Dark Door

CINEMA HORROR - Sceneggiati televisivi

Brandani - Gio Ott 04, 2007 1:40 pm
Oggetto: Sceneggiati televisivi
Visto che mi è parso di interesse il riferimento allo sceneggiato Il Segno del Comando , propongo una esposizione di sceneggiati televisivi sul tema analogo a quello gia' trattato
In altra sezione del sito, ho accennato al piu' recente (1995) Voci Notturne , di cui peraltro non esistono pubblicazioni, se non la copia registrata da qualche raro collezionista ..
Ma dopo il SdC , 1971, altri validissimi sceneggiati, sull' onda di quell' enorme successo, seguirono alle vicende del Prof. Forster & Co ..
Ne riporto qui le trame, o qualche dato di qualcuno di quelli che posso ricordare di quei tempi, e che riesco a reperire ..

Il primo, è il magnifico Ritratto di Donna Velata ......
Brandani - Gio Ott 04, 2007 1:51 pm
Oggetto:
RITRATTO DI DONNA VELATA


Prodotto dalla Rai in un periodo in cui il genere mystery riscuoteva un certo successo, "Ritratto di donna velata" riusci a catturare una audience altissima risultando uno dei programmi più visti del 1975.

Per affinità di genere può essere accostato ad altri sceneggiati del periodo quali A come Andromeda, E.S.P., Il fauno di Marmo, Gamma e soprattutto Il segno del comando con cui condivide svariate similitudini.

L'azione si svolge in Toscana tra Firenze e la zona di Volterra e coinvolge un giovane squattrinato Nino Castelnuovo alle prese con una misteriosa ragazza interpretata da Daria Nicolodi (all'epoca molto nota dopo il successo del film Profondo Rosso) che pare essere la reincarnazione della misteriosa donna velata ritratta in un quadro del 700.

Tra misteriose apparizioni, personaggi venuti dal passato, morti inspiegabili ed inquietanti coincidenze il giovane si troverà intricato in un mistero legato ad un urna che nasconde le indicazioni per trovale l'ingresso ad una necropoli etrusca piena di tesori.

Credo vi sia una versione dvd in commercio ..

Da pagine 70

Girato nei primi mesi del 1974 negli studi Rai di Roma per gli interni, e a Firenze, Castiglione della Pescaia e Volterra per le scene in esterni, Ritratto di donna velata fu inspiegabilmente tenuto in magazzino per un anno e mezzo: non andò in onda infatti che nella tarda estate dell’anno successivo, forse per sfruttare la popolarità ottenuta da Daria Nicolodi con Profondo Rosso di Dario Argento, girato dall’attrice fiorentina subito dopo aver terminato le riprese dello sceneggiato.

Dopo quattro anni nei quali il teleromanzo ‘fantastico’ targato Rai ha imboccato strade diverse (il ‘medaglione’ biografico di E.S.P., il mystery decadentista di Malombra, il breve e quasi sperimentale Strano caso di via dell’Angeletto), con Ritratto di donna velata torniamo entro coordinate stilistiche più definite e riconoscibili, quelle cioè inaugurate dal Segno del comando: abbiamo dunque un nuovo originale televisivo dichiaratamente imperniato su un avvincente intreccio di quotidianità e paranormale. Confrontato con l’illustre predecessore, il lavoro scritto da Levi e Calligarich mostra diverse analogie, prima fra tutte una simile impostazione tecnico-strutturale (ad esempio, le medesime modalità di ripresa e la scansione in cinque puntate) nonché narrativa. Non è possibile, ad esempio, fare a meno di notare che la vicenda messa in scena da Bollini si snoda lungo un percorso narrativo alquanto simile a quello del Segno del comando (di cui lo stesso Bollini, ricordiamo, fu co-autore del soggetto). Innanzitutto, la suggestiva ambientazione italiana, densa di reminiscenze storiche, archeologiche e artistiche: se là era una Roma labirintica e stratificata dai secoli, qui è la Toscana ancora pregna di vestigia e suggestioni etrusche, ma non immemore di un passato più recente (l’invasione napoleonica); poi il gruppo dei personaggi principali, e anche qui Ritratto pare largamente ispirarsi al modello di riferimento (all’inglese e compassato Edward corrisponde — per contrasto — l’italianissimo e solare Luigi; della sfuggente Lucia si ritrovano alcuni tratti nella non meno enigmatica Elisa; alla pratica e vitale Barbara, ‘aiutante’ del predestinato ‘eroe’ Forster, si può forse accostare la figura di Sandra); l’andamento logico-progressivo della vicenda, che si snoda lungo un’apparentemente interminabile sequenza di espedienti narrativi tipici, quali ad esempio le scoperte ‘casuali’, gli incontri con personaggi misteriosi, le agnizioni, le affannose ricerche di oggetti che si lasciano intendere come indispensabili al proseguimento dell’azione (la borsa di Forster e, in fondo, lo stesso amuleto del titolo nel Segno del comando; la mezza urna etrusca nel lavoro ora in esame), i ripetuti colpi di scena, gli imprevisti ribaltamenti di premesse date per certe (là il doppio gioco di Powell, qui il ‘tradimento’ dell’amico Sergio), nonché il sostrato ‘magico’ (le cicliche reincarnazioni, presunte o reali che siano) sotteso a entrambe le storie, e si potrebbe continuare. Dovendo operare dei distinguo, si può osservare come, rispetto al Segno del comando, qui i meccanismi dell’intreccio appaiano un po’ meno oliati, e le varie sezioni della storia scorrano e si succedano un po’ più meccanicamente, quasi che sceneggiatori e regista abbiano voluto, qui e là, lasciare che i telespettatori dessero un’occhiata a un congegno narrativo smontato.

Non mancano poi le discrepanze vere e proprie, soprattutto nel tono complessivo della narrazione, a cominciare dalla scanzonata bonomia che traspare dal volto e dai gesti di Nino Castelnuovo, riluttante per la sua stessa natura aperta e solare a lasciarsi trascinare in una strana, brutta avventura dai contorni sfocati e misteriosi, ben differente in questo da Pagliai/Forster che invece, forse per la sua provenienza ‘nordica’ o forse per deformazione professionale, nell’enigmatica Roma di Byron pare a un certo punto sguazzarci come un pesce.

Nonostante sia dai più considerato inferiore al Segno del comando, il Ritratto di Calligarich, Levi e Bollini raggiunse un numero considerevolmente maggiore di spettatori (21.300.000 contro i 14.800.000 del Segno, ma bisognerebbe forse mettere nel conto la più capillare diffusione di apparecchi televisivi nel 1975 rispetto a quattro anni prima), raggiungendo il 9° posto nella classifica dei programmi più visti di quell’anno, nel quale fu altresì lo sceneggiato più visto dopo il kolossal biblico Mosè di De Bosio (al 4° posto con 22.800.000 spettatori).

Un’ultima curiosità: i riassunti delle puntate precedenti erano letti dalla ‘fatina’ Maria Giovanna Elmi.


TRAMA

Prima Puntata - Luigi Certaldo, squattrinato collaudatore di automobili temporaneamente sospeso dal lavoro per averne distrutta una, vive di espedienti a Firenze. Una sera accompagna con la sua ‘Alfetta’ una facoltosa signora inglese a vedere l’attico che il suo amico avvocato Sergio intende affittare, sperando così di intascare una piccola commissione. Una volta a casa di Sergio — dove si sta svolgendo una festicciola — Luigi apprende però che l’amico ha già ceduto l’appartamento a un pittore, mandando su tutte le furie la signora. Smaltita la delusione, Luigi riceve poco dopo un’inquietante telefonata: un’ansimante voce di vecchio lo mette in guardia con un oscuro messaggio (‘Attento alla ragazza con il gatto: pericolo di morte!’). C’è effettivamente una ragazza che tiene un gatto nero (che lo stesso Luigi ha raccolto per strada e portato con sé) sulle ginocchia, e si chiama Elisa: Luigi ne è subito attratto. La ragazza afferma di essere una studentessa di geologia venuta per affittare l’attico ma di essere giunta tardi. A fine serata, Luigi la riaccompagna a casa, ma la ragazza lo congeda un po’ bruscamente. Il giorno dopo Elisa si presenta a casa di Luigi per scusarsi, spiegando inoltre che sta per partire: deve andare a Volterra per preparare la tesi di laurea. Per una curiosa coincidenza, a Volterra Luigi è stato più volte da ragazzo poiché la sua famiglia vi possedeva una vecchia villa tuttora abitata da un cugino, il conte Alberto Certaldo; egli si offre quindi di accompagnare e ospitare la ragazza. Durante il viaggio, quella notte, da un improvviso banco di nebbia sbuca un misterioso cavaliere vestito di nero: l’apparizione provoca a Elisa un certo spavento. Quando i due giovani giungono alla villa il conte Alberto non c’è — è fuori per affari —, ma c’è Sandra, una giovane archeologa che restaura i pezzi etruschi della raccolta Certaldo, conservati in un sotterraneo. Entrando nella casa uno strano malessere si impadronisce di Elisa: la ragazza ha come la sensazione di rivivere un’esperienza già vissuta; la sua attenzione è attratta soprattutto da due quadri: il ritratto del negromante Giacomo Certaldo, detto ‘Fabron’, un antenato del conte morto alla fine del ’700, e quello di una misteriosa donna velata. Luigi ricorda che quando era ragazzo il mistero di quel velo colpiva molto la sua immaginazione, ma Sandra afferma con sicurezza che il velo è stato dipinto molto recentemente, al massimo un mese prima. Luigi mostra a Elisa la collezione di reperti etruschi, la ragazza afferma però di sentirsi poco bene; il giovane, per distrarla, la accompagna a Volterra. Mentre cenano in una trattoria i due fanno conoscenza con un certo Mercani che, affermando di essere uno studioso di leggende locali, racconta loro la storia di Giacomo Certaldo, che alla fine del 700 viveva asserragliato nella sua villa in compagnia di una giovane donna. Il Certaldo, grazie all’occultismo e alle pratiche divinatorie era riuscito a scoprire l’accesso a una favolosa necropoli etrusca; costretto a fuggire dall’invasione napoleonica, aveva affidato il segreto a qualcuno di sua fiducia; tornato — alla caduta di Napoleone — alla villa, scoprì che la persona cui aveva fatto affidamento lo aveva tradito; era poi scomparso in circostanze misteriose. Il suo fantasma a cavallo — prosegue Mercani — appare ancora, talvolta, nelle notti di nebbia. Elisa è turbata, e vuole tornare alla villa; qui i due giovani trovano il conte Alberto che nel frattempo è rincasato, ed Elisa, alla sua vista, si sente mancare: le sembianze del Certaldo sono infatti identiche a quelle del suo antenato ritratto nel dipinto, il conte Giacomo.

2. Il giorno dopo, Elisa si è ripresa dai suoi strani malesseri, e passeggia con Luigi nei dintorni della villa; in una casa abbandonata i due giovani incontrano Fosco, ‘tombarolo’ amico d’infanzia di Luigi, che racconta di essere sulle tracce della leggendaria necropoli. Quella stessa sera, Alberto confessa a Luigi che Elisa lo incuriosisce, che il suo volto ‘gli ricorda qualcuno’; la notte, poi, il ‘fantasma’ — qualcuno cioè travestito da ‘cavaliere nero’ — penetra all’interno della villa, ma alla vista di Luigi fugge. Alberto, svegliato dal trambusto causato da Luigi nell’inseguire il misterioso figuro, chiede spiegazioni: scettico e sospettoso, accusa il cugino di spionaggio intimandogli di lasciare la casa. Luigi vorrebbe condurre con sé Elisa ma la ragazza — che pare ormai ‘stregata’ da Alberto — rifiuta di seguirlo; Luigi, allibito, ha l’impressione di essere preso in un mistero inestricabile: Sandra gli mostra infatti, sotto il velo da lei cancellato dal settecentesco ritratto di donna, il volto della stessa Elisa. Ma non è tutto: la giovane archeologa gli mostra anche una mezza urna etrusca sulla quale è un fregio apocrifo databile alla fine del ’700; Sandra afferma altresì di aver visto, qualche tempo prima, l’urna intera. Luigi lascia la villa. Passando per Volterra incontra Walter, uno strano ragazzo medium; seguitolo a casa sua, Luigi riconosce — in quella del ragazzo in trance — la voce ansimante di vecchio che tempo prima lo aveva messo in guardia dalla ‘ragazza con il gatto’. Questa volta la voce lo invita a recarsi a una non meglio precisata ‘casa rossa’. Luigi, temperamento pratico e solare, non riesce a capacitarsi delle incredibili stranezze con cui si trova alle prese; a peggiorare le cose, lo raggiunge la notizia che il suo amico Fosco è morto precipitando dalle balze. Luigi, che ormai vuole vederci chiaro, apprende da un giovane — Mauro Spaccesi, che afferma di essere un archeologo impegnato a impedire l’espatrio dei reperti etruschi — che esiste una ‘casa rossa’ sul litorale toscano, e accetta di dargli un passaggio in macchina fino alla costa. Indirizzato dal giovane, Luigi giunge alla ‘casa rossa’ e vi trova uno strano vecchio che gli ripete l’oscuro avvertimento già udito più volte: ‘Attento: pericolo di morte!’.

3. Luigi riconosce nella voce del vecchio — soprannominato ‘il Nebbia’ — quella del medium; l’uomo afferma di essere stato interpellato da alcuni trafficanti stranieri di reperti archeologici circa la natura del fregio apposto su una mezza urna, e di conoscere i bizzarri membri della famiglia Certaldo tra cui il negromante ‘Fabron’, ossia il settecentesco conte Giacomo, allievo prediletto di Cagliostro. Il Nebbia narra quindi a Luigi la leggenda secondo cui il conte Giacomo aveva soggiogato mediante rituali magici una ragazza di nome Elisa che teneva segregata nella sua villa e di cui era molto geloso, al punto da far dipingere un velo sul suo ritratto. Sempre secondo il racconto del vecchio, ‘Fabron’ aveva scoperto l’accesso di una favolosa necropoli etrusca e ne aveva condiviso il segreto con la ragazza amata; quindi, l’invasione francese lo aveva costretto a fuggire, ma al suo ritorno aveva scoperto che la donna l’aveva tradito con un giovane straniero e l’aveva uccisa. Luigi raggiunge poi lo yacht dei trafficanti — capeggiati da un certo Marston — indicatogli dal Nebbia, nell’intento di chiarire almeno in parte l’intricata vicenda. Ma Marston, che nega oltretutto di aver mai consultato chicchessia a proposito del fregio, minaccia il giovane per la mancata consegna da parte di suo cugino Alberto — che ha ricevuto un cospicuo anticipo — dell’altra metà dell’urna. Durante il violento alterco il trafficante accusa un malore e stramazza a terra; Luigi, spaventato dalla tragica piega presa dalla situazione, si impossessa della mezza urna — venduta dal cugino all’ormai defunto Marston — e fugge. Tornato alla ‘casa rossa’ ha però un’amara sorpresa: il Nebbia non c’è più, anzi, secondo una ragazza che pare avervi installato il suo laboratorio di scultrice, nessuno vi ha mai abitato; c’è però una leggenda — l’ennesima — secondo cui un fantasma, chiamato appunto ‘il Nebbia’, apparirebbe ogni tanto in quella casa. Intanto, una telefonata anonima denuncia alla polizia la morte di Marston, attribuendone la responsabilità a Luigi e fornendo il numero di targa della sua auto. Dopo un lungo inseguimento Luigi è dunque intercettato e condotto al commissariato. Qui, grazie anche all’aiuto di Sergio, l’amico avvocato arrivato da Firenze, Luigi è scagionato dalle accuse di omicidio (di Marston, che l’autopsia conferma essere stato vittima di un infarto) e di furto (del mezzo vaso); quando però Luigi vuole mostrare allo scettico amico avvocato il reperto, che aveva nascosto nel bagagliaio della sua ‘Alfetta’, scopre che gli è stato rubato. Luigi, che ha deciso di tornare alla villa, trova Sandra tramortita nella serra, dove qualcuno l’ha chiusa — aprendo la stufa a gas — col proposito di ucciderla. L’archeologa era entrata nella serra — dove si aggira anche il ‘fantasma’— per seguire Elisa, che vi si era recata per nascondervi il mezzo vaso, quello ancora in possesso di Alberto; quest’ultimo, convintosi che Elisa sia la reincarnazione dell’amante di Giacomo, e che dovrà rivivere con lei le vicende del suo antenato negromante, le ha infatti imposto come prova di fedeltà la condivisione di un segreto: solo loro due sapranno dove è nascosto il prezioso reperto. Ma quando l’urna scompare misteriosamente Alberto, credendosi tradito come l’avo, minaccia di uccidere la ragazza. Luigi, giungendo alla villa appena in tempo, la salva e — approfittando della confusione originata da un misterioso colpo di pistola sparato non si sa da chi — riesce a trascinarla fuori dalla villa, lontano dalla sua atmosfera ‘stregata’, per condurla a casa sua, a Firenze. Alberto, contemplando il dipinto della Elisa di due secoli prima, esclama invasato: ‘Tornerai!’.

