tomo XVI) fa capire, con qualche rivelazione incerta, l’esistenza della setta dei Beati Paoli che viene fatta risalire alla fine del XII secolo e noti con l’antica denominazione di “Vendicasi” e, allegando nientemeno che dei nomi di alcuni dei suoi adepti: il “razionale” Girolamo Ammirata impiccato al piano del Carmine nel 1723, il maestro scoppettiere Giuseppe Amatore passato per la forca nel 1704 nel piano della Cattedrale, ed il consapevole amico del Marchese e famoso cocchiere Vito Vituzza.

Nel romanzo natolitano, i Beati Paoli, si comportano a fin di bene, tolgono ai ricchi e danno ai poveri, le gesta di questi uomini che all’occasione risultavano essere incappucciati e, vestiti di un saio nero dei frati minimi di San Francesco di Paola, punivano i potenti responsabili di soprusi sfuggendo alla legge costituita.

Palazzi e chiese erano collegati da una fitta ragnatela di cunicoli che permettevano agli appartenenti alla setta di agire indisturbati e di trovarsi là dove nessuno se lo aspettava, infondo così racconta la leggenda.

Come è legato San Francesco di Paola ai Beati Paoli ? Solo ed esclusivamente all’abito che indossavano e, per la vicinanza del convento al quartiere in cui essa agiva e alcuni narratori vogliono dire alla presenza di un pozzo che comunicasse con la fitta rete sotterranea del “Capo”.

Gli adepti venivano prelevati di notte e condotti nel covo segreto della setta per essere affiliati con il rituale clandestino, la stessa procedura di prelevamento seguivano gli imputati e davanti ad un tribunale venivano interrogati e a volte sentenziati a morte.

Processavano chi abusava del proprio potere e della particolare posizione sociale, per commettere soprusi ai danni dei più deboli ed indifesi.

Chiunque avesse subito un’ingiustizia poteva contare su l’intervento di questa società segreta, che emetteva verdetti inappellabili e spietati, chi veniva condannato a morte, senza scampo, la sentenza veniva eseguita a colpi di pugnale.

“Era una specie di grotta, scavata nel tufo di forma circolare a cupola, in mezzo al locale vi era posizionata una tavola di pietra, l’uomo che aveva dato l’ordine stava seduto dietro quella tavola, il suo cappuccio nero era ampio e tutto chiuso come i confrati incappucciati e gli scendeva in mezzo al petto” così lo descriveva nel suo romanzo il Natoli il loro tribunale con il “Capo” che sentenziava.

Il misterioso antro, visitato nella seconda metà del settecento dal Marchese di Villabianca di cui lasciò un’ampia descrizione di quello che aveva visto nei suoi “opuscoli palermitani”...

E’proprio li, immersa nel trambusto di uno dei più vivaci mercati popolari di Palermo, quello del “Capo”, una targa marmorea, ben visibile sulla facciata di un vecchio palazzo, che non lascerebbe dubbi, nella quale sono incise queste parole: “Antica sede dei Beati Paoli”, voluta espressamente nei secoli passati da un altro versato che la visitò: Vincenzo Di Giovanni e, che da diversi anni rimane nell’oblio per intrecciare ancora una volta la realtà con la leggenda.

“La casa dell’avvocato Giovambattista Baldi si trova a San Cosimo nella vanella di Santa Maruzza, nel quartiere Capo.
Dal primo piano dell’ingresso di questa casa, passando per una porticina, si arriva in un piccolo baglio scoperto, in cui sorge un basso albero boschigno, e il piano su cui si cammina non è altro che lo strato di una volta ben larga, che copre la grotta sottostante.
Nel centro della volta vi è un occhio con grata di ferro che serve da spiraglio e lume alla sotterranea caverna.
In questa scendersi per cinque scoglioni di pietra rustica che in faccio presentarvi in una piccola oscura stanza con in mezzo un tavolo, da qui si entrava nella principale grotta ove trovasi una ben larga camera con sedili tutto all’intorno e col comodo di cava o sia nicchie e scansie nelle quali si posavan l’armi si di fuoco che di ferro”...

"…or qui adunavansi questi sectarij e vi tenevano le loro congreghe in luoghi oscuri e dopo il tocco della mezzanotte vi capitavano onde e tutte facevansi a lume di candela”.

Aggiunge il Villabianca che, oltre l’ingresso di casa Baldi, in vicolo degli Orfani esisteva un altro accesso alla grotta.

Oggi, dopo un accurato restauro della zona, la grotta con gli annessi ha riaperto una nuova ipotesi su quella che di tanto mistero avvolse la fatidica setta.

Essa, fa parte di un complesso di cavità di quello che era il letto naturale del fiume Papireto, ricavata nella sua sponda di sinistra in un grosso blocco di calcarenite.

Nei secoli, venne interessata , ora come luogo di riunione segrete (secondo quanto tramandatoci dalle tradizioni), ora come butto, cioè come immondezzaio privato, sfruttando la preesistenza dell’ipogeo, ora come rifugio durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale.

Ma la vera funzione per cui fu utilizzata sin dal XVIII secolo, per le sue caratteristiche si richiama a quelle che erano le “camere dello scirocco”.

