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un mondo horror tra misteri e cultura

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Egitto
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Noctifer

Demone Inferiore






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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:32 pm    Oggetto:  
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Bene, ho trovato interessante il progetto di mitologia egizia dell'OSCURA SOGLIA, ma vorrei sapere di più sui misteri:
1) erosioni da pioggia sulla sfinge
2) fori sule piramidi in proiezione trasversale delle stelle della Cintura di Orione
3) mummificazione
4) dei uccelli

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:32 pm    Oggetto: Adv






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Rantola

Macchia nell'Ombra






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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:34 pm    Oggetto:  
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COSA SUCCEDE DOPO LA MORTE? MUMMIFICAZIONE E NON SOLO, NELLE VARIE CIVILTA' ANTICHE.Cosa succede di noi dopo la morte? O meglio non proprio di noi, ma dei nostri corpi. Quando si è trovato di fronte alla spoglia mortale, l'uomo ha dovuto fare i conti con la morte e con quell'ingombro caduco che rimane da sistemare, in qualche modo. Non sarebbe in alcun modo possibile qui trattare le infinite ragioni culturali, cultuali, simboliche e quant'altro che forniscono giustificazione ai rituali funebri. Non si ha alcuna pretesa di essere esaustivi, si capisce bene che non sarebbe possibile andare a indagare tutti questi argomenti, perciò si osserverà solo e soltanto il destino dei corpi quando sono definitivamente inerti, passando in rassegna rapidamente quali abitudini hanno scelto alcune civiltà antiche per rapportarsi alla morte nel suo aspetto concreto, il cadavere. E che cosa ne fanno i parenti, gli amici, le istituzioni.
Rimane comunque difficile sciogliere la pratica e il trattamento puro e semplice del corpo dalle motivazioni culturali che giustificano le diverse procedure post mortem. Se da alcuni (i cristiani per esempio) la morte del corpo è concepita come necessario preludio alla resurrezione e alla gloria dei cieli, presso altre civiltà la morte è un stato di perpetua tristezza. L'aldilà indistinto e tetro dei popoli antichi non causa preoccupazioni per il destino del corpo, che non è più, che 'non può' più:

Io non sono più un uomo che gioisca della vista.
Il luogo ove riposo è la polvere della terra; tra i malvagi io giaccio.
Il mio sonno è angoscia; tra i nemici dimoro.
Sorella mia, dal mio giaciglio non posso più sollevarmi! (1)

Nei sepolcri di Ur così come negli ipogei di Ebla i cadaveri erano accompagnati da numerose offerte e oggetti preziosi, mettendo così in evidenza la preoccupazione per una vita futura, ma complessivamente si puiò dire che in Mesopotamia i morti sono immaginati come "mangiatori di polvere e bevitori di acqua sporca".
Questa concezione che ha pervaso quasi tutto l'Oriente antico contrasta in modo palese con quella egizia, dove la morte, l'aldilà diventa un bel mondo, migliore di questo.



L'imbalsamazione
Nelle piramidi, sepolcri del dio-re, viene celebrata la vita dopo la morte, una esistenza serena nell'abbondanza e nella prosperità, allietata dalla compagnia dei servi, dei familiari, degli amici Così viene rappresentata dalle pitture sulle pareti delle antiche tombe. E vi si trova dipinto anche il Regno dei beati: talora sono caverne sotterranee in mezzo al deserto, più spesso è collocato in cielo, dove esistono campi fertilissimi, che i beati coltivano; e di notte ogni beato accende la sua lampada, le stelle.
Ma accanto a questa visione pacificante del regno dei morti permane tra i vivi la paura che gli spiriti (come spettri) possano tornare a spaventarli: i due regni devono restare ben distiniti e non si deve generare confusione, mescolamento e caos. A questo scopo vengono poste offerte accanto al defunto, per scoraggiarne il ritorno nel mondo dei vivi, casomai gliene venisse voglia.
Lo spirito, l'elemento immateriale dell'uomo, può desiderare di ricongiungersi al corpo che gli apparteneva. Se vuole tornare, deve trovare il suo involucro intatto; per questo è necessario che questo sia ben conservato: il cadavere non deve decomporsi. Secondo gli egiziani nell'uomo convivono l'elemento corporeo e quello spirituale (dove vanno distinti lo spirito vero e proprio, il nome, l'ombra e soprattutto il ka, il principio vitale, divino e indistruttibile). E nel cuore della sepoltura faraonica , nelle profondità della piramide, vi è la camera che contiene il sarcofago con il cadavere imbalsamato. Ecco la descrizione della pratica dell'imbalsamazione secondo le informazioni raccolte da Erodoto:

"Prima di tutto, servendosi di un ferro ricurvo, estraggono il cervello attraverso le narici, in parte, appunto, estraendolo con questo mezzo; in parte, versandovi dentro un liquido con delle droghe. Poi, con un'aguzza pietra d'Etiopia, praticano nell'addome un'incisione, dalla quale estraggono tutti gli intestini e, dopo averli purificati e lavati con vino di palma, li trattano di nuovo con aromi pestati. Poi, riempita la cavità del ventre di mirra pura tritata, di cannella e degli altri aromi, tranne l'incenso, lo ricuciono. Fatto questo, disseccano il corpo, tenendolo coperto con nitro per settanta giorni: non devono lasciarcelo di più. Quando sono trascorsi i settanta giorni, lavato il cadavere, ne avvolgono tutto il corpo con strisce tagliate di un lenzuolo di bisso, spalmandole nella parte interna di gomma, che gli egiziani usano invece della colla. Quindi i parenti, dopo averlo ricevuto, fanno fare una bara di legno in forma umana, vi pongono dentro il morto e, così chiuso, lo custodiscono gelosamente in una camera sepolcrale, collocandolo diritto contro una parete." (Hist., II, 86)



L'imbalsamazione, che sempre secondo quanto Erodoto accenna, risalirebbe al dio Anubi imbalsamatore di Osiride e quindi inventore della tecnica, è stata praticata dagli egizi fino a circa il 700 d.C. e, secondo le stime di alcuni storici, in totale sarebbero stati imbalsamati circa 730 milioni di corpi, molti dei quali si trovano a tutt'oggi in buono stato di conservazione. In realtà questa descrizine riguarda il tipo più costoso di imbalsamazione; ne esistevano altri due, più economici, che riducevano il cadavere pelle e ossa. Dall'Africa e dall'Asia la pratica dell'imbalsamazione fu esportata in Europa, dove si diffuse a partire dal 500 d.C. circa. I metodi impiegati ci sono noti grazie alle descrizioni dei medici del tempo.

Dagli egizi, la pratica dell'imbalsamazione si diffuse ad altri popoli antichi, come gli assiri, gli ebrei, i persiani e gli sciti.
Per operare correttamente, cioè per trasformare la materia organica senza farla imputridire, bisogna rispettare condizioni specifiche di ventilazione e umidità. I procedimenti di imbalsamazione, o mummificazione, restano ovunque abbastanza simili: svuotamento del corpo, riempito poi di miscele di erbe e di altre sostanze chimiche in grado di bloccare i processi di decomposizione. I sistemi di imbalsamazione moderni si differenziano da quelli antichi per il tipo di sostanze chimiche usate e per il metodo: l'imbalsamazione non è pratica poi così remota se si pensa che nel XX secolo il corpo imbalsamato di Lenin era visitabile nel suo Mausoleo sulla Piazza Rossa, aperto al pubblico, proprio fuori le mura del Cremlino. Negli Stati Uniti e in Canada molti cadaveri vengono imbalsamati per essere seppelliti 'con comodo'. È la nuova forma rituale di elaborazione del lutto. Nella nostra civiltà le convenienze, le regole sociali, il progresso della medicina, l'ospedalizzazione (la morte in ospedale e non più nel proprio letto) hanno posto un divieto molto pesante sulla morte, fino a farla diventare interdetto, tabù. Soprattutto in società dove il 'pensare positivo' è sentito come un dovere così come l'evitare a qualsiasi costo argomenti tristi, la sottrazione/privazione di un periodo (necessario) di pianto, dolore o lutto finisce per provocare spesso forme di nevrosi e depressione. Per affrontare l'inaccettabile si cerca di renderlo softly: imbalsamato, con una parvenza di vita, il caro estinto resta ancora per qualche tempo in compagnia della famiglia e degli amici che vogliano salutarlo, esposto in bell'ordine, fra rasi e cuscini, la bara aperta a metà, nella funeral home, che provvede alla musica, celestiale, rasserenante. Lo spettacolo è interamente a beneficio dei vivi.



Inumazione, cremazione
Le ritualità del mondo antico, con le preoccupazioni per il cammino o la condizione del defunto presumono la credenza in una vita dopo la morte. Aggiungere al cadavere oggetti e cibi è un modo di consegnare un viatico per l'aldilà, di fornire i mezzi di aiuto per quell'altra forma di esistenza. L'intuizione di questa formulazione astratta la troviamo nel caso di cadaveri sepolti sotto il pavimento di casa: un modo economico per i parenti di risparmiare sulle offerte, dato che la vicinanza permetteva al defunto di partecipare ai pasti. L'usanza è archeologicamente provata nella fase preistorica della civiltà asianica di Siyalk I (neolitico, V millennio), II e III (eneolitico, IV millennio-inizi del III), a sud di Teheran. Il cadavere veniva seppellito a quindici-venti centimetri di profondità in posizione rannicchiata, raggomitolata, e le ossa ritrovate si presentano colorate di rosso, traccia dell'ossido di ferro con cui venivano cosparsi i corpi al momento dell'inumazione. La sepoltura rannicchiata, con il cadavere avvolto in pelli o bende e però già posto in un sarcofago ovoidale, è comune anche al periodo preistorico dell'Egitto.
In epoca storica, nelle stesse aree, i Magi, la casta sacerdotale dei Medi, soprintendevano agli uffici religiosi e alle cerimonie dei sovrani achemenidi. Non c'è sostanziale accordo fra le tradizioni dei due popoli, entrambi di origine indo-iranica, che praticavano la religione in modo differente. I magi costituivano una casta e una confraternita piuttosto isolata e privilegiata, praticavano il matrimonio fra consanguinei, avevano l'incarico di preparare l'haoma (la bevanda inebriante usata dai persiani durante le cerimonie religiose), mantenevano il fuoco sacro nei templi, ma soprattutto esponevano i cadaveri in modo che venissero scarnificati dagli uccelli da preda e dalle bestie feroci. I persiani, invece, usavano l'inumazione. Nella zona del Luristan sono state ritrovate delle tombe comuni con le ossa di diversi defunti che hanno fatto pensare all'inumazione in due fasi, quella appunto che praticavano i magi. Prima di divenire parte integrante dell'impero persiano, i magi, come altri popoli nordici e nomadi, esponevano i cadaveri all'aperto. Le prescrizioni dello zoroastrismo vietano di contaminare gli elementi sacri - terra, acqua, fuoco - con la presenza, cioè la decomposizione, dei cadaveri, perciò i morti vengono esposti su torri speciali o sulle montagne da dove poi le ossa scarnificate vengono raccolte e depositate in ossari scavati nella roccia o deposte in tombe in muratura. (2)



Un rito particolare distingue gli Hittiti dagli altri popoli dell'Oriente antico, la cremazione del re (dopo la morte, s'intende). Il rito ha una durata di alcuni giorni. Il primo giorno si accende la pira, poi:

"nel secondo giorno, al sorgere della luce, le donne vanno alla pira per raccogliere le ossa e estinguono il fuoco con dieci boccali di birra, dieci di vino e dieci di valhi. Un anfora di argento del peso di mezza mina e venti sicli è riempita di olio fino. Prendono quindi le ossa con una lappa d'argento e le pongono nell'olio fino nell'anfora d'argento; poi le tolgono dall'olio fino e le pongono su un lino gazzarnulli, sotto il quale è posta una tela fina. Finito che hanno di raccogliere le ossa, le avvolgono insieme col lino nella tela fina e le pongono su un seggio; se invece di tratta di una donna, le pongono su uno sgabello. Intorno alla pira su cui il morto è stato bruciato, mettono dodici pani; e sui pani mettono un pasticcio di grasso. Il fuoco è già spento con la birra e col vino. Di fronte al seggio su cui giacciono le ossa pongono una tavola e offrono pani caldi e pani dolci da spezzare. I cuochi e gli inservienti della tavola pongono appena possibile i vasi e appena possibile li tolgono. A tutti coloro che son venuti a raccogliere le ossa danno da mangiare." (3)

Non si può fare a meno di notare come la descrizione ricordi un po' quelli i roghi funebri di Patroclo e Ettore nell'Iliade. Del resto gli Hittiti occuparono l'Anatolia, quindi la vicinanza geografica è un fatto storico. Perdi più, si ritrovano somiglianze e perfino corrispondenze linguistiche fra la lingua hittita e il miceneo.

Due opposte strategie della morte
Conviene a questo proposito, seguendo il Vernant, fare una prima grande distinzione fra due opposte strategie della morte: l'Oriente, l'induismo in particolare, pratica la cremazione, mentre i le diverse civiltà che hanno costituito i regni mesopotamici sono accomunati dalla pratica dell'inumazione. Il destino del corpo è diametralmente opposto: conservazione e perpetuazione della memoria del defunto da un canto e dispersione completa dello stesso negli elementi della natura. In India, benché si possa pensare che la sovrappopolazione abbia consigliato alla contemporaneità di pepetuare questa usanza, già anticamente il cadavere veniva bruciato e le ceneri disperse nel fiume sacro. La cerimonia prevede la completa disintegrazione delle spoglie mortali: si deve smettere di esistere e non deve sopravvivere traccia dell'esistenza trascorsa. Svanire vuol dire reintegrarsi nel tutto e nel respiro del mondo.
Nel quadro di un religione che crede nella trasmigrazione e nel ciclo delle rinascite mantenere un corpo, per quanto morto, costituirebbe un impedimento al libero passaggio dello spirito migrante in cerca di liberazione definitiva dall'imbrigliamento della materialità. Con una significativa eccezione: colui che già in vita ha rinunciato a tutto, l'asceta, viene seppellito, nella posizione seduta della meditazione, con la testa rivolta verso l'alto (un tratto casulamente comune al cristianesimo, che prescrive lo sguardo verso il cielo e le mani giunte sul petto). Sopra questa sepoltura viene eretto un tumulo, che diverrà luogo santo di pellegrinaggio, inteso non come fondamento civico e sociale, ma puramente spirituale. Oggi la cremazione va diffondendosi presso di noi, anche promossa e sostenuta da organizzazioni che preferiscono lascaire la terra i vivi. Diversi sono gli atteggiamenti che ne motivano la scelta. La cremazione ha rappresentato a lungo una dissociazione dalle posizioni della chiesa, sostenitrice dell'inumazione. Eppure anche nelle società laiche occidentali sopravvivono delle resistenze: si avverte un distacco troppo definitivo, e il venir meno della necessità e della ragione del culto dei morti. Nella percezione comune il corpo che si decompone lentamente sottoterra mantiene una sua consistenza che le ceneri non trattengono più. I legami con la persona morta vengono meno definitivamente (per questo stesso motivo a volte la cremazione viene preferita!).



All'esatto opposto del continente indiano le civiltà del bacino dei grandi fiumi, che fino dall'antichità hanno praticato la sepoltura del corpo e la costruzione di un monumento che custodisca il cadavere e perpetui la memoria. La statua regale è il corpo immortale del sovrano, la sua materia divina innalzata nei templi o nei palazzi; mentre il suo corpo viene inumato con la testa rivolta verso l'alto.
Conservare il segno tangibile del morto, venerare gli antenati, trasmetterne il nome fa parte di una concezione della morte come passaggio (o cambiamento di stato) e l'atteggiamento adottato nei suoi confronti mira a porre un segno tangibile che faccia da confine netto fra i due mondi. Non ci deve essere mescolanza, che genererebbe caos e male. Il mondo dei vivi deve coltivare una relazione, mantenere un legame con i defunti, ma secondo un ordine sociale, nella razionale prospettiva dell'ordine e dell'armonia, cioè nella separazione netta delle sfere di appartenenza. Il culto domestico di Lari, Penati e antenati in genere è il cuore di questa antica prassi, del venerare i morti parentali con funzione protettiva da un lato e apotropaica verso gli spiriti maligni. Sempre all'interno di questa logica l'insepolto non trova pace e tormenta i vivi, perché non ha un posto dove stare, manca di collocazione. Alla stessa stregua, il vincitore che voglia umiliare il nemico, scoperchia le tombe, le profana, togliendo le radici alla stirpe dei vinti. Perché questo propriamente sono i propri morti, il legame con il passato, il fondamento della propria storia. Ecco perché se ne conserva il cadavere.



La morte eroica
I greci condividono in parte questa concezione 'fondativa' del genos, della stirpe che si perpetua nel tempo e in uno spazio, su un territorio. La sepoltura domestica è pratica comune in epoca preistorica. E in epoca storica nelle case viene previsto un spazio da dedicare al defunto, inumato come cenere (roghi collettivi per la gente comune destinata all'oblio). In mezzo va collocata l'epoca eroica, quella dell'epos omerico e della morte gloriosa. L'Iliade ci racconta del rogo funebre di Patroclo, anzi è l'eroe stesso, che dopo la sua morte appare come fantasma ad Achille e prescrive come dovrà procedere per dargli sepoltura:

Gli apparve l'ombra di Patroclo,
in tutto, statura, occhi, voce, simile a lui.
Portava un lungo vestito intorno al corpo.
Stette sul capo di lui e gli rivolse la parola:
"Tu dormi, ma di me ti sei dimenticato, Achille.
Tu non mi trascuravi quand'ero vivo:
ma mi trascur adesso che sono morto.
Seppelliscimi al più presto e io attraverserò le porte dell'Ade.
Lontano mi respingono gli spiriti, ombre di trapassati,
né mi consentono di unirmi a loro oltre il fiume.
Perciò vago fuori dalla casa di Ade. Dammi la mano. Io piango.
Non tornerò più dall'Ade quando avrete cremato il mio corpo.

E quindi raccomanda, per la philia che li legava, di seppellire insieme le ossa, in un'"anfora d'oro" (sophós è la cassa mortuaria, la bara), poiché anche Achille non gli sopravviverà a lungo. Viene allora allestita una pira gigantesca, di cento piedi, ma prima di porre sulla sommmità il cadavere, i compagni lo ricoprono con ciocche di capelli, e anche Achille recide la propria chioma dedicandola a Patroclo. Quindi si passa ai sacrifici, si squartano agnelli e buoi, e con il loro grasso si ricopre la salma. Vengono posti accanto al cadavere anche gli animali scuoiati e offerte di miele e olio, e vengono gettati sul fuoco cavalle e cani e dodici figli di nobili troiani (il dolore di Achille è spropositato, come la sua ira). I venti Borea e Zefiro arrivano per fare meglio ardere la pira e la mattina seguente tutto è consumato: la pira viene spenta col vino, le ossa bianche vengono raccolte in un'urna d'oro, spalmate di un doppio strato di grasso e avvolte in un sudario di lino. Infine viene disegnata la base circolare del tumulo attorno alla pira, si gettano le fondamenta e si accumula la terra. Quindi Achille indice i giochi.

La spedizione a Ilio aveva raccolto il fiore degli eroi greci, provenienti un po' da tutto il continente. I cadaveri di coloro che sono morti, caduti sul campo di battaglia non possono verosimilmente essere trasportati indietro attraverso il mare, fino alla propria città. In alternativa il trasporto delle ceneri, delle ossa, rende più pratico il ritorno in patria e la restituzione ai parenti. Se ciò non è possibile, si erge un cenotafio, un monumeto alla memoria, un sepolcro vuoto che trasmetta comunque il ricordo dell'eroe, che rappresenta il suo simulacro. Per la cultura greca un la memoria ha un ruolo fondamentale, la conservazione del ricordo, nel mnema funebre (tomba, stele con epigrafe, cenotafio), nel canto (portare con sé le ceneri o un ritratto è comportamento che si ritrova in alcuni migranti nei secoli passati).
E così il presidio, il segno monumentale sul territorio rende visibile quel legame che unisce il presente al passato, la base su cui il presente (la civiltà presente, l'intera sua cultura, tutto ciò che è e rappresenta) poggia e non potrebbe altrimenti, pena lo smarrimento, la scomparsa nel nulla del vuoto della memoria.



I Romani non fanno altro che riprendere questa concezione con maggiore sistematicità, permettendo sia l'inumazione che la cremazione del cadavere. In ogni caso fuori dalla città (extra pomerium), lontano dalle case, lungo le vie che si dipartono dalle porte cittadine. Ai lati della carreggiata, venivano sitemati epitaffi, ciascuno recante una iscrizione funeraria, talvolta ammicante o arguta, che descriveva la personalità del morto, offrendo così - oltre che una specie di documento di identità - un piccolo svago, un breve lettura al viandante o a chiunque passasse di là. Così un folla di morti cercava di farsi ricordare, intrattenendo il passante, lasciando un piccolo ricordo. Così praticamente tutti, o quasi, potevano avere una tomba, lasciare un ricordo di sé. L'epoca romana ci ha anche lasciato una innumerevole quantità di ritratti, conservati in particolare nella zona desertica, dal clima secco e asciutto, del Fayyum: sono volti di morti, giovani, dallo sguardo vivo ma perso in una loro fissità fuori dal tempo. Hanno tratti realistici, vivida espressività, raramente mostrano i segni dell'età. Derivano dall'uso di farsi fare un ritratto con cui ornare la sepoltura, predisponendo in anticipo ogni cosa per la propria morte (e del resto l'aspettativa di vita non era paragonabile a quella odierna).

Catacombe
La preferenza data all'inumazione (nell'aspettativa della resurrezione) indusse i cristiani dei primi secoli a scavare sottoterra dei cimiteri dove conservare innanzitutto le reliquie dei martiri. Differenziando il tipo di sepoltura, i cristiani da un canto prendevano le distanze dal paganesimo e dall'altro seguivano la dottrina della resurrezione dei morti. La catacomba unisce questi vantaggi a quelli di economicità, e spazio (poiché i cristiani non ammettevano di riutilizzare le sepolture per far posto ad altre). Questi antichi cimiteri sotterranei (esistono anche catacombe giudaiche), scavati e utilizzati dal II al V secolo d.C. erano collocati fuori dalle mura della città, lungo le grandi vie consolari e, generalmente, nella immediata area suburbana e venivano talora utilizzati per celebrare i riti funebri. Inizialmente utilizzati solo con funzione di luoghi di sepoltura, divennero in seguito veri e propri santuari, centri di devozione e pellegrinaggio. Nelle catacombe i cristiani hanno così trovato un luogo di appartenenza comunitario anche dopo la morte.

Morire ad sanctos
Ma la devozione popolare per i martiri dei primi secoli del cristianesimo ha dato luogo anche alla raccolta dei corpi 'in superficie', con lo stesso carattere di confusione dei morti in una massa indistinta e senza identità. Le sepolture di alcuni martiri danno origine a basiliche suburbane che diventano polo d'attrazione dei fedeli, in vita e dopo la morte. Benché il cristianesimo primitivo non ammettesse tale usanza, attorno all'abside andavano accumulandosi quantità a volte impressionanti di sarcofagi, addossati gli uni agli altri, in cerca di contiguità con il santo, dispensatore di benedizione e protezione delle spoglie mortali. Perciò viene chiamata sepoltura ad sanctos: scopo del fedele è assicurarsi, grazie alla vicinanza, un poco di quella gloria e parte della virtù di quei grandi uomini beati. L'antico cimitero designa perciò uno spazio ampio, la chiesa, il campanile e il cortile, l'atrio, il chiostro. Periodicamente le ossa venivano rimosse per far posto a nuove sepolture. Alla fine del Medioevo i porticati che correvano lungo il cortile della chiesa erano sormontati da ossari: ogni devoto aspirava ad avere un posticino nel perimetro nelle mura, negli ossari sopra le arcate.
Viene poi un momento in cui si perde la distinzione fra extra e intra urbem. Le prime basiliche con questo tipo di sepolture si trovavano fuori città, ma dal VI secolo si diffonde tale pratica anche nelle cattedrali cittadine: riportando i cadaveri all'interno della città, si inverte una tendenza invalsa da secoli. Alti prelati, vescovi e personalità ebbero così sepoltura dentro la chiesa stessa, sotto le lastre del pavimento.
I poveri resti di morte secca, pezzi smembrati di scheletri, ossa, appunto, sono talora state composte artisticamente in camere o ornamenti. Il gusto barocco e macabro del memento mori ha creato arredamenti e iconografie che si possono vedere da Roma, nella chiesa dei Cappuccini, fino a Evora, in Portogallo, nella Capela dos Ossos (ossa e teschi umani di circa cinquemila persona raccolte dai frasti francescani che nel XVII secolo passavano in rassegna i cimiteri sovraffollati di chiese e conventi). Sono le ossa dei poveri, tratte dalle fosse comuni dove venivano poste cucite in un sudario, senza bara, oppure le ossa dei monaci stessi, riesumate anch'esse a tempo debito. Il fatto che il cadavere appartenesse alla chiesa e non dovesse avere un posto tutto suo, da conservare nel tempo e riconoscibile, ha motivato questo riuso.

Però con la Controriforma si definisce lo sprezzo per le spoglie mortali; l'accento è posto sull'operare, sulla devozione di carattere spirituale, e non importa poi molto dove e come vengano sistemati i cadaveri: si apre così una frattura fra la chiesa e il cimitero, che diventano entità distinte Il processo di laicizzazione fa sì che nel cimitero vengano ammessi pure i corpi degli scomunicati o quanti la chiesa abbia rifiutato.



Il giorno dei morti
In seguito si è cominciato a percepire nuovamente il senso di appartenenza che i morti sanno dare. Patriottismo e legame con le proprie radici sono tornati in primo piano, recuperando così un senso antichissimo del culto degli avi.
I cari morti allora cominciano a reclamare una propria identità singolare, una fisionomia caratteristica. Le cappelle laterali delle chiese dapprima e poi le cappelle di famiglia hanno soddisfatto questo bisogno, designando la dimora definitiva di una intero clan familiare, che nella cappella individua la 'vera casa'. Il fenomeno diviene popolare nel XIX secolo, estendendosi a tutte le classi sociali. È il risultato di un fenomeno che, con segno opposto, prende avvio a metà del Settecento, quando, grazie ai progressi della medicina, si comincia a discutere della effettiva igienicità dei cimiteri che con i loro miasmi parevano essere la causa di epidemie e e infezioni. Di pari passo avanza l'interesse per i cadaveri, oggetto di studio e appassionata dissezione. A Parigi, per esempio, viene decisa la distruzione dei vecchi cimiteri intra muros e la creazione delle necropoli come il Père Lachaise: fra il 1785 eil 1787 vengono aperte le fosse comuni dell'antico cimitero degli Innocenti e oltre ventimila cadaveri vengono spostati nelle cave di Parigi, battezzate allora 'catacombe'. Quando però la città si ingrandisce fino a inglobare anche queste nuove necropoli, Haussmann propone di raderle nuovamente al suolo e spostare ancora più lontano le sepolture (a Méry-sur-Oise). La popolazione si ribella all'idea, i positivisti esprimono compiutamente questo rifiuto: il morti e la loro presenza sono considerati alla stregua di numi tutelari, il culto dei morti è il fondamento delle istituzioni umane, la civiltà, l'aggregazione sociale e quindi la città si fondano sulla religione dei morti. Nell'arco di un secolo in Francia si è verificata una completa inversione di tendenza, formulando una concezione che a tutt'oggi resta condivisa. Il culto delle tombe si assesta come culto laico, condivisibile da tutti, credenti e non. (4)
Di valore simbolico resta in questo senso l'editto napoleonico di Saint-Cloud del 12 giugno 1804, emanato in Francia ed esteso in Italia nel 1805, che decretava un'anonima sepoltura per tutti i defunti, a prescindere dallo stato sociale, in pubblici cimiteri, fuori delle città, con lapidi tutte uguali, senza titoli e sottoposte a censura. Con I Sepolcri, Foscolo ha dato forma al sentimento patriottico e civile sulla questione.



La tomba a doppio spiovente va fatta risalire agli indo-iranici, le popolazioni indoeuropee che invadono l'Altopiano iranico all'inizio del I millennio, nell'ambito di quel gigantesco sommovimento di popoli che modifica l'assetto delle civiltà del mondo antico. Questo tipo di tomba - di cui esempio unico e anomalo la tomba di Ciro a Pasargade - riproduce le abitazioni nordiche, fa pensare ad urne funerarie a forma di casa. Normalmente si riscontra un monticello di terra protetto da pesanti lastre di pietra o terracotta posate in modo da dare la forma di una casa con il tetto a doppio spiovente. Diversamente da Ciro, i sovrani achemenidi vennero sepolti entro monumentali tombe rupestri (tomba di Da u Duhtar, presso Fahlian nel Fars; tomba di Dario a Naqs-i-Rustam).
(4) da H. Otten, Hethitische Totenrituale, Berlino, 1958 in S. Moscati, Antichi imperi d'Oriente, Il Saggiatore, 1963.
(5) Sul seppellire: Saggio intorno al luogo del seppellire di Scipione Piattoli, I Cimiteri di G.B. Giovio oppure i Pensieri Notturni di Edward Young, le Meditazioni sulle tombe e le Contemplazioni di Giacomo Hervey, l'Elegia scritta in un cimitero di campagna di Thomas Gray.

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sono un'egittologa e come tale sono sempre stata affascinata e stregata dai misteri dell'antico egitto
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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:35 pm    Oggetto:  
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I METODI DI IMBALSAMAZIONE NELL'ANTICO EGITTO

Alcuni popoli del passato erano convinti che solo mantenendo intatto il corpo ci fosse la possibilità di raggiungere la vita ultraterrena.
Nel famoso "Libro dei morti", che giunge a noi dall'antico Egitto, troviamo le invocazioni al dio Osiride per preservare il corpo e dargli l'immortalità.
Tali preghiere erano associate ad azioni ben precise che si basavano soprattutto nell'asportazione delle viscere, nella disidratazione del corpo e nell'impregnare il cadavere di resine e sostanze varie per preservarlo dall'inevitabile corrosione.
I metodi di imbalsamazione erano tre.
Il più costoso, riservato alle ricche famiglie dei faraoni, consisteva nell'estrarre il cervello attraverso le narici del defunto con un uncino, con una pietra tagliente si praticava un taglio lungo l'addome, si tiravano fuori gli intestini e veniva ripulito.
Quando si trattava proprio del corpo di un faraone, lo stomaco, i polmoni, il fegato e l'intestino venivano messi nei famosi vasi chiamati "Canopi", mentre il cuore veniva successivamente rimesso al suo posto.
Dopo di ciò il corpo veniva purgavato con vino di palme e con aromi in polvere.
Il ventre veniva riempito di mirra pura tritata, di cassia e di altre sostanze e quindi ricucito. Fatto questo veniva immerso nel nitro per settanta giorni.
Trascorso questo periodo veniva tolto dal nitro e una volta lavato lo avvolgevano con strisce tagliate da una tela di bisso spalmate con gomma, usata dagli Egiziani al posto della colla.
Ai parenti veniva quindi consegnato il corpo imbalsamato che veniva adagiato in una forma di legno lavorata a figura umana e dopo averlo sigillato in questo sarcofago, veniva conservato in una camera sepolcrale, posto in piedi contro il muro.
Il secondo metodo era meno costoso e si procedeva utilizzando delle siringhe di olio di cedro con cui si riempiva il ventre del cadavere, senza tagliarlo e senza procedere all'asportazione degli intestini, ma introducendolo attraverso l'ano ed evitando al flusso di tornare indietro.
Poi si metteva il corpo nel nitro per il periodo prefissato e infine si faceva uscire dal ventre l'olio di cedro che portava via con se gli intestini e i visceri macerati.
Le carni erano state consumate dal nitro, così del cadavere rimaneva solo la pelle e le ossa.
Alla fine il corpo veniva consegnato ai parenti sensa ulteriori lavorazioni.
Il terzo sistema il più economico serviva per imbalsamare i poveri; si ripuliva il ventre con una purga, veniva messo sotto nitro per settanta giorni e infine consegnato.
I corpi delle mogli dei notabili e le donne belle ed importanti, non venivano date subito il decesso in mano all'imbalsamatore, si preferiva attendere tre o quattro giorni per evitare che gli imbalsamatori le violentassero.
Qualche imbalsamatore era stato infatti sorpreso mentre violentava un cadavere fresco di donna.