4. Luigi ospita Elisa a casa sua; la ragazza ha quella notte spaventosi incubi in cui vede se stessa nei panni della donna velata di due secoli prima; il mattino dopo è rincuorata da Luigi. Intanto metà dell’urna si materializza prodigiosamente in casa di Walter, il ragazzo medium, che affida poi a Sandra il prezioso oggetto; la ragazza si vede però inseguita da un misterioso personaggio — un certo Grimaldi —, evidentemente attratto dal reperto. Alla fine, sotto la minaccia di una pistola puntatale alla schiena, Sandra è costretta a consegnare l’urna a un ignoto figuro (che si scoprirà poi essere Mercani). A Firenze Luigi, rincasando dopo essere andato a far spese, trova un biglietto di Elisa: la ragazza è tornata da Alberto, succube della sua influenza. Il giovane torna quindi in tutta fretta a Volterra, dove incontra Sandra; i due si recano alla casa dove Walter vive con la zia per sincerarsi delle sue condizioni: il ragazzo, in trance, pronuncia frasi sconnesse circa un pericolo che incomberebbe su tutti e in particolare su Elisa, riguardo l’assassinio di Fosco ad opera di un uomo dai guanti neri, e a proposito di un ciclico, nefasto destino che starebbe per compiersi ancora una volta; il giovane medium afferma infine che l’urna adesso si trova in un luogo ‘alto e basso’ di cui Luigi è a conoscenza. Dopo un’iniziale perplessità circa le parole del ragazzo a proposito dell’attuale localizzazione dell’urna — il cui fregio, ormai è evidente, riproduce il percorso per raggiungere la necropoli —, Luigi ha un’intuizione: il luogo ‘alto e basso’ potrebbe essere una soffitta o una mansarda, forse l’attico che Sergio ha affittato a un pittore. Intanto Alberto si incontra con Grimaldi, luogotenente del defunto Marston, che reclama spazientito l’altra metà del vaso; Alberto, ormai privo di interessi che non riguardino il suo ‘destino’ con Elisa, propone senza successo di restituire l’acconto: Grimaldi pretende però il reperto. Luigi, dopo aver pregato Sandra di andare alla villa per vegliare sull’incolumità di Elisa, si reca a Firenze, nell’attico: vi trova l’urna — le cui due metà sono state incollate — e se ne impossessa, ma spunta Mercani che, agghindato da ‘cavaliere fantasma’, lo minaccia con una pistola: è lui il pittore cui Sergio ha affittato l’appartamento, ed è lui che ha assassinato Fosco e tentato di uccidere Sandra per poi sottrarle il mezzo vaso; approfittando di una minima distrazione dell’uomo, Luigi fugge col vaso sul tetto dell’edificio, inseguito dal pittore che, perso l’equilibrio, precipita morendo sul colpo. Tornato alla villa, Luigi vi trova Sandra, che gli mostra un fatto interessante: nel famoso ritratto non è soltanto il velo ad essere stato aggiunto di recente, ma anche il volto con le fattezze di Elisa: la presunta ‘reincarnazione’ della ragazza sarebbe dunque un raggiro ordito per suggestionarla. Luigi, che comincia a sospettare di Sandra, tenta di convincere Elisa, mostrandole il quadro contraffatto, a liberarsi delle suggestioni ‘magiche’ e tornare con lui. I due odono poi un grido proveniente dal sotterraneo: lì trovano, steso ai piedi di Sandra, il corpo di Alberto, pugnalato alla schiena.

5. Luigi e Sandra — quest’ultima nel frattempo aveva prelevato il vaso dall’auto del giovane — si accusano reciprocamente dell’omicidio; Luigi prega Elisa di restare a sorvegliare Sandra — con la pistola di Alberto — mentre lui va a chiamare la polizia; sopraggiunge Spaccesi che, puntandogli a sua volta un’arma, si spaccia per un agente della ‘Tutela del Patrimonio Artistico’: è sotto questa veste che ha ingannato Sandra, ottenendone la fiducia. Quando Luigi conduce Spaccesi sul luogo del delitto, le due donne e l’urna sono scomparse. Spaccesi lavora in realtà per Grimaldi, ed è da quest’ultimo che — sempre sotto la minaccia della rivoltella — conduce Luigi. Il trafficante pretende dal giovane notizie circa la preziosa urna, per la quale la sua organizzazione già ha versato ad Alberto duecento milioni; non persuasi dal racconto di Luigi, i due uomini decidono di andare a villa Certaldo, conducendo ovviamente con loro il giovane Certaldo. Nel tragitto però l’auto di Grimaldi, per evitare il ‘cavaliere fantasma’ materializzatosi all’improvviso, esce di strada ribaltandosi. Dall’incidente esce vivo il solo Luigi, soccorso per una strana coincidenza dall’amico Sergio, che pare farsi vivo regolarmente nei momenti critici. L’avvocato, pur scettico circa l’allarmato racconto di Luigi, accompagna l’amico alla villa, dove nel frattempo è scomparso anche il cadavere di Alberto. I due scoprono però un ingresso segreto che conduce in un vasto cunicolo sotterraneo — la necropoli etrusca —, e vi si avventurano. Qui trovano dapprima il corpo di Alberto, poi quello dell’antenato Giacomo, pugnalato allo stesso modo; giungono poi in una grande sala, dove si trovano le due donne; Elisa minaccia però Luigi con una pistola. Sergio chiarisce finalmente al giovane l’incredibile verità: lui ed Elisa — nonché il defunto Mercani — sono complici, ed hanno escogitato il trucco dell’attico in affitto, del dipinto, della presunta ‘reincarnazione’ per suggestionare Alberto e sottrargli l’urna. Sergio ed Elisa — la ragazza, malgrado l’apparente chiarimento del mistero che la avvolgeva, mantiene tuttavia un che di enigmatico e indeterminato —, scoperta la sala del tesoro, vi si introducono ma restano sepolti dal crollo della volta; Luigi e Sandra riescono invece a trovare un’uscita verso l’esterno. Prima di lasciare Volterra, i due giovani fanno un’ultima visita a casa di Walter, la cui zia afferma che il ragazzo non ha più avuto crisi dal momento in cui si è avvertita una leggera scossa di terremoto, dal crollo cioè della necropoli; le ultime, inquietanti parole dette in trance dal ragazzo sono state, con una strana voce di giovane donna: ‘Accadrà ancora... tornerò e ti ucciderò ancora!’. Ma c’è un altro fatto, incredibile e allarmante: il ‘ritratto di donna velata’, quello autentico del 1798, è apparso misteriosamente in casa del piccolo medium: sotto il velo, che Sandra rimuove, appaiono nello sbigottimento generale le fattezze di Elisa. I due giovani, dopo tanti misteri solo in parte chiariti, lasciano quindi Volterra sulla ‘Alfetta’ di Luigi, e dalle ultime battute tra i due si indovina il nascere di una prossima love story.


RASSEGNA CRITICA

Nino Castelnuovo [...] sta trascorrendo — dice — "giornate allucinanti" in un teatro di posa, "travolto" dalle vicende di Ritratto di donna velata, il «giallo magico» al quale è stato invitato a prendere parte. «In compenso — ha osservato Castelnuovo — non faccio la parte del buono e del romantico, parte che sembrava si addicesse alla mia faccia, ma sono un collaudatore di automobili, la cui prerogativa è di vivere alla giornata, senza troppi scrupoli per coloro che lo circondano. Per fare un esempio, con la maggiore disinvoltura, chiede agli amici o ai conoscenti di cambiargli assegni scoperti».

— Come s’inserisce questo collaudatore di automobili nel «giallo magico»?

«È semplice — ha risposto Castelnuovo — dal momento che egli si innamora di una studentessa in geologia, Elisa [...], la quale ha un incontro fatale nella prima delle cinque puntate del «giallo»: si imbatte nel cugino del collaudatore, nella villa di questi, in Toscana, e sviene all’istante. In sostanza, Elisa assomiglia in maniera sorprendente ad una antenata del suo innamorato, ritratta in un quadro appeso nel soggiorno della villa di Volterra, e suscita nel cugino una somma di emozioni che si riflettono su di lei, sconvolgendola». Elisa è impersonata da Daria Nicolodi, rivelatasi alla tv con lo sceneggiato I Nicotera. Nel Ritratto di donna velata essa interpreta la parte di una ragazza dolce e sognatrice, dotata di un fascino singolare e attratta da tutto ciò che [...] ha qualche cosa di misterioso. A lei si contrappone il personaggio di Paola [si tratta in realtà di Sandra, il cui personaggio era stato probabilmente chiamato, in un primo momento, Paola] (interpretato da Luciana Negrini [...]). Paola è tutto l’opposto di Elisa: una giovane positiva e moderna, molto dinamica, che cercherà di sciogliere alcuni nodi dell’intricata vicenda. [...] Ritratto di donna velata si riallaccia a quel filone della parapsicologia che ha riscosso recentemente vasti consensi da parte del pubblico. La parapsicologia, però, non viene trattata in chiave rigorosamente scientifica ma in modo da stupire il pubblico mettendolo di fronte a fatti imprevedibili e ricchi di suspense. L’aspetto più attraente di questo «giallo» — secondo Castelnuovo — è determinato dai legami che si stabiliscono tra l’antenata del collaudatore e la giovane geologa vissute a duecento anni di distanza l’una dall’altra (Una strana rassomiglianza mette in crisi Nino Castelnuovo, articolo redazionale su "Il Corriere Mercantile, 22 aprile 1974, pag. 7).


Ritratto di donna velata [è] un giallo televisivo in cinque puntate [...] che si ricollega a quel filone parapsicologico oggi particolarmente gradito dal pubblico, come dimostra il successo ottenuto dall’originale Il segno del comando. [...] A Nino Castelnuovo è affidato il personaggio di Luigi, un collaudatore di automobili. Simpatico, allegro e pieno di vita, Luigi approfitta di una sospensione dal lavoro per seguire la ragazza di cui si è innamorato, Elisa. Tra misteri, magie, volontà criminali e presenze medianiche si svolge la storia del giallo tv, ambientato prevalentemente in una villa vicino a Volterra. [...] L’atmosfera tenebrosa della casa suggestiona [Elisa], che è particolarmente colpita dalla personalità del proprietario, il conte Certaldo
Brandani - Gio Ott 04, 2007 2:03 pm
Oggetto:
IL FAUNO DI MARMO

Trasmesso ne 1977, tratto dall' omonimo romanzo di Nathaniel Hawthorne

Uno degli intenti di Nathaniel Hawthorne nello scrivere il suo Fauno di marmo pare essere stato quello di cogliere le sottili suggestioni di Roma, da lui visitata negli anni 1858-’59, inconsapevolmente riflettendo nel suo approccio alla città l’atteggiamento consueto dell’intellettuale americano nei confronti della storia europea, un misto cioè di attrazione e repulsione: "non può che esserci attrazione per questo panorama d’arte e di storia in cui giacciono le sue radici lontane; ma non può non esserci smarrimento ed angoscia per la saturazione della mente e dei sensi da parte di questa ossessiva, subdola insorgenza del passato" (A. Brilli, Crepuscolo di un fauno, in N. Hawthorne, Il fauno di marmo, Milano, Rizzoli, 1998, pag. Cool.

‘Ossessiva, subdola insorgenza del passato’ che nello sceneggiato in esame pare incarnarsi nell’inquietante figura del Persecutore (figura che nel romanzo, a partire dal nome — non vi viene infatti definito ‘persecutore’ ma ‘modello’ — ha connotati profondamente diversi). In realtà è l’intera narrazione ad apparire, per insindacabili esigenze televisive, totalmente — o quasi — riscritta. Né c’è da stupirsene: non essendo d’altronde possibile ricreare sul teleschermo la densa e problematica complessità del romanzo, gli sceneggiatori Massimo Franciosa e Luisa Montagnana ne estrapolano un sommario canovaccio e lo adattano al collaudato schema delle cicliche ‘reincarnazioni’ (sulla falsariga cioè de Il segno del comando, di Ritratto di donna velata e, come si vedrà, de La dama dei veleni diretta due anni dopo dallo stesso Blasi), sfrondandolo di ogni implicazione morale o allegorica in favore di una più accessibile suspense gotico-soprannaturale sullo sfondo di una suggestiva e invernale Roma contemporanea. Anzi, come già in sceneggiati precedenti (si pensi per esempio a Geminus o, meglio, a Il segno del comando), proprio la Città Eterna, con le sue impalpabili suggestioni ‘magiche’, finisce — e in questo lo sceneggiato si mantiene fedele allo spirito del romance hawthorniano — per assurgere a vera protagonista del racconto televisivo. Come ben spiega Andrea Mariani, "il ‘sentimento’ che si prova a Roma, questo diverso senso delle proporzioni, questa costante presenza del passato come termine di paragone, questa impossibilità di essere assorti solo nelle cure del giorno per giorno, che la voce narrante sente, proietta su tutti i personaggi, e trasmette quindi al lettore, è usato come schermo o meglio come ‘specchio deformante’ per dare un senso diverso alle cose narrate. [...] E se il quotidiano, visto attraverso il diaframma del ‘sentimento romano’, si proietta su un livello di più universale significazione, analogamente, e viceversa, ciò che altrove potrebbe apparire inverosimile, assurdo, inconsistente, per merito dello stesso ‘sentimento’ assume aspetto e sostanza di realtà [...]. A Roma le più elementari certezze [...] vengono meno [...]; così le più elementari incredulità possono svanire" (A. Mariani, Il sorriso del fauno, Chieti, Solfanelli, 1992, pag. 2Cool.

Vediamo pertanto i quattro protagonisti della singolare vicenda vagare assorti per Roma a cavallo dei secoli, grazie ad artifici narrativi un po’ pretestuosi (i flashback occasionati dal diario ottocentesco di Kenyon, che riproduce in realtà ampi brani del romanzo di Hawthorne, e dagli incubi ricorrenti, ambientati un secolo prima, di Hilda); così come un po’ pretestuosa e posticcia appare la trovata finale secondo cui "un secolo vale un istante" e al povero scultore toccherà, infrangendo in tal modo la ‘maledizione dei cento anni’ presentataci fino a poco prima come inflessibile, macchiarsi del sangue nefasto del Persecutore. Ma non si tratta in realtà che di dettagli trascurabili: lo sceneggiato in fin dei conti regge ‘televisivamente’ benissimo (a patto ovviamente di non ricercarvi la fedeltà al testo letterario che lo ha ispirato), soprattutto nella prima puntata, quando il torbido mistero dell’incappucciato comincia a dispiegarsi e ad avviluppare i quattro malcapitati amici. Proprio nella prima puntata abbiamo infatti alcuni degli episodi più significativi ed inquietanti della storia, girati con solida maestria dal veterano Silverio Blasi: la prima, impressionante apparizione del Persecutore — un Giorgio Bonora ‘diabolicamente’ perfetto nella parte — nelle catacombe, la sua successiva comparsa in uno spettrale e deserto Colosseo, la drammatica lotta tra Donatello e l’incappucciato sul baratro della rupe Tarpea, sinistramente preannunciato dalle pagine del misterioso diario ottocentesco che Kenyon esamina nel vano intento di venire a capo di una vicenda sempre più bizzarramente angosciante. Quest’ultimo episodio, narrato nel capitolo XVIII del romanzo, intitolato appunto Sull’orlo di un precipizio, si presta a qualche interessante considerazione. Secondo Attilio Brilli, "la storia e il passato di una civiltà coi loro corrispettivi simbolici si presentano come una voragine insondabile che attrae in maniera ipnotica e alla quale è necessario sottrarsi per tempo. Ne ritroviamo la dimensione simbolica [...] nel baratro della Rupe Tarpea dove il delitto [...] si consuma nel luogo rituale dell’empietà pagana. [...] La storia, una volta evocata, non [potrà] che esprimersi nel bisbiglio di voci misteriose, nell’agglutinarsi di larvali presenze, in segni inquietanti ed elusivi. Non è forse del tutto casuale che nell’estate del 1858, quando venne concepito l’abbozzo del Fauno di marmo, Nathaniel e la moglie fossero affascinati dalle sedute spiritiche promosse dagli anglo-fiorentini e dagli artisti americani presenti in città" (A.Brilli, Crepuscolo di un fauno, in N. Hawthorne, Il Fauno di marmo, cit., pag. 8-10).