Il baglio scoperto esiste ancora, sul retro della chiesa di Santa Maruzza di cui ne è la quinta, era fino a poco tempo fa un piccolo giardino, ma l’albero boschigno che copriva l’accesso alla grotta è stato tagliato tanto tempo fa, dopo il restauro del baglio si è ricavato un cortile lastricato che serve come accesso.

All’antro, accessibile da nove gradini, si perviene attraverso un piccolo ingresso che dà sul vicolo degli Orfani dove è presente una vasca seicentesca con un ninfeo in pietra lavica, alimentata da una vecchia torre d’acqua.

Al centro di Essa si vede ancora il buco o lucernaio, ostruito dal recente rinnovamento della palazzina soprastante (ex palazzo Baldi).

La cavità in un angolo, nella parete di sinistra, contiene un profondo pozzo seriale con piccoli incavi dette “pedarole” per raggiungere la sorgente alimentata da acqua limpidissima.

E’ attorniata da un sedile in pietra ricavato nella stessa roccia, nella parete di destra è ricavata una nicchia aperta che fa pensare ad un passaggio.

Accanto ad essa, alla profondità di tre metri e mezzo, c’è un cunicolo che porta ad altre grotte, che sicuramente custodiscono nuovi misteri.

Cunicoli che affondano la sua distesa rete in una presenza presso il più vasto dei complessi cimiteriali ipogei conosciuti a Palermo, le Catacombe paleocristiane dell’IV-V secolo d.c., e si dipartono oltre le antiche mura di Porta d’Ossuna, nella depressione naturale del trans-papireto che si distribuiscono all’interno del quartiere, il “Capo”, segreto di quell’imprendibilità che contribuì ad alimentare il loro mito e l’alone di mistero che li circondava.

I giustizieri erano in grado di apparire misteriosamente al cospetto della vittima designata, colpire e sparire rapidamente.

L’esistenza di altri ipogei nel sottosuolo palermitano come: cripte al di sotto delle chiese o quella della canalizzazione delle acque “qanat” o passaggi scavati sotto terra creati di proposito come quello delle monache di Santa Caterina per raggiungere un loggiato sul Cassaro ed assistere alle varie manifestazioni che vi si svolgevano senza essere viste.

O semplicemente per creare un accesso per scendere nella sepoltura sottostante come il curioso scanno di un mobile di sagrestia in legno intagliato che si trova all’interno della seicentesca chiesa di San Matteo.

Grazie a questo reticolo di cunicoli estremamente esteso che, l’autore del romanzo mette in evidenza, che attraversava tutta Palermo ed arrivava fino in aperta campagna permettendo ai fuggiaschi di scomparire.

Esplorati in tempi recenti, sia questi descritti, sia gli altri ipogei poco conosciuti non rivelano i loro segreti, conservano ancora i loro misteri.

Realtà o leggenda, a noi piace credere che i Beati Paoli siano realmente esistiti e perché no, un giorno forse ritorneranno all’azione, per adesso la loro storia rimane nascosta tra i mercati, le mura e le chiese di una delle più affascinanti città... Palermo.
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Brandani

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MessaggioInviato: Mar Set 30, 2008 10:58 am    Oggetto:  
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IL MISTERO DELLA SETTA DEI < BEATI PAOLI >

Tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento i cantastorie nel loro girovagare tra i paesi del meri-
dione d'Italia raccontavano, con l'ausilio dei teloni, dipinti a mo' di quadro, al popolo le gesta dei vari
personaggi che in quel periodo erano entrati a far parte della leggenda e del folklore; tra cui spicca-
vano le gesta di una terribile congrega, chiamata la "Setta dei Beati Paoli".
Da sottolineare che anche la RAI sul finire degli anni sessanta del XX secolo, rifacendosi proprio alla
leggenda di tale setta e sulla falsariga dei cantastorie, mandava in onda uno sceneggiato TV in quat-
tro episodi, dal titolo "L'amaro caso della Baronessa di Carini", messo in vendita in videocassetta
nella seconda metà degli anni novanta dalla "Yamato Video", interpretato da Ugo Pagliai, Janet Ag-
reen e Adolfo Celi, dove si fa cenno proprio ad una speciale setta esistente o che all'epoca dei fatti
sembra sia esistita e che allo spettatore faccia pensare proprio a tale enigmatica setta.


ALLE ORIGINI DELLA SETTA DEI < BEATI PAOLI >
Secondo alcuni documenti, come "Cronaca di Fossanova" del 1186, "all'atto di giustizia" scritto dal
sacerdote Giuseppe Ficarra del 1704, al "Viaggio in Sicilia" scritto da Federico Munter e pubblicato
nel 1831, al giornale "Il Vapore", di cui un racconto di Vincenzo Linares venne pubblicato in due par-
ti nel dicembre del 1836, alle "lettere su Messina e Palermo" scritte da un ufficiale borbonico d'origine
napoletane e di stanza a Palermo, fino al romanzo di Luigi Natoli, pubblicato diviso in varie parti sul
Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910, si evince che la enigmatica setta dei "Beati Paoli" esisteva
già all'epoca dei normanni, ma che le sue gesta iniziarono ad entrare nel folklore popolare soprattut-
to nel XVI secolo, tra il XVII e il XVIII secolo, e nel XIX secolo.
Infatti i "Beati Paoli" furono i continuatori dei "Vendicosi" o "Vendicatori"; costoro furono però perse-
guitati e scoperti nel 1185 ai tempi di Costanza, la figlia del re Ruggero dei normanni; e il loro capo,
Adinulfo di Ponte Corvo, fu giustiziato mediante impiccagione, insieme a molti altri accoliti.
Dopodiche sorsero i "Beati Paoli", che aveva per obiettivo punire i colpevoli che le ordinarie leggi la-
sciavano impuniti, oltre ad opporsi ai bravacci dei potenti baronati che imperversavano contro la po-
vera gente, divenendo ben presto dei giustizieri simili a molti zorro.
Erano presenti nel meridione d'Italia e in Sicilia ma sembra che operassero soprattutto a Palermo e
nei suoi dintorni. Secondi alcuni si riunivano in un sotterraneo di San Giovanni della Guilla, secondo
altri nei sotterranei del Palazzo Reale e del Palazzo Marchesi, secondo altri ancora tra le cripte sot-
terranee dell'Annunziata alle Balate. Anche se inizialmente le loro riunioni avvennero a San Cosimo,
nel vicolo di Santa Maruzza; comunque sia, le riunioni erano tenute di notte, a mezzanotte iniziavano,
e il complesso network di gallerie, tunnell, cunicoli e sotterranei di cui era ed è tuttora costellato il
sottosuolo di Palermo, si prestava perfettamente per le loro riunioni plenarie, dove i membri non si
conoscevano neanche tra di loro in quanto ognuno, oltre ad indossare un saio, portava un cappuccio
con cui coprirsi il capo ed il viso.
Da questo si evince che se qualche membro veniva catturato, non avrebbe potuto fare, per nessuna
ragione, i nomi degli altri adepti, raggiungendo così la massima sicurezza.
Le soffiate dei loro informati erano raccolte presso la cassetta delle elemosine posta davanti alla sta-
tua di San Paolo nel Duomo di Palermo. Appena venuti a conoscenza di qualche torto subito, faceva-
no subito seguire un atto intimidatorio per far smettere il prepotente. Se questo non accadeva, allora
si procedeva al processo, che poteva avvenire alla sua presenza o in contumacia.
Nel primo caso, se veniva emessa una condanna, il reo veniva legato ad una sedia di ferro e lì lascia-
to morire in qualche oscuro cunicolo; nel secondo caso invece veniva inviato un sicario che provvede-
va ad uccidere il prepotente con un pugnale.
Quindi, in conclusione, possiamo affermare che la setta dei "Beati Paoli" nacque per soddisfare la
necessità popolare della "giustizia", soprattutto nella Sicilia prima dell'unità d'Italia del 1860, affinchè
ci fosse qualcuno che si ergesse per difendere i deboli dalla prepotenza dei forti.
Comunque nessuno mai saprà chi fossero e a quale ceto sociale appartenessero gli adepti di tale
enigmatica setta, facendo rimanere i "Beati Paoli" avvolti da un etero velo di mistero.






...........................................................

La società segreta dei Beati Paoli, il cui ricordo ancor oggi è mantenuto vivo da una costante tradizione orale, è nata, secondo il marchese di Villabianca, dallo strapotere e dai soprusi dei nobili che amministravano direttamente anche la giustizia criminale nei loro Stati e, molto spesso, si servivano di bravacci per risolvere, alla svelta, quei casi che per ragioni di opportunità o di prudenza consigliavano di non far ufficialmente decidere alle loro Corti.

I membri di questa setta Furono giustizieri o sicari?

Certamente l’uno e l’altro contemporaneamente. Giustizieri, quando operarono per vendicare delitti impuniti ed impedire soprusi; sicari, quando invece si prestarono ad eseguire vendette personali o allorché si servirono dell’alone di mistero che li circondava e dell’indubbio favore popolare per compiere delitti comuni. Dalle scarse fonti a nostra disposizione non possiamo fornire notizie per documentare attendibilmente il loro operato, in ogni modo possiamo affermare che questa setta sicuramente esistette, e costituì un vero e proprio tribunale di giustizia, protettrice dei deboli e degli oppressi. La setta agiva nell'ombra e nella massima segretezza per proteggere i deboli e gli oppressi utilizzando un vero e proprio tribunale. Solo il Marchese di Villabianca nei suoi " Opuscoli palermitani" cita la setta segreta con il suo tribunale e i luoghi dove agiva. In questi diari hanno attinto diversi autori tra cui il Linares ed il Natoli.

Quest'ultimo scrisse tra il 1909 e 1910 un romanzo d'appendice che era regalato dal Giornale di Sicilia ai propri lettori.

Il quartiere Capo, intricato da ampie cavità sotterranee che fanno parte di un vasto complesso cimiteriale cristiano. Il luogo dove si riuniva la fratellanza dei Beati Paoli si trova nei pressi della chiesa di Santa Maruzza e il vicolo degli orfani.

La leggendaria grotta dei Beati Paoli, che fa parte di un complesso di cavità di quello che era il letto naturale del fiume Papireto, è ricavata nella sua sponda di sinistra in un grosso blocco di calcarenite. Nei secoli, la grotta fu interessata, ora come luogo di riunione segrete (secondo quanto tramandatoci dalle tradizioni), ora come immondezzaio privato, sfruttando la preesistenza dell’ipogeo, ora come rifugio durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale.
All'antro, accessibile da nove gradini, si perviene attraverso un piccolo ingresso che dà sul vicolo degli orfani dove sorge una vasca seicentesca con un ninfeo in pietra lavica, alimentata da una vecchia torre d’acqua. Accanto a lei, alla profondità di tre metri e mezzo, c’è un cunicolo che porta ad altre due grotte, che sicuramente custodiscono nuovi misteri.

Durante i lavori di pulitura, sepolte nel terriccio che ricolmava l’ingrottato, sono stati trovati diversi oggetti di differenti epoche, ma la cosa che ha suscitato scalpore è il ritrovamento di un puntale conico di ferro che altro non è che un portafiaccola da parete, per il quale bisogna stabilire il periodo a cui risale. Quest’ultimo ritrovamento richiama certamente a presupposti sull’esistenza dei sectarij….Ma a dir del Villabianca alla fine del settecento di quella terribile organizzazione “se n’era già perduta la semenza”.

Il Comune di Palermo, ha iniziato il recupero di tutta la zona che interessa il complesso di palazzo Blandi, in vista d’inserire il tutto in un nuovo itinerario nel circuito cittadino. Il percorso potrebbe comprendere l’area che riguarda l’antico letto che solcava il fiume Papireto, iniziando con la visita alle catacombe paleocristiane del IV-V sec.dopo Cristo, proseguendo con la visita d’alcune cripte e finendo con la leggendaria grotta dei Beati Paoli.



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I BEATI PAOLI
TRA LEGGENDA E REALTÀ
di Giovanni Iozzia


In una terra come la Sicilia dove il sopruso e l'angheria, da parte dei nobili e dei funzionari dello Stato, erano all'ordine del giorno, l'idea di qualcuno che si ergesse a difensore della gente comune era perlomeno allettante.
Quella dei Beati paoli è una delle più interessanti e misteriose fra tutte le leggende di Sicilia. L'immagine di uomini incappucciati che, nel cuore della notte, si riunivano per organizzare vendette e rappresaglie contro coloro che avevano infranto impunemente la legge, ha profondamente colpito l'immaginario polare. In una terra come la Sicilia dove il sopruso e l'angheria, da parte dei nobili e dei funzionari dello Stato, erano all'ordine del giorno, l'idea di qualcuno che si ergesse a difensore della gente comune era perlomeno allettante. Ma nel corso di questi secoli, in molti, si sono posti il problema su dove porre il confine tra leggenda e realtà.
Una traccia appare nella "Storia della magia" (1859) di Elifas Levi. Ecco cosa scrive l'occultista francese:
"Carlomagno inviò in Vestfalia, dove il male era maggiore, i suoi agenti devoti incaricati di una missione segreta. Questi agenti attirarono a loro e si legarono col giuramento e la mutua sorveglianza tutti quelli che erano energici tra gli oppressi, tutti quelli che amavano ancora la giustizia, sia tra il popolo, sia tra la nobiltà; scoprirono ai loro adepti i pieni poteri che avevano avuto dall'imperatore e istituirono il tribunale dei franchi-giudici.
Era una polizia segreta avente diritto di morte. Il mistero che circondava i giudizi, la rapidità delle esecuzioni, tutto colpì l'immaginazione di questi popoli ancora barbari. La Santa Veeme prese proporzioni gigantesche; si tremava al racconto delle apparizioni di uomini mascherati, delle citazioni inchiodate alle porte dei signori più potenti, dei capi dei briganti trovati morti col terribile pugnale crociforme sul petto, e con l'estratto del giudizio della Santa Veeme nella striscia attaccata al pugnale.
Questo tribunale teneva nelle sue riunioni le forme più fantastiche: il colpevole, citato in qualche crocicchio isolato, vi era preso da un uomo nero che gli bendava gli occhi e lo conduceva in silenzio; era sempre di sera, a un'ora inoltrata, perché le sentenze non si pronunciavano che a mezzanotte. Il delinquente era introdotto in vasti sotterranei; una sola voce l'interrogava; poi gli si toglieva la benda: il sotterraneo s'illuminava e si vedevano i franchi-giudici tutti vestiti di nero e mascherati."
Poco più di trecento anni dopo appare a Palermo la Setta dei Vendicosi. Nella sua "Indagine sui Beati Paoli", Francesco Castiglione cita due testimonianze, dell'Anonimo di MOnteccasino e dell'Anonimo della Cronaca di Fossa Nova, che parlano della comparsa di questa setta tra il 1185 e il 1186. Castiglione riporta, inoltre, la testimonianza di un altro francese, Jean Levesque de Burigny, che nella sua "Histoire de Sicilie" (1745) scrive: "Nell'anno stesso delle nozze di Costanza (nel 1186, appunto, Costanza d'Altavilla sposò Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa N.d.R.) avvenne il rimarchevole scoprimento d'una nova setta di empia e capricciosa gente, cui davasi il nome di Vendicosi, ovvero Vendicatori. Nei loro segreti e notturni congressi ogni scelleratezza rende anzi lecita - sotto il colore di riparare gli altrui torti".
Probabilmente accostare la Santa Veeme ai Vendicosi è un po' una forzatura, ma si può notare come gli intenti siano simili, cambia solo la posizione nei confronti del "potere costituito". Il collegamento tra i Vendicosi e i Beati paoli viene offerto, sempre tramite il Castiglione, da Mariano Scasso, traduttore del Burigny, che scrive in una nota a piè pagina: "Ella è costante opinione appo il Volgo, che più volte videsi rinnovellare cotesta Società di nascosti Vendicatori in Sicilia, ed altrove comunemente appellati Beati Paoli". La stessa ipotesi viene avanzata da un passo di Gabriele Quattromani, citato nel libro "I Beati Paoli" di Francesco Renda, tratto dalle "Lettere su Messina e Palermo di Paolo R." (1835): "Io non so come questa terribile setta si estinguesse e parmi non errare se la credo figlia di quel che in Germania chiamavasi tribunale segreto Vesfalico o santo vehemè o vehemè gerichte".



Identificata una più o meno plausibilità storica dei Beati Paoli, un'altra necessaria precisazione riguarda l'origine del nome.
Le teorie possibili sono due: la prima è il riferimento a San Paolo poiché, secondo la leggenda, chi nasceva la notte del 29 giugno aveva nella saliva straordinarie proprietà medicamentose (i cirauli) e questo lo rendeva un uomo eccezionale; la seconda è legata a San Francesco di Paola: costoro era i devoti del Beato di Paola.
I Beati Paoli, comunque, restano per anni ai margini della storia di Palermo e dell'intera Sicilia. Solo dopo il 1841, con l'espandersi delle società segrete patriottiche, i Beati Paoli escono da quell'angolo nel quale la storia li aveva relegati ed entrano a pieno titolo nella leggenda.
Non è del tutto provato, ma a questo punto pare chiaro che una setta o un'associazione segreta con le connotazioni che vengono attribuite ai Beati Paoli, sia veramente esistita a Palermo. Erano e sono in molti coloro propensi ad affermarlo, anche se le informazioni sull'attività dei Beati Paoli sono spesso frammentarie e spesso in contraddizione tra loro; gli stessi documenti ufficiali delle varie epoche su sette e associazioni segrete sono poco chiari.
Ma è con il libro di Luigi Natoli che i Beati paoli conquistano definitivamente il loro importantissimo posto nell'immaginario collettivo dei siciliani. Anche Natoli, come evidenziato da più parti, non utilizza molto il materiale storico e ben poco, tra l'altro, poteva utilizzare. Concordando totalmente con il Renda, l'idea che qualcuno potesse riparare alle iniquità, alle ingiustizie di uno stato corrotto ed inefficiente doveva necessariamente farsi strada in una società come quella siciliana.
Tutto questo sembrava perfino calzare con il modello di una mafia "romantica", diffuso fino ad una ventina di anni fa. L'antistato che sostituisce, integra e sopperisce allo Stato. Adesso che la mafia ha svelato la sua vera immagine e lo Stato, purtroppo, rimane sempre distante, ecco che i Beati Paoli diventano un modello ideale, una mitica età dell'oro e della ragione alla quale guardare con nostalgia.
Dalla pubblicazione del libro di Luigi Natoli, l'interesse sui Beati Paoli e sulle loro leggendarie gesta è cresciuto a dismisura. Negli ultimissimi anni, oltre al saggio introduttivo di Umberto Eco all'edizione del 1972 de "I Beati Paoli" di William Gelt (pseudonimo di Natoli), edita da Flaccovio, altri due interessanti lavori sono quelli curati da Francesco renda e da Francesco Paolo Castiglione per i tipi della Sellerio. Ad entrambi, nelle loro pur esaurienti bibliografie, sembra essere sfuggito un libro di Giovanni De castro, pubblicato dalle Edizioni Athena di Milano nella seconda metà del 1800 e ristampato dalle Messaggerie Pontremolesi nel 1990 dal titolo "Le società segrete dal medioevo al XIX secolo".
Il lavoro del De Castro si divide in cinque sezioni: Le società militari e religiose, I Templari, I Vendicatori, Astrologi e Alchimisti, le Società dei lavoranti. Il capitolo "I Vendicatori" si divide in tre paragrafi: la Santa Veheme, I Franchi Giudici e I Beati paoli.
De Castro descrive brevemente questa società segreta siciliana e quindi lascia spazio alla testimonianza del marchese di Villabianca (citata integralmente anche da Francesco Renda). Ma l'elemento di particolare novità sembra essere contenuto nella nota a piè pagina nell'apertura del paragrafo: "Abbiamo sui Beati Paoli un romanzetto di Vincenzo Linares, Palermo 1840, ed una ballata di Felice Bisazza". Poiché di quest'ultimo non siamo riusciti a trovare alcuna traccia, chiediamo lumi al mondo.







Per loro natura, i complotti sono
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adatti a calarsi non solo nell'immaginario collettivo ma nella popular culture. Ha un senso parlare di popular culture in un'epoca postmoderna in cui ogni divisione fra cultura "alta" e cultura "popolare" è messa in discussione, talora non senza qualche ragione? E, anzitutto, perché popular culture e non "cultura popolare"? Per inguaribile anglofilia o mania "americana"? Non proprio. L'italiano "cultura popolare" - grazie anche a una scuola di studiosi rispettati in tutto il mondo - indica immediatamente un patrimonio di tradizioni che fa riferimento anzitutto al folklore. L'inglese popular culture ha mantenuto anche in italiano il senso diverso di una cultura "di massa", nata con l'irruzione in Occidente dell'alfabetizzazione di un gran numero di persone che, avendo imparato a leggere, volevano delle letture semplici, attraenti e di effetto immediato dove, ancora, il tema del complotto contribuiva sia alla semplicità sia all'effetto.
La popular culture risponde alla domanda su "che cosa far leggere" a queste persone scoprendo che è più facile leggere tutto quanto è seriale, ritorna con gli stessi personaggi e con la stessa ambientazione settimana dopo settimana o mese dopo mese. Questa serialità, che si declina in vari modi - prima il feuilleton, poi il fascicolo popolare, la dime novel, il pulp, il fumetto, poi ancora le derivazioni radiofoniche e televisive - costituisce in senso rigoroso lo specifico della popular culture. Tutti e quattro questi generi hanno anche scatenato polemiche e controversie, la cui posta in gioco ideologica andava al di là dei problemi contingenti.

La prima incarnazione della popular culture è il feuilleton. Questo può essere definito come il romanzo pubblicato in frammenti successivi come supplemento a un giornale quotidiano o periodico. La parola feuilleton è coniata alla fine del Settecento dal giornalista francese Louis-François Bertin (1766-1841), ma il feuilleton che nasce come allegato ben distinguibile e separato al Journal des débats da lui diretto contiene le critiche teatrali. Il feuilleton come romanzo a puntate nasce negli anni 1840 e viene in primo piano con la pubblicazione de I misteri di Parigi di Eugène Sue (1804-1857) negli anni 1842-1843. Siamo qui alla preistoria di una vera popular culture, perché Sue - come più tardi Alexandre Dumas (1802-1870) e Charles Dickens (1812-1870) - "pensano" il romanzo come un libro e lo frammentano in puntate per ragioni economiche (guadagnano di più dai giornali che dagli editori) e per raggiungere un maggior numero di lettori. Va però ricordato che il tema del complotto è già presente in Sue ed è sviluppato nel modo più coerente ne L'Ebreo Errante (Sue 1856), che riprende il tema complottista più noto nel mondo laico e anticlericale della sua epoca mettendo in scena il grande e universale complotto dei Gesuiti.

La vera popular culture nasce quando il romanzo è, al contrario, pensato in funzione del feuilleton, "scandito" secondo la divisone che è destinato ad avere sul giornale, e soprattutto inteso a creare personaggi le cui gesta tendenzialmente non finiscono mai: la fine di una storia è l'inizio della successiva, dove il lettore ritrova gli stessi principali protagonisti. Se la "serialità" senza fine è il cuore stesso della popular culture, per quanto sia difficile attribuirgli un inizio preciso, il primo autore che "pensa" il feuilleton in questo modo sembra essere Paul Ponson du Terrail (1829-1871) con il personaggio di Rocambole (1857-1870), mentre Paul Féval (1817-1887), dopo romanzi di altro genere, entra completamente nella logica propria del feuilleton con la saga degli Habits Noirs (1863-1875), i cui riferimenti alla mafia non sono casuali.

Gli Habits Noirs sono però dei criminali ultimamente senza scrupoli e senza valori che li rediamno, così come la banda che circonda Fantômas, la cui storia inizia in feuilleton nel 1911 dopo l'incontro, storico per la popular culture, fra i suoi creatori Pierre Souvestre (1874-1914) e Marcel Allain (1885-1970). Appartiene all'epoca d'oro del feuilleton anche la maggiore produzione italiana del settore, I Beati Paoli (1909-1910) di Luigi Natoli (1857-1941), che ha segnato la popular culture italiana, e siciliana in particolare, con conseguenze che si fanno sentire ancora oggi.

I Beati Paoli esce in feuilleton in appendice al Giornale di Sicilia in 239 parti dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910. È pubblicato in volume nel 1921 (Galt 1921), e ha un seguito, Coriolano della Floresta, nel 1930 (Galt 1930). Nel 1955-1956 I Beati Paoli e Coriolano della Floresta entrano nel mondo del fascicolo popolare con 137 fascicoli pubblicati dalla casa editrice La Madonnina di Milano, proprio al crepuscolo della grande stagione del fascicolo italiano. Da allora, il romanzo è rimasto disponibile fino ai giorni nostri per generazioni di lettori, e si sostiene ancora che è il testo in assoluto più letto nel XX secolo dai siciliani.

Non è questa la sede per ritornare sulle controversie sulla reale esistenza dei Beati Paoli e sulla loro vera o più probabilmente presunta continuità con i "Vendicosi", un gruppo di giustizieri e di vendicatori del popolo menzionato in documenti già del XII secolo e sulla cui effettiva realtà non ci sono a loro volta dati certi. Né per approfondire le controversie più recenti su I Beati Paoli come "romanzo di mafia" (Renda 1988) o, più esattamente, romanzo dove la mafia sarebbe andata a cercare le sue patenti di nobiltà, fino a un Tommaso Buscetta che afferma in una deposizione: "La mafia non è nata adesso, viene dal passato. Prima c'erano i Beati Paoli che lottavano coi poveri contro i ricchi (…): abbiamo lo stesso giuramento, gli stessi doveri" (cit. in Montemagno 2002, 51). La questione è stata affrontata tra gli altri da Umberto Eco (nella sua introduzione a Natoli 1971), e non può essere risolta in questa sede. Segnaliamo però - per il collegamento con la storia del feuilleton e dei fascicoli popolari - che il presunto legame fra mafia e Beati Paoli non nasce con il romanzo di Natoli: quando il tenente della polizia di New York Giuseppe Petrosino (1860-1909) - che darà il nome a una lunga e fortunata serie di fascicoli popolari in gran parte scritti in Germania e tradotti poi in Francia e in Italia - è assassinato a Palermo in Piazza Marina il 12 marzo 1909, l'inchiesta di polizia rivela che la mafia, responsabile dell'uccisione del famosissimo poliziotto italo-americano, non solo si è già appropriata del mito dei Beati Paoli, ma tiene riunioni in un sotterraneo che la voce popolare vuole fosse stato sede della più antica società segreta (cfr. Montemagno 2002, 52-53).

Certamente, alcune figure del romanzo di Natoli sono storiche, e in fama di Beati Paoli - si trattasse di conventicola reale o di invenzione poliziesca - nel Settecento, come il "razionale" Girolamo Ammirata, che avrebbe dovuto essere impiccato il 27 aprile 1723 ma di cui non si poté impiccare che il cadavere, essendo egli morto in un tentativo di fuga dal carcere. Le notizie però rimangono vaghe, soprattutto su riti e cerimonie iniziatiche: l'idea che i Beati Paoli giurassero sugli scritti profetici di Gioachino da Fiore (1135-1202) è suggestiva, ma non appare totalmente provata e potrebbe essere frutto di confusione con organizzazioni iniziatico-criminali più antiche (Montemagno 2002, 49-50). Quanto a Luigi Natoli, mazziniano e anticlericale, vicino ai circoli massonici della sua epoca, si ritrova nella tradizione di un Eugène Sue, ma non manca mai di distinguere fra un alto clero corrotto, un'Inquisizione dipinta secondo gli stereotipi della letteratura anti-cattolica dell'epoca, e i buoni frati quasi sempre vicini al popolo siciliano.

L'interesse de I Beati Paoli non deriva solo dal suo enorme numero di lettori ma dalla svolta che fa registrare all'interno della tradizione stessa del feuilleton. Con la conventicola guidata dal personaggio (che sembra di fantasia) di Coriolano della Floresta nasce propriamente il "complotto buono", la società segreta che opera non contro ma a favore del Bene, restaurando un ordine sociale che le autorità corrotte non sono in grado di proteggere. Certo, Umberto Eco può notare che si tratta qui di una restaurazione che rimane al di qua dell'azione corale del popolo in certi feuilleton francesi coevi e che non ha nulla di rivoluzionario, restando all'interno di una logica cavalleresca e feudale. Ma che le società segrete dotate di rituali iniziatici possano essere "buone" e giocare un ruolo positivo costituisce un'importante variazione sul tema. I complotti non sono solo tenebrosi e malvagi; talora sono necessari. E, quando lo prende la sua vena più anticlericale, Natoli anticipa romanzi moderni come Il Codice da Vinci nel suggerire che microcomplotti come quelli dei Beati Paoli in fondo sono indispensabili per contrastare il macrocomplotto della Chiesa cattolica o almeno del suo vertice rappresentato in quanto ha di più odioso dall'Inquisizione.



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I Leggendari Beati Paoli

Protagonista della leggenda è la setta dei Beati Paoli, misteriosa e temuta, che operò a Palermo tra la fine del XV sec. e la prima metà del XVI sec.
Nata dallo strapotere e dai soprusi dei nobili, che amministravano direttamente anche la giustizia, la setta agiva nell'ombra e nella massima segretezza per proteggere i deboli e gli oppressi utilizzando un vero e proprio tribunale.
Di questa setta non esistono fonti storiche e tanto meno manoscritti. Solo il Marchese di Villabianca nei suoi " Opuscoli palermitani" cita la segreta setta con il suo tribunale e i luoghi dove agiva. In questi diari hanno attinto diversi autori tra cui il Linares ed il Natoli.
Quest'ultimo scrisse tra il 1909 e 1910 un romanzo d'appendice che veniva regalato dal Giornale di Sicilia ai propri lettori.

La Palermo sotterranea, nella quale il Natoli ambienta alcuni avvenimenti del romanzo, è principalmente quella che ricade sotto il quartiere "Capo".

Fra le molteplici cavità che presenta il sottosuolo della metropoli palermitana, costituito da un vasto banco di calcarenite quaternaria, ve ne sono alcune che la fantasia popolare ha fatto proprie e resistono alla mentalità dei secoli.
Le camere dello scirocco utilizzate dal lontano XVI secolo per potersi difendere dalla calura estiva, esistenti al di sotto di alcuni palazzi nobiliari, sono cosa nota agli addetti ai lavori, ma sconosciuta al resto del pubblico.

La calcarenite, che si presta molto bene ad essere cavata, insieme alla sorgente d’acqua sono i due elementi essenziali per poter ricavare una camera dello scirocco: queste cavità artificiali ebbero diffusione nel quindicesimo secolo in quanto i signorotti, accertata la presenza nel sottosuolo di una falda acquifera, si affrettavano a ricavare una grotta artificiale a forma circolare o quadrata dalla volta a botte, al cui centro utilizzavano il foro praticato per sondare la falda, riutilizzandolo per la ventilazione e per la poca luce che potesse penetrare dall'esterno.

Successivamente veniva dotata di sedili di pietra modellati nella stessa calcarenite, su cui i signorotti passano la giornata al refrigerio ottenuto grazie alla presenza dell’acqua sorgiva.

La leggenda narra che il ritrovamento di una "Camera dello Scirocco", vuole essere quella utilizzata dalla leggendaria setta dei Beati Paoli, resi noti dal famoso scrittore William Galt alias Luigi Natoli nel suo celebre romanzo storico, pubblicato come romanzo d' appendice nel Giornale di Sicilia dal 1909-10 che allora ha entusiasmato migliaia di lettori tanto che ogni qualvolta a Palermo si scopre una cavità sotterranea tutti ricorrono mentalmente alla famosa setta d’incappucciati.
Il misterioso antro, pur essendone nota l'esistenza, fino a qualche tempo fa era di difficile accesso poiché da tempo ne erano stati murati gli ingressi e un cumulo di rovine aveva cancellato la topografia del luogo.
La zona interessata è il quartiere Capo, intricato da ampie cavità sotterranee che fanno parte di un vasto complesso cimiteriale cristiano. Il luogo dove si riuniva la fratellanza dei Beati Paoli si trova nei pressi della chiesa di Santa Maruzza e il vicolo degli orfani.

Nella seconda metà del settecento il Marchese di Villabianca visitò il luogo e lasciò un’ampia descrizione di quello che aveva visto nei suoi “opuscoli palermitani”: …”.

La casa dell’avvocato Giovambattista Baldi si trova a S.Cosimo nella vanella di S.Maruzza, nel quartiere Capo.

Dal primo piano dell’ingresso di questa casa, passando per una porticina, si arriva in un piccolo baglio scoperto, in cui sorge un basso albero boschigno , e il piano su cui si cammina non è altro che lo strato di una volta ben larga, che copre la grotta sottostante.

Nel centro della volta vi è un occhio con grata di ferro che serve da spiraglio e lume alla sotterranea caverna. "In questa scendersi per cinque scoglioni di pietra rustica che in faccio presentarvi in una piccola oscura stanza con in mezzo un tavolo, da qui si entrava nella principale grotta ove trovasi una ben larga camera con sedili tutto all’intorno e col comodo di cava o sia nicchie e scansie nelle quali si posavan l’armi si di fuoco che di ferro".

…or qui adunavansi questi sectarij
e vi tenevano le loro congreghe
in luoghi oscuri
e dopo il tocco della mezzanotte
vi capitavano onde e tutte facevansi
a lume di candela”.

Aggiunge il Villabianca che, oltre l’ingresso di casa Baldi, in vicolo degli orfani esisteva un altro accesso alla grotta. Ripulita di recente dalla cooperativa sociale Sicilia 2000, sotto la stretta sorveglianza dell’architetto Sausa, tutta la zona interessata, la grotta con gli annessi ha riaperto una nuova ipotesi su quella che di tanto mistero avvolse la fatidica setta.

La grotta, che fa parte di un complesso di cavità di quello che era il letto naturale del fiume Papireto, è ricavata nella sua sponda di sinistra in un grosso blocco di calcarenite. Nei secoli, la grotta venne interessata, ora come luogo di riunione segrete (secondo quanto tramandatoci dalle tradizioni), ora come butto, cioè come immondezzaio privato, sfruttando la preesistenza dell’ipogeo, ora come rifugio durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale.

Ma la vera funzione per cui fu utilizzata sin dal XVIII secolo, per le sue caratteristiche si richiama a quelle che erano le camere dello scirocco.

Il baglio scoperto esiste ancora, ma l’albero boschigno che copriva l’accesso alla grotta è stato tagliato tanto tempo fa, e rimane un gioioso giardino di limoni e pergole

All'antro, accessibile da nove gradini, si perviene attraverso un piccolo ingresso che dà sul vicolo degli orfani dove sorge una vasca seicentesca con un ninfeo in pietra lavica, alimentata da una vecchia torre d’acqua. Al centro di essa si vede ancora il buco o lucernario, anche se oggi risulta ostruito da una costruzion. La cavità in un angolo, sulla parete di sinistra, contiene un profondo pozzo seriale con piccoli incavi dette “ pedarole” per raggiungere la sorgente alimentata da acqua limpidissima.

E’ attorniata da un sedile in pietra ricavato nella stessa roccia, sulla parete di destra è ricavata una nicchia aperta che fa pensare un passaggio.
Accanto ad essa, alla profondità di tre metri e mezzo, c’è un cunicolo che porta ad altre due grotte,che sicuramente custodiscono nuovi misteri.

Durante i lavori di pulitura, sepolte nel terriccio che ricolmava l’ingrottato, sono stati trovati diversi oggetti di differenti epoche, ma la cosa che ha fatto scalpore è il ritrovamento di un puntale conico di ferro che altro non è che un portafiaccola da parete, per il quale bisogna stabilire il periodo a cui risale.

Quest’ultimo ritrovamento richiama certamente a presupposti sull’esistenza dei sectarij….ma a dir del Villabianca alla fine del settecento di quella terribile organizzazione “se n’era già perduta la semenza”.
Il Comune di Palermo, ha iniziato il recupero di tutta la zona che interessa il complesso di palazzo Blandi, in vista d’inserire il tutto in un nuovo itinerario nel circuito cittadino. Il percorso potrebbe comprendere l’area che riguarda l’antico letto che solcava il fiume Papireto, iniziando con la visita alle catacombe paleocristiane del IV-V sec.dopo Cristo, proseguendo con la visita di alcune cripte e finendo con la leggendaria grotta dei Beati Paoli.


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