I METODI NATURALI DI MUMMIFICAZIONE

Anche il caldo può conservare un cadavere,
ma a condizione che serva ad eliminare l'acqua.
Un esempio è dato dalle mummie predinastiche
egiziane che sepolte sotto le calde sabbie del
deserto si sono conservate abbastanza bene,
senza alcun intervento artificiale.
Anche l'affumicamento è un metodo efficace e
l'azione del fumo caldo ha dato fin dai tempi
antichi ottimi risultati.
Il freddo è anche un efficace metodo di conser-
vazione e molti sono i ritrovamenti di corpi che
sono giunti fino a noi quasi intatti, grazie alle
bassissime temperature, clima secco e altri fattori
favorevoli.
In particolari condizioni, i corpi immersi in
paludi o sepolti in terreni umidi, possono subire
un processo naturale di conservazione
denominato "Saponificazione" che preserva il
corpo dagli attacchi dei microrganismi e dei batteri
evitandone la putrefazione.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:35 pm    Oggetto:  
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gatti mummificati di Flinders Petrie



Nel 1952, nel Museo di Storia Naturale di Londra, fu ritrovata una cesta piena di oggetti provenienti dall’Egitto.
All’interno 192 gatti mummificati risalenti dal IV al II secolo a.C., sette manguste, tre cani ed una volpe.
Ritrovate durante degli scavi a Giza erano state donate al museo nel 1907 da Flinders Petrie, purtroppo non erano accompagnate da nessuna informazione circa la provenienza esatta.
Scoperta molto importante in quanto faceva luce sul ruolo e sull’ascendenza che il gatto aveva nella società egizia.
Nel IV secolo a.C. i gatti erano apprezzati probabilmente perché erano abili cacciatori di roditori che infestavano i magazzini di granaglie.
Entrarono poi a far parte del culto religioso.
Bubasti, nel delta del Nilo, era il centro più importante del culto della dea Bastet, rappresentata sia come gatta, sia come donna con la testa di gatta.
Nella seconda metà del XIX secolo, le catacombe di Bubasti restituirono centinaia di migliaia di gatti mummificati.
Ricerche zoologiche rivelarono che delle 192 mummie, tre erano più grandi delle altre; erano i resti di gatti nella giungla (Felis chans), le altre 189 erano simili al comune gatto selvatico africano o gatto egiziano delle sabbie (Felis libica).
Una via di mezzo tra il gatto selvatico africano e l’attuale gatto domestico.
Lo studio delle mummie, ha inoltre cambiato un certo numero di credenze sul ruolo del gatto nella società egizia.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:36 pm    Oggetto:  
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La medicina nell'Antico Egitto

All'interno della medicina egizia si potevano distinguere due diversi filoni: quello magico-religioso, che comprendeva elementi molto primitivi, e quello empirico-razionale, basato sull'esperienza e l'osservazione, privo di componenti mistiche.


I medici dell'antico Egitto erano numerosi, per questo motivo ognuno di loro si occupava quasi esclusivamente delle malattie che meglio conosceva.

I medici ordinari erano affiancati dai professionisti di grado superiore, da ispettori e da sovrintendenti.
Ad assisterli era del personale paramedico di sesso maschile.

Essi dovevano le loro conoscenze anatomiche all'osservazione degli animali durante il macello e non all'imbalsamazione del defunto che era riservata ai sacerdoti devoti ad Anubi perciò loro conoscenza dell'anatomia ossia del tipo, della struttura e della disposizione degli organi, era modesta e, di conseguenza, anche le procedure chirurgiche erano molto limitate: una pratica di antica tradizione e ancora largamente applicata era la trapanazione, ossia la perforazione del cranio allo scopo di curare cefalee e disturbi mentali.

Il cuore era considerato sede delle emozioni e dell'intelletto.

Il benessere del corpo si doveva, a loro avviso, allo scorrimento dei suoi liquidi nei metu, i vasi che lo attraversavano se uno di questi vasi si ostruiva si manifestava la malattia.

La polmonite e la tubercolosi erano tra le malattie più diffuse a causa dell'inalazione di sabbia o di fumo dei focolari domestici. Le malattie parassitarie erano altrettanto comuni a causa della mancanza di igiene. Le comuni malattie erano solitamente curate dai medici con il metodo empirico-razionale, grazie soprattutto al fatto che questi organi sono direttamente accessibili; i disturbi di altre parti del corpo venivano, invece, curati da stregoni con magie e incantesimi.

Durante la terza dinastia il medico iniziò a distinguersi come figura, sia pure primitiva, di scienziato, diversa dallo stregone e dal sacerdote. Il primo medico egizio il cui nome è giunto fino a noi è Imhotep (vissuto intorno al 2725 a.C.), famoso anche come costruttore di piramidi e come astrologo.
Solitamente il medico trascorreva nelle scuole dei templi anni di duro addestramento, in modo da apprendere l'arte dell'interrogazione del malato, della sua ispezione e della palpazione (esame del corpo effettuato tastando con le mani la superficie corporea).

La farmacopea del tempo includeva sostanze medicinali vegetali: era comune l'uso di lassativi come fichi datteri e olio di ricino l'acido tannico, derivato principalmente dalla noce di galla, era considerato utile nel trattamento delle ustioni

Gli attrezzi più comuni di un medico erano: pinze, coltelli, fili di sutura, schegge, trapani e ponti dentari.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:36 pm    Oggetto:  
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GLI ANTICHI EGIZIANI AMAVANO I LORO ANIMALI MORTI
Per la maggior parte delle persone, le mummie egiziane non sono altro che faraoni morti avvolti in bendaggi di lino, seppelliti nelle piramidi all’esterno del Cairo. In realtà, virtualmente, ognuno nell’antico Egitto, se poteva affrontarlo – circa 70 milioni di persone in oltre 3,000 anni – si sottoponeva, dopo la morte, ad un elaborato processo di mummificazione della durata di due mesi.

Inoltre, milioni di animali venivano mummificati e sepolti accanto ai loro proprietari. Erano parte della tradizione, come uno status symbol, un po’ come le grandi corone di fiori ai funerali odierni. “Nel 1,800, letteralmente tonnellate di essi furono scavate da sepolcri delle antiche e nuove dinastie” ha dichiarato Richard Sabin, curatore al Museo di Storia Naturale di Londra. Così tante, nei fatti, che Sabin cominciò a sospettare che alcuni di essi potessero essere stati prodotti in scala industriale per la vendita.

“Usavano bendare qualsiasi cosa gli passasse per le mani” ha dichiarato Sabin, inclusi gatti, uccelli, antilopi, e perfino scorte vive.

Come i fiori di oggi, è probabile che fossero venduti al mercato. L’evidenza più convincente, ha dichiarato Sabin, sono i falsi rivelati ai raggi-X. All’esterno, queste strane mummie sono involte come animali; sull’interno contenevano però solo canne, sabbia o altri materiali senza valore.

Come parte di una mostra di animali mummificati, Sabin ha analizzato i relativamente pochi specimen sopravvissuti. Ha trovato che gli scheletri di gatti bendati erano molto più grossi di quelli dei moderni gatti domestici. “Potrebbe essere che questi gatti fossero nutriti per essere più grandi, e creare mummie più impressionanti, e più vendibili” ha dichiarato Sabin. Se così fosse, potrebbe perfino suggerire che i gatti furono i primi animali domestici ad essere sacrificati.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:37 pm    Oggetto:  
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DEI UCCELLI

Lo spettacolo più grandioso apparso all’uomo fin da sempre è stato il cielo stellato, tanto che probabilmente l’astronomia può essere considerata la prima scienza della storia. Le spiegazioni dei fenomeni naturali, e quindi anche dei fenomeni astronomici, per i popoli antichi si confondevano con la religione e la mitologia: niente di più facile, infatti, considerare il Sole e la Luna come manifestazioni visibili di dei e le stelle come immagini meno palesi di eroi, animali od oggetti di uso più o meno quotidiano.

Nella maggior parte dei casi le stelle di una costellazione non hanno tra loro alcuna connessione reale, la loro distanza dalla Terra può essere notevolmente diversa ed è per semplice coincidenza che formano una specie di disegno ai nostri occhi. Le costellazioni moderne derivano da un elenco di 48, riconosciute dall’astronomo greco Tolomeo nel 150 a.C., elenco ampliato oggi a 88. Tra queste appaiono alcune rappresentazioni di uccelli, precisamente otto, delle quali solo quattro sono proprie dell’emisfero boreale: Aquila, Cigno, Colomba, Corvo (uccelli che da tempi remoti occupano un importante posto nella simbologia e nelle leggende).

Il re degli uccelli, l’Aquila, è presente in scritti antichissimi e sempre sotto valenze positive. Un testo babilonese, purtroppo conservatosi solo in forma frammentaria, narra dell’ascensione al cielo, alla ricerca della pianta della nascita, del re Etana sorretto da un’aquila. Sulle vetrate gotiche è dipinta mentre porta in alto i suoi piccoli, che ancora non sono in grado di volare, per insegnare loro a guardare la luce del Sole. Nella mitologia gallese l’aquila è legata a Lleu Llaw Gyffes, il dio della luce che prese tale forma per sfuggire all’imboscata tesagli dall’amante della moglie. Simbolo dell’Evangelista Giovanni e attributo abituale del profeta Elia asceso al cielo e del Cristo risorto, l’aquila mantiene nell’iconografia cristiana solo significati positivi (forza, rinnovamento, contemplazione, perspicacia, natura maestosa), che corrispondono a quelli che erano considerati gli attributi di Giove, il cui animale simbolo era appunto un’aquila.

La costellazione dell’Aquila, che risale all’antichità, si trova nella Via Lattea ed è una regione abbondante di novae (stelle vecchie che manifestano improvvisi e cospicui aumenti di luminosità, fino a 10.000 volte). La stella più brillante di Aquila, Altair, una stella bianca distante 16,1 anni luce, costituisce uno dei vertici del cosiddetto Triangolo Estivo, visibilissimo sopra le nostre teste appunto nei mesi estivi.



Il Cigno nell’antichità fu un importante simbolo animale. Il suo collo flessuoso e il piumaggio bianco ne hanno fatto l’immagine della purezza, ed è in questa forma che Giove sedusse l’innocente Leda.
È interessante che Omero ne lodi il canto, poiché i cigni erano pressoché sconosciuti nei paesi mediterranei e quelli in grado di cantare comparivano soltanto al Nord.
La mitologia irlandese abbonda di storie di cigni magici, i quali trascorrono parte della loro vita come uccelli e parte come fanciulle: la splendida storia d’amore di Oenghus e di Caer, le origini particolari di Cœ Chulainn e la fuga in volo degli amanti Midhir ed ƒtain contengono descrizioni di cigni magici che portavano catene d’oro e d’argento, evidentemente marchi della loro condizione soprannaturale. Una singolare valutazione negativa del cigno fu espressa nei bestiari medioevali, dove si sottolinea che l’animale, in contrapposizione con il suo candido piumaggio, ha carni completamente nere, raffigurando un’immagine di ipocrisia.

Cygnus rappresenta un cigno che spicca il volo dalla Via Lattea, la cui stella più brillante, Deneb, la coda, una supergigante bianco-azzurra distante 1800 anni luce, è uno dei vertici del già citato Triangolo Estivo, insieme con Altair dell’Aquila e Vega della Lira. Si trova in una regione particolarmente ricca della Via Lattea che, nelle notti buie, si può vedere divisa in due da una banda di polveri scure, chiamata Sacco di Carbone boreale o Fenditura del Cigno. In questa costellazione estiva si trovano alcuni tra gli oggetti più affascinanti, fra i quali una sorgente di raggi X, Cygnus X-1, che si pensa indichi la posizione di un buco nero e si trova nei pressi di h Cygni, e le nebulose Nordamerica, nube di gas luminoso di forma simile a quella del continente nordamericano e l’eterea nebulosa Velo.

Al Corvo si pensa in modo prevalentemente negativo, più di rado viene stimato per la sua docilità. Nei miti celtici i corvi, come mangiatori di carogne e con le loro piume nere, erano particolarmente legati alla morte e, con le loro “voci”, furono associati alle profezie. Si narra che le sue piume, originariamente bianche, furono oscurate dal dio Apollo adirato con un corvo portatore della notizia che l’amata Coronide gli fosse stata infedele. Il primo Cristianesimo rinfacciava al corvo di non avere informato Noè della fine del diluvio, diventando il simbolo di chi, dominato da smanie mondane, rinvia la propria conversione, ed esclama come il corvo cras, cras cioè “domani, domani”.

L’origine di questa debole costellazione risale al tempo dei Greci; nelle sue vicinanze, proprio al confine tra Corvus e Virgo, si trova la Galassia Sombrero, M 104, a spirale con un grande nucleo e una densa banda di polvere che la fanno assomigliare appunto ad un sombrero.



La Colomba, a partire dalle culture antiche, è un importante animale simbolico. Il carattere pacifico e delicato attribuito a questo uccello (in contrasto con il suo reale comportamento), ne ha fatto l’essenza della mitezza e dell’amore, e a volte del timore e della loquacità. Veniva contrapposta all’aquila e al corvo. Gli scultori medioevali la rappresentavano nelle cattedrali gotiche in associazione all’anima e come simbolo specifico dello Spirito Santo. L’istinto che l’aiuta a ritrovare il nido fu sfruttato per portare messaggi fin dall’antichità, in Egitto e in Cina.La costellazione rappresenta la colomba dell’arca di Noè, oppure la colomba mandata innanzi dagli Argonauti per passare incolumi tra le Simplegadi, le rocce mobili alla porta del Mar Nero.

È una costellazione recente, essendo stata inclusa nell’elenco solo nel 1679 e non contiene alcun oggetto interessante per i telescopi dei dilettanti.

Il Tedesco Johann Bayer introdusse dodici nuove costellazioni nel 1603 per sistemare le stelle dell’emisfero australe altrimenti non raggruppate e fra queste appaiono il Tucano, il Pavone, la Gru e l’Uccello del Paradiso.

Il Tucano, considerato il vero pagliaccio fra la gente alata, non può passare inosservato con i suoi colori vivaci ed il becco enorme; a riprova di ciò, furono tra i primi animali esotici che i conquistadores riportarono dal Nuovo Mondo come rare curiosità e in seguito, imbalsamati, fecero bella mostra di sé nelle Wunderkammen di tutta Europa. Secondo una leggenda creola, il tucano sarebbe un uccello estremamente religioso; per bere infatti è costretto ad immergere la punta del becco in acqua per poi scuoterlo in aria, mimando rozzamente il segno della croce.

Tucano è una costellazione vicino al polo sud celeste; i suoi oggetti più notevoli sono la piccola Nube di Magellano e l’ammasso globulare noto come 47 Tucanae.

Il Pavone, originario dell’India, era ritenuto in tutto l’Oriente, per il pomposo dispiegarsi a forma di ruota delle penne della sua coda, un simbolo del Cosmo o del Sole. Nel mondo occidentale era innanzi tutto il distruttore di serpenti, e si spiegavano i colori cangianti delle penne della coda con la capacità di tramutare il veleno in sostanza solare, mentre gli occhi erano considerati simbolo dell’onniscienza di Dio, ma a partire dal Medioevo fino a giungere ai giorni nostri, il pavone simboleggia la boria, il lusso e l’alterigia. Questa dualità si ritrova anche nel contesto iconografico dell’alchimia, in quanto la coda del pavone (cauda pavonis) in alcuni testi è il segno visibile del processo per cui sostanze vili si tramutano in sostanze superiori, in altri simboleggia invece il fallimento di un processo che lascia dietro di sé solo scorie (caput mortuum).

All’interno della costellazione del Pavone si può osservare, con un binocolo, il grande ammasso globulare NGC 6752 che copre quasi metà del diametro apparente della Luna.

L’Uccello del Paradiso in epoca barocca era simbolo di vicinanza a Dio e distacco dal mondo. Il suo antico nome, Paradisea apoda (cioè senza zampe) è dovuto al fatto che gli esemplari catturati venivano affumicati senza piedi e senza ossa e in questo modo giungevano in Europa, dove venivano ammirati con il nome di silfi, spiriti dell’aria, che si nutrivano di rugiada e rimanevano per tutta la vita sospesi nell’aria, lontani dall’impura terra. Solo nel XIX secolo, la ricerca zoologica eliminò questa credenza tanto misteriosa quanto assurda.

L’uccello del paradiso è una debolissima costellazione vicina al polo sud celeste senza oggetti particolarmente interessanti.

La gru, anticamente, era ammirata per la sua presunta capacità di volare senza mai stancarsi, e le sue ali servivano come amuleti contro la stanchezza. In Cina è un’immagine di longevità e della relazione tra padre e figlio, poiché il piccolo della gru risponde al grido dei genitori. Ritenuta, a seconda dei paesi, simbolo di saggezza o, al contrario, di falsità e malvagità, nel 1600 in Europa si leggeva: « ...di notte la gru un sassolino in gola/tiene prudentemente per non cadere inavvertitamente nel sonno» incarnando così il simbolo della vigilanza.

Nella Gru, le stelle d e m Gruis sono due bellissime doppie visibili a occhio nudo.

Per terminare si può fare riferimento ad un esemplare mitologico, la Fenice, l’uccello che risorge dalle proprie ceneri.

Si tratta di una insignificante costellazione introdotta sempre da Bayer nel 1603 in un’area che era nota agli arabi come la Barca, ormeggiata sulle rive del fiume Eridanus; in seguito questa figura venne interpretata come un’aquila o un grifone, sicché l’associazione di quest’area con un uccello era ben stabilita ai tempi di Bayer.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:37 pm    Oggetto:  
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La mitologia dell'antico Egitto è costantemente volta a spiegare l'interdipendenza tra il mondo invisibile e quello indivisibile; ma lo fa in modo tutt'altro che lineare e di facile interpretazione: vuoi per la fioritura di immagini sconcertanti e giochi di parole, vuoi per l'intersecarsi di racconti di provenienza cronologica e geografica diversa. Le innumerevoli varianti sono però in gran parte riconducibili alle complesse cosmogonie elaborate dalla classe sacerdotale nelle città di maggiore rilevanza politico-religiosa: Eliopoli, Ermopoli e Menfi', centri cultuali rispettivamente di Ra, Thot e Ptah.
I primi riferimenti alla teogonia eliopolita si trovano nei Testi delle Piramidi, risalenti all'Antico Regno; i Testi dei Sarcofagi, riportabili al MeDio Regno, presentano la versione ermopolita, mentre un reperto dell'Età Tarda, la Pietra di Shabaka, probabile copia di una precedente fonte del Nuovo Regno, delinea il pensiero teologico menfita.
I miti delle origini si sviluppano così attraverso l'intero arco della storia dell'antico Egitto e, in una sorta di evoluzione concettuale, focalizzano tre momenti successivi della creazione.

Il racconto eliopolita si concentra sugli eventi spirituali che precedono la nascita del cosmo

Ad Ermopoli viene sottolineato il convogliarsi dell'energia divina verso il mondo, nel passaggio dall'invisibile al visibile

Mentre l'incarnazione dello spirito nella materia costituisce il nucleo della cosmogonia menfita

Nella visione dei primordi messa a punto a Eliopoli non esistono forme distinte: tutto si fonde in Nun, il mare sconfinato preesistente allo spazio e al tempo, al sopra e al sotto, al prima e al dopo, alle divinità e al mondo.
Nun è un'entità inconoscibile, è l'abisso vuoto, in cui pure Iside allo stato potenziale ogni energia vitale: perché nelle sue acque profonde si annida Atum, il principio dal quale scaturisce la vita e hanno inizio l'evoluzione e il mutamento, in un processo attivo di auto-generazione, che implica la creazione del cosmo.
Il Dio crea se stesso emergendo dall'acqua come Collina Primordiale, su cui si radica una canna. Su quella, uscendo dalle tenebre circostanti, si posa l'uccello radiante luce, forma primigenia di Ra. Allora Atum, il grande androgino, si abbandona all'impulso creativo e, masturbandosi o espettorando, genera Shu, lo Spazio, e Tefnut, l'Umidità. Dall'Uno deriva così la coppia, la cui potenza creatrice sta nella differenza sessuale. Dall'unione di Shu e di Tefnut nascono, stretti in un amplesso amoroso, Nut, la Dea Cielo, e Geb, il Dio Terra impersonante l'Egitto, attraverso il quale si stabilisce il collegamento con il trono del faraone. Ma l'universo è ancora invisibile.
Nelle raffigurazioni di personaggi e situazioni mitologiche relative a questo momento, i tratti con cui ciascuna divinità viene caratterizzata ne estrinsecano semplicemente le peculiarità: lo stato mitologico primigenio è totalmente spirituale.
La fase successiva, la creazione del mondo visibile, avviene attraverso un atto non di generazione, ma di separazione: Shu divide i due amanti, creando le condizioni perché l'essenza immateriale assuma una forma esteriore. A ciascuno dei quattro figli di Nut e di Geb è assegnata una zona del cosmo: Osiride viene associato alla Luna, Iside è identificata con Sirio, Seth è apparentato con l'Orsa Maggiore, e Nefti posizionata nel cielo oltre l'orizzonte'. Tra i corpi astrali Atum-Ra, assimilato al Sole, rappresenta il potere concentrato del regno celeste.
Dal momento in cui si inseriscono nel Cielo, gli Déi appaiono dotati di consistenza corporea, e il mondo sottostante prende vita come entità autonoma.
Le divinità che presiedono al pantheon eliopolita, raggiunto il numero sacro di nove, iniziano a muoversi in uno spazio-tempo comprensibile all'uomo; le loro complesse e drammatiche vicende hanno per sfondo lo scenario terreno ed entrano a far parte del mito della trasmissione della regalità: prima di divenire Signore dell'Oltretomba, Osiride è infatti sovrano d'Egitto.
Se la sua morte e la sua rinascita sono simbolo dell'avvicendarsi delle stagioni, delle piene del Nilo, della crescita dei cereali, e la sua successiva funzione di giudice è per l'uomo pegno dell'esistenza di una vita ultraterrena, l'incoronazione di suo figlio Horus rappresenta la successione ereditaria nelle dinastie dei faraoni, chiamati Figli del Sole già 2.500 anni prima di Cristo.
La tradizione mitica non è dunque rievocazione statica d’eventi remoti rielaborati dalla fantasia, ma rappresenta piuttosto un elemento attivo da un lato nell'organizzazione politica e sociale, dall'altro nel confronto individuale con il mistero della vita e della morte.
Ra, nel duplice aspetto di Atum resosi visibile e di Atum creatore, non è più protagonista indiscusso degli eventi dei primordi a Ermopoli, dove tutto ruota attorno a Thot, Dio della sapienza e maestro della scienza dei geroglifici, il quale presiede alla pesatura del cuore dei defunti e impegna in ben definite sfere d'azione gli otto Déi antecedenti l'universo creato, che rappresentano le varie qualità dell'invisibile.
Nuotando sotto la sua guida nelle acque primordiali, le quattro coppie dell'Ogdoade si fondono assieme per formare il grande “Uovo Cosmico”; in figura di ibis sacro, Thot spezza il guscio, da cui esce Ra, l'uccello di luce`.
La natura demiurgica del Dio si manifesta nella funzione di Signore della Luna. Come Dio-Luna, che, riflettendo la luce solare, rappresenta un regno intermeDio tra il mondo e il sovrastante cielo, regola e ordina l'universo, conta le stelle, misura la terra, instaura nel cosmo l'equilibrio dell'armonica proporzione.
Il mito ermopolita sottolinea infatti la necessità di contenere l'azione creativa entro i limiti di un insieme ordinato, costruito sulla misura e sul numero.
Mentre le cosmologie elaborate a Eliopoli ed Ermopoli partono dalla combinazione di elementi fisici, nella tradizione di Menfi -volta ad inglobare le altre teologie in un più elevato sistema a dimensione spirituale- il creatore crea se stesso attraverso il pensiero e la parola.
Il ruolo più importante è quello di Ptah, associato alla Terra. Egli crea con la voce: è il cuore e la lingua di Ra, la mente divina che Plutarco definirà “il Dio più simile al Logos.
Atum-Ra, nato in Nun come iDea, prende corpo dal suo cuore e dalla sua bocca, sedi dell'intelligenza e della potenza creativa dell'espressione: e i suoi caratteri peculiari, come d'altronde quelli di Thot, si trasferiscono in Ptah. Da Ptah hanno origine tutti gli Déi, che si rivelano semplici strumenti nell'attuazione del disegno demiurgico dell'Unico che li assimila a sé.
La teologia menfitica sottolinea il coinvolgimento attivo e diretto dello Spirito Assoluto nella creazione di ogni minima componente dell'universo che scaturisce dalla sua parola, dal momento che tutto nasce dal cuore, di cui la lingua trasmette il pensiero.
Il processo creativo non si arresta, perché il Dio, come cuore, è presente in ogni petto e, come lingua, è nella bocca non solo di uomini e Déi, ma di ogni essere vivente.
Di qui l'immanenza di Ptah nel creato.
La mitologia egizia riflette la singolarità di uno stato unificato dall'esigenza di regolarizzare le piene nella valle del Nilo, riconducendo alla realtà geografica sperimentata di un territorio, la cui prosperità, limitata dal deserto, dipende dall'acqua, l'elemento liquido preesistente alla nascita del cosmo, e dal sole che ne è creatore.
Numerose testimonianze iconografiche illustrano chiaramente il rapporto fra i tre regni incorporanti una presenza divina, che costituiscono il mondo visibile: la terra, il cielo e l'atmosfera che li divide.
La Terra s’identifica con il Dio Geb, simbolo dell'energia che sta dietro il mondo materiale, raffigurato talora come l'oca cosmica che depone l'uovo del mondo, più spesso come un uomo disteso sul fianco, esausto per le fatiche d'amore; piante e canne spuntano dal suo corpo, l'orzo gli fuoriesce dalle costole.
Nut, la Volta celeste, al di là della quale è l'assenza di vita, si inarca nuda, costellata di stelle, ad abbracciare il mondo. A volte assume forma di mucca, le cui zampe costituiscono i pilastri del firmamento.
Tra i due, Shu, l'atmosfera, è una presenza mediatrice, con le braccia alzate ai lati del capo, su cui si leva una piuma o una nervatura di palma, il geroglifico del vigore giovanile.
L'insieme presenta una gerarchia naturale dominata da Nut, in cui Shu gioca un ruolo più attivo di Geb, rappresentando l'ordine d’esistenza intermeDio tra quello immateriale celeste e quello fisico terreno.
La zona interna del corpo di Nut, inaccessibile alla vista, è il Duat, da cui proviene l'intero mondo visibile, ed a cui ogni uomo ritorna, abbandonata la sua forma mortale, dopo essersi sottoposto al Giudizio di Osiride.
Tutto il visibile è sorretto da Nun, relegato ai confini dell'universo, e vive grazie a Ra, dispensatore di luce e di vita, che a sera il Cielo inghiotte ad occidente. Dal suo grembo, dopo aver nottetempo viaggiato attraverso il Duat sulla barca del Sole ed aver vinto i mostri che vogliono sbarrargli il cammino, Ra esce al mattino, rinascendo ad oriente.
Anche nel ciclo solare quotidiano si esprime così la sottomissione delle forze del caos al principio dell'ordine, attestata dal ciclo cosmogonico e dal ciclo stagionale del mito di Osiride. I tre cicli si strutturano sullo stesso schema della lotta tra la luce e le sue manifestazioni di vita da una parte, le tenebre e la morte dall'altra.
Fondamento unitario è, in ogni caso, la divinizzazione del faraone, che, identificandosi in Horus, si fa mediatore tra la terra e il cielo.
In una visione del cosmo caratterizzata da ordini d’esistenza nettamente distinti, simboleggiati dalle varie divinità, i miti delle origini sono volti, piuttosto che a spiegare la nascita dell'universo in termini fisici, a chiarirne i diversi livelli.
Nella gerarchia degli esseri esistenti si passa, seguendo un processo ontologico verticale, dallo Spirito Assoluto, lontanissimo dal mondo concreto, alle creature viventi, attraverso divinità sempre più coinvolte nel terrestre.
Curiosamente, in una mitologia tanto complessa, la creazione dell'uomo è sottaciuta o resta nel generico: l'umanità nasce, quasi casualmente, dalle lacrime che sgorgano dall'Occhio di Ra o viene pescata dall'acqua con la rete intrecciata da Neith. Signora della guerra, protettrice delle arti e dei mestieri, Neith è protagonista di un racconto tribale, residuo di una primordiale società matriarcale, più antico ancora della cosmogonia eliopolita: seduta al telaio su cui ha steso il cielo, la Dea tesse il mondo, facendo scorrere l'instancabile navetta, con la pazienza infinita di una donna che conosce i tempi dell'attesa; poi, intrecciata una rete, pesca dalle acque primigenie ogni esemplare del mondo vegetale e animale, compresa la prima coppia umana. Infine sperimenta su di sé il parto, dando alla luce Ra, signore degli Déi.
Non manca tuttavia, in una leggenda tebana, la visione dell'uomo plasmato nel fango. L'artefice che modella l'argilla, servendosi della ruota del vasaio, è Khnum dalla testa di montone, che presiede alle piene del Nilo.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:38 pm    Oggetto:  
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Ptah l'antichissimo è colui che sotto l'aspetto di Atum è manifesto come il cuore e la lingua: ha attribuito la vita agli Déi con il cuore e con la lingua, in cui Horus e Thot hanno rispettivamente preso forma come Ptah.
Ora, il cuore e la lingua hanno potere sulle altre membra, perché l'uno è nel corpo, l'altra nella bocca di tutti gli Déi, di tutti gli uomini, di tutti gli animali, di tutti i rettili e di tutti gli altri esseri viventi; e l'uno pensa, l'altra ordina tutto ciò che quello desidera.
Gli occhi vedendo, le orecchie udendo, il naso respirando informano il cuore, che elabora ogni conoscenza e rivela attraverso la lingua quanto ha pensato.
L'Enneade di Atum si manifestò dunque come denti e labbra, i denti il suo seme, le labbra le sue dita. Ptah diede origine a Shu, a Tefnet, all'Enneade intera, pronunciando il nome di ciascuno.
Ogni sua parola divenne manifesta.
Così ebbero principio i Kau e le Hemesut, che procurano ogni alimento e nutrimento secondo la parola.
Così fu creato ogni lavoro, nacque ogni arte, si mossero le mani, camminarono i piedi, si attivarono le membra, ubbidendo al comando pensato dal cuore e trasmesso dalla lingua.
Perciò Ptah è chiamato l'Autore di tutto, Colui che ha fatto esistere gli Déi, e Ta-tenen, la Terra-che-si-solleva.
La sua potenza è superiore a quella di tutti gli altri Déi: perché egli li creò e, fondati i “numi”, li pose nei rispettivi santuari, plasmando i simulacri secondo il loro desiderio, affinché penetrassero nei loro corpi, fatti in ogni tipo di legno, di pietra, di minerale o altra sostanza che nasce su di lui. Così tutti gli Déi soddisfatti, si congiungono a Ptah, Signore delle Due Terre.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:38 pm    Oggetto:  
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L'occhio di Ra

Anno dopo anno, Ra era invecchiato, per quanto le sue ossa fossero d'argento, le sue carni d'oro, le chiome di preziosi lapislazzuli.
È ormai decrepito per governare, pensavano gli uomini. E facevano progetti per liberarsene.
Il Dio amareggiato convocò gli Déi che stavano con lui quando era nel Nun, lo sconfinato oceano che abbracciava l'intero creato e i confini dell'oltretomba; e invitò Nun stesso nel Grande Palazzo.
Gli Déi lo attorniavano, inchinandosi a lui. “Parlaci”, dissero. “Ti ascoltiamo”.
“O Dio nel quale venni in esistenza, e voi tutti, Déi primordiali! L'umanità ingrata, nata dalle mie lacrime, mi si rivolta contro e trama per destituirmi. Ditemi che cosa pensate al riguardo. Io non sterminerò quella razza malvagia, finché non avrò conosciuto il vostro parere”.
Rispose la Maestà di Nun: “Figlio mio, tra tutti il più forte che io abbia creato! Siediti sul tuo trono: grande è il terrore che incuti, quando il tuo Occhio si volge contro i tuoi nemici”.
“Ecco: gli uomini già sono fuggiti nel deserto, poiché i loro cuori tremavano al pensiero del meritato castigo”, disse la Maestà di Ra.
“Ebbene, manda il tuo Occhio a snidare e afferrare per te quanti progettano qualcosa di male. Ma fa' che scenda sulla terra come Hathor, per essere in grado di uccidere!”, esortarono gli Déi.
Andò quella Dea, e decimò i rivoltosi nel deserto.
“Benvenuta in pace, Hathor, che hai compiuto per me ciò per cui ti ho inviato”, disse allora la Maestà di Ra.
“Ho avuto vittoria sugli uomini, e se ne è rallegrato il mio cuore. Domani terminerò il massacro, come leonessa assetata di sangue”, ribatté la Dea.
Così nacque Sekmet, la Potente, e si abbandonò al sonno, spossata dalla fatica, per ultimare l'indomani la strage.
Ma il Dio si sentì invadere il cuore da una grande pena, e consultò gli altri Déi per salvare i superstiti, poiché il tempo incalzava.
“Fate venire rapidi messaggeri, che corrano come l'ombra di un corpo, e portino da Elefantina rossa ocra”, dispose.
Le schiave schiacciarono l'orzo e ne fecero birra, in cui disciolsero la terra macinata, per renderla simile a sangue. Quando ne furono pronte settemila giare, Ra disse: “Ecco, così proteggeremo gli uomini. Portate la birra al luogo dove deve avvenire la strage, e versatela sul sentiero di Sekmet”.
Prima che finisse la notte, l'ordine era stato eseguito.
Destandosi, la Dea trovò il terreno allagato sino a tre palmi d'altezza. Ingannata dal colore, si gettò nella birra credendola sangue, e ci sguazzò dentro fino a cadere tramortita dall'ebbrezza.
Gli uomini sfuggirono in tal modo allo sterminio.
Dispose allora la Maestà di Ra: “Nella celebrazione della festa annuale, si preparino per questa Dea bevande soporifere e le si distribuisca tra le schiave”. Questa è l'origine dei rituali per la festa di Hathor fin dal primo giorno.
Ma aggiunse la Maestà di Ra: “La malvagità degli umani mi ha deluso. Sono stanco di vivere con loro”.
Lasciò l'Egitto, desideroso solamente di salire al cielo e ritirarsi sul dorso della Vacca Celeste.
A Geb consegnò le insegne della regalità.
A Thot affidò l'incarico di insegnare agli uomini la scienza racchiusa nei segni sacri dei geroglifici che aveva inventato.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:39 pm    Oggetto:  
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Il trono conteso

Per vendicarsi di Nut, Geb volle farla soffrire, impedendole il parto.
“Non ci sarà giorno dell'anno in cui tu possa dare alla luce i tuoi figli”, decretò. “Prigionieri del tuo ventre, non potranno vedere il tuo volto, né tu potrai vedere il loro”.
Ma Thot venne in aiuto all'amata. Non c'era rimedio che non riuscisse a trovare il signore della sapienza; non c'era ostacolo che non potesse aggirare.
In quell'occasione il Dio inventò i dadi, e sfidò al gioco il rivale, fissando come posta d’ogni partita un giorno dell'anno. Così, vincendo per cinque volte, guadagnò i giorni necessari a Nut per partorire.
La Dea accolse con esultanza il suo primogenito: Osiride.
“Ecco: viene alla luce il signore di tutte le cose, il discendente diretto di Atum-Ra, l'erede del trono d'Egitto, che Ra per primo ha occupato”.
Ma già Seth, impaziente di uscire, premeva con tale violenza da squarciare il fianco di Nut, squassata dalle doglie.
“Attento, Seth! Le mie dita sono coltelli taglienti, le mie unghie lame di metallo”, ammonì la Dea. E sentì di odiare irrimediabilmente quel figlio prepotente e malvagio.
Il travaglio non era finito. Vennero ancora alla luce due femmine: Iside, volitiva e tenace, che Osiride fece sua sposa, e Nefti, docile e tranquilla, che si rassegnò a sposare Seth senza amarlo.
Se fin dal momento della nascita i due maschi avevano rivelato la profonda diversità dei loro temperamenti, l'antagonismo andò crescendo con il passare del tempo: Seth detestava Osiride, che uomini e Déi mostravano di apprezzare tanto.
L'avversione si trasformò in odio, quando Nefti, fingendosi Iside, si fece ingravidare dal fratello maggiore, per riuscire ad avere il figlio che il marito non poteva darle a causa della sterilità che lo affliggeva.
Iside perdonò l'involontaria infedeltà del suo sposo. Ma Seth non aspettava che il momento opportuno per sbarazzarsi del gemello.
Divenuto sovrano d'Egitto, Osiride dedicò ogni cura al suo regno. Fissò le leggi, regolò le piene del Nilo, insegnò al suo popolo a coltivare i campi e a pregare gli Déi, mantenendo il controllo del territorio senza far uso di armi, semplicemente avvalendosi della forza persuasiva della parola, della musica e del canto.
La sua saggezza era tale che non di rado, invitato a civilizzare altre regioni, lasciava l'Egitto, affidandone la reggenza a Iside, di cui Thot era saggio consigliere. Gli accadde così di trovarsi in Etiopia, all'inizio dell'estate, quando il Nilo incominciava a gonfiarsi.
“Costruite robuste dighe sulle due sponde, per contenere la piena!”, dispose allora. “Ma lasciate che esca acqua sufficiente a fecondare le campagne circostanti”.
Poi si spostò verso il Delta, attraversò l'Arabia e giunse fino in India. Percorse le regioni dell'Asia e dell'Europa, insegnando dovunque agli uomini a coltivare il grano e lavorare i metalli; e dappertutto gli vennero dedicati templi ed eretti monumenti.
Nel frattempo, Seth aveva preparato un piano per spodestarlo. Corruppe un servo per procurarsi le misure precise del sovrano; quindi cercò la regina d’Etiopia, da sempre ostile al fratello.
“Aiutami, nel tuo vantaggio, a liberarmi di Osiride”, le disse. “Fa' costruire dai tuoi esperti artigiani una cassa riccamente intarsiata, in cui egli possa essere esattamente contenuto”.
Il Dio fece ritorno alla reggia nel ventottesimo anno di regno, mentre Iside era assente. In suo onore venne comunque organizzato un fastoso banchetto, a cui Seth si presentò col sarcofago.
“Benvenuto, fratello!”, lo salutò Osiride. “Ma che è quell'ingombro che ti porti dietro?”
“Un dono prezioso che mi è stato fatto. Guardate, guardate tutti!”
Gli Déi fecero cerchio, incuriositi; e tutti magnificarono l'arca d’ineguagliabile fattura.
“Sono disposto a cederla a chi ci starà dentro di misura”, buttò là Seth, guardandosi attorno.
Non riuscivano a capacitarsi che volesse davvero privarsi di un simile oggetto.
“Per la verità”, disse il Dio con aria indifferente, “dubito che l'avrà qualcuno dei presenti. Ma ci divertiremo un po'. Coraggio, chi vuole provare per primo?”
Fecero a gara per stendersi nella cassa, ma nessuno risultò di giusta taglia. Uno era troppo alto, l'altro eccessivamente basso, un terzo straboccava ai lati.
Allora Seth si rivolse al fratello: “E tu? Non vuoi stare al mio gioco?”.
Osiride si distese ridendo nel sarcofago. Quando videro che vi entrava di misura, gli Déi compresero di essere caduti in un tranello.
“Seth ci ha ingannati”, dissero tra loro. “Ha finto di metterci tutti alla prova, perché anche Osiride accondiscendesse a prendervi parte. Dobbiamo aiutarlo ad uscire”.
Ma, prima che qualcuno potesse intervenire, già Seth aveva fatto sigillare dai suoi fedeli l'arca con piombo fuso e, dopo averne fissato con chiodi il coperchio, aveva dato ordine di gettarla nel Nilo.
Tolto di mezzo il fratello, si proclamò sovrano d'Egitto.
Quando Iside venne a conoscenza dell'accaduto, fu presa da immenso dolore. In preda alla disperazione, incominciò a vagare per il paese, spingendosi fino alle più remote contrade, per ritrovare il corpo del suo sposo; e domandava di lui a quanti incontrava.
Alcuni ragazzi le diedero infine una traccia: “Laggiù abbiamo visto gettare nel Nilo una cassa; ma le acque l'avranno trascinata chissà dove”.
La Dea seguì il fiume fino al mare e ne costeggiò per un tratto la riva, finché nei pressi della fenicia Biblos non le capitò di sentire parlare dalle ancelle del re di un albero prodigioso cresciuto sulla spiaggia all'improvviso, col suo intrico di fronde.
“Quando è accaduto?”, s’informò.
“Poco tempo fa”, le risposero. “Correvano tutti a vederlo”. “Mostratemelo, dunque!”
“Il re lo trovò così bello che lo fece portare a palazzo, per farne un pilastro”.
Iside pensò: "Quella pianta è certamente nata per celare a sguardi indiscreti, nel viluppo dei rami, il sarcofago in cui Osiride è rinchiuso”.
Nascondendo la sua natura divina, chiese quindi ospitalità alla reggia, e si mostrò tanto abile nell'acconciare i capelli e profumare il corpo della regina che il piccolo principe venne affidato alle sue cure.
“Ricompenserò questa gente per le premure con cui mi ha accolta”, decise la Dea. E si accinse a bruciare le parti mortali del bimbo, per sottrarlo alla morte.
La madre la sorprese mentre esponeva alle fiamme il corpicino e, urlando d'orrore, si precipitò su suo figlio, per strapparlo alle mani di Iside.
“Il tuo inopportuno intervento ha spezzato l'incantesimo che stavo compiendo per rendere immortale il bambino: perché io sono Iside, potente in magia, e questo volevo fare per te!”, disse irritata la Dea.
Si gettarono tutti ai suoi piedi, e la regina prostrata invocò il perdono dalla Sua Maestà.
“Ordina, Iside, e ti ubbidiremo”, dichiarò il sovrano.
“Venererete il mio nome”, rispose, mostrandosi in tutto il suo splendore, “e in pegno della vostra devozione accetterò in dono l'albero che è stato portato alla reggia dalla spiaggia sulla quale era nato”.
Venuta così in possesso dell'arca di Osiride racchiusa nel groviglio dei rami, la trasportò in Egitto, e solo allora ruppe i sigilli, riportando alla luce il cadavere incorrotto dello sposo.
“Ti nasconderò nelle paludi del Delta, mio adorato, perché tu non corra nuovi pericoli, in attesa di restituirti la vita”, disse abbracciandolo la Dea.
Ma Seth rintracciò il corpo e lo smembrò in quattordici parti, che disseminò in tutta la regione.
Iside disperata chiese aiuto a Nefti e, insieme a lei, su una barca di papiro, perlustrò l'intero territorio del Nilo.
“Dove sei, mio amato?”, invocava piangendo. “Se ancora mi hai cara, torna alla tua dimora! Ti chiama la sorella che ami, la sposa diletta che non sopporta di starti lontana. Il mio lamento disperato giunge fino a Ra: e tu non mi senti, Osiride, vita della mia vita”.
Ad una ad una le Dee ritrovarono le membra sparpagliate, e un tempio venne eretto in ogni punto in cui ne recuperarono una. Allora il cuore di Ra si commosse.
“Ricostituite quel corpo martoriato”, ordinò a Thot e ad Anubi.
Con abile mano i due Déi ricomposero la salma e l'avvolsero in bende, compiendo i riti della sepoltura.
Mancava però il pene di Osiride, che era stato mangiato dai pesci. Iside ne preparò uno d'oro massiccio, e con un incantesimo richiamò in vita lo sposo per giacere con lui.
Quella notte, la sola che il Dio poté ancora trascorrere in terra, fu concepito Horus, che doveva succedere al padre sul trono usurpato da Seth. Osiride scese quindi nell'oltretomba, e ne divenne re. Iside, con la lunga chioma ondeggiante, coronata di fiori variopinti e l'abito disseminato di stelle lucenti, con in pugno il suo sistro di bronzo, annunciò allora cantando che la morte era stata sconfitta.
“Esultate tutti, perché ho vinto il destino, e d'ora in poi, grazie a me, l'uomo potrà estendere la vita oltre il tempo che gli è stato assegnato. Vi addormenterete per destarvi, o uomini; morirete per vivere”.
Ma ecco che il prudente Thot disse a Iside: “Nasconditi con tuo figlio, il bimbo che viene verso di noi. Quand' egli sarà diventato grande e forte, gli farai prendere possesso del trono delle Due Terre”.
Era sera, quando la Dea lasciò la sua casa, scortata da sette uomini-scorpione. Pete, Tetet e Matet la precedevano, aprendole la via; Mestet e Mestetef stavano sotto il palanchino, Tefen e Befen le proteggevano le spalle.
Raccomandò loro: “Tenete i volti abbassati, non riconoscete un Nero, non volgete il saluto ad un Rosso, non fate distinzione tra un nobile ed un miserabile, per non mettere sull'avviso chiunque intenda ricercarmi, fino a che non abbiamo raggiunto la palude e i sicuri nascondigli di Khemmi”.
Ma, mentre si avvicinavano alle case, una ricca signora li scorse da lontano e sbarrò le porte della sua dimora davanti a Iside, che fu invece generosamente accolta da un'abitante della palude. Mentre si riposava, i compagni della scorta concertarono di punire chi l'aveva respinta e, messo in comune il loro veleno, lo caricarono sul dardo di Tefen. Passando sotto i battenti dell'entrata, l’uomo-scorpione si introdusse nell'opulenta casa, e trafisse a morte il figlio della dama.
La donna, disperata, invocò aiuto. Ma nessuno era in grado di soccorrere quell'innocente: e Isidede ne ebbe pietà. Si presentò alla madre, dicendo: “Mio padre mi ha istruita nella scienza, perché sono la sua figlia prediletta. Sono Iside, la maga possente. Arresto i rettili con il mio comando, e la mia bocca possiede la vita”. Quindi, imponendo le mani al bambino, ordinò: “Non penetrare, veleno di Tefen; gocciola a terra, veleno di Befen; cadi, veleno di Mestet; non scorrere, veleno di Mestetef; non diffonderti, veleno di Pete; non circolare, veleno di Tetet; non avanzare, veleno di Matet! Risànati, ferita! Te lo impone la divina Iside, l'amata di Ra, alla quale Geb trasmise i suoi poteri”.
Ma, quando il bimbo si levò guarito, la Dea impose alla dama di portarle le sue ricchezze, dicendo: “Ne riempirò la casa della donna della palude; che mi ha accolta nella sua capanna, mentre tu davanti a me sbarravi l'uscio”.
Horus, il piccolino dai sandali bianchi con il dito in bocca, destinato a regnare per oltre tredicimila anni sull'Egitto, rimase a lungo nascosto tra i papiri del delta paludoso.
Quando Iside si accorse che il suo latte era scarso, andò questuando tra gli uomini, per avere di che nutrire il figliolo. Un giorno, tornando, trovò il bambino adorato, il piccolo senza padre, riverso sul terreno.
“Seth ha scoperto il nostro nascondiglio”, fu il primo pensiero della Dea, mentre si gettava sul corpicino inerte, lanciando un altissimo grido.
I pescatori della palude, subito accorsi, unirono i loro lamenti a quelli dell'infelice madre, incapaci di far altro per lei.
Ed ecco avvicinarsi una donna di grande sapienza e di stirpe regale, il cui nome era Selkis.
“Non temere, piccolo Horus! Non disperare, madre del Dio! Qui tuo figlio è al riparo dal male: non lo può raggiungere la morte, poiché Seth non percorre la regione di Khemmi. Cerca dunque altrove la ragione per cui giace incosciente, e grazie a te vivrà. Forse l'ha punto qualche bestia nociva”.
Isidede allora si accorse che l'alito di Horus rivelava la presenza del veleno, ed invocò suo padre.
“O grande Ra, l'erede del tuo erede, il bimbo sacro, il piccolino d'oro che non ha più padre, è stato punto. Invano gli ho cercato un nascondiglio, temendo per lui, fin da quando era ancora nel mio grembo. Rendigli la vita!”
Nefti, prontamente accorsa, piangendo esortava Iside a levare più alto il suo grido, per arrestare nel cielo l’astronave dei Milioni d'Anni. E finalmente Thot, disceso dall'astronave, venne a rassicurare le Dee.
“Non abbiate timore! Io porto soffi di vita. Si stende su Horus la protezione di Colui che con i suoi occhi illumina la Terra, il primogenito di lassù, il grande Nano che percorre l'aldilà dopo il tramonto. Veglia su Horus il nobile falco che attraversa volando il cielo, la Terra e l'aldilà, dove sono invisibili le cose e i vivi si rivolgono indietro. Proteggono Horus i nomi di suo padre, la magia di sua madre, gli Déi che lo circondano. Svegliati, Horus, vendicatore di chi ti ha generato! Immobile rimarrà la barca di Ra, i giorni ancora nell'ombra non verranno, le sorgenti del Nilo si disseccheranno, il nutrimento sarà tolto ai vivi, finché Horus non sarà guarito per sua madre Iside”
Il bambino d'oro si levò allora in piedi, e corse tra le braccia della Dea.
Raggiunta la maturità, il figlio di Osiride si presentò al tribunale degli Déi presieduto da Ra, per vedere riconosciuto il suo diritto al trono che Seth abusivamente occupava.
Thot stava in quel momento presentando al Signore degli Déi il sacro Occhio". “La giustizia è signora della forza”, sentenziò Shu, figlio di Ra. “Accogli la richiesta di Horus”.
“Sarebbe giusto un milione di volte”, aggiunse Thot. “Abbia Horus l'anello regale del nome e la bianca corona d'Egitto”. Iside lanciò un grido di gioia.
“Vento del nord”, disse, “va' verso occidente, porta a Osiride la gioiosa notizia”. “Come vi permettete di decidere da soli?”, intervenne Ra. E si chiuse in un corrucciato silenzio.
Allora Seth propose: “Meglio sarebbe che me la vedessi direttamente con Horus, affrontandolo in duello. Così l'Enneade potrà constatare quanto io valga più di lui”.
Il saggio Thot si oppose: “Dobbiamo semplicemente stabilire chi ha ragione e chi ha torto. Non è Horus, figlio di Osiride, il suo legittimo erede?”
Ma ad un giovane inesperto Ra preferiva Seth, il nume dalla gagliarda forza, che lo affiancava, la notte, sull’astronave dei Milioni di Anni. “Si chiami Banabgedet, il grande Dio vivente, perchè giudichi lui”, stabilì. Il Dio dell'isola di Setit giunse insieme a Ptah-Tenen; ma reclinò la responsabilità di emettere un verdetto: “Meglio sarà mandare una missiva a Neith, la divina madre, e fare quello che lei decreterà”.
L'Enneade affidò a Thot l'incombenza.
E questo scrisse il Dio: “Il re dell'Alto e del Basso Egitto, Ra-Atum, il Disco che percorre il cielo, il Nilo potente, il Toro in Eliopoli, preoccupato per l'eredità di Osiride, ti chiede come risolvere il contrasto che si trascina da ormai ottant'anni”.
Così rispose all'Enneade la madre divina: “Sia dato a Horus quello che è di Horus; e al signore dell'universo si dica: "Compensa e consola Seth, concedendogli le tue figlie Anat e Astarte!".
Quando la lettera venne letta da Thot agli Déi che sedevano nella Grande Sala, approvarono tutti. Ma il Signore dell'Enneade li tacitò, irritato.
“La bocca di Horus sa ancora di latte, le sue membra sono deboli per reggere un regno. E poi perché dovrei rimetterci di mio?”
“Perché troppo a lungo sei stato indeciso”, intervenne Thot. “Non serve al tribunale un presidente inetto”.
E Baba aggiunse: “Il tuo tempio è vuoto”.
Il cuore di Ra fu invaso da grande tristezza a quelle parole.
Allora l'Enneade si volse contro Baba: “Vattene fuori! Il crimine che hai commesso è molto grande”.
Gli Déi se ne andarono alle loro dimore; e Ra passò un giorno intero disteso sul
dorso nel suo padiglione, solo e scontento.
Ed ecco che Hathor, la signora del sicomoro del Sud, si fece avanti, e si scopri il sesso davanti a suo padre, suscitandone il riso.
Allora il grande Dio si alzò e, raggiunta l'Enneade, ordinò ai due pretendenti al trono di esporre le loro ragioni, perché i giudici prendessero una decisione. Parlò per primo Seth.
“Domandatevi solo: è preferibile che regga il regno chi è giovane e inesperto o chi è in grado di affrontare qualunque evenienza con accortezza, astuzia, abilità e coraggio? Stando alla prua dell’astronave dei Milioni di Anni, io uccido ogni giorno i nemici di Ra, quando di notte attraversa l'oltretomba per tornare ad oriente al mattino”.
“Ha ragione”, convennero gli Déi.
Ma Thot protestò con veemenza: “Si darà dunque la funzione di sovrano al fratello, mentre è vivo il figlio?”.
E Banebgedet, di rimando: “Si darà la funzione al bambino, quando c'è Seth, suo fratello maggiore”.
Iside allora gridò: “Si mettano queste parole davanti ad Atum, il principe di Eliopoli, a Khepri, che sta nell’astronave dei Millenni!”.
“Non ti inquietare”, disse conciliante l'Enneade. “Il diritto verrà accordato a chi tocca”.
Ma Seth si levò sdegnato: “Chi ha concesso a Iside la parola? Non ha alcun diritto di aprir bocca: non può dare un giudizio imparziale, dal momento che è madre di Horus”. E, facendo roteare il suo scettro, pesante quattromilacinquecento nemes, aggiunse minaccioso: “Ucciderò ogni giorno uno di voi, se il processo non verrà trasferito in un luogo dove a costei sia vietato di entrare”.
Il tribunale si riunì dunque in un'isoletta del Nilo, e Ra ordinò ad Anti, il traghettatore, di non far salire sulla sua barca nessuna donna che assomigliasse a Iside. Ma, mentre gli Déi sedevano a mangiare, la Dea si presentò al barcaiolo. Aveva assunto l'aspetto di una vecchia, che portava al dito un sigillo d'oro, e camminava curva, reggendo una terrina di farina.
“Portami nell'isola in mezzo al fiume, perché possa preparare da mangiare al mio figliolo, che da cinque giorni è là per badare al bestiame, ed è certo affamato”, disse.
“Mi dispiace”, rispose l'uomo. “Mi è stato ordinato di non traghettare alcuna donna”.
“Questo per via di Iside. Ti pare che io le assomigli?” “No certamente. Ma che ci guadagno a favorirti?” “Ti darò una pagnotta”.
“E io dovrei, per un pezzo di pane, rischiare un rimbrotto, dopo che mi è stato imposto di non trasportare femmine sul fiume?” “Ti darò il suggello d'oro che vedi alla mia mano”. Il barcaiolo accettò.
Sbarcata sull'isola, Iside s’inoltrò fra gli alberi, e tosto scorse gli Déi seduti a mangiare pane, davanti alla tenda del loro Signore. Allora con una formula magica si trasformò in un'avvenente giovane donna.
Appena Seth la vide, desiderò possederla. Le mosse incontro, e la chiamò da dietro un sicomoro.
“Vieni qui da me, bellezza”.
“Volentieri”, rispose prontamente la Dea. E, come bisognosa di conforto, tra. una moina e l'altra, prese a raccontargli di come suo cognato, dopo che era rimasta vedova, volesse portare via con la forza a suo figlio l'armento del padre.
“Il figlio è legittimo erede, e nessuna pretesa può avanzare il fratello”, dichiarò Seth, sollecitato ad esprimere il proprio parere.
“Finalmente!”, esultò la sorella, volando a posarsi in cima ad un albero, mutata in nibbio. “È la tua bocca stessa a darti torto: ti sei giudicato da solo”.
“Mi hai raggirato”, protestò Seth.
Ma Iside proseguì, senza prestargli ascolto: “Hai riconosciuto di usurpare un titolo che in nessun modo ti spetta. Adesso a Ra non resta che emettere il verdetto”. Seth corse da Ra piangendo.
“Ché c'è ancora?”, volle sapere il Signore degli Déi.
“Quella perfida mi ha nuovamente infastidito. Ha assunto l'aspetto di una bella donna, e ha incominciato a raccontarmi di essere la moglie di un mandriano, rimasta vedova. Ha inventato poi che il fratello del morto avanzava pretese sul bestiame, minacciando suo figlio. Ecco che cosa quella bugiarda mi ha detto”.
“E tu che hai risposto?”
“Si darà dunque ad altri il bestiame, quando c'è il figlio del mandriano? Spetta al ragazzo quanto era del padre”.
“Ti sei affossato da solo”, lo zittì Ra spazientito. “Con le tue stesse labbra hai pronunciato nei tuoi confronti un giudizio di condanna. Perciò Horus reggerà sul capo la bianca corona che già fu di Osiride”.
“Che cosa mi ripagherà di quel che perdo?”, piagnucolò Seth. “Mi darai le tue due figlie, secondo il responso di Neith?”
“Non se ne parla neppure. Hai torto, per tua stessa ammissione. Ma, se ti potrà essere di qualche sollievo...”
“Sì ...?”
“Il traghettatore verrà punito”.
Anti venne condotto davanti all'Enneade, e gli fu tolta la parte anteriore dei piedi.
Tra l'esultanza degli Déi e dell'intero paese, Horus salì dunque sul trono d'Egitto che era stato del padre.
Seth tuttavia impegnò ancora il giovane re in una serie di sfide, sino a che non fu definitivamente battuto.
Disse allora Ptha: “Che si farà di Seth, adesso che Horus ha preso il posto di Osiride?”.
Rispose Ra: “Mi si dia Seth, perché sieda con me come un figlio. Potrà urlare nel cielo, e gli uomini avranno paura di lui”. Quindi esortò: “Acclamate tutti, prostratevi a terra davanti a Horus, figlio di Iside!”.
La Dea esclamò lietamente: “Horus è sovrano. L'Ennéade è in festa, il cielo si rallegra, tutta la Terra esulta, perché Horus è salito sul trono di Osiride, signore di Busiri”.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:40 pm    Oggetto:  
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Il nome segreto di Ra



Iside era così ricca d'ingegno che superava in intelligenza innumerevoli Déi. Non c'era niente che ignorasse, né in cielo né in terra: a parte, naturalmente, il nome segreto di Ra, quel nome che era stato pronunciato una sola volta prima che l'universo venisse creato, e da allora era rimasto nascosto nel corpo del Dio, perché nessuno potesse ripeterlo, impadronendosi dei suoi poteri.
Iside voleva conoscerlo, per essere in cielo e nel mondo come Ra, possedere la terra ed essere Dea: cercava solo il modo e il momento più opportuni per raggiungere il suo scopo.
Ra attraversava ogni giorno sulla sua astronave il cielo da oriente ad occidente, e la sua fatica era grande: tanto che, quando si trovava ormai prossimo al tramonto, era accaduto alla Dea di vederlo con il volto contratto e la saliva che colava dalla bocca socchiusa.
“Raccoglierò una bava del grande Dio”, si disse. “Impastandola con argilla, darò vita con le mie arti magiche ad un serpe velenoso, che porrò sulla strada per la quale egli passa”.
Così fece, e al morso del serpente Ra lanciò un grido che salì fino alla sede celeste.
“Che succede?”, domandò l'Enneade.
Sua Maestà, in preda a spasimi atroci, non rispose: batteva i denti e gli tremavano le membra, mentre il veleno gli penetrava nella carne. Poi, rinsaldando il cuore, gridò a gran voce: “Venite a me, figli del mio corpo! Ero uscito per contemplare quello che ho creato, quando ho sentito una fitta dolorosa. I miei occhi non hanno visto che cosa l'ha provocata; ma non c'è male che superi quello che io provo. Il mio cuore è un braciere, le mie membra sono scosse da tremito. Vengano a me i figli degli Déi, le cui parole benefiche hanno il potere di raggiungere il cielo!”.
Si accostarono i figli divini, ma dalle labbra di ciascuno uscirono solo lamenti.
Ed ecco Iside con i suoi sortilegi e la bocca piena di soffi vitali, di formule per distruggere i mali, di parole che vivificano le gole morte.
“Che sta succedendo, padre?”, domandò premurosa.
“Me ne andavo per i due regni della mia terra, e qualcosa mi ha punto. Ora mi sento più gelido dell'acqua, più ardente del fuoco. Sudo e rabbrividisco; mi si appanna la vista, non distinguo più il cielo. Non potrò resistere a lungo. Fa' qualcosa, ti prego, per alleviare il mio tormento”.
“Un serpente ti ha morso; uno che tu hai creato ha levato contro di te il suo capo, diffondendo il veleno nel tuo corpo. Ma non temere: con i miei incantesimi farò retrocedere il male. Dimmi il tuo nome, padre! Perché vivrà colui che sarà liberato dal suo nome”.
“Io sono Colui che ha creato il cielo, la terra e tutti gli esseri che ci vivono sopra, e dentro i due orizzonti ho posto l'anima degli Déi. Sono il Costruttore dei monti più alti, il Controllore delle piene del fiume, Colui che congiunge il toro alla vacca per dar loro piacere. Se apro gli occhi, genero la luce; se li chiudo, diffondo le tenebre. Misuro i giorni e le ore, invio le feste dell'anno, produco il fuoco vivente per purificare le case. Mi chiamo Khepri al mattino, Ra a mezzodì, Atum alla sera”.
Ma il veleno, anziché fuoriuscire, si diffondeva sempre più nelle vene, e il grande Dio non poteva più camminare.
“Andiamo!”, si spazientì Iside. “Il nome che voglio non è tra quelli che hai enunciato e che conoscono anche le pietre. Divino padre, confidati con me, se vuoi che ti guarisca: vivrà colui che chiamerai con il suo vero nome”.
“Quel nome fu pronunciato da mio padre e mia madre, e nascosto poi nel mio cuore, perché non ci fosse tra i viventi incantatore che mi potesse incantare”, si schermì la Maestà di Ra. Ma il veleno gli bruciava nel sangue come fiamma dentro la fornace. Per finire, cedette. “Esca il mio nome dal mio petto, per entrare nel tuo”, disse con voce appena percettibile.
Per pronunciarlo si nascose agli Déi, poiché grande spazio vi era nell’astronave dei Milioni di Anni. Al grande Dio fu dunque in tal modo carpito il segreto del nome, che la maga incluse nella formula dell'incantesimo per ridargli salute: “Colate, veleni, abbandonate Ra! Occhio di Horus, esci da lui, risplendi fuori della sua bocca! Goccioli a terra il veleno vinto, nel nome dell'eccelso Dio!”.
Così disse Iside, signora degli Déi, colei che conosce Ra con il suo nome.

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MessaggioInviato: Sab Set 23, 2006 4:41 pm    Oggetto:  
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L'invenzione di Thot

Thot aveva tratto dalla sua ingegnosa mente i numeri e le regole del calcolo, con ogni possibile implicazione e risvolto. Aveva inventato i dadi per sfidare e vincere Geb, ponendo come posta delle successive partite un giorno da sottrarre al calendario lunare, per permettere a Nut di partorire. Aveva protetto Iside e appoggiato Horus davanti al tribunale degli Déi, perché gli venisse riconosciuto il diritto di salire sul trono paterno.
Erano trascorsi molti anni da quei fatti, quando decise di recarsi a far visita al re Amon di Tebe.
Si pose dunque in cammino. Giunto da Naucratis alla presenza del sovrano, incominciò a parlargli di quanto aveva ideato a vantaggio dell'umanità.
“Fra le mie invenzioni, una, in particolare, è tanto preziosa che gli egiziani mi renderanno omaggio per avertene fatto partecipe”, dichiarò.
“Ma io sono disposto a esaminarle tutte”, ribatté cortesemente il sovrano. “Mi spiegherai a che serve ciascuna e, in base ai chiarimenti che avrò, ti saprò dare un giudizio spassionato”.
Thot ebbe un fugace sorriso: “Sono pronto a ricevere critiche e lodi”.
Al re interessava soprattutto capire a fondo, l'utilità di quanto gli veniva presentato, e non lesinò domande e commenti. Per ultima Thot presentò l'invenzione di cui andava maggiormente orgoglioso.
“Questa è la scrittura”, annunciò, srotolando sotto gli occhi stupiti di Amon una pergamena che aveva portato con sé. “Non appena ne rivelerò il meccanismo, gli egizi ne trarranno incalcolabili vantaggi”.
“Perché?”, domandò il re, osservando perplesso gli incomprensibili simboli tracciati dal Dio.
“Questa non facile arte sarà un rimedio efficace contro due debolezze dell'umanità: il difetto della memoria e le manchevolezze della scienza”. “Parli per enigmi. Che cosa significano questi segni?”
“Sono geroglifici. Chi ne apprenderà il meccanismo saprà annotare quanto è necessario e opportuno rammentare, potrà comunicare a distanza messaggi precisi, che non diano adito ad errate interpretazioni soggettive, e tramandare alle genti future le gesta compiute dai grandi, rendendone eterni il nome e la gloria”. Amon scosse il capo, dubbioso.
“I miei messaggeri non sbagliano mai nel trasmettere i miei ordini, e di generazione in generazione le imprese regali sono affidate alla memoria di sacerdoti e sapienti”.
“Che è pur sempre soggetta a possibili cedimenti. Se invece io incido su una pietra o traccio su un rotolo di papiro determinati segni, ai quali convenzionalmente è legato un ben preciso significato, a distanza di secoli la scritta sarà sempre letta nel medesimo modo. Questo crittogramma, ad esempio, indica il sovrano, quest'altro la regione del delta. L'insieme trasmette l'ordine di...”
“Tu puoi svelarmi i procedimenti di un'arte; ma quel che conta è valutare l'utilità e i danni che ne potrebbero derivare. Ora, codesta tua scrittura mi pare offra agli uomini un potere contrario a quello che già è in loro possesso”. “Non capisco”.
“Una volta che si siano impadroniti del meccanismo dei geroglifici, gli uomini si sentiranno dispensati dal memorizzare, e lasceranno che la mente si impigrisca, indulgendo alla dimenticanza: perché chi saprà scrivere cercherà non più in se stesso, ma nel sistema da te escogitato il modo di serbare i ricordi. Sicché mi pare che tu non abbia trovato affatto un rimedio per la debolezza della memoria, bensì una diversa procedura per rammentare; di cui non hai valutato gli svantaggi”.
“Pensa al gran numero di nozioni che potranno venire trasmesse, grazie alla scrittura, in campo medico, matematico, scientifico”, insistette Thot. “Ci sto arrivando”, riprese Amon. “L'informazione potrà essere ampia quanto vuoi; vorrà dire che molti si convinceranno di essere competenti, pur non essendolo, in un gran numero di settori. Insomma, s’illuderanno di avere conquistato la sapienza, anziché possederla realmente”.
“Conosco bene gli inconvenienti della mia invenzione, e te li ho di proposito taciuti, venendo a te come messaggero degli Déi. Terrò nel dovuto conto le tue osservazioni, ma non posso permettere che la grafia resti prerogativa divina. Tu hai preteso di entrare nella testa degli uomini e hai ragionato per loro, ma non con loro. Se anche la scrittura fosse semplicemente un procedimento per facilitare il ricordo, consentirebbe pur sempre agli egizi di dedicare maggiori energie alla conoscenza; e, se anche non avessero altro che una conoscenza illusoria, con ogni probabilità ne sarebbero paghi ugualmente. C'è poi un ultimo aspetto da considerare”.
“E sarebbe?”
“La scrittura consentirà di dare un nome definitivo alle cose, conferendo a ciascuna una conferma della propria esistenza entro l'ordinamento dato dagli Déi all'universo, che è diretto e controllato appunto grazie alla parola. Certo ogni nuova scoperta comporta possibili conseguenze positive o negative: sta all'uomo saperla utilizzare nel modo migliore e più saggio”.
“Il rischio è grande, a volte”, rifletté Amon.
“Ma bisogna correrlo. Dunque...?”
“Accetterò il tuo dono, Thot. E che gli uomini ne facciano buon uso”.

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MessaggioInviato: Sab Ott 21, 2006 12:32 pm    Oggetto:  
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USI E COSTUMI

Alimentazione

Attraverso le scene affrescate sulle pareti delle tombe, si é potuto ricostruire le abitudini alimentari degli antichi Egizi. Sulla tavola sia del ricco che del povero non mancavano i cereali e il pane era modellato in forme diverse. Le zuppe di verdure erano il piatto ricorrente, arricchite con gallette di pane. Per completare il menu, dolci a base di mandorle e frutti tropicali come il mango e l'avocado. Il clima caldo creava qualche problema per la conservazione della carne che veniva riservata alle grandi occasioni.

Il pesce era molto gradito ed era disponibile in abbondanza. Era presente anche presso le case più modeste, conservato in salamoia. Nelle case più ricche i servizi da tavola erano di materiale pregiato, come l'alabastro. Il cibo veniva portato alla bocca con le mani (senza l'utilizzo di posate), che venivano deterse in appositi catini pieni d'acqua. Eleganti ancelle servivano alle mense dei ricchi. Nell'antico Egitto venivano consumate bevande alcoliche come la birra ed il vino, ma anche superalcolici ricavati dalla lavorazione del dattero.

Solo in occasioni particolari veniva consumata carne di bovini, ovini, gazzelle, antilopi, orici, bufali e iene. La tavola era talvolta arricchita anche da oche e volatili in genere. Più comunemente venivano consumati porri, cetrioli, meloni, cocomeri, aglio, cipolle, fichi, uva, datteri e melograni. Come dolcificante era usato il miele, mentre come bevanda comune l'acqua. Birra e vino erano consumati in poche occasioni. Gli Egizi, in quelle rare bevute, erano soliti ubriacarsi.

Bevande - La più diffusa era la birra fatta con orzo o frumento e datteri. Era ottenuta dalla fermentazione dei cicchi d'orzo immersi nell'acqua resa dolce dai datteri. Molto diffusi anche il vino (in occasione dei pranzi nobili), che i Greci dicevano fosse più dolce del miele, il shedeh (una specie di granatina) e il pa-ur (un tipo di liquore). Acqua, latte di capra, pecora e mucca erano le bevande più utilizzate nei pasti comuni.

Pani - Ne esistevano molti che differenziavano tra loro per il tipo di farina, la forma, la cottura e gli ingredienti (miele, latte, frutta, uova, grasso, burro). La farina veniva ricavata da tre cereali: orzo, farro e frumento. Nel Nuovo Regno si contavano 40 tipi diversi di pani e dolci.



Armamenti



Può sembrare molto strano, che il popolo egiziano, progredito in quasi tutti i campi della sua civilizzazione, compreso quello militare, era molto arretrato in fatto di armamento militare. Infatti l'armamento standard del soldato egiziano rimase invariato per millenni, e i pochi cambiamenti che ci furono, arrivarono tutti dall'esterno, dato che gli egizi adottarono facilmente le armi dei nemici.

Fino dal Predinastico le armi tipiche del soldato egizio erano l'arco, le mazze, il bastone da lancio, il pugnale la lancia, l'ascia, la fionda e dei semplici scudi per unica difesa. Per tutto il resto il guerriero indossava un semplice perizoma e andava scalzo. Fondamentalmente questo era l'armamento in uso fino alla fine del Medio Regno; in quest'epoca, sotto la XII Dinastia, si sostituisce il rame con il bronzo, ma per il resto ancora nella guerra contro gli Hyksos l'armamento rimase uguale.


Archi e Frecce - L'arco egiziano era a curva semplice mentre quello egiziano era a doppia curvatura e sono le armi più antiche come è stato dimostrato dai ritrovamenti nei siti neolitici dove sono state rinvenute delle punte di freccia in pietra di finissima fattura. Punte lanceolate, triangolari, peduncolari o no, vennero pian piano sostituite dalle piccolissime punte semilunate o rettilinee che presentavano una superficie d'urto molto tagliente ma non appuntita.

L'arco, simbolo per eccellenza del guerriero, non era un'arma solo egiziana o nubiana, ma comune a tutti i popoli antichi, e memoria di ciò è serbata nell'immagine dei "Nove Archi", che simboleggia i nemici dell'Egitto.


Mazza - La mazza poteva essere discoidale o a forma di pera. Quest'ultima, dopo l'unificazione del paese con la vittoria del Sud, diventerà uno dei simboli del faraone.


Bastoni da Lancio - L'unica cosa che gli accumuna ai boomerang è il fatto che si tratta esclusivamente di armi da getto e mai concepite per tornare indietro quando mancavano il colpo. Essi erano di vari tipi, cambiando il tipo di legno lunghezza e curvatura. Furono usati anche in guerra come armi ma prevalentemente rimasero in uso in tempi di pace per la caccia agli uccelli nelle paludi.

Pugnali - Sono presenti sin dal Predinastico ed hanno delle lame litiche ben lavorate che sono in genere incastonate in manici di legno. Tuttavia non mancano splendidi esemplari dal manico di avorio finemente scolpito. In un periodo più tardo alcuni pugnali sostituiscono alla pietra il bronzo.


Daga - La daga corta deriva dal pugnale con elsa a pomo emisferico e lama larga che si restringe finendo in una punta affilata ma arrotondata. Nel Medio Regno appare il tipo orientale, comune al Levante e all'Egeo, con elsa a pomo semilunato e lama larga triangolare con punta aguzza.


Ascia - La parte offensiva è in pietra o in rame battuto incastonata in manici di legno. Può essere con il manico ricurvo e la lama semicircolare o dal manico rettilineo e dalla lama in forma simile a quelle odierne.

Giavellotti - Di forma semplice avevano le punte in pietra o in bronzo.

Scudi - Unica misura di difesa dei guerrieri egiziani appaiono anch'essi durante il periodo Predinastico: di tipo rettangolare di legno o cuoio con il lato superiore incurvato ad arco acuto o arrotondato.



I Giochi

La società egiziana amava molto i passatempi e quindi i giochi. Sono state ritrovate delle pedine bianche e nere, simili ai moderni scacchi, e delle scacchiere rettangolari divise in 30 o 33 caselle (il senet), oppure circolari raffiguranti un serpente arrotolato con la testa nel centro ed il corpo diviso in segmenti (il gioco del serpente).

Il Senet era un po' il gioco nazionale nell'Antico Egitto. Tutti, ricchi e poveri, adulti e bambini, impegnavano il loro tempo libero a sfidarsi a questo gioco. Il senet era un gioco talmente popolare che assunse un'importanza notevole anche per il viaggio nell'aldilà. Il defunto, come riportato nel famoso Libro dei Morti, doveva infatti disputare una partita contro un avversario invisibile per poter accedere al regno dei morti. Il primo esemplare di senet risale al Periodo Predinastico, mentre nella tomba di Rahotep (IV dinastia) è stato rinvenuto per la prima volta il nome del gioco. Il faraone Tutankhamon possedeva 4 senet di cui uno era composto di caselle di avorio, le pedine di materiale pregiato e poggiava su un mobiletto avente i supporti a forma di zampa di leone. Il senet era sostanzialmente un gioco di velocità tra i due sfidanti:
Ognuno di loro era in possesso di 7 pedine (o 5 a partire daal 1600-1500 a.C.) di colore bianco o nero. Lo scopo era quello di completare le 30 caselle (in egiziano "peru") del percorso (10 caselle per 3 file) in maniera sequenziale, cioè dalla 1 alla 10, dalla 11 alla 20 ed infine dalla 21 alla 30. All'inizio del gioco, le pedine venivano disposte in modo alternato dalla casella 1 alla 10. Per muovere le pedine, i giocatori erano in possesso di 4 tessere con una faccia bianca ed una nera.

La combinazione delle tessere dava il risultato della mossa:
1 bianco + 3 nere = 1 punto;
2 bianchi + 2 nere = 2 punti;
3 bianchi + 1 nero = 4 punti;
4 neri = 6 punti.
In alternativa venivano più comunemente utilizzati dei bastoncini al posto delle tessere.

Le pedine venivano spostate in avanti o indietro a seconda del risultato ottenuto. Quando tutte le pedine del medesimo colore venivano a trovarsi nell'ultima fila potevano terminare, una alla volta, il percorso. Il vincitore era colui che riusciva a completare le 30 caselle della "scacchiera" con tutte le 5 pedine. Il gioco era però reso più difficile da alcune regole:

a) se una pedina capitava su una casella già occupata doveva retrocedere alla prima posizione libera;

b) se due o tre pedine dello stesso colore si trovavano in fila non potevano essere scavalcate da quelle dell'avversario;

c) se una pedina capitava nella casella 27 contrassegnata dal geroglifico "casa dell'acqua", essa retrocedeva sino alla casella 1 o sulla successiva casella disponibile.

Occorre precisare che in nessuna tomba e su nessun papiro sono mai state rinvenute le vere regole del gioco. Molti studiosi, come Kendall e Bell, si sono applicati per dare al gioco le regole più plausibili. Quelle descritte sono frutto di studi che si basano su ragionamenti logici che però, come detto, non hanno mai trovato riscontro storico.

Il gioco del serpente risale ad un epoca addirittura precedente la I dinastia. Si tratta di un gioco di probabile carattere religioso che si svolgeva su una tavola di forma circolare del diametro di circa 30cm che riproduceva le spire concentriche di un serpente avvolto su se stesso con le squame a rappresentare le caselle. Sulle regole di questo gioco si sono solo formulate alcune ipotesi poichè le regole originali sono andate completamente perdute.

Un altro gioco molto diffuso nell'Antico Egitto era il gioco "dei cani e degli sciacalli" o "dei 58 buchi". La partita veniva giocata da due giocatori con a disposizione 5 bastoncini ognuno. I bastoncini venivano prodotti con in cima la rappresentazione di un animale dalle orecchie pendenti (i cani) o di un animale con le orecchie aguzze e ritte (lo sciacallo). Sulla tavola erano disegnati due percorsi composti da una serie di fori che confluivano in un unico buco centrale. Vinceva chi, per primo, giungeva con tutte i suoi bastoncini al centro.
Tra gli altri passatempi vi sono il puzzle, il boomerang (di cui in Egitto è stato trovato il primo esemplare), i dadi (identici a quelli moderni e costituiti anche da più di sei facce), gli specchi, le bambole e degli aerei giocattolo! A proposito di questi ultimi, un esemplare è stato ritrovato all'interno delle piramide a gradoni di Zoser edificata intorno al 2800 a.C. Alcuni studiosi tedeschi hanno provato a realizzare un aereo in scala e a farlo volare. Il risultato è che l'aereo vola perfettamente...
Le donne amavano danzare ed ascoltare musica, mentre gli uomini preferivano gli esercizi di destrezza o di forza e gli sport come l'equitazione, il canottaggio e il tiro con l'arco. Riservata al faraone perchè molto costoso era la caccia nel deserto.



Alcuni faraoni si fecero organizzare anche spettacoli su misura di cui esistono testimonianze o documenti. Snefru sconfiggeva la malinconia guardando le provocanti contorsioni di donne vestite solo di tessuto di rete. Cheope sembra abbia convocato una sorta di mago di nome Djedi di cui si diceva fosse in grado di riattaccare le teste. L'intento di Cheope era quello di far tagliare alcune teste umane per poi ammirare le capacità miracolose di Djedi.



Il calendario

Il calendario egizio era composto da 360 giorni e 5 di festa (detti epagomeni) divisi in 3 stagioni chiamate akhet (piena), peret (semina) e shemu (raccolto). Ciascuna stagione era composta da 4 mesi di 30 giorni. Ogni mese era formato da 3 settimane di 10 giorni per un totale di 30 giorni.

Il calendario egizio ha un errore di circa 6 ore sull'anno astronomico. Per stabilire quando entrò in vigore il calendario egizio occorre risalire a quando i due calendari coincidono. In quel determinato momento Sirio sorge nella stessa posizione del sole. Ciò avviene ogni 1460 anni. Il fenomeno è stato osservato con certezza nel 139 d.C. La discussione è nata in base al ritrovamento di una placchetta d'avorio di Ger sulla quale si è creduto di interpretare il simbolo egiziano di anno, ossia una vacca con tra le corna un germoglio che è il simbolo della dea Sothis (Sirio).

I calcoli portano a ritenere due date possibili: il 2773 a.C. e il 4323 a.C. Analizzando le due date possibili, bisogna notare come il 2773 sia troppo recente poichè è noto che già nel regno di Zoser il calendario era conosciuto, e come il 4773 sia teoricamente troppo remoto rispetto alla data in cui gli archeologi tendono a far risalire la nascita del calendario (intorno al 3200 a.C.). L'attuale propensione è quella di ritenere che durante il regno di Ger fu osservato il fenomeno, ma ciò non comportò la stesura del calendario solare che venne introdotto più tardi. La data d'introduzione del calendario rimane, comunque, uno dei tanti misteri dell'Egitto.

Grazie alla scoperta della città di Herakleion (avvenuta nel 2000 al largo di Alessandria e sommersa da oltre 1300 anni), si confermerebbe l'origine egiziana dell'oroscopo. Infatti lo zodiaco, con i suoi 12 segni, fu il risultato della sintesi tra le conoscenze astrologiche degli Assiri ed il calendario egizio.



La leggenda dei 5 giorni nefasti


Il dio solare Ra, adirato con la propria sposa Nut, le fece una maledizione che prevedeva l'impossibilità di avere figli durante i 360 giorni dell'anno. Thot, che ebbe pietà di lei, aggiunse al calendario 5 giorni in modo che ella potesse ugualmente avere i tanto sognati figli.



Le feste
Sed
La festa Sed è sicuramente la più importante per il re. Impropriamente chiamata anche "Giubileo", è documentata fin dalle prime dinastie ed esprimeva il bisogno di rinnovamento del potere e della sovranità del faraone. Le sue origini sono da ricercarsi, come detto, nell'antichità più remota della civiltà egizia. Una leggenda narra infatti del periodo in cui il dio Ra regnava sulla Terra su uomini e dei. Col passare del tempo il rispetto verso Ra andò diminuendo poichè il dio, divenuto vecchio, non era più in grado di governare. Così gli uomini si ribellarono e Ra, per punirli, lanciò contro di loro il suo occhio infuocato risparmiando solo una parte dell'umanità. Ra, comunque, decide di salire in cielo sulla vacca celeste rinunciando a regnare sulla Terra. La festa Sed veniva celebrata dopo 30 anni di regno e, poi, ogni 3 o 4 anni. I momenti principali della festa sono la sepoltura di una statua del re che rappresenta il vecchio sovrano e il rito dell'incoronazione che vede il faraone protagonista di prove di forza fisica. Tra i tanti faraoni che sostennero le prove fisiche previste dalla festa Sed, si distinguono le imprese di Thutmosi II che si vantava di essere il primo in ogni competizione. Le capacità di Thutmosi II erano leggendarie. Una di queste narra dell'impresa che il faraone compì centrando due lingotti di rame spessi un palmo con due frecce scagliate da un carro in corsa dalla distanza di 16 metri! A conferma del bisogno di rinnovamento, durante gli anni a ridosso della celebrazione della festa Sed sono stati registrati sensibili aumenti di precipitazioni piovose come se anche la natura necessitasse di rinnovarsi. In occasione della festa Sed del faraone Den, la Pietra di Palermo documenta una piena straordinaria del Nilo che Amenofi III sosterrà, in seguito, di aver eguagliato. Ottime raffigurazioni sono contenute nella tomba di Niuserra e di Osorkon II. Il "Papiro Drammatico del Ramesseum" tratta invece della festa Sed di Sesostri I. Amenofi III sostenne 3 feste Sed, Ramesse II addirittura 14.
Ecco quali erano le prove a cui dovevano sottoporsi i vari sovrani:

Il faraone veniva sepolto, forse sotto ipnosi, in un sarcofago dove rimaneva per un tempo imprecisato. Trascorso tale tempo il sarcofago veniva riaperto e il faraone resuscitava.
Percorrere 4 volte un circuito portando tra le mani una stanga di trebbiatura e un piccolo oggetto.
Prova, a noi non nota, legata al piccolo oggetto tenuto in una mano.
Prova di vigore sessuale.
Violazione di una fortezza o distruzione di una città.
Dieci giri di corsa attorno ad un cortile, con due cappelle che rappresentavano rispettivamente l'Alto ed il Basso Egitto.
Opet
La festa Opet si svolgeva nella città di Tebe con cadenza annuale. Il faraone partecipava alla festa che consisteva in una grande processione delle barche divine da Karnak a Luxor e ritorno.
Min
In questa festa si rinnova la conquista del potere da parte del re. Per simboleggiare tale avvenimento venivano lanciati quattro uccelli in direzione dei quattro punti cardinali. Essi dovevano essere messaggeri del nuovo potere del re.


Igiene

L'igiene era tenuta in buona considerazione. Gli Antichi Egizi erano ottimi medici e conoscevano le cause, e i rimedi, per molte malattie. Erano percò consapevoli che l'igiene del corpo è importantissima per evitare il diffondersi delle malattie. Tuttavia nelle case non era quasi mai prevista una sala da bagno che era considerata un lusso di cui godeva solo il faraone. La casa per gli Egizi era un luogo dove si potevano fare cose indecenti senza essere visti; tra queste cose non vi erano i bisogni fisiologici della persona che, perciò, erano fatti per strada. Se per la classe nobile l'igiene era molto rigorosa, Erodoto disse che gli Egizi si radevano il corpo ogni 2 giorni e si lavavano 4 volte al giorno, per il popolo ciò non avveniva. Queste persone, comunque, si lavavano le mani ogni volta prima di mangiare.



La Moda


Con il caldo clima che caratterizzava il paese del Nilo, gli abiti non erano molto necessari soprattutto durante il Medio Regno, periodo in cui il clima era molto più caldo di quello odierno. L'abbigliamento quindi era molto semplice e per niente elaborato : perizomi per gli uomini e semplici vesti per le donne. Durante il Nuovo Regno il clima si rinfresca e le temperature cominciano ad abbassarsi così iniziano a fiorire vesti più complesse. Tuttavia rispetto alle semplici vesti sopra citate le mode che cambiarono vanno riferite sempre a seconda delle varie classi sociali: gli indumenti erano sempre e comunque prevalentemente di lino anche se di diverse qualità; la lana non veniva quasi mai utilizzata. In questo periodo si possono eseguire le varie trasformazioni della moda ; basti pensare che del semplice perizoma maschile si conoscono almeno una quarantina di varianti. Il colore era sempre il bianco: colore naturale della fibra anche se gli egiziani conoscevano la procedura per la sua colorazione. Anche la pettinatura seguiva la voga del momento; quella femminile è sempre accurata, spesso con tante piccole trecce come ancora usano molte donne africane; nella buona società vi fu sempre un'abbondanza di parrucche che erano destinate tanto agli uomini quanto alle donne.



Abiti Maschili

L'indumento maschile più comune era il perizoma che copriva l'uomo dalla cintola alle ginocchia. Tutti, anche gli dei sono vestiti con questo semplice indumento per cui anche il faraone non esce da questo schema. Con il passare del tempo questo semplice indumento si arricchisce e si complica fino a diventare più lungo, a gonfiarsi e riempirsi sempre di più di pieghettature, sbuffi e rigonfi. Come già detto si sono scoperti numerosi modelli di perizoma tutti con caratteristiche diverse: aperti o chiusi sul davanti, con una specie di grembiule pieghettato oppure con una punta sporgente. Per le classi più agiate generalmente al perizoma si aggiunge anche un'ampia camicia ed un mantello.


Abiti Femminili

Le donne portavano un lungo abito molto attillato e stretto sotto il seno. Sopra di questo veniva utilizzato un manto. Anche le dee vestono alla stessa maniera: esse hanno festi finissime che ne lasciano intravedere le forme. Generalmente l'abito informale era composto da una veste di finissimo lino che lasciava intravedere il corpo con la sua trasparenza. Il modello è del Nuovo Regno


Abiti da Cerimonia

Oltre alle normali vesti utilizzate per la vita di tutti i giorni c'erano degli abiti legati al ruolo sociale delle persone : per esempio alcuni sacerdoti portano una particolare sciarpa durante le cerimonie oppure si vestono con una pelle di leopardo.


Le Calzature

Gli uomini e le donne, anche portando le vesti più sontuose, andavano a piedi nudi. Durante il Nuovo Regno diventarono più comuni anche se era proibito portarli di fronte ad un superiore. Nelle tombe di ricchi e poveri sono stati trovati semplici sandali con suole di cuoio o di papiro in perfette condizioni. In alcune rappresentazioni si possono osservare scene in cui accompagnatori, lavatori di piedi, che portano in mano i sandali dei loro signori.



Erotismo


Frutto della cultura di antichi contadini e allevatori, la mentalità egizia non poteva guardare al sesso che come al più naturale degli atti, e come al più potente simbolo di fecondità. La loro religione politeista intrisa di naturalismo dava all'atto sessuale il valore che esso ha nella natura, con il giusto equilibrio di amore, procreazione e piacere; non esistevano dunque i veti di culture posteriori, e quest'assenza diede del sesso una visione più sana, senza la morbosità dei Greci e dei Romani o anche della cultura moderna. Un tale simbolo di fecondità creativa occupò un posto importante nella religione, a partire da Osiride, simbolo della vegetazione e della fecondità della terra, che ancora nei Bassi Tempi è rappresentato disteso e mummiforme, mentre dalle bende sorge il fallo, simbolo dell'energia vitale che sconfigge la morte. Ben noto è il dio Min, caratterizzato dal fallo eretto, simbolo di fecondità assoluta, ossia della divinità, dell'uomo e della terra; la stessa simbologia passò ad Amon-Min con il sincretismo delle due figure. Ad un livello più umano troviamo di fronte all'immagine di Hathor, a Deir el Bahari, degli ex-voto in forma di modelli di falli in legno e pietra, con cui si voleva pregare la dea di concedere dei figli. Delle rappresentazioni di unione sessuale si trovano nelle theogamie, ma in questi casi il rapporto fra donna e dio era simbolizzato dalle loro mani allacciate, mentre il dio avvicinava alle narici della donna il simbolo ankh (vita). Nei geroglifici l'immagine del fallo era usata nel segno biconsonatico "mt" e in molte parole come "seme", "progenitura", "gloria", "concubina". La vulva era rappresentata solo nei simboli geroglifici per "donna". Sovente delle dee dell'amore, come Quadesh, o della divina procreazione, come Nut (il cielo che al mattino partoriva il sole) erano rappresentate nude, e il triangolo pubico è trattato con estrema semplicità e purezza, non essendo nè oggetto di particolare rilievo nè di censura. Nelle pitture egizie la nudità dei giovani appare in tutta la sua semplice purezza; le serve, giovani adolescenti, sono in genere vestite di una semplice centurina che cinge i fianchi come motivo ornamentale, e questo non era che la più semplice normalità. Altro caso è quello di un papiro erotico, conservato al Museo Egizio di Torino, chen però è di carattere satirico e non ufficiale; si tratta in effetti di un documento non ufficiale e satirico-erotico in cui le scene sono di gusto goliardico-lupanaresco.



Abitazioni


Tutto quello che è rimasto dell'edilizia egiana consente oggi agli archeologi delle osservazioni molto interessanti. All'esterno della valle del Nilo sono venuti alla luce numerosi insediamenti che ci possono dare una chiara idea dell'urbanesimo sviluppato durante i secoli mentre lungo il Nilo l'elevato tasso di umidità ne ha impedito la conservazione nel tempo. Dalle varie scoperte si è potuto constatare che le abitazioni variavano nelle dimensioni secondo la crescita della popolazione e della classe sociale a cui il proprietario apparteneva. Per esempio la casa tipo di un funzionario era a più piani: il piano terra era destinato alle attività commerciali, il primo piano veniva utilizzato per il ricevimento degli ospiti mentre il secondo piano era occupato dalle camere da letto ed ai vari alloggi. Generalmente nei piani alti si trovavano le stanze della servitù. Durante gli scavi a Tel el Amarna sono state portate alla luce varie case amministrative che hanno evidenziato l'esistenza di una vasta area abitativa. Queste case erano caratterizzate da un vasto cortile d'accesso rettangolare a volte occupato anche da una piscina popolata da pesci e da piante acquatiche galleggianti. I muri interni delle abitazioni venivano spesso decorate da affreschi. Al contrario a Deir el Medina le case dei costruttori di tombe era molto semplici e realizzate esclusivamente in mattoni crudi. Le stanze erano molto semplici e di modeste dimensioni. In generale l'arredamento della casa egiziana era molto essenziale : panche, stuoie e letti in vimini con poggiatesta ma solo per i più ricchi. Nelle ore buie per illuminare l'abitazione venivano utilizzate ciotole di ceramica riempite di olio su cui galleggiava uno stoppino in fibra vegetale.



Arredamento

L'arredo, sempre essenziale e mai ingombrante era composto principalmente da vari tipi di sgabelli decorati e da poltrone traforate, con schienale e braccioli decorati in legno oppure ricoperti di metallo lavorato e incrostazioni di pietre pregiate. La tavola e le varie mensole erano anch'esse di dimensioni molto ridotte anche se numerose e presenti in ogni angolo dell'abitazione. Il vasellame era composto da svariate forme e materiali : dalla pietra come l'alabastro fino ai metalli preziosi alla semplie argilla. Nelle varie camere private, oltre al letto ed agli armadi, si trovavano numerosi cofanetti e utensili che venivano usati per la toeletta personale.



Illuminazione delle Case


Va qui ribadito che la maggioranza della popolazione egiziana era composta soprattutto da contadini che seguivano, come in qualsiasi altro posto del mondo, i ritmi della giornata. Per questo, andando a dormire subito poco dopo il tramonto, avevano quindi un uso molto limitato dell'illuminazione. Nei casi più semplici l'illuminazione veniva fornita da lampade ad olio di cui sono stati ritrovati diversi esemplari. Si sa che l'illuminazione dei palazzi era molto più sviluppata e affidata, oltre che alla semplici lampade ad olio, anche a candele e torce. Tuttavia si suppone che anche a palazzo si preferiva non oltrepassare di molto l'orario del tramonto.



Illuminazione nelle Tombe


Le pitture più belle che conosciamo si trovano nelle camere funerarie delle tombe appartenenti Nuovo Regno; se non sono state strappate e trasportate nei musei, è possibile osservarle grazie al raggio di sole che la guida proietta sulle pareti manovrando uno specchio. Questo sistema viene utilizzato per non rovinare le pitture e le tombe con impianti di illuminazione elettrica che, facendo aumentare la temperatura interna, provocherebbero notevoli danni ai dipinti. Oltre a questo è anche un ottimo sistema per affascinare i turisti. Ci si è chiesti spesso come fossero illuminate le tombe durante i lavori considerando anche che queste, a volte, erano molto profonde. Non di certo venivano utilizzate delle fiamme normali in quanto nelle tombe e sulle pitture non sono state trovate tracce di fumo. La risposta è stata fornita da Jaroslav Cerny che, dopo varie ricerche ed esperimenti, ha scoperto che le tombe furono scavate e dipinte alla luce delle candele di grasso mescolato con natron, candele che non fanno fumo.

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MessaggioInviato: Lun Ott 08, 2007 5:23 pm    Oggetto:  
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Egittologia Esoterica

Per chi non avesse gia' letto questi testi, un' interessante lettura su un Egitto un po' meno convenzionale :

La Scienza Sacra dei Faraoni
La Teocrazia Faraonica
Il Tempio dell' uomo

Editi dalle Edizioni Mediterranee

Sono opere dell' esoterista ed egittologo alsaziano Renè Schwaller de Lubicz, vissuto tra otto e novecento, uno dei primi veri studiosi della simbolistica egizia
Per intenderci fu lui ad aprire alle ipotesi oramai non solo suggestive della reale datazione della Sfinge, e delle teorie stellari delle piramidi di Giza, riprese da qualche anno a sta parte da diversi studiosi (West, Bauval, Lehner)
Ricercatore a tutto campo, chimico, con interessi anche artistici, introdotto in varie societa' occulte, sposo' Isha Lamy, che scrisse poi anch' ella varie opere sulla cultura egiziana
Due le segnalo assolutamente, opere fascinosissime :
Her Bak (Cecio)
Her Bak (Discepolo)
Edite oggi da Neri Pozza, anche se la prima pubblicazione italiana avvenne grazie alla Editrice L'Ottava, di Franco Battiato , noto musicista , dedito anche all' editoria verso la fine degli anni ottanta
Her Bak Cecio è la storia di un umile ragazzino, nel quale un segreto sacerdote del tempio intravvede le doti sensibili perchè possa compiere un percorso di evoluzione iniziatica . E' un romanzo - saggio di grande fascino e bellezza , che oltretutto illustra molto poeticamente le costumanze ed i vissuti dell' Egitto antico
Her bak Discepolo ne è la naturale continuazione, meno ricco delle suggestioni morali, descrittive ed estetiche del primo libro, ma interessantissimo nella spiegazione della simbologia geroglifica .. un testo davvero illuminante, anche se a tratti piu' ostico .. entrambi riportano disegni ed illustrazioni di Isha, e della figlia Lucie ..
Her Bak è il nome assegnato al giovane iniziato, ed è anche l' appellativo del Dio Falco Horus ...
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