Ma sequenze ‘forti’ e particolarmente riuscite non mancano neppure nelle puntate successive: sottilmente inquietante, ad esempio, è quella — verso la fine della seconda puntata — in cui Kenyon tenta di ritrarre con la creta il giovane amico, episodio che costituisce anche, nel capitolo XXX intitolato appunto Il busto di Donatello, "uno dei pezzi di bravura del romanzo, [in cui] Hawthorne si esalta nella descrizione dell’artista che, sull’orlo della disperazione, continua ciecamente a lottare con la materia, e finisce col lavorare come in trance" (A. Mariani, Il sorriso del fauno, cit., pag. 4Cool.

Realmente angosciante è infine una delle ultime sequenze dello sceneggiato, l’allucinazione di Kenyon in cui, come in un atroce caleidoscopio popolato di fantasmi lattiginosi, lo scultore ‘rivive’ le cicliche uccisioni e ‘vede’ quindi se stesso assassinare per l’ennesima volta il misterioso figuro incappucciato. Ambiguo e volutamente ‘sospeso’ appare invece il finale che, non mostrando se né come la maledizione si compia per l’ultima volta, lascia che la storia si concluda — espediente non infrequente negli sceneggiati di questo filone — con un senso di inquietudine e di mistero. Inquietudine e mistero che forse rappresentano un ultimo tentativo di fedeltà allo spirito e al tono del romanzo, nella cui Conclusione il narratore, fingendo di voler fornire ai suoi lettori "ulteriori spiegazioni sui misteri di questa storia" (N. Hawthorne, Il fauno di marmo, cit., pag. 439), chiede lumi a Kenyon e Hilda su alcuni dei punti oscuri della vicenda. Il romanzo termina invece con una risposta evasiva dello scultore che, all’ultima domanda del narratore circa un dettaglio particolarmente misterioso della storia (le orecchie ‘da fauno’ di Donatello), conclude sibillinamente: "Lo so ma non posso dirlo [...]. Su questo punto, in ogni caso, non ci sarà una sola parola di spiegazione" (N. Hawthorne, Il fauno di marmo, cit., pag. 443).

Trama

1. Kenyon, uno scultore americano che vive e lavora a Roma, e il suo ospite Donatello, giovane e ricco rampollo di una nobile casata toscana, ricevono una sera la visita di Miriam, pittrice amica di Kenyon, e della giovane studentessa Hilda, anch’essa un’americana trasferitasi in Italia. Dopo una spaghettata in terrazza, la giovane racconta agli amici di un suo strano sogno ricorrente, in cui vede se stessa aggirarsi in un antico palazzo con un pacchetto da consegnare a qualcuno, per poi venire aggredita da un misterioso personaggio abbigliato alla moda del ’700; la conclusione del sogno vede, invariabilmente, la morte dell’aggressore, ucciso dalla stessa Hilda con una piccola pistola. Kenyon rileva alcune curiose attinenze tra il sogno della ragazza e la vicenda narrata in un diario ottocentesco che gli è capitato tra le mani e che sta studiando, e gli sembra di ravvisare delle somiglianze tra sé e i suoi amici e i quattro personaggi descritti nell’antico documento. Evitando di dare eccessivo peso alla singolare coincidenza, la compagnia concorda per l’indomani una visita a Roma. Ai Musei Capitolini, Donatello viene scherzosamente accostato al Fauno di marmo di Prassitele; poi, durante una visita alle catacombe, Miriam si perde; cercata affannosamente dai tre amici, viene ritrovata in compagnia di un misterioso figuro, un uomo incappucciato del tutto simile a un personaggio descritto nel diario, chiamato ‘il Persecutore’. Lo spettrale individuo sostiene di essere ben noto a Miriam, che appare atterrita dallo strano incontro. In seguito, riflettendo sugli strani fatti accaduti, Kenyon e Hilda osservano altre inquietanti coincidenze: ad esempio, nel ricorrente sogno della ragazza, il volto dell’uomo ucciso è identico a quello dell’incappucciato incontrato nelle catacombe. Anche Miriam pare conoscere quel volto: Donatello, in visita presso lo studio della pittrice, lo vede ritratto in numerosi dipinti che paiono testimoniare di un profondo, inesprimibile tormento interiore. Tormento che pare accresciuto dalle frequenti, angoscianti apparizioni del ‘Persecutore’ che si susseguono nei giorni successivi. Miriam — che, tentando disperatamente di non farsi travolgere dalla suggestione ‘diabolica’ creata dall’odioso personaggio, accetta di instaurare un legame sentimentale con Donatello — affida a Hilda un pacchetto dal contenuto segreto, con l’impegno che, qualora per una certa data lei non sia a Roma, la ragazza lo consegni all’indirizzo segnato su un biglietto. Kenyon, pur pregato da Miriam di porre fine a quel sinistro passatempo, continua intanto a cercare nelle biblioteche di Roma i frammenti mancanti del diario. Dal manoscritto, ricostruito gradualmente, emerge una storia inquietante, che pare ricalcare fedelmente gli eventi vissuti da lui e dai suoi amici; vi si dice tra l’altro che i destini della dama ottocentesca — simile a Miriam — e del suo persecutore sono indissolubilmente intrecciati e non potranno più dividersi. Mentre sta decifrando un passo riguardante un sinistro presagio evocato dal precipizio della rupe Tarpea, Kenyon è vittima di un bizzarro incidente: a causa del crollo di una pila di libri, lo scultore si vede una mano infilzata da un tagliacarte, e osserva sgomento il proprio sangue imbrattare il manoscritto. Puntualmente, il tragico presagio si avvera: Donatello, sorpreso con Miriam dal Persecutore presso il parapetto della rupe Tarpea, affronta l’individuo e, ravvisando nello sguardo della donna un tacito assenso, lo spinge giù dal precipizio. Il giovane è atterrito dal proprio gesto, e implora il sostegno di Miriam: la donna si riconosce corresponsabile del delitto. Hilda, che ha assistito non vista alla drammatica scena, fugge terrorizzata.

2. Hilda, sconvolta dall’accaduto, tenta di informarne Kenyon, ma senza successo. L’indomani mattina è in programma una visita alla chiesa dei Cappuccini, cui prendono parte Kenyon, Miriam e Donatello. Nel corpo di un frate morto deposto in una bara aperta, Miriam ravvisa atterrita le fattezze del Persecutore ucciso la sera prima, ed ha persino l’impressione di udirne l’odiosa voce accusatrice. La donna rifiuta tuttavia di ricadere nel vortice dell’ossessione, pur avvertendo — così come Donatello — paura e rimorso per l’atto commesso. Il giovane, in particolar modo, è tormentato dal ricordo del proprio gesto; Miriam lo esorta a dimenticare l’accaduto — si tratterebbe solo di un’illusione, visto che nessun giornale parla di omicidi o cadaveri rinvenuti — e a troncare la relazione. Donatello, dopo aver vagato affranto per Roma, torna sul luogo del presunto delitto; constatato che un lampione che credeva di aver distrutto nella colluttazione è invece intatto, il giovane sospetta di essere stato vittima, la notte precedente, di una macabra autosuggestione. Miriam tenta di convincere anche Hilda — che le rinfaccia il delitto — dell’illusorietà dell’accaduto, ma senza successo: l’amicizia è rotta, afferma la ragazza mettendo alla porta la pittrice. Kenyon, ancora all’oscuro di tutto, riceve quindi tre messaggi dai suoi amici, che sono partiti: Miriam è andata a Parigi per una mostra, Hilda ha raggiunto dei conoscenti fuori Roma, e Donatello è dovuto tornare nei suoi possedimenti della campagna toscana. È lì che, quasi un anno dopo, Kenyon raggiunge il giovane amico, il cui temperamento — un tempo lieto e spensierato — si è fatto cupo e malinconico. Mentre Donatello sta mostrando allo scultore l’albero genealogico della sua casata (i cui membri paiono avere, curiosamente, le orecchie a punta che la mitologia attribuisce ai fauni), arriva con la posta un pacchetto inviatogli da Miriam, contenente una riproduzione del Fauno di Prassitele: il ricordo di Miriam dà occasione ai due uomini di tornare a riflettere sui misteriosi eventi dell’anno prima. Hilda, nel frattempo, è tornata a Roma; qui le capita tra le mani l’involto affidatole da Miriam ma, sul biglietto con l’indirizzo, è inspiegabilmente comparsa un’altra scritta, un’invito a consegnare il pacco il giorno 15 marzo. C’è poi un altro fatto inquietante: il pacchetto pare contenere una piccola pistola. Intanto Kenyon continua la ricostruzione del diario ottocentesco: è arrivato al punto in cui la dama simile a Miriam confessa al gentiluomo — in cui lo scultore ‘vede’ se stesso — di essere oppressa e come paralizzata da un ricordo orribile; anche il giovane amante della donna, corrispondente ai tratti di Donatello, è angosciato, e il suo tormento lo ha reso un altro uomo, spiritualmente più maturo. Poi, mentre Kenyon sta lavorando a un ritratto in creta del giovane, accade un fatto inspiegabile: il volto scolpito assume forme strane e paurose; lo scultore, osservando sgomento l’espressione disumana, o forse terrorizzata, del ritratto afferma di non averlo eseguito volontariamente in quel modo, ma di aver avvertito una forza misteriosa guidargli le mani. Donatello, interpretando il fatto come un segno nefasto del proprio destino, si decide finalmente a raccontare all’amico ciò che lo tormenta: il delitto di un anno prima. Kenyon rivela allora che anche nel manoscritto si parla di un omicidio: la dama ottocentesca uccise infatti un suo promesso sposo, ossia il Persecutore, sparandogli con una pistola. Donatello è atterrito da un’ulteriore coincidenza: i due delitti sarebbero avvenuti nella stessa data, il 15 marzo, che è poi anche il giorno in cui si sta svolgendo l’azione. Kenyon invita il giovane alla calma suggerendo l’ipotesi di una autosuggestione collettiva, e gli promette di aiutarlo a rincontrare Miriam, insieme alla quale potrà forse ritrovare la serenità perduta.

3. Mentre Miriam raggiunge Kenyon e Donatello nella tenuta di quest’ultimo, a Roma, intanto, Hilda si reca a consegnare il pacchetto all’indirizzo fornitole dalla pittrice: si tratta di un grande e antico palazzo nobiliare; qui la ragazza pare avvertire una ‘presenza’ inquietante, e ad un tratto ode una voce chiamare il suo nome. Nella tenuta, i tre amici discutono della giovane amica, del suo sogno, del diario misterioso; Miriam chiede a Kenyon di illustrarle con precisione l’episodio sognato da Hilda e riportato — come fatto avvenuto cent’anni più indietro — nel diario ottocentesco. Questa la ricostruzione operata dallo scultore: nel ’700, in un antico palazzo, una giovane vaga alla ricerca di qualcuno, tenendo tra le mani un involucro; c’è qualcosa che la turba profondamente, un’atmosfera carica di mistero; finalmente le appare un uomo: è a lui che deve consegnare il pacchetto sigillato; la ragazza gli si avvicina e l’uomo la aggredisce; la giovane grida, si libera dalla stretta e gli spara con una piccola rivoltella; l’uomo, lamentandosi, stramazza al suolo. Miriam, udita la ricostruzione di Kenyon, ha un sussulto d’orrore: la storia e i dettagli che la compongono — il pacchetto, la pistola, il palazzo — palesano un’allarmante attinenza con la reale situazione in cui si trova Hilda che, proprio quel giorno, il 15 marzo, potrebbe recarsi a consegnare il pacchetto di Miriam. I tre decidono quindi di partire subito per Roma. Nel frattempo, Hilda è ospite del misterioso destinatario del pacchetto: è sempre lui, il Persecutore, questa volta vestito in eleganti abiti moderni. Afferma di conoscere Miriam, benché questa non se ne rammenti, da molto tempo. Apre poi l’involto, sotto gli occhi sempre più impauriti di Hilda: dentro c’è "un orribile [...] ricordo di famiglia, [...] una piccola pistola del ’700": la pistola sognata da Hilda. Intanto, durante il viaggio in auto dalla Toscana a Roma, Miriam racconta ai due uomini la storia dell’ossessione che la tormenta da sempre: una sua antenata aveva ucciso un uomo che la pretendeva in moglie; sembrava che questa colpa non sua dovesse perseguitare lei, e che l’ucciso avesse scelto lei per perpetuare la sua vendetta; fin da bambina Miriam era stata perseguitata da quell’orribile visione, non trovando però che incomprensione e diffidenza; si era allora rivolta prima alla religione, poi alla psicanalisi; infine aveva deciso di dare una svolta alla sua vita, intraprendendo a Roma l’attività di pittrice; ma tutto si era rivelato inutile: da un baule erano misteriosamente spuntati un ritratto del suo persecutore e la pistola del delitto; trovato il nome e l’indirizzo di un lontano e sconosciuto parente che viveva a Roma, la donna aveva pensato che restituirgli l’oggetto potesse voler dire liberarsene; poi, si era dimenticata del pacchetto. Giunti a Roma quella sera stessa, i tre si presentano a casa di Hilda; al citofono si ode la beffarda voce del Persecutore: «Miriam, noi siamo legati insieme e non potremo più separarci...»; nell’appartamento della ragazza, però, non c’è nessuno se non la stessa Hilda, che rassicura gli amici e dichiara di aver regolarmente consegnato il pacchetto, senza alcun problema.

Ogni timore pare dunque dissolversi, e i quattro si convincono di essere stati vittime di una pittoresca autosuggestione; anche l’antico manoscritto è sparito, forse portato via per errore — insieme a un vecchio elenco telefonico — dagli incaricati della Sip. Il mattino dopo le due coppie — Kenyon si è nel frattempo legato a Hilda — si preparano a lasciare Roma, decisi a non aver mai più a che fare con alcunché di soprannaturale. Ma mentre si appresta a partire per gli Stati Uniti con Hilda, Kenyon trova un nuovo foglio del manoscritto, e ne legge l’inquietante contenuto: "Per la quarta volta il Persecutore morirà per mano del quarto protagonista: Kenyon". Sconvolto, lo scultore cade preda di uno spaventoso incubo in cui rivive i ciclici omicidi e ‘vede’ infine se stesso assassinare l’incappucciato. Destato da Hilda, Kenyon pare riprendersi ma, apprestandosi a salire in macchina, si convince di vedere, ancora una volta, l’odioso figuro sul sedile posteriore. Svanita l’apparizione, Kenyon e Hilda possono finalmente partire verso la sognata felicità: ma dal cassetto del cruscotto salta fuori ancora una volta l’antica pistola, e nello specchietto retrovisore riappare il sardonico ghigno del Persecutore.



Rassegna critica

La serata televisiva di ieri si è svolta all’insegna del classico moderno, con un equilibrio casualmente politico tra il musicista russo Pëtr I. Ciaikovski e il romanziere americano Nathaniel Hawthorne. Del primo, sulla Rete 1, si è visto Lo schiaccianoci, del secondo, sulla Rete 2, un adattamento sceneggiato del Fauno di marmo. [...] Assai di più dello Schiaccianoci il romanzo di Hawthorne ha risentito della traduzione nel piccolo schermo, cornice angusta e riduttiva per una storia che tutt’al più poteva sopportare la rilegatura delle pagine in cui era stampata. «In questo libro Hawthorne tocca un punto nell’estremo sviluppo della sua problematica: se, da un lato, sembra insistere sull’importanza risolutrice dell’espiazione e del riscatto, egli finisce per individuare l’esistenza del male e del peccato come realtà alla quale nessuno è in grado di sottrarsi, e come mistero che non si può penetrare né risolvere», così un autorevole dizionario letterario individua l’essenza del Fauno di marmo, che francamente non è ancora emersa in questa prima puntata. Gli autori dell’adattamento tuttavia difendono l’originalità del loro lavoro rispetto al romanzo di partenza e ai precedenti televisivi di argomento parapsicologico, in qualche modo imparentabili con questo Fauno: «Il romanzo era molto più vicino al fantastico che al reale, le vicende apparivano ovattate, come in un limbo. Noi abbiamo scelto di abbandonare Hawthorne. Bisognerebbe sempre far così: prendere un classico, meglio se poco noto, e farne una riduzione originale». Senza entrare in merito a queste intenzioni di partenza, per la verità alquanto discutibili, va loro reso atto di non aver lavorato invano: lo spettacolo infatti non è entusiasmante, ma regge abbastanza — sapremo presto, nella prossima puntata, se la sua è una dignità effimera —, grazie anche a Marina Malfatti, il cui guardo sbarrato e le cui nervose tensioni muscolari hanno sorretto il tono gravoso della vicenda (March., Cornici di classici moderni, su "Il Corriere Mercantile", 29 settembre 1977, pag. 13).


Spesso si è soliti parlare di conclusioni in bellezza al momento di congedarsi da qualcosa che è piacevolmente appunto esploso nel finale o che comunque è stato di un’entità tale, nell’intero suo svolgimento, da conferire alla conclusione un che di solenne. Ebbene la terza e ultima puntata del Fauno di marmo, andata in onda ieri sera [...], non si è trasformata in una conclusione in bellezza né relativamente alle ragioni suddette, né per qualunque altra e più sfumata ragione. Semmai, questa riduzione televisiva di un noto romanzo americano dell’Ottocento può ascrivere come suo unico merito il fatto di aver quasi completamente inventariato cattivo gusto e insipienza, troppo spesso dilaganti nella forma letterario-cinematografico-televisiva dello sceneggiato a puntate. Anche se, ne siamo certi, nessuno raccoglierà la lezione. Eppure l’esordio di questo Fauno di marmo poteva lasciar prevedere cose assai migliori di quelle poi effettivamente viste. Certe situazioni preliminari, pur nell’irrimediabile rozzezza tipica della messa in scena per il piccolo schermo, avevano una loro consistenza, che quasi riusciva a distrarre dalla recitazione di attori democraticamente uniformati in un dilettantismo velleitario, con la sola eccezione — rilevabile peraltro solo parzialmente — di Marina Malfatti. Quell’illusione era probabilmente generata da una fedeltà, poi tradita, nei confronti del romanzo di Hawthorne. In esso si narra, è vero, degli stessi personaggi protagonisti anche della riduzione televisiva, ma lo sviluppo degli eventi è ben diverso. Donatello infatti uccide un uomo che insidia Miriam e paga il suo delitto con la vita, mentre Miriam sfoga l’angoscia di una torbida ambiguità confessandosi in una chiesa cattolica. Insomma, un soggetto trattato in maniera tale da far dire che Hawthorne « se, da un lato, sembra insistere sull’importanza risolutrice dell’espiazione e del male e del peccato come realtà alla quale nessuno è in grado di sottrarsi, e come mistero che non si può penetrare né risolvere». Non ci si aspettava certo che ad una dignità letteraria ne venisse sostituita un’altra, ma neppure si poteva prevedere una simile sfrontata impudenza nel rivestire di raffazzonati abiti parapsicologici la più maldestra inettitudine a raccontare, e meno che mai a movimentare drammaticamente, una storia. Ma, si sa, in questi casi l’imperativo categorico è scavalcare la normalità della comprensione immediata per appellarsi all’obliquo, al contorto, all’insolito, nei quali si può ben inscrivere il vuoto di idee e l’incapacità di riempirlo: anzi quanto più vi regna l’astrazione tanto più sarà facile contrabbandare l’inettitudine. Così, l’incapacità di recitare può ad esempio trasformarsi nella calcolata ricerca di un’inquietudine non conseguibile secondo alcuni attraverso l’eccessiva sicurezza dei modi conformisti. Non mancano comunque gli estimatori
Brandani - Gio Ott 04, 2007 2:11 pm
Oggetto:
HO INCONTRATO UN' OMBRA

HO INCONTRATO UN'OMBRA RARO SCENEGGIATO TV DEL 1974

4 PUNTATE IN 2 DVD
Regia di: Daniele D'Anza
Scritto da: Biagio Proietti
Cast: Giancarlo Zanetti: Philippe Dussart
Beba Loncar: Silvia Predal
Laura Belli: Catherine
Jobert Renato De Carmine: Commissario Vian
Musiche originali di :Romolo Grano Sigle TV di Berto Pisano (A blue shadow - Tema di Silvia)
Imperdibile per i cultori del genere

Trama:
Un designer, Philippe Dussart, al suo rientro a casa dal lavoro ha la sensazione che qualcuno vi abiti durante la sua assenza. Col passare dei giorni la sensazione aumenta, finché non troverà in salotto il cadavere di un uomo. Qualcuno ha già chiamato la polizia, che è in arrivo. Dussart riesce ad occultare il cadavere e ad evitare il probabile arresto. Chi vuole tutto questo? Una donna dai capelli biondi che, nei giorni precedenti, aveva frequentato il morto proprio nella casa del designer? In realtà la bella Silvia Predal è soltanto vittima di uno tragica storia: suo padre è un ex nazista ricercato in Germania e subisce un ricatto non solo economico; alla fine, così com'era comparsa, la donna sparirà, lasciando al protagonista l'impressione di "aver incontrato un'ombra".
Brandani - Gio Ott 04, 2007 2:25 pm
Oggetto:
LA DAMA DEI VELENI

1979 — La dama dei veleni di John Dickson Carr (2a Rete) (*)
Dal romanzo di John Dickson Carr "La corte delle streghe " (The bourning court )
con: Ugo Pagliai, Susanna Martinkova, Anna Maria Gherardi, Warner Bentivegna, Giorgio Bonora, Paola Bacci, Gabriella Giacobbe, Alessandro Sperlì, Corrado Gaipa, Luigi Basagaluppi.
Sceneggiatura di Giovannella Gaipa
Scene: Emilio Voglino
Costumi: Antonella Cappuccio
Regia: Silverio Blasi

Mi attrasse molto , questo sceneggiato, liberamente tratto dal testo di Dickinson Carr , ancora una vicenda torbidamente misteriosa, con Ugo Pagliai protagonista ..
La storia di una setta occulta di vampiri psichici che dopo una maledizione, continua nel tempo a manifestarsi ..
Purtroppo, negli archivi Rai, la teca con la prima puntata e' andata .. distrutta.. sembrerebbe bruciata .. o .. forse sara' stato il misterioso Guido Santacroce .. a farla sparire ..
Brandani - Gio Ott 04, 2007 2:37 pm
Oggetto:
I COMPAGNI DI BAAL

(1968)

Come lo ricordo bene , questo ..!
Allora non esistevano videoregistratori .. ma lo audioregistrai ..
e .. quanto terrore , paura, persino nel riascoltarne le silenziose , lunghe pause ..

Alcuni commenti :

Premessa
Macchine infernali, riti occulti, magia nera, sotterranei insidiosi...
Pierre Prèvert, fratello del poeta Jacques Prèvert, è il regista dello sceneggiato TV "I compagni di Baal". Prèvert ha dato vita, in sette episodi, a quella che all'epoca poteva considerarsi un'operazione cinematografica piuttosto insolita, almeno dal punto di vista culturale: la rilettura del romanzo d'appendice con i moderni mezzi televisi.
Ha detto il regista all'uscita dello sceneggiato:

"E' un divertimento molto particolare, ovviamente: quello fornito dalla tensione narrativa, dalla suspence che regge l'intrigo della storia, dal mistero legato ad una setta segreta..."



Trama
I Compagni di Baal sono una setta, con le sue regole rigorose, ma sono anche una organizzazione criminale guidata da un uomo malvagio, Hubert de Mauvouloir. Un giornalista curioso, Claude Leroy, viene a trovarsi sulla strada dell'organizzazione e conosce strani ed inquietanti personaggi che si muovono in una trama ricca di colpi di scena. Il tutto nel cuore di una Parigi sconosciuta, impenetrabile...soprattutto nei suoi sotterranei.

Lo sceneggiato è suddiviso in sette episodi:

- La Lanterna di Diogene
- I misteri dell'Isola di Saint Louis
- Lo spettro rosso
- L'inquietante professor Lomer
- La notte dell'otto di fiori
- L'eredità di Nostradamus
- Il risveglio di Lilian

Distribuito dalla Yamato Video, è disponibile in VHS e DVD. Le VHS sono tre, così come i DVD; questi ultimi sono inseriti in un Memorial Box.

Durata primo DVD: 163 minuti
Durata secondo DVD: 112 minuti
Durata terzo DVD: 116 minuti

Contenuti EXTRA: schede personaggi
Sottotitoli: Italiano e francese
Audio: Italiano dual mono - Francese dual mono
Schermo: 4:3 - bianco e nero

Commento

Sceneggiato TV del quale ricordavo solo il titolo, gli adepti incappucciati (che confondevo, all'epoca, con i Beati Paoli de "L'amaro caso della Baronessa di Carini") ed il cattivissimo capo della setta segreta, un uomo dallo sguardo magnetico, dotato di due occhi terribili. Li ricordavo nello loro segrete riunioni sotterranee; della trama, buio pesto! Fatalità ha voluto che ieri mi trovassi alla SMAU di Milano e, ricordandomi che la Yamato Video ha un negozio proprio lì, mi sono precipitato ad acquistare il bellissimo box DVD. Ieri sera, poi, in attesa di registrare l'ultimo episodio di Padre Brown, ho guardato con una certa eccitazione i primi tre episodi: sono rimasto folgorato! Un perfetto cocktail di giallo, suspence, noir, atmosfere gotiche, esoterismo, avventura: se "Belfagor, il fantasma del Louvre" aveva i suoi punti di forza nelle apparizioni misteriose al museo parigino, i "Compagni di Baal" si dimostra nettamente più avvincente, grazie a continui colpi di scena ed a un cattivissimo che ha la proprietà di camuffarsi in diversi personaggi. A tutto ciò aggiungiamoci il bianco e nero evocativo, una sigla iniziale che è tutto un programma, assassini spietati (ma non si vede nemmeno una goccia di sangue), trabocchetti, pareti che si aprono, lugubri incappucciati con candelabri, grotte sotterranee, cimiteri, inseguimenti notturni nelle nebbie boschive e....riunioni d'affari infernali.


Bellissimo!!!

Se ancora non vi ho convinto, ecco il segno di riconoscimento tra gli appartenenti della setta:

- Qual'è il primo dei re?
- Il primo dei re è Baal, il demone tricefalo che regna sulla parte orientale dell'inferno. Quante legioni ha al suo comando?
- Sessantasei


......
Brandani - Gio Ott 04, 2007 2:47 pm
Oggetto:
B E L F A G O R

(1965)

Lo definirei .. L' inconscio collettivo di un' intera generazione televisiva ..
Indimenticabile , altro che la recente superficiale versione cinematografica ..!


Da Pagine 70 :

Ci sono programmi televisivi per i quali è difficile stabilire in quale momento della nostra storia televisiva siano andati in onda tale è il loro grado di perfezione e di coinvolgimento dello spettatore. Rientra sicuramente in questa categoria lo sceneggiato televisivo " Belfagor, ovvero il fantasma del Louvre ", film francese per la TV diviso in sei puntate: è stato trasmesso, sempre con un notevolissimo successo, nel 1965, 1966, 1969, 1975 e 1988.
Chi, in qualunque anno sia stato trasmesso e osservandolo da piccolo, non è mai saltato nel letto dei genitori dopo una sua puntata?
Chi, pur grande, non è stato colto dal timore e dall'ansia nell'attraversare le stanze buie della propria casa dopo aver visto una passeggiata del fantasma nei corridoi semibui del museo del Louvre, passeggiata sottolineata dalle note di violino composte da Antoine Duhamel?
Sono tanti i motivi per cui questo sceneggiato risulta sempre attuale, anche se in bianco e nero e con una immagine di Parigi lontana anni luce dalla metropoli di ora.
Cerchiamo di riassumere in poche parole che cos'è Belfagor.
Lo sceneggiato televisivo (ispirato a un romanzo scritto nel 1927 da Arthur Bernède) è stato diretto dal regista Claude Barma e sceneggiato da Jacques Armand.
La trama è molto articolata. Un misterioso fantasma con un mantello, un copricapo nero e una maschera sul volto (sotto questa maschera vi era il mimo Isaac Alvarez) appare nottetempo nelle sale del Louvre presso la statua della divinità caldea dell'inganno Belfagor (sale magistralmente ricostruite in studio perché il Ministero delle Belle Arti francese non aveva dato l'assenso alle riprese). Dopo qualche apparizione ci scappa il morto, un custode del museo. Scattano le indagini della polizia ma, soprattutto, si accende la curiosità di uno studente, Andrea Bellegarde (Yves Rènier) e di Colette (Christine Delaroche), figlia del commissario Mènardier che indaga sul delitto.
Nonostante una serie di appostamenti dei giovani protagonisti, con conseguenti apparizioni del fantasma, la cattura e l'identificazione di esso falliscono sempre.
Ovviamente, più della polizia, è Andrea, ad addentrarsi nel fitto del mistero della storia.
Fulcro di tutto è il suo incontro con una misteriosa e affascinante signora, Luciana Borel, e della sua gemella, Stefania, interpretate entrambe da un'affascinante e bravissima Juliette Greco.
A questo punto entrano in gioco una setta dei Rosacroce, riti esoterici e un tesoro, fino a che……………
E' opportuno a questo punto fermarsi con il racconto in modo da stimolare la vostra curiosità e spingervi a vedere (o rivedere) questa pietra miliare della Televisione d'Oltralpe (è facilmente reperibile in tre VHS che raccolgono tutte e sei le puntate).
Se lo vedrete per la prima volta, vi accorgerete come il regista, solo con un mantello e una maschera e senza nessun trucco cinematografico a cui siamo tanto abituati, riesca a creare un'atmosfera piena di tensione e come, grazie ad un sapiente uso della fotografia in bianco e nero, rappresenti mediante gli sguardi penetranti ed enigmatici di Juliette Greco tutta la suspense del racconto.
Se lo rivedrete dopo tanto tempo, invece, vi ricorderete di quelle innocenti paure nell'attesa della comparsa del Fantasma e riaffioreranno in voi i magici momenti della vostra infanzia.
In sintesi vi accorgerete come la Televisione, quando è fatta bene, non abbia niente da invidiare al Cinema.

Altre recensioni :

Alla fine dello scorso anno è stato possibile acquistare in edicola proprio lo sceneggiato del 1965, "Belfagor o il fantasma del Louvre" (Edizioni "elleu"-tre vhs). Inevitabile e doveroso ricordare questo capolavoro degli sceneggiati TV, realizzato nel 1965 da Claude Barma.

Quando lo sceneggiatore Jacques Armand e il regista Claude Barma si convinsero a realizzare il progetto, capirono subito che era necessario dare un taglio più moderno al testo di Bernède. Molti personaggi del romanzo furono modificati o addirittura soppressi per sostituirli con altri completamente nuovi; lo stesso mistero che sta alla base delle apparizioni del fantasma venne rivisto. Ma il piatto forte, l'enigma che avrebbe tenuti inchiodati al video per ben sei puntate (circa quattro ore e mezzo di pellicola) milioni di francesi e di italiani, era l'identità di Belfagor (sotto i cinerei paludamenti del quale si muoveva il mimo Isaac Alvarez). E' questo il file rouge che attraversa tutta la vicenda dalla prima puntata (andata per la prima volta in onda nel nostro Paese il 15 giugno 1965 sul Secondo canale) all'ultima, attraverso un fitto intersecarsi di sottotrame e colpi di scena forse a volte un po' confusi e inverosimili ma assolutamente avvincenti.

Le riprese, in un cupo bianco e nero, hanno un taglio quasi impressionistico, accentuato dalle location evocative di un Louvre per altro ricostruito in studio (in quanto l'allora ministro francese dei beni culturali non concesse l'autorizzazione a girare dentro il museo) e di una Parigi ben poco rassicurante, a tratti minacciosa e carica di enigmi, di vicoli in penombra, di personaggi equivoci e misteriosi.

Come protagonista venne prescelta l'affascinante e algida Juliette Greco, brava a disimpegnarsi nel doppio ruolo delle gemelle Luciana (Laurence nell'originale francese) e Stefania Borel, criptica e fatale la prima, spregiudicata e solare la seconda. Vittima delle malie di Luciana è il giovane studente Andrea Bellegarde (Yves Rènier) combattuto tra l'attrazione morbosa per la donna e il più limpido sentimento nutrito verso Colette (Christine Delaroche), figlia del commissario MéNardier, incaricato di condurre le indagini sulle apparizioni del fantasma. Cosa cerca Belfagor dentro il Louvre? Perché Andrea Bellegarde è così morbosamente attratto dalla vicenda? E che ruolo ha in tutto ciò la sfuggente Luciana? Ma, soprattutto, chi si cela dietro la maschera di Belfagor?

Il fantasma sta per tornare a muoversi, col suo passo leggero, tra le ombre del Louvre. E noi saremo ben lieti di spaventarci ancora al suo apparire, magari (o purtroppo?) senza più poter sbirciare il video da dietro la rassicurante copertina di schultziana memoria.
Brandani - Gio Ott 04, 2007 4:39 pm
Oggetto:
E. S. P.

(1973)

Di questo sceneggiato, ricordo la straordinaria interpretazione del grande Paolo Stoppa, e l' atmosfera di curiosita' che suscito' in qel tempo, sul seguito del generale interesse per le fenomenologie del Paranormale , una parola sinallora quasi sconosciuta al grande pubblico .. appena rifiorita dopo il successo del Segno del Comando
Ma qui si ando' anche oltre, trattando l' argomento anche da un punto di vista scientifico, e questo contribui' non poco a dare ancor piu' interesse alla storia, facendo conoscere un nuovo termine del glossario degli argomenti di frontiera : Parapsicologia
Peraltro le vicende trattate, erano vere e recenti ; riguardavano nello specifico fatti realmente accaduti al famoso sensitivo olandese Gerard Croiset

...................

Dopo il clamoroso successo de Il segno del comando alla Rai si decide di puntare nuovamente sul tema del paranormale, anche se in una chiave del tutto diversa. Argomento del nuovo sceneggiato sarà non una storia di finzione sospesa tra magia e quotidianità, bensì la vita e le esperienze di un personaggio reale, addirittura vivente (e con il quale il regista D’Anza prenderà direttamente contatto). Si tratta del ‘veggente’ olandese Gerard Croiset, protagonista di vicende che, al di là di un preteso controllo scientifico rigorosamente documentato, hanno dell’incredibile.

Nato il 10 marzo 1909 a Laren, nell’Olanda Settentrionale, da una famiglia di attori girovaghi di origine ebraica, Croiset (che assunse per qualche tempo il cognome di Boekbinder) ebbe un’infanzia infelice — privo com’era di una situazione familiare stabile (pare sia stato affidato a sei diverse coppie di genitori adottivi) — che generò in lui quel senso di insicurezza e abbandono che si portò dentro per tutta la vita. Le prime avvisaglie della sua ‘particolare’ situazione psichica si ebbero appunto già durante l’infanzia quando, come evasione da una realtà che avvertiva come dura e ostile, il piccolo Gerard scriveva lettere a persone mai conosciute o descriveva luoghi mai visti. Un episodio assai significativo, che avrebbe comportato conseguenze fondamentali nella sua futura attività di ‘veggente’ (soprattutto riguardo alla capacità di localizzare i bambini annegati), gli capitò quando aveva otto anni e rischiò egli stesso di morire affogato: fu salvato per miracolo da un uomo che si tuffò in acqua per ripescarlo. Ma l’aneddoto non finisce qui: alcuni mesi dopo, Croiset seppe che il suo salvatore si era ferito seriamente cadendo da una scala, e il fatto suscitò nel ragazzo una profonda impressione, come ebbe modo di raccontare in seguito: "Non mi sono ancora rimesso del tutto dalla commozione che provai allora [...]. Incolpai me stesso di non essere stato presente quando quell’uomo cadde per afferrarlo e salvarlo come lui aveva fatto con me, e per molti anni vissi con un senso di colpa per non essere stato lì quando lui aveva bisogno di me".

Altri avvenimenti drammatici segnarono la sua vita. All’inizio del 1941, quando insieme a sua moglie Gerda ter Morsche e ai suoi figli viveva nella città di Enschede, fu arrestato dalle truppe di occupazione naziste e deportato nel campo di concentramento di Dachau, in Germania. Finita la guerra, nel dicembre del ’45, accadde un altro fatto importante nella vita del sensitivo, ossia l’incontro con il professor Wilhelm Heinrich Carl Tenhaeff, uno dei pionieri della parapsicologia, avvenuto durante una conferenza cui Croiset aveva partecipato per curiosità. Questo incontro significò un profondo cambiamento nella vita del veggente, che cominciò a comprendere in modo più chiaro il significato e la portata delle proprie facoltà. Rievocando quella sera, il prof. Tenhaeff dichiarò: "Avevo sentito parlare delle capacità di Croiset ma quella fu la prima volta que lo vidi. Dopo la conferenza, venne a farmi visita e mi parlò delle sue doti extra-sensoriali, offrendomi al contempo la sua collaborazione. Nei primi mesi del 1946 effettuai con lui numerosi esperimenti di metagnosia. Compresi subito che era altamente dotato. Più lo sottoponevo ai test, più mi persuadevo del fatto che Croiset era un soggetto notevole per l’indagine parapsicologica".

Il prof. Tenhaeff sottopose Croiset a vari esperimenti all’Università di Utrecht, nel cui Dipartimento di Parapsicologia furono effettuate una serie di prove (ad esempio il test di personalità di Rorscharch, di appercezione tematica di Morgan e Murray, quello di Pfister-Heiz, di selezione dei colori di Luscher e infine il test di Szondi). Questi esperimenti evidenziarono che la personalità di Croiset era simile a quella di altri ‘soggetti dotati’ studiati da altri ricercatori: egli era cioè tendenzialmente infantile, teatrale, insicuro, teso e soffriva inoltre di disturbi allo stomaco.

Croiset aveva d’altro canto un’ammirevole attitudine etica rispetto alla proprie facoltà: non accettò mai denaro per offrire il suo aiuto nei casi più impegnativi, e anche quando fu consultato dalla polizia pagò sempre di tasca propria le spese di viaggio; rifiutò sempre di fare previsioni sull’andamento della borsa, sulle corse dei cavalli o su altre possibili fonti di guadagno, a suo dire, ‘illecite’. Divenne col tempo una gloria nazionale olandese, e la sua fama divenne presto internazionale, al punto che gli giungevano lettere da ogni parte del mondo (fu chiamato anche in Italia), a volte sprovviste dell’indirizzo, ma con la sola indicazione del suo nome. Non mancarono le consuete accuse di ciarlataneria, ma il suo lavoro per conto della polizia e per privati cittadini era così ben documentato (sia dal prof. Tenhaeff che da suoi colleghi, come il tedesco Hans Bender) che i dubbi sollevati circa l’autenticità delle sue facoltà non scalfirono la sua popolarità. Così, nel 1972 — in pieno boom parapsicologico — la Rai decise di dedicare al sensitivo olandese uno sceneggiato televisivo, che fu girato da Daniele D’Anza negli studi di Milano nell’autunno di quell’anno e mandato in onda nella primavera dell’anno successivo. La decisione di affidare a D’Anza la direzione di E.S.P. si rivelò quasi obbligata, data la fama di ‘specialista in paranormale’ che il regista si era guadagnato l’anno precedente con il clamoroso successo de Il segno del comando. Fama che verrà in seguito consolidata e che lo stesso D’Anza si guarderà bene dallo smentire, anzi: "In un certo modo — affermerà in proposito il regista nel ’76, presentando alla stampa il suo breve sceneggiato fantascientifico Extra — sono un sensitivo: certi misteri li afferro, li sento. Ne ebbi una conferma dallo stesso Croiset quando gli raccontai che da bambino avevo rilevato una serie di fenomeni di sdoppiamento" (D. D’Anza, intervista riportata in Fantascienza con gli "Extra", articolo redazionale su "Il Secolo XIX", 4 marzo 1976, pag. 9). Un D’Anza in piena sintonia con la materia trattata, dunque, una sceneggiatura ben imbastita da Flavio Nicolini attorno a una serie di situazioni e personaggi ‘veri’ e che tali ci vengono restituiti pur nella finzione del racconto televisivo, e una calibrata, ammirevole interpretazione di Paolo Stoppa nei panni del protagonista sono i tre ingredienti fondamentali di una produzione che non si può non riconoscere come una tra le più riuscite del regista e forse dell’intero decennio tv. Alla coppia di episodi centrali, il secondo e il terzo, strutturalmente legati tra loro (il ‘caso del martello’) e modellati su una trama logico-narrativa convenzionalmente ‘poliziesca’ ancorché dai risvolti paranormali, fanno da contraltare la prima e l’ultima puntata, forse le più significative e intense nel delineare al contempo la tormentata complessità del Croiset sensitivo e la placida bonomia (non esente da qualche difettuccio, dopotutto) del Croiset uomo, uomo come tutti gli altri, beninteso (e qui Stoppa è magistrale): affettuoso con il nipotino di pochi mesi, quasi impacciato davanti allo strazio di un uomo che ha perso tragicamente il figlioletto e la moglie, angosciato nel rievocare i fantasmi di un passato terribile e indicibile, ma dal quale riemergono anche tracce dolenti e umanissime di debolezza e viltà. Gli eventi dolorosi, a tratti strazianti, che costituiscono il tessuto narrativo di questi due episodi-cornice, non indulgono — come in altre mani avrebbero forse potuto — a un facile pietismo lacrimevole, ma ci vengono presentati, grazie al buon gusto e al talento di D’Anza, ammantati di una dignità e di un ritegno che sono, questi sì, commoventi.

Gerard Croiset è scomparso il 20 luglio 1980.


Trama

1. Negli studi della televisione olandese il sessantenne Gerard Croiset risponde alle domande di un intervistatore circa le sue doti di veggente, ad esempio la sua capacità di aiutare a ritrovare le persone scomparse, e in particolar modo i bambini. Croiset è sempre emotivamente — e dolorosamente — coinvolto in tali tragici ritrovamenti, il più recente dei quali è quello di un bambino annegato in un fiume presso la città di Groningen.

Croiset, desiderando avere una conferma ‘scientifica’ ai suoi straordinari poteri, si rivolge al professor W. H. C. Tenhaeff, direttore dell’Istituto di Parapsicologia dell’Università di Utrecht. Lo studioso, dopo avergli illustrato in cosa consistono i cosiddetti fenomeni E.S.P. (che sono di tre specie: la telepatia, cioè la trasmissione del pensiero; la chiaroveggenza, cioè la capacità di ‘vedere’ oggetti nascosti o lontani nello spazio; la precognizione, cioè la previsione di eventi non ancora verificatisi), sottopone Croiset — con l’aiuto dei suoi tre assistenti Frank, Ronald e Loes — a vari test: dopo aver previsto che Tenhaeff ha intenzione di telefonare alla sua segretaria Nicky indovinandone persino il numero, Croiset riesce poi a riprodurre telepaticamente un disegno (un insetto su un fiore) eseguito da uno degli assistenti in un’altra stanza; un altro esame consiste quindi nel ‘vedere’ un oggetto (un paio di forbici) nascosto dietro un pannello di legno, prova che Croiset supera ancora con successo; l’ultimo test vede l’impiego di un particolare mazzo di carte (denominate ‘Zener’) delle quali Croiset deve ‘prevedere’ il seme prima che vengano scoperte.

Croiset entra frattanto in un singolare rapporto telepatico con lo sventurato padre di Rick, il bambino recentemente annegato nel fiume: si tratta di un dipendente dell’azienda del gas di nome Jaap Ensing, che egli non ha mai visto prima ma che gli ‘appare’ ora ripetutamente. Tale ‘contatto’, che genera in lui una sorta di crescente ossessione, lo conduce in seguito ad incontrare realmente l’uomo del gas, distrutto per la tragica sorte del figlio e la conseguente morte — per il dolore — della moglie. L’uomo, che afferma di non aver più alcuna volontà di vivere, ringrazia comunque Croiset di aver tentato di aiutarlo impegnandosi nella ricerca del ragazzo. Croiset, profondamente scosso dalla vicenda, ne riferisce al prof. Tenhaeff: assistito da quest’ultimo, il sensitivo riesce quindi, localizzandolo telepaticamente, a salvare il povero Ensing da un tentativo di suicidio.

2. Durante il congresso internazionale di parapsicologia che si sta svolgendo a Utrecht, la sensitiva Anneke Jansen è sottoposta a un esperimento durante il quale riesce a individuare la provenienza di un oggetto (un frammento di meteorite) che essa non ha mai visto prima; l’attendibilità del test è però messa in discussione da una delegata britannica, la signora Margaret Mayer. Croiset, che ha assistito alla prova e non ha gradito le sprezzanti insinuazioni della donna, medita di impartirle una piccola lezione: riesce infatti — servendosi delle sue doti — a ricostruire dettagliatamente, davanti agli altri partecipanti, un imbarazzante episodio di cui la signora Mayer è stata protagonista tempo prima.

Ma una prova ben più impegnativa attende il sensitivo: il prof. Tenhaeff, che ha tenuto una conferenza ai funzionari della polizia di Rotterdam, ha da questi ricevuto una richiesta di aiuto per far luce su un curioso caso, quello di uno scheletro, privo di una gamba, rinvenuto murato nella colonna di una casa in ricostruzione, insieme a un martello.

Croiset, esaminando alcuni frammenti dello scheletro — risalente a circa trent’anni prima —, riesce a stabilire che apparteneva ad un ufficiale nazista ucciso, forse con un violento colpo al collo, durante l’ultima guerra; egli percepisce inoltre il coinvolgimento nella vicenda di una ragazza bionda in bicicletta, di un uomo anziano e di un giovane; il martello, maneggiato secondo Croiset da numerose mani, avrebbe invece a che fare con una drogheria. Gli inquirenti, pur tenendo conto delle ‘visioni’ di Croiset, manifestano in merito qualche perplessità.

Salta poi fuori una deposizione — risalente all’epoca dei fatti, il dicembre del 1943 — firmata da un tal Jeroen Bos e conservata negli archivi della polizia: in essa il testimone riferisce di aver visto due uomini trascinare il corpo di un ufficiale tedesco.

Croiset tenta, con l’aiuto del prof. Tenhaeff, di mettere ordine negli elementi della vicenda che è riuscito a visualizzare, ma lo svolgimento dei fatti appare piuttosto complesso. Il sensitivo ricostruisce tuttavia una scena abbastanza precisa: la ragazza in bicicletta sta portando dei regali — è il 6 dicembre, giorno di Sinta Klaas — e, fermatasi nei pressi di un laghetto dove in estate è solita fare il bagno, sente avvicinarsi qualcuno.

3. Gli investigatori rintracciano Jeroen Bos, ex-collaborazionista il quale, oltre ad aver reso testimonianza alla polizia, pare avesse anche spedito una lettera anonima in cui accusava dell’omicidio il giovane droghiere Karl Olthoff.

Croiset, sentendo che l’ambiguo individuo cerca — a distanza di trent’anni — di nuocere ancora a qualcuno, mette la polizia sulle tracce di Olthoff; l’uomo, oggi fotografo d’arte, nega inizialmente ogni coinvolgimento nella vicenda, poi afferma di aver fatto parte di un gruppo partigiano da cui ha avuto l’incarico di eliminare l’ufficiale. Tale versione dei fatti, benché accettata dalla polizia — che ha fretta di chiudere un caso oltretutto caduto in prescrizione —, non convince tuttavia Croiset. Egli, qualche tempo dopo, incontra Olthoff — vedovo di Benedict, la ragazza bionda della ‘visione’ — e la figlia Guglielmina, ricostruendo con loro esattamente l’uccisione dell’ufficiale nazista: Olthoff era fidanzato con Benedict, ma di lei si era invaghito l’ufficiale tedesco che, sorpresala nei pressi del laghetto, aveva tentato di usarle violenza; era sopraggiunto il padre della ragazza e, nella colluttazione che ne era seguita — cui aveva assistito anche Jeroen Bos — quest’ultima aveva colpito il militare con il martello; il tedesco non era però morto per il colpo infertogli dalla ragazza, bensì ucciso dal padre di lei con la pistola dello stesso ufficiale, su istigazione di Bos. Il giovane droghiere era dunque innocente: Bos — le cui odiose attività di ladro e collaborazionista Olthoff ben conosceva — lo aveva ingiustamente accusato intendendo così sbarazzarsi di lui.

Croiset, che aveva intuito la verità già tempo prima, afferma di averla taciuta per timore di nuocere a un uomo che si era visto costretto all’assassinio per salvare persone a lui care; solo dopo aver appreso che il padre di Benedict è morto da tempo si è deciso a rivelare alla polizia tutti i dettagli dell’intricata vicenda.

4. Croiset si accinge a partire; la telefonata di una sua conoscente, la signora Laak, gli richiama però alla mente un doloroso episodio della sua giovinezza, quando fu cioè rinchiuso nel lager nazista di Dachau. Un’altra telefonata, questa volta del prof. Tenhaeff, gli rammenta di prepararsi all’esperimento cui ha accettato di sottoporsi, e che si svolgerà in due tempi, a Norimberga e a Verona. I due partono quindi in automobile per la Germania. Durante il viaggio, rivedendo i luoghi che furono teatro di quei fatti tragici, alla mente di Croiset riaffiorano i terribili ricordi di trent’anni prima, quando fu internato in un campo di concentramento.

Proprio a Norimberga si svolge, con la supervisione dei professori Wahlhäuser e Grossi, la prima parte dell’esperimento ‘a sedia vuota’: qui Croiset deve infatti prevedere, prima ancora che siano diramati gli inviti, chi siederà su una sedia qualsiasi scelta fra le trentasei riservate agli invitati di un convegno che si terrà due sere dopo al Museo di Storia Naturale di Verona. Croiset prevede che sulla quarta sedia da sinistra della terza fila siederà una ragazza dai capelli castani; Croiset, oltre a vari altri dettagli, percepisce che la giovane possiede un’indole inquieta e ansiosa ed è in qualche modo legata a un uomo che ha molto sofferto durante l’ultima guerra.

Il viaggio prosegue poi verso sud; a Dachau Croiset visita il lager dove fu prigioniero: qui l’uomo è assalito dall’onda degli spaventosi ricordi di quel tempo, quando per viltà aveva rifiutato il legame affettivo con una ragazza di nome Isabel — una prigioniera come lui, che non era sopravvissuta — e avvertendone ora il lancinante rimorso.

A Verona Rita, la ragazza ‘vista’ da Croiset, conduce intanto una vita quotidiana in cui ansie, incertezze e rapporti apparentemente conflittuali con la madre e i coetanei si sovrappongono al ricordo del padre scomparso.

Croiset, giunto a Verona e sistematosi in albergo, avverte sempre più distintamente il ‘contatto’ con Rita, abbinandone la visione al ricordo di Isabel; la ragazza, intanto, in compagnia dell’amica Armanda che ha reperito due inviti, si appresta a partecipare al convegno di parapsicologia.

Quella sera stessa, al Museo, le previsioni di Croiset trovano conferma in quanto, come egli aveva ‘sentito’, la sedia in questione è proprio quella su cui siede la giovane Rita; il sensitivo, oltre ad aver indovinato vari particolari come l’abbigliamento o alcuni episodi recentemente avvenuti, è altresì riuscito a cogliere alcuni tratti interiori della ragazza, come il doloroso ricordo del padre che durante la guerra fu — come lo stesso Croiset — internato in un lager nazista. Alla fine della conferenza, incontratosi brevemente con Rita, Croiset la incoraggia a superare paure e incertezze, e a lasciarsi alle spalle i fantasmi del passato per vivere pienamente la sua giovane vita.

L’esperimento di Verona, che Croiset ricorderà come ‘il più bello della sua vita’, gli ha permesso infatti di placare almeno in parte il tormento di memorie angosciose che lo hanno accompagnato per tutta la vita. Il sensitivo, in compagnia del professor Tenhaeff, riparte infine per l’Olanda.


Intervista a D. D’Anza e P. Stoppa
(su "Bolero-Teletutto", 15 ottobre 1972)

Caro D’Anza, [...] che cosa significa questo tuo personale interesse per la parapsicologia? Hai forse voluto dare un seguito a Il segno del comando?

Non direi proprio. [...] In quel lavoro non si trattava tanto di parapsicologia quanto di magia. Lo spettacolo prevaleva sul rigore scientifico. Stavolta invece mi sono attenuto al puro documentario e poco o niente ho concesso alla fantasia. Tutto ciò che i telespettatori vedranno è rigorosamente documentato.

Ma, nonostante la voga attuale, non è una materia troppo difficile per trattarla in tv?

La materia non è certamente facile, ma riuscirà comunque accessibile a tutti. La divulgazione scientifica è abbinata a notevoli attrattive spettacolari. Specie negli episodi drammatici in cui Croiset ‘ricorda’ il passato di altre persone...

Visto che tu sei così addentro nella materia, ti chiedo: credi nella parapsicologia e nei fenomeni extra-sensoriali?

La parapsicologia è una scienza, il che significa indagine, metodo, studio, rigore. E di fronte a una scienza non si puo restare scettici. Perciò io credo a questi fenomeni extra-normali, purché gli esperimenti si svolgano su basi strettamente scientifiche e vengano condotti da persone qualificate. Purtroppo però in questo campo abbondano anche i mistificatori e i ciarlatani...

[interviene Paolo Stoppa]

È la pura verità. [...] In E.S.P. non c’è niente di fantastico o di inventato. Al pubblico non sembrerà di avere davanti degli attori, ma dei personaggi reali.

A proposito, [...] dato che lei dà vita al personaggio di Croiset, che ne pensa della parapsicologia?

Confesso che fino a qualche tempo fa era per me soltanto una stravaganza per pochi iniziati. Non c’è nessuna vergogna a dirlo... Chissà quanti italiani l’hanno scoperta solo dopo la partecipazione di lnardi a Rischiatutto [qui Stoppa allude a Massimo Inardi, campione nel 1971 del quiz di Mike Bongiorno Rischiatutto, rimasto famoso per la sua passione per la parapsicologia e le straordinarie doti mnemoniche]. Quando D’Anza mi accennò a questo lavoro, cominciai a interessarmene e ad appassionarmi. Ho letto pile di libri e varie biografie di Croiset, ho scoperto che la parapsicologia è una scienza affascinante. Tra l’altro, portare sul video Gerard Croiset mi dava la possibilità di impersonare un uomo ancora vivente, con tutti i rischi e le difficoltà che questo comporta. Un personaggio di fantasia si inventa; un uomo vero si può solo rifare tale e quale.

A lei piacciono questi ruoli. Basti pensare a Mark Twain, Antonio Meucci...

Effettivamente mi attraggono più degli altri, di quelli nati dalla fantasia dell’autore. Sono uomini veri con le loro vicende, battaglie, dolori, vittorie e sconfitte.

Lei ha lavorato molto con Daniele D’Anza: un ‘binomio’ davvero fortunato, il vostro!

Sì, la nostra intesa risale al ’63 quando realizzammo Vita col padre e con la madre. Seguirono Mark Twain, Antonio Meucci, Romolo il Grande e ora E.S.P.: un lavoro in media ogni due anni. Siamo una coppia di... artigiani molto affiatati, una coppia che effettivamente funziona.


Rassegna critica

Negli studi televisivi di Milano si sta realizzando uno sceneggiato davvero insolito. Protagonista: la parapsicologia, la scienza cioè che studia tutti i fenomeni extra-sensibili. Interprete principale: Paolo Stoppa, affiancato da altri noti attori tra cui Ferruccio De Ceresa, Jacques Sernas, Elsa Vazzoler, Stefania Casini, Giulio Girola. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Flavio Nicolini. Il regista è Daniele D’Anza. La consulenza scientifica del prof. Emilio Servadio, uno dei più noti psicologi italiani. Il titolo del lavoro è altrettanto insolito. Si tratta di una semplice sigla: E.S.P. Ma in inglese questa sigla significa «Extra Sensory Perception» (percezione extra-sensoriale). Con queste parole gli studiosi designano tutti i fenomeni psichici dalla telepatia alla chiaroveggenza, allo spiritismo. È dunque il momento della parapsicologia. Questa scienza è diventata di moda. Libri, film, inchieste giornalistiche hanno contribuito a divulgarla. La nostra civiltà tecnologica ha sete di mistero. E i fenomeni extra-sensoriali esercitano un fascino irresistibile sulle masse. La televisione non poteva certo rimanere al di fuori da questo tipo di spettacolo, del resto già affrontato in altre occasioni anche se alla lontana, senza troppo impegno. Ricordate Il segno del comando, andato in onda l’anno scorso? [...] Stavolta il tema è trattato con rigore scientifico. Lo sceneggiato infatti racconta in quattro puntate alcune reali vicende che hanno come protagonista Gerard Croiset, un ex-droghiere olandese dotato di eccezionali capacità extra-sensoriali. Gli episodi sono stati ricavati dalla ricca documentazione custodita negli archivi dell’Università di Utrecht (Olanda) e dal libro del giornalista americano Jack Harrison Pollack Croiset il veggente. [...] Un soggetto interessante, [...] ma anche piuttosto scottante. È chiaro infatti che la parapsicologia solleva problemi a non finire, è oggetto di attacchi, incomprensioni, difese, esaltazioni. Una polemica dunque sempre aperta (E. Nuara, Le scienze occulte sono di moda alla tv, su "Bolero-Teletutto", 15 ottobre 1972, pag. 42-43).


Prende il via [...] il nuovo originale televisivo in quattro puntate ESP con protagonista Paolo Stoppa nella parte del veggente olandese Gerard Croiset, il più noto «sensitivo» vivente ed uno dei più grandi di ogni tempo. Nello sceneggiato vengono ricostruite, sotto forma di racconto, le vicende di Croiset dal momento in cui egli stesso, stupito e preoccupato delle sue doti, decide di sottoporle ad un controllo scientifico: un insigne studioso di parapsicologia scoprirà anche una particolare caratteristica dei suoi poteri; questi riescono ad esplicarsi in pieno quando vengono impegnati in imprese rivolte al bene (Il mistero di ESP, articolo redazionale su "Il Secolo XIX", 27 maggio 1973, pag. 9).


Una [...] serata interessante [...] ce l’ha concessa [...] il sensitivo olandese Gerard Croiset, protagonista dell’originale televisivo ESP di Flavio Nicolini, dedicato ai misteri della parapsicologia. Misteri, abbiamo detto. Ma ancora per quanto? Il [quinto] congresso internazionale di parapsicologia svoltosi proprio in questi giorni a Genova [il 9 e 10 giugno 1973, al ‘teatrino dell’Amga’], ha sollevato qualche altro lembo del velo che ricopre le straordinarie capacità extrasensorie di pochi privilegiati. Capacità di cui, forse, alle origini della specie, ogni essere umano era portatore. Con Gerard Croiset non abbiamo assistito a spettacolari [operazioni chirurgiche] da parte di mani ectoplastiche, come quelle descritte dal brasiliano Neiva al congresso di Genova, né vi è comparsa la miracolosa pianta di Avelox che guarirebbe da quasi tutti i mali. Bisogna riconoscere tuttavia che anche la prova di preveggenza ricostruita per la televisione nel cosiddetto «esperimento della sedia vuota» era piuttosto conturbante e non facilmente credibile se non avesse avuto l’avallo di rigorosi controlli scientifici. Insomma, anche la serie ESP ha dato momenti di vivo interesse ai telespettatori. Ed anche in questo caso il successo è in larga misura da attribuire agli interpreti principali, Paolo Stoppa (Croiset) e Ferruccio De Ceresa (il prof. Tenhaeff). Né va dimenticata l’ottima impostazione generale data allo spettacolo da un regista come Daniele D’Anza, il quale è riuscito a sottrarlo alle insidiose secche della divulgazione scientifica o parascientifica, in cui era facile incappare
Brandani - Gio Ott 04, 2007 4:51 pm
Oggetto:
La Baronessa di Carini

(1975)

Una ulteriore interpretazione di Ugo Pagliai, ormai "specializzato" in ruoli mistery ..!
Questa, piu' che una storia mistery, comunque è la rappresentazione di una storia, tra reale e leggenda, siciliana ..
Ma i misteriosi Beati Paoli ci entrano sempre bene , eccome ...

Recensione :

Il 1975 fu un anno di grazia, per lo sceneggiato ‘fantastico’ Rai: a partire dal maggio di quell’anno si dipanò sui teleschermi italiani una serie di vicende bizzarre, gotiche, parapsicologiche e fantascientifiche quale non si era mai vista in passato e non si tornò a vedere almeno fino al 1979, altro annus mirabilis per la tv dell’inconsueto. Si ebbero dunque nell’ordine: Lo strano caso di via dell’Angeletto (nel ciclo Storie in una stanza) a maggio, Ritratto di donna velata tra agosto e settembre, il fantascientifico Gamma di Salvatore Nocita tra ottobre e novembre, L’amaro caso della Baronessa di Carini tra novembre e dicembre e, infine, le prime due puntate del curioso ‘fanta-giallo’ La traccia verde di Silvio Maestranzi (il cui terzo e ultimo episodio andò in onda il 4 gennaio ’76).

In questa composita messe di variazioni sul tema del fantastico un posto di assoluto rilievo merita senza dubbio L’amaro caso della Baronessa di Carini, primo teleromanzo ‘gotico’ girato su pellicola a colori (benché le trasmissioni Rai fossero ancora contraddistinte da un anacronistico bianco e nero) dallo specialista Daniele D’Anza che completò così, dopo Il segno del comando ed E.S.P., il suo trittico di capolavori ‘fantastici’.

Contrariamente alla consuetudine di ‘parcheggiare’ in magazzino per diversi mesi il materiale girato, in questo caso lo sceneggiato andò in onda poco dopo il termine della lavorazione. Le riprese furono infatti effettuate — a Frascati, a Nerola (il cui ponte romanico crollò rischiando di travolgere Ugo Pagliai e Janet Ågren, che sotto di esso si apprestavano a girare una scena), in alcune grotte sul lago di Albano e, ovviamente, in Sicilia — da maggio ad agosto ’75, il doppiaggio eseguito a settembre e già il 23 novembre fu mandata in onda la prima puntata, preceduta da una breve introduzione in cui l’autore e sceneggiatore Lucio Mandarà, avvalendosi anche di immagini girate nella Carini di allora e di interviste ai suoi abitanti, illustrava il senso dell’operazione, e di cui è forse utile riprodurre qui alcuni brani:

"Il castello di Carini [è] tristemente famoso per una vicenda d’amore, di sangue e di morte che è rimasta in bilico tra leggenda e realtà per molti secoli. Il fatto in realtà è avvenuto nel 1563. Cos’è successo esattamente fra queste mura quattro secoli fa? La baronessa di Carini, che appartiene a una delle più illustri e potenti famiglie dell’Isola, i La Grua-Talamanca, è vittima di un delitto d’onore. Il fatto colpisce l’opinione pubblica, e un ignoto poeta scrive un poemetto che giunge fino a noi attraverso la tradizione orale e i cantastorie; l’ultima versione è stata diffusa da Otello Profazio, che ha avuto il merito di fare uscire questa vicenda dalla cerchia ristretta degli studiosi. [...] Cosa rimane di questa storia nella Carini odierna? [...] Ancora oggi qui si favoleggia della impronta della mano insanguinata della povera baronessa, impronta che tornerebbe a comparire su una parete del castello a ogni anniversario del delitto. [...] Alcuni studiosi di folklore, dal Salomone-Marino ad Aurelio Rigoli, cioè dalla metà dell’Ottocento fino ad oggi, hanno messo ordine nelle innumerevoli versioni di questo poemetto (ce ne sono quasi quattrocento), cercando di ricostruire la verità storica. Ma ancora sino a qualche anno fa [...] non era chiara l’identità dell’assassino, e neppure quella della vittima; si sapeva solo che la baronessa era una La Grua-Talamanca [...]: insomma, un giallo cinquecentesco. A questa strana storia ci siamo ispirati per il nostro spettacolo, che però abbiamo voluto ambientare nel 1812. Nel nostro film, salvo lo sfondo storico e un paio di personaggi realmente esistiti in quel primo scorcio dell’Ottocento, tutti gli altri personaggi, a cominciare dai protagonisti, sono completamente inventati, sono personaggi di fantasia, a partire dal barone e dalla baronessa di Carini, che qui si chiamano don Mariano d’Agrò e donna Laura [...]; don Mariano figura come un parente dei La Grua, e questa parentela ovviamente non esiste. Lavorando sul testo del poemetto — curato dal professor Camilleri di Catania — abbiamo immaginato che ai primi dell’Ottocento arrivi qui a Carini un misterioso forestiero, che ha tutta l’aria di essere uno studioso, un appassionato di folklore, ma anche un tenace detective".

Sin dai titoli di testa, in cui lo sceneggiato viene definito ‘romanzo popolare’, appare chiaro l’intento di D’Anza e Mandarà di rifarsi esplicitamente alla tradizione del romanzo d’appendice e al suo antecedente ‘gotico’, innestandovi d’altra parte anche una vena sottilmente ironica rappresentata dai frequenti interventi ‘esterni’ alla narrazione di Paolo Stoppa/don Ippolito (che si dichiara, appunto, un accanito "lettore di romanzi popolari"). Sottolinea infatti il regista: "Sia Mandarà che io stesso [...] abbiamo forzato deliberatamente la mano perché il pubblico non prenda troppo sul serio gli intrecci e i colpi di scena tipici del romanzo popolare nel significato più tradizionale della parola, o, se si vuole, del feuilleton" (D. D’Anza, in A. Grasso, Storia della televisione italiana, Milano, Garzanti, 1992, pag. 307). E proprio da un ‘romanzo popolare’ d’ambientazione siciliana sembra ricavato il fondale narrativo dello sceneggiato: si tratta de I Beati Paoli di Luigi Natoli, pubblicato a puntate, con lo pseudonimo di William Galt, su "Il Giornale di Sicilia" tra il 1909 e il 1910; riassumerne qui la trama è impresa ovviamente impossibile, anche perché gli episodi della vicenda narrata, come rileva Umberto Eco, "si inscatolano e si rinnovano, si richiudono e si riaprono senza mai finire [...], e così via per centinaia di pagine" (U. Eco, "I Beati Paoli" e l’ideologia del romanzo "popolare", in Il superuomo di massa, Milano, Bompiani, 2001, pag. 79). Quel che ci preme rilevare è come il feuilleton in genere affondi le sue radici nel romanzo ‘gotico’, e come lo stesso romanzo di Natoli paghi "abbondantemente il suo contributo alla tradizione «gotica». Tanto per cominciare, si veda all’inizio, quando Natoli mette in scena il suo «cattivo» principale, Don Raimondo Albamonte [...]. In ogni caso, se non basta un richiamo all’inizio del libro, eccone un altro nella seconda metà: la tentata esecuzione di Don Raimondo nelle segrete, in quell’intrico misterioso di cripte che attraversa Palermo [...]. Dal Monaco di Lewis in avanti, il gotico è tutto un gran far uso di sotterranei e spelonche artificiali, dove avvengono i crimini più sanguinosi, ovviamente al lume delle torce. Ed è questo un topos che sia il romanzo storico che il romanzo popolare non abbandoneranno mai più" (U. Eco, "I Beati Paoli" e l’ideologia del romanzo "popolare", cit., pag. 70-71).

Un topos, come si è visto, citato esplicitamente da Mandarà e D’Anza nello sceneggiato: anche qui abbiamo infatti un ‘cattivo’ (nella fattispecie, il don Mariano di un magistrale Adolfo Celi) trascinato in un buio intrico di spelonche e minacciato di morte dagli incappucciati ‘al lume delle torce’.

Altra figura portante messa in campo, non senza ironia, dagli autori dell’Amaro caso è ovviamente quella dell’eroe, qui incarnata dal prestante e intraprendente Luca Corbara di Ugo Pagliai; ed è ancora una volta don Ippolito, in uno dei suoi irresistibili e sottilmente inquietanti ‘a parte’, ad inquadrarcelo come tale: "Eccolo là: Giuseppe Carnazza gli ha detto di stare attento, Cristina gli ha consigliato di andare via da Carini, una lettera anonima lo ha minacciato di morte; insomma, un comune mortale a quest’ora sarebbe scappato a gambe levate. Eh già, ma Luca non è come me, come voi: Luca è un eroe, e gli eroi seguono regole precise che grazie al cielo noi comuni mortali non siamo tenuti a seguire".

Ma ovviamente, oltre all’elemento avventuroso e coloristico ricalcato sulle coordinate formali del romanzo popolare, e ai richiami al folklore isolano nel rievocare "la più squisita, la più artistica, la più perfetta e celebre tra le leggende siciliane" (S. Salomone-Marino, Leggende popolari siciliane in poesia, Bologna, Forni, 1970, pag. XXIII), si avverte nello sceneggiato un’impercettibile suggestione ‘fantastica’, di cui ci pare di poter scorgere un precedente, e forse una diretta fonte d’ispirazione, in un racconto di Giovanni Verga intitolato Le storie del castello di Trezza. La trama della novella (inclusa nella raccolta Primavera e altri racconti, pubblicata nel 1877) è imperniata sulle strane leggende sorte intorno al castello di un paesino siciliano, Trezza appunto, concernenti un misterioso fatto di sangue accadutovi secoli prima. Luciano, giovane abitante del luogo, narra a una comitiva di visitatori, tra cui i coniugi Matilde e Giordano, la storia di donna Violante che, sposata al rozzo e fedifrago barone Garzia d’Arvelo, aveva intrattenuto una relazione amorosa col paggio Corrado; una sera in cui l’adulterio era stato sul punto di essere scoperto, Corrado, per non compromettere l’amata, si era sacrificato gettandosi dalla torre del castello; quella stessa notte anche Violante, disperata per la morte del giovane, si era gettata nel vuoto. Quando poi il barone si era risposato, al castello e in paese avevano cominciato a circolare strane dicerie circa le ‘apparizioni’ di un fantasma, quello appunto di donna Violante. Matilde rimane impressionata dalla storia e, insieme a Luciano, è presa da una sorta di fascinazione che diviene presto un tacito legame amoroso. Quando la comitiva lascia il castello passando su uno stretto ponte levatoio che dà su un precipizio, la donna e il giovane si tengono per mano. Giordano, che già sospetta qualcosa di illecito tra i due, si volta bruscamente verso la moglie chiamandola per nome: la donna, spaventata, vacilla aggrappandosi a Luciano, ed entrambi precipitano nell’abisso come i personaggi della leggenda che li aveva suggestionati. Secondo lo studioso Sergio Campailla, tra le novelle contenute nella raccolta, "Le storie del castello di Trezza è la più interessante e impegnativa, anche nella struttura di racconto a strati: [...] la storia medievale di donna Violante, del paggio Corrado e del rozzo barone; la vicenda attuale, con i revenants amorosi e l’epilogo della morte dei due amanti, il cui amore è stato alimentato dai fantasmi di lontane leggende e dal fascino del luogo. Si può ricollegare a un filone della tradizione italiana [...] e in particolare di quella siciliana col mito [...] della baronessa di Carini. È il gotico verghiano, il suo fantasy, in definitiva più moderno di altre zone della sua produzione" (S. Campailla, Introduzione a G. Verga, Tutte le novelle, Roma, Newton-Compton, 1999, pag. 8-9).

L’analogia di fondo, pur con tutti i distinguo del caso, tra le vicende di Luciano-Matilde-Giordano da una parte, e Luca-Laura-don Mariano dall’altra ci pare abbastanza evidente, come pure ci pare sostanzialmente immutata la ‘sospensione del giudizio’ da parte del narratore, l’esitazione tra spiegazione razionale e soprannaturale che secondo lo studioso Tzvetan Todorov costituirebbe l’essenza stessa del genere ‘fantastico’. Tale ‘ambiguità’ è ben rappresentata dal doppio ruolo di Paolo Stoppa, nelle vesti sia di don Ippolito sia di ‘narratore’ esterno al racconto: ebbene, se in qualità di amico e ospite di Corbara la duplice figura si dà un gran da fare per ridimensionare la suggestione ‘magica’ dell’amore tra Luca e Laura invitando il giovane a non immischiarsi negli affari del barone d’Agrò e ad andarsene alla svelta da Carini, negli ‘a parte’ nei quali in qualità di narratore si rivolge agli spettatori egli ci appare invece rassegnato alla tragica piega che gli eventi stanno prendendo sotto i suoi occhi, optando in tal modo per una ‘predestinazione’ che ricondurebbe l’intera vicenda nell’alveo del soprannaturale. Lo stesso don Mariano, a un certo punto, confessa a Laura di cogliere strani segnali, di presentire un’imminente catastrofe: "Qua finisce che sprofonda tutto. [...] Qualcosa si è messo in moto, non so che cosa. [...] È come se fossi preso dentro un vortice. [...] Attenta, Laura: hai il sangue dei Lanza, tu, e io quello dei La Grua; è un sangue terribile il nostro, è un sangue che trascina; è questo il vortice che sento".

Forse Luca e Laura sono realmente predestinati, per una qualche oscura maledizione, a rivivere la vicenda dei loro antenati, o forse si tratta solo di una tragica coincidenza: nelle intenzioni degli autori, ci pare che tale ‘esitazione’ nell’interpretazione dei fatti — elemento fondamentale del ‘fantastico’ — sia mantenuta fino in fondo, e che pertanto spetti al telespettatore decidere in un senso o nell’altro.



Trama

1. Regno di Sicilia, 1812. Sta per entrare in vigore la prima costituzione liberale che metterà fine ai privilegi dei grandi feudatari. Il rappresentante più autorevole del nuovo corso politico è il principe di Castelnuovo, ministro delle Finanze, il quale incarica un suo uomo, Luca Corbara, di svolgere indagini per accertare la legittimità del possesso dei feudi. Come punto di partenza per la sua ricerca, Corbara sceglie il feudo del barone di Carini. Qui giunto, il giovane assiste a uno spiacevole episodio: due uomini del barone, Mariano d’Agrò, percuotono un cantastorie, Nele Carnazza, reo di aver cantato in pubblico un’antica ballata proibita da don Mariano, in cui si narra la tragica morte della baronessa di Carini, Caterina La Grua-Talamanca, uccisa per motivi d’onore tre secoli prima. In paese la diffidenza e il sospetto circondano immediatamente Luca; oltre Nele, i soli a dimostrargli simpatia sono il suo ospite, don Ippolito Ventignano (un bizzarro e misantropo amico del principe di Castelnuovo), e Cristina, figlia di don Carmelo, notaio del paese. Nella canzone di Nele Luca crede di intuire una traccia per le sue ricerche: l’attuale feudo di Carini è probabilmente costituito in parte da terre (‘Daina Sturi’) usurpate a Ludovico Vernagallo, l’amante della baronessa uccisa, e la legittimità del possesso del feudo da parte di don Mariano può quindi essere messa in discussione. Il barone, oscuramente minacciato da una misteriosa setta che si credeva scomparsa da oltre un secolo, i Beati Paoli, sospetta di Luca ritenendolo autore del messaggio minatorio, e medita di sbarazzarsi in qualche modo di lui. Luca, che ha udito da don Ippolito della leggenda secondo cui l’impronta della mano della baronessa tornerebbe a sanguinare ogni 4 aprile, anniversario del delitto, si reca al castello, ormai in abbandono da secoli. Qui, la stanza da letto sembra ancora ‘viva’ e abitata; poi, vedendo l’impronta sulla parete, Luca ‘rivive’ il sanguinoso episodio. Ma qualcuno lo chiude dentro: si tratta di una mossa del barone per impaurirlo e indurlo a desistere dalle sue ricerche. Luca è poi liberato da una donna misteriosa; trovata una preziosa spilla nel cortile del castello, il giovane crede di identificare la sua soccorritrice nella baronessa Laura, moglie di don Mariano. Invitato a una battuta di caccia dal barone, Luca mostra la spilla a Laura, che però nega che l’oggetto le appartenga. Tra i due giovani nasce in breve un’attrazione reciproca, destinata a sfociare in una travolgente passione amorosa. Luca, recatosi successivamente a casa di Nele, lo trova morto: è stato avvelenato con l’arsenico (sostanza abitualmente usata a palazzo d’Agrò: la baronessa se ne serve come digestivo). Sorpreso e accusato da Rosario, l’uomo di fiducia del barone, il giovane si dà alla fuga, ma viene catturato dai misteriosi incappucciati.

2. Accusato dai Beati Paoli dell’assassinio di Nele e assolto dopo un bizzarro ‘processo’, Luca viene rilasciato; dopo una fugace visita amorosa a Laura, il giovane si rifugia a Palermo, presso l’amico Enzo Santelia, segretario del principe di Castelnuovo. Ricevuto dal principe, che è alle prese con questioni piuttosto serie (il re dovrà forse rinunciare al progetto di promulgare la Costituzione e stroncare così il feudalesimo), a Luca si prospetta l’ipotesi di vedere annullata la sua missione. Intanto a Carini Corbara è ufficialmente ricercato come l’assassino di Nele Carnazza. Anche Laura visita il castello, ed è anch’essa impressionata dall’impronta e dalla stanza ‘viva’. Luca prosegue le sue indagini: scopre — dalla lettura di un’iscrizione tombale in una chiesa — che la baronessa di Carini fu uccisa non dal marito, come erroneamente si crede, ma dal proprio padre, don Cesare Lanza. Questa notizia si aggiunge a quanto Luca già conosce: l’attuale feudo di Carini comprende quello di ‘Daina Sturi’, usurpato tre secoli prima ai Vernagallo con il pretesto del delitto d’onore. Mentre Luca è preso dalle sue riflessioni, nella chiesa entra Laura, trafelata e sconvolta: il sicario del barone ha scoperto il suo rifugio, Luca deve quindi fuggire e nascondersi in una torre sul litorale di cui la donna gli offre le chiavi. A Carini, intanto, i Beati Paoli sequestrano il barone d’Agrò.

3. Il capo dei Beati Paoli offre a don Mariano la libertà, a patto che egli scagioni Corbara dall’accusa di omicidio: il barone accetta e viene rilasciato; Laura informa quindi Luca che può tornare a Carini. Il principe di Castelnuovo comunica a Corbara che il re sta per firmare la Costituzione e non sarà neppure necessario indennizzare i feudatari: la sua missione è dunque finita; il giovane ottiene tuttavia il permesso di tornare a Carini per sistemare alcune sue faccende. Tornato dunque in paese, Luca è rimproverato da don Ippolito, che vede addensarsi sul giovane amico nefasti presagi. Intorno all’amore tra Luca e la baronessa Laura sembra infatti crearsi una misteriosa atmosfera in cui pare ‘rivivere’ il passato evocato dalla ballata: Laura è infatti una discendente della baronessa uccisa (che si è scoperto chiamarsi anch’essa Laura, e non Caterina) e, come questa, è protagonista di una segreta storia d’amore; don Ippolito, temendo che in qualche modo la tragica vicenda possa ripetersi, invita ripetutamente Luca a troncare la relazione. Il barone, rese pubbliche scuse a Luca, gli offre l’incarico di riordinare i suoi documenti: Laura lo convince ad accettare. Luca e Giuseppe (il figlio del cantastorie ucciso, affiliato ai Beati Paoli) si accordano: Giuseppe informerà Luca di ogni mossa dei membri della setta. Il misterioso capo dei Beati Paoli, la cui identità è ovviamente avvolta nell’ombra, ricatta il barone imponendogli di riconoscere Domenico Galeani, un suo figlio illegittimo scomparso dieci anni prima, e di legittimarlo come proprio erede. Don Mariano finge di cedere, sicuro in realtà di riuscire a sbarazzarsi dei suoi avversari. Nel covo dei Beati Paoli serpeggia il malumore per la fuga di Rosario, factotum del barone e assassino di Nele, che essi avevano catturato: Giuseppe chiede spiegazioni, accusando il capobanda di tradimento, ma un colpo di pugnale è la risposta alla sua ribellione. Intanto Luca, approfittando dell’assenza del barone da palazzo d’Agrò, trascorre con Laura una notte d’amore.

4. La relazione amorosa che Luca intrattiene con la baronessa ha ormai travalicato i limiti della discrezione raccomandatagli da don Ippolito. Durante una cena a palazzo d’Agrò, il barone organizza per il mattino seguente una visita al castello di Carini, cui partecipano lo stesso don Mariano, la baronessa, Luca e Cristina. Durante l’escursione i quattro raggiungono il punto in cui tre secoli prima fu assassinata la baronessa, contrassegnato dalla famosa impronta sulla parete. Sorta una controversia tra il barone e Luca circa la dinamica dell’avvenimento (a detta di don Mariano l’amante della baronessa riuscì a fuggire, secondo Luca invece il Vernagallo fu anch’egli ucciso), il nobiluomo illustra la propria tesi costringendo la moglie a inscenare con lui l’antico assassinio: impaurita dalla spada estratta dal marito, la giovane si tradisce invocando il nome di Luca. In seguito Luca apprende da Ignazio Buttera (suo carceriere quando i Beati Paoli lo avevano rapito) della morte di Giuseppe, e i due si accordano per vendicare l’amico e sopprimere la setta. Enzo Santelia si presenta sotto falso nome a palazzo d’Agrò, e vi incontra Luca; il barone, ascoltando di nascosto i loro discorsi, apprende dell’incarico governativo di Corbara. Luca, dietro suggerimento di don Ippolito, inizia a sospettare che Enzo Santelia sia in realtà Domenico Galeani, il figlio illegittimo del barone tornato a reclamare i suoi diritti. Luca legge l’atto con cui il barone riconosce Domenico, lasciato in vista a bella posta da don Mariano, che conta di servirsi di lui per sbarazzarsi sia del figlio che dei Beati Paoli; incontratosi con Laura, Luca la mette al corrente di tutto, anche del suo incarico di ispettore governativo. Il piano di Luca, d’accordo col principe di Castelnuovo, viene attuato; presentatosi in incognito alla riunione dei Beati Paoli a Palermo, Corbara smaschera e fa arrestare dalle truppe governative il capobanda, che si rivela essere Enzo Santelia — ovvero Domenico Galeani —, e l’intera setta (di cui fa parte anche il dottor La Xiura, medico dei baroni d’Agrò): evento di cui don Mariano non manca di rallegrarsi. Tornato a Carini, Luca si mostra freddo con Laura, che sospetta esser d’accordo col marito nel tramare ai suoi danni; caldamente invitato da don Ippolito a troncare ogni rapporto con donna Laura, Luca ammette infine di essere un discendente di Ludovico Vernagallo — l’amante della baronessa del ’500, ucciso e derubato delle proprietà — e di essere intenzionato a riprendersi ciò che gli spetta: il feudo di ‘Daina Sturi’. Convocato d’urgenza a palazzo d’Agrò per un grave malore della baronessa, Luca, pur messo in guardia dal lungimirante don Ippolito, accorre. Trovando Laura in perfetta salute, Luca la accusa di averlo attirato in una trappola, mostrandole come prova le lettere anonime — scritte da mano femminile — da lui ricevute. Laura, sconvolta dalle accuse, riconosce le lettere come di pugno di Cristina, che ha scoperto essere l’amante di don Mariano. I due iniziano quindi a temere di essere le prossime vittime degli intrighi del barone. Ma è troppo tardi, è ormai il 4 aprile, e come don Ippolito aveva previsto con largo anticipo, il presagio di morte evocato dall’antica ballata finisce per avverarsi: Laura è assassinata, e stessa sorte tocca a Luca, pugnalato da Rosario. I corpi dei due sfortunati amanti, per ordine di don Mariano, sono infine adagiati sul letto, come quelli dei loro antenati tre secoli prima.


Musica

La Ballata di Carini, su testo tratto da una delle innumerevoli versioni del poemetto anonimo giunte fino a noi, è musicata da Romolo Grano, già collaboratore di D’Anza in varie occasioni (Il segno del comando nel ’71, Ho incontrato un’ombra nel ’74) e affidata all’interpretazione, in rigoroso dialetto siciliano, di Luigi Proietti. Il Tema d’amore, che nello sceneggiato sottolinea appunto gli incontri amorosi tra Luca e Laura, è invece interpretato dal gruppo ‘Schola Cantorum’.


Rassegna critica

Una ballata popolare cinquecentesca, composta in dialetto siciliano da un autore anonimo, poi diffusa dai cantastorie [...] e infine tradotta in italiano e in francese, costituisce il soggetto da cui Lucio Mandarà e il regista Daniele D’Anza realizzano uno sceneggiato filmato in quattro puntate. Non più ambientata nel 1500, come i fatti realmente accaduti richiederebbero, la «canzone» viene recuperata all’interno di un’ambientazione, assolutamente inventata, di epoca napoleonica. Pur non essendo un giallo, lo sceneggiato procede nella narrazione sulla base di meccanismi a suspense e mescola intrighi, magia e parapsicologia (A. Grasso, Storia della televisione italiana, cit., pag. 307).
Brandani - Gio Ott 04, 2007 5:07 pm
Oggetto:
M A L O M B R A

(1974)

Suggestiva trasposizione televisiva del romanzo di Fogazzaro, con atmofere gotiche e vagamente decadenti, magistralmente interpretato , come gli sceneggiati di allora , perlopiu' da attori teatrali
Ricordo anche la bella melodia della colonna sonora del Maestro Pino Calvi
Sempre tema base del raconto, era il paranormale, anche se inquadrato in una prospettiva anche psicologica, e di ossessione psichica, e, nello specifico, veniva trattato sopratutti, il tema della metempsicosi

..........

Lo sceneggiato di Meloni ricalca più o meno fedelmente la trama del romanzo di Fogazzaro, sfrondandolo saggiamente delle parti più statiche e ‘noiose’ ed eliminandone qualche lungaggine, e ridimensionando altresì — per ovvie ragioni di economia narrativa — anche qualche elemento non proprio secondario del libro, quale ad esempio la complessa relazione che si instaura lentamente tra Corrado Silla e la giovane Edith Steinegge, che gli sceneggiatori trattano qui un po’ per le spicce. Ma ciò che in realtà qui più ci interessa è come viene affrontato nello sceneggiato il caso di creduta reincarnazione che costituisce lo spunto narrativo del romanzo. L’impressione è che gli adattatori si siano trovati di fronte a due possibilità, ugualmente percorribili: quella di restare entro le coordinate del classico, un po’ noioso teleromanzo in costume ‘alla Majano’, e quella di assecondare la montante voga parapsicologica, traendo dal testo letterario un libero adattamento che ne ponesse in vistoso risalto gli elementi — chiamiamoli così — gotici e metapsichici (opzione che avrebbe però comportato un quasi totale stravolgimento del romanzo di Fogazzaro). Meloni e gli altri finirono dunque con l’optare per una via di mezzo, accentuando in minima parte la vena ‘spiritista’ (comunque presente nel romanzo) senza però tradire grossolanamente l’opera di Fogazzaro, in cui l’elemento ‘metapsichico’ resta decisamente in secondo piano. Il risultato è, appunto, un ibrido: un teleromanzo in costume d’impianto classico, più o meno rispettoso del testo ma con frequenti allusioni a situazioni misteriose e inquietanti: la misteriosa morte (su cui ancora, a palazzo d’Ormengo, si favoleggia) dell’antenata Cecilia, la sua stanza ‘maledetta’, il suo inquietante messaggio ritrovato — per caso? — da un’allucinata Marina, la tragica fuga finale di quest’ultima verso un imprecisato baratro di follia e mistero.

È consolidata, in ambito critico-letterario, la consuetudine di ridurre la tormentata vicenda interiore di Marina di Malombra a mero caso clinico, a storia di follia e autosuggestione; sul reale senso del romanzo ci sarebbe in realtà da discutere (ovviamente, non in questa sede), visto che Fogazzaro stesso affermava di credere nello spiritismo e nel ‘paranormale’: "Io fui sempre uno spiritualista ardente ed ebbi da fanciullo in poi una forte inclinazione al misticismo: ne appaiono tracce, credo, in tutto quello che ho pubblicato. È quindi naturale che io non abbia mai riso delle credenze spiritiche. [...] Le notizie ch’io tengo dello spiritismo mi persuadono che non tutto è illusione ed inganno e che seguono veramente molti fatti inesplicabili con le leggi naturali a noi note" (A. Fogazzaro, brano di una lettera a G. Salvadori, riportato in Malombra, Milano, Mondadori, 1991, pag. 20-21).

Un’ultima, forse pignola annotazione: in una produzione sostanzialmente riuscita e accuratamente realizzata, stonano un po’ un paio di imprecisioni (sulla copertina del romanzo di Silla, Un sogno, appare erroneamente il titolo Il sogno, e l’anziano Steinegge viene occasionalmente chiamato da Giulio Bosetti ‘Steinegger’).


Trama

Prima puntata . La vicenda prende avvio nell’agosto del 1864. Il giovane scrittore milanese Corrado Silla arriva una sera alla villa del conte Cesare d’Ormengo, sulle rive di un lago lombardo, dove è accolto dall’anziano segretario Steinegge. Il giovane, orfano di una cara amica del padrone di casa, è stato da questi invitato con il pretesto di una collaborazione a un trattato storico-politico, in realtà perché possa vivere con maggior agiatezza. Con il conte vive sua nipote, la marchesina Marina di Malombra, una giovane tormentata cui la forzata solitudine e un malcelato astio verso lo zio provocano frequenti crisi nervose. Nella villa circolano strane leggende su Cecilia Varrega, la prima moglie del conte Emanuele d’Ormengo, padre di Cesare, che morì pazza in una stanza del palazzo, lì segregata dal marito per una presunta colpa d’amore. Di quella lontana e misteriosa vicenda Marina ritrova per caso un’inquietante testimonianza: un messaggio risalente al 1802 di Cecilia, sua antenata, nascosto in uno stipo, in cui la nobildonna manifestava la propria fede nella reincarnazione, asseriva di essere vittima della crudeltà del marito, e impegnava colei tra le sue discendenti che avesse in futuro trovato il manoscritto a ‘rivivere’ la propria vicenda con il redivivo amante Renato e a vendicarsi di tutti i d’Ormengo. Marina, sull’onda di un’ossessione che poco a poco la travolge, inizia a convincersi che Cecilia si sia reincarnata in lei, e cade vittima di un’ennesima crisi nervosa. Intanto Silla, prima di stabilirsi a palazzo d’Ormengo, torna a Milano per sistemare alcune sue faccende.

2. Marina, durante la convalescenza, scrive una lettera — firmandosi ‘Cecilia’ — a un anonimo scrittore perché particolarmente interessata a un suo romanzo, intitolato Un sogno, che trattava l’argomento della reincarnazione. L’autore del libro, che è in realtà Corrado, riceve a Milano la lettera giunta presso il suo editore, e risponde in tono scostante, definendo la sua interlocutrice superba e sognatrice; Marina, che si è nel frattempo trasferita nella stanza ‘maledetta’ che appartenne a Cecilia, straccia irritata la risposta di Silla.

Lo scrittore ritorna a palazzo d’Ormengo per svolgere il suo lavoro; qui i rapporti con la marchesina sono tesi, poiché questa lo crede un figliastro del conte con mire sulla sua eredità. Corrado scopre per caso che Cecilia e Marina sono la stessa persona ma, insultato pesantemente da quest’ultima, decide di rinunciare all’incarico e andarsene, pur ammettendo in cuor suo di essere innamorato della marchesina. Quella sera, accingendosi a partire, Corrado incontra Marina sulla riva del lago e la chiama ‘Cecilia’; la giovane interpreta il fatto come l’avverarsi della profezia: Silla sarebbe dunque la reincarnazione di Renato, l’antico amante di Cecilia.

Il conte Cesare, infuriato per l’oltraggio arrecato da Marina allo scrittore che ha spinto quest’ultimo a partire, rimprovera duramente la nipote e la invita, se desidera, a lasciare il palazzo, ma la marchesina, ormai suggestionata, rifiuta. Intanto, mentre Silla prende il treno per Milano, arriva a palazzo d’Ormengo una ragazza straniera.

3. La ragazza che Silla ha incontrato alla stazione è Edith, la figlia del segretario Steinegge, esiliato dodici anni prima dal suo paese, la Germania, per motivi politici. Intanto giunge a palazzo insieme alla madre anche un conte veneziano imparentato con Cesare, Nepo Salvador, allo scopo di chiedere la mano di Marina e rimpinguare in tal modo le proprie scarse finanze. Marina, pur manifestando verso il pretendente indifferenza se non disprezzo, accetta il matrimonio: in realtà medita la propria terribile ‘vendetta’ contro l’intero parentado; nel frattempo, però, incarica un’amica di cercare a Milano Corrado. Quest’ultimo, che si è intanto quasi liberato dell’accecante passione per Marina, è tuttavia turbato quando apprende delle nozze imminenti. Giunge quindi allo scrittore un telegramma firmato ‘Cecilia’ che lo invita urgentemente a palazzo, dove il conte Cesare versa in gravi condizioni.

4. Corrado accorre alla villa. Secondo padre Tosi, una bizzarra figura di frate-medico-detective, la grave forma di paralisi che ha colpito il conte è da imputarsi a un trauma emotivo; il religioso giunge a ipotizzare, grazie alle frammentarie parole che l’infermo è riuscito a pronunciare, che questi sia stato aggredito e terrorizzato nella notte da una misteriosa donna di nome Cecilia, che però a palazzo nessuno conosce. Tra Marina e Corrado divampa ancora la passione, e la marchesina mostra allo scrittore la lettera da lei trovata nello stipo, identificando esplicitamente se stessa con Cecilia e Corrado con Renato: il giovane ne resta allibito. Giunge la notizia che il conte è in fin di vita; Marina corre al capezzale del morente e gli grida, tra lo scandalo dei presenti, che la vendetta di Cecilia contro i d’Ormengo si sta finalmente compiendo; la giovane è trascinata via. Il conte, stroncato forse da quest’ultima violenta emozione, muore; i Salvador, che miravano alla cospicua eredità del defunto, apprendendo che Cesare ha lasciato tutte le sue sostanze all’ospedale di Novara, abbandonano indignati la villa, rinunciando alle nozze. Più tardi la marchesina, tranquillizzatasi, invita a cena tutti i presenti compreso Corrado, che intanto è entrato in confidenza con la giovane Edith. Marina, rabbiosa per l’atteggiamento di Silla che la crede pazza, uccide l’uomo con un colpo di pistola, per poi darsi a una folle fuga in barca sul lago in tempesta: finirà, forse, inghiottita dall’abisso come l’antenata Cecilia.


Rassegna critica

La prima puntata del libero adattamento di Diego Fabbri e Amleto Micozzi dal romanzo del Fogazzaro, seguendo abbastanza fedelmente la pagina dello scrittore vicentino, ci ha trasportato con rapidi tagli di scena in medias res rendendo con sufficiente immediatezza l’alone di mistero che grava sul «Palazzo» in riva al lago dove avranno sviluppo gli infelici casi della marchesina orfana e di coloro che la circondano. Indovinata anche la scelta degli attori. Friedrich Joloff non ha soltanto le phisique du rôle, ma ha saputo dare al segretario del conte Cesare d’Ormengo, Andreas Steinegge [...], gesti e accenti di accattivante bonomia riuscendo inoltre a rendere credibile l’inizio della storia, un po’ assurdo con quel misterioso invito rivolto allo squattrinato [...] Corrado Silla e complicato dalla mancata presenza del padrone di casa [...]. Il Corrado di Giulio Bosetti sembra essere altrettanto aderente all’immagine che ce ne siamo fatta sul libro, romanticamente irrequieto, svagato, in perenne lotta [...] fra amor sacro e amor profano, fra idealismo e realismo. Emilio Cigoli, a sua volta, rende con [...] misura il carattere introverso del conte Cesare [...]. Ha detto il regista Raffaele Meloni, alla sua prima esperienza nel romanzo sceneggiato: «Nel ritratto di Marina, un ritratto ambiguo e dolente, e nella tempesta di anime che le scatena dentro e attorno, io vedo il senso dell’interpretazione televisiva. Non mi interessava ricalcare il romanzo pagina per pagina, ma coglierne i momenti più segreti... Non abbiamo certo evocato [...] atmosfere alla Dracula. Per suggerire il mistero basta rispettare i ritmi di Fogazzaro che sono, con un termine d’oggi, di suspense. Protagonisti i volti, i gesti anche minimi, le sfumature di voce». Le premesse sono state per il momento rispettate (Suspense in riva al lago, articolo redazionale su "Il Corriere Mercantile", 22 aprile 1974, pag. 7).


Da quando il suo volto è diventato quello di Malombra, Marina Malfatti ha rinverdito la sua popolarità. [...] «Questa è la prima vera occasione che la tv mi ha offerto», dichiