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Nella Morte Del Padre
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Autore Messaggio
lucabii

Lurido Mortale






Registrato: 10/05/09 01:47
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lucabii is offline 






MessaggioInviato: Dom Mag 10, 2009 10:53 am    Oggetto:  Nella Morte Del Padre
Descrizione:
Rispondi citando

Sono i primi 2 capitoli del mio libro "Nalla morte del padre". Se avete voglia di leggerli avrei piacere di ricevere qualsiasi commento. Se volete maggiori informazioni, le trovate su "Non sono ammessi link a scopo di lucro!"
Grazie a tutti!
Luca Bettega

CAPITOLO 1
-Non così in alto papà!- gridò la piccola Laura mentre l’altalena volava
di nuovo verso l’arancione ormai sbiadito del cielo, in cui comparivano le
prime luci di qualche stella ad illuminare quella calda sera di maggio.
-Va bene, va bene. Ora rallentiamo un pochino- disse l’uomo donando
un immenso sorriso agli occhioni eccitati e spaventati che lo fissavano
durante l’intera traiettoria, dal cielo alla terra e di nuovo verso cielo.
Laura restituì il regalo con gli interessi, spalancando la bocca in
un’espressione che racchiudeva gioia e profonda gratitudine.
Mentre i biondi riccioli danzavano dietro le sue spalle, la piccola non
perdeva per un solo momento lo sguardo del padre, che l’attendeva per
poi riconsegnarla al cielo con le sue forti mani.
Era una notte magica. Il giorno del suo settimo compleanno stava
volgendo al termine, ma per lei era iniziato da pochi minuti. Il
pomeriggio era ormai un triste ricordo. Non avere una festa di
compleanno con le sue amiche non fu certo una delusione; i suoi
compagni di scuola le avevano regalato anche quella mattina le solite
umiliazioni a cui ormai era abituata, e non aveva certo voglia di
condividere con loro anche il tempo libero. Le bastava e avanzava la
compagnia della mamma.
Varcata la soglia di casa, la piccola si rese subito conto di che aria
tirava. La mamma si era portata avanti coi festeggiamenti già dal
mattino, pronta ad accoglierla col secondo dono giornaliero: una
tempesta di ceffoni e insulti. Un odore cattivo di whisky usciva dalla sua
bocca mentre le ricordava quanto fosse incapace e indegna di essere
figlia sua. Dal canto suo Laura conosceva fin troppo bene le reazioni di
quella donna e come farle terminare prima possibile. Si lasciò colpire
senza farsi scappare una lacrima, cercando di non manifestare alcuna
emozione. Per fortuna la mamma non era dotata di grande costanza e,
dopo qualche minuto, sentì la mancanza della sua amica scozzese e
tornò verso il divano, con gli occhi spenti indirizzati verso lo schermo
della TV, le cui immagini non sembravano suscitare grande interesse.
La bambina sgattaiolò in cucina dove non c’era un gran che da
mangiare. Si accontentò di due wurstel freddi e mezzo panino poi,
senza fare rumore per non destare la madre dal suo salvifico torpore, si
diresse verso la sua cameretta. Trascorse il resto del pomeriggio lì,
dove non dava fastidio a nessuno e dove i pericoli non esistevano. Non
le era mai accaduto nulla di male in quella stanza; era protetta da
qualcosa di magico. Neppure la mamma l’aveva mai sfiorata quando si
trovava in camera sua. Si sdraiò sul letto a sfogliare fumetti in attesa del
rientro del padre. Era l’unica persona che l’amava e la faceva sentire
sempre importante. Trascorrevano pochissimo tempo insieme perché
rientrava dal lavoro solo per cena e qualche volta anche più tardi. Anche
lui spesso beveva ma non l’aveva mai picchiata e, quando era a casa,
neanche la mamma lo aveva mai fatto. Il papà la faceva sempre ridere
ed era lui che la aiutava ad addormentarsi: le raccontava sempre
qualche fiaba e poi la riempiva di coccole. A lei piaceva da impazzire
quel momento. Con dolcezza le accarezzava i capelli e il viso o le
faceva il solletico sulla pancia.
Come aveva sperato, anche quel giorno fu il papà a trasformare il suo
compleanno in una vera festa. Aveva montato un’altalena al ramo della
betulla in cortile e le aveva detto di iniziare giocare e che a breve
sarebbe uscito anche lui e insieme avrebbero raggiunto il cielo.
Mentre attendeva le spinte del papà cullandosi lentamente avanti e
indietro, di tanto in tanto sbirciava alla finestra della sala da pranzo, da
cui uscivano le urla di quello che sembrava proprio un brutto litigio. Non
riusciva a sentire cosa si dicevano, ma vedeva bene i bruschi movimenti
dei due corpi oltre il vetro e rimase inebetita quando il papà, per la prima
volta, colpì la mamma con un violento schiaffo, poco prima di uscire in
cortile.
Ebbe paura, ma il sorriso del padre la tranquillizzò subito, e le sue
mani che la spinsero verso il cielo fecero dimenticare tutto in un solo
istante.
Aveva veramente raggiunto il cielo!
-Grazie papà, mi hai fatto arrivare in cielo!-
-Prego piccola-
L’uomo era rapito dalla bellezza della sua creatura. Aveva una figlia
stupenda e l’amava più di sé stesso. Nessuno l’amava quanto lui.
Osservava i suoi capelli color granturco stagliarsi nell’aria per poi
riscendere dolcemente sulle spalle nude; i suoi occhi azzurri che
trasmettevano la gioia e l’innocenza che solo i bambini possiedono; il
suo corpo coperto da una canottiera bianca e da dei pantaloncini azzurri
troppo grandi per lei, che la facevano sembrare un folletto.
Era davvero bello guardarla, eccitante. Sentiva il velluto delle sue
ginocchia ad ogni spinta, e non riusciva a togliere lo sguardo dallo
spiraglio lasciato dai larghi calzoncini, che concedeva di intravedere le
colorate mutandine di una bimba.
Forse aveva bevuto troppo quella sera, o forse Laura lo stava
provocando apposta.
Forse…
La testa gli pulsava come se fosse stato preso a pugni e tutti quei
pensieri non facevano altro che incentivarne il dolore.
Iniziò a sentirsi stanco e si accovacciò sull’erba, con i gomiti
appoggiati sulle ginocchia.
La bambina lasciò che l’inerzia la cullasse ancora per qualche
secondo, poi si tuffò tra le braccia del padre ringraziandolo nuovamente
con un sonoro bacio sulla guancia coperta da un po’ di barba.
Al solo contatto con la sua pelle l’uomo sentì l’eccitazione aumentare.
Ma cosa diavolo gli stava accadendo? Provò un forte senso di nausea
dovuto probabilmente a tutti quei pensieri folli che lo martellavano come
i colpi di un pugile, o forse semplicemente al troppo alcool.
Laura cercò di mettersi più comoda, sedendosi sul papà all’altezza
della vita con le ginocchia che arrivavano a sfiorare l’erba, e le mani
cinte intorno al collo in un dolce abbraccio.
Quella nuova posizione procurò all’uomo un brivido caldo e freddo
contemporaneamente, sentì il suo sangue ribollire andando a gonfiare il
punto estremo del suo piacere fisico.
L’erezione arrivò così potente che ebbe la sensazione che la figlia
potesse coglierla. Anzi ne era assolutamente certo, lei la sentiva e ne
provava piacere.
Laura desiderava che quel momento non terminasse mai. La rendeva
felice stare abbracciata al papà che la scrutava come se fosse la cosa
più meravigliosa che avesse mai visto. Sapeva però che di lì a poco
l’avrebbe portata in camera, magari ancora in braccio, per poi
accompagnarla con la sua voce e le sue carezze fino a che non si
fosse addormentata.
L’uomo appoggiò le sue mani sulle ginocchia della piccola, salendo
lentamente e infilandole sotto i pantaloncini, giungendo all’altezza dei
fianchi. Con le dita sentiva il tessuto soffice delle mutandine. Ancora
caldo e freddo percorrevano la sua schiena dal basso verso l’alto,
mentre le pulsazioni all’interno del suo cranio acceleravano
impetuosamente.
Iniziò a muovere con delicatezza le anche della bambina in un lento
avanti e indietro. Il piacere diventò ancora più forte, quasi incontrollabile.
Laura sorrideva nel ricevere le coccole dal papà, anche se erano
diventate nuove e strane, ma comunque sempre dolci.
Il suo sorriso si spense quando vide nel padre un’espressione
cambiata, seria, forse non si sentiva bene.
-Papà?-
Nessuna risposta.
L’uomo iniziò ad accelerare il movimento dei due corpi, sentendosi
ormai invaso dal desiderio.
La piccola iniziò ad essere preoccupata per il papà, confusa per
quello che stava accadendo e spaventata.
Si voltò verso la finestra dove fino a poco prima la mamma stava
guardando la TV e piangendo. Le luci erano tutte spente, probabilmente
stava già dormendo.
-Papà?-
Di nuovo nessuna risposta.
-Vado a chiamare la mamma-
Cercò di liberarsi dalla presa dell’uomo che, da dolce, diventò
improvvisamente forte al punto da provocarle dolore. Anche il suo volto
non era più lo stesso, ora la guardava come se la odiasse. Ma cosa
stava succedendo? Perché il papà le stava facendo male?
-Mi provochi e ora vuoi andare da quella troia!-
La voce uscì dalla bocca dell’uomo poco più alta di un bisbiglio. Solo
allora Laura sentì che l’alito del padre puzzava tremendamente di
whisky.
La stretta si fece ancora più possente e dolorosa.
-Lo sapevo che eri come quella puttana di tua madre, ma non mi
freghi, non mi scappi, ora finisci quello che hai iniziato12
Le forti mani che l’avevano sempre protetta la scaraventarono sul
prato. Nella caduta le uscì un urlo subito smorzato dal palmo della mano
dell’uomo, che ora le era sopra.
Ma cosa stava succedendo? Il suo papà la amava. Il suo papà non le
avrebbe mai fatto del male. Il suo papà la stava soffocando.
Improvvisamente comprese cosa stava accadendo. Le sue deboli
braccia smisero di opporre resistenza. I suoi occhi azzurri cessarono di
lacrimare. Dal suo sguardo si cancellò per sempre l’amore per il suo
papà e si trasformò in odio, un odio profondo che cercava di comunicare
a quell’uomo che nemmeno più la guardava.
Dal suo volto sparì infine qualsiasi espressione, proprio come quando
era la mamma ad usarle violenza.
Capì che questa volta non sarebbe bastato, che il papà stava
mantenendo la sua promessa, che stava per farle raggiungere il cielo.
Questo era il suo vero regalo di compleanno.
Si lasciò uccidere.

CAPITOLO 2
Il demone lo stava fissando. Il suo respiro regolare e quasi
impercettibile rompeva il silenzio della notte.
Daniele stringeva con le sue mani da bambino il lembo del lenzuolo
che gli copriva il volto. Le palpebre serrate cercavano di non
permettergli di vedere. Tremava perché sapeva che non avrebbe potuto
astenersi. Doveva vedere…
Scostò il lenzuolo il minimo indispensabile per ottenere un sufficiente
campo visivo e socchiuse lentamente gli occhi.
Il demone era immobile ai piedi del letto, terribilmente vicino, a pochi
centimetri dai suoi piedi. Il suo volto vermiglio, umido e rugoso si allargò
in un ghigno di soddisfazione. Aveva vinto, Daniele lo stava fissando.
Le narici schiacciate come quelle di un animale si dilatavano ad ogni
respiro. Poco più sotto, i denti acuminati riflettevano la poca luce che
affiorava dalla finestra.
Brillavano come pugnali affilati, mostrando con fierezza il sangue
rappreso delle vittime cadute in quelle fauci. All’interno del tetro sorriso
la lingua si moveva gustando quel che rimaneva del sangue appena
ingoiato, avida di nuovo cibo, fresco, innocente.
Il bambino avrebbe voluto richiudere gli occhi, dormire, dimenticare,
ma non poteva. Doveva vedere.
I suoi piccoli occhi bruni erano una preda ormai sconfitta, innanzi alle
orbite scure di quel mostro, a quelle pupille rosse cerchiate di tenebre.
Daniele portò le gambe vicine al petto per allontanarsi dalla creatura,
che rimase immobile ad osservarlo.
Il ghigno si allargò ulteriormente, quasi a tagliare in due il volto, ai cui
estremi spuntavano due piccole orecchie appuntite. Era compiaciuto
mentre assaporava il terrore in quel visino infantile.
Spostò per un istante lo sguardo alla sua sinistra, per poi ritornare
verso la sua preda.
Solo in quel momento Daniele ebbe l’opportunità di sospendere lo
stato ipnotico di cui era prigioniero e di notare intorno a sé le fiamme
che stavano impetuosamente bruciando la sua camera, i mobili, la
scrivania, le tende. Era interamente circondato da un fuoco feroce, ma
freddo e senza fumo.
Sentiva urla strazianti al suo interno. Strizzando gli occhi riuscì a
vedere le sagome di due corpi che si contorcevano dilaniate dal dolore
mentre bruciavano. Venivano verso di lui e il volume delle grida
aumentò.
Erano ormai in prossimità del letto, quasi completamente carbonizzati,
inginocchiati. Senza più forze imploravano aiuto, con la voce ridotta a
un sussurro.
- Daniele non lasciarci morire-
Il bambino avrebbe tanto voluto aiutarli, ma aveva troppa paura. Lui
non poteva, non ci riusciva, lui era solo un bambino.
Si coprì il volto con il lenzuolo, ma quella debole protezione gli venne
strappata con violenza dal demone. Lo sguardo del mostro si fece
furibondo. Non doveva nascondersi, doveva vedere.
La creatura portò il suo volto infernale così vicino a quello di Daniele
che quasi i loro nasi si toccavano. Poteva sentire l’odore dolciastro del
sangue.
Suoni metallici iniziarono ad aleggiare nella stanza. Dapprima
sembravano tanti martelli che battevano sul ferro, poi il rumore si fece
più simile a quello di mille campanelli di bicicletta. Il frastuono si fece
assordante.
Drin! Drin! Drin! Drin!
Daniele schiuse le palpebre, ancora stordito e grondante di sudore. Il
suo cuore pulsava ad un ritmo vertiginoso e ci sarebbero voluti diversi
minuti per farlo tornare regolare. Era di nuovo nel suo corpo di
ventottenne.
Mentre il telefono continuava a squillare diede uno sguardo
all’orologio sul comodino, posto a fianco del letto. Segnava le cinque e
quarantadue. Fece un lungo respiro e si alzò a rispondere.
- Daniele è successa una cosa orribile, è morta Laura, la figlia dei
Benassi -
Quelle parole echeggiarono nella testa dell’uomo alla ricerca di un
posto dove posarsi. Ma lui non le voleva quelle parole. Dovevano
essere il frutto di uno schifoso scherzo, ma non lo erano. Don Angelo
non avrebbe mai avuto una così macabra trovata.
Dovette farsi coraggio per spezzare il silenzio.
-Come, morta?-
-La madre si è svegliata qualche ora fa e, non vedendola nel suo
letto, è uscita per cercarla e l’ha trovata stesa in cortile. È stata…-
Il parroco non sembrava in grado di continuare, dall’apparecchio
Daniele lo sentiva respirare affannosamente, sembrava singhiozzasse.
- E’ stata soffocata…e violentata. Dio mio, è terribile!-
Trascorsero ancora alcuni interminabili secondi di silenzio, poi don
Angelo riprese a parlare, mentre gli occhi spenti di Daniele fissavano
assenti qualcosa che non esisteva fuori dalla finestra della camera. Non
voleva continuare ad ascoltare, ma doveva farlo.
-Credono sia stato il padre, Marco. Sono a casa sua ora e c’è pieno di
poliziotti e giornalisti. Maria, la madre, è sotto shock, non mi posso
muovere da qui. Per favore vai tu a far suonare le campane a…-
Morto
Daniele udì delle voci che reclamavano l’attenzione del prete, prima
che la telefonata si interruppe, bruscamente così come era iniziata.
Avvertì una sgradevole sensazione di nausea risalirgli dalle cavità
dello stomaco, ma era a digiuno da troppe ore per vomitare, così non vi
riuscì.
Indossò velocemente i jeans scuri e la t-shirt che portava la sera
prima e si avviò verso la chiesa.
Alle cinque e cinquantaquattro le case di Virdeo, tranquillo paese tra
le Alpi e il Lario, vennero svegliate dai rintocchi lenti e perentori delle
campane. Per alcuni minuti il suono funebre aleggiò nell’aria, come se
cercasse di privare Virdeo della sua quiete per consegnarle qualcosa
che non le spettava, che nessuno voleva.
Infine fu di nuovo il silenzio.
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MessaggioInviato: Dom Mag 10, 2009 10:53 am    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Dom Mag 10, 2009 11:53 am    Oggetto:  
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MessaggioInviato: Ven Mag 22, 2009 9:20 pm    Oggetto:  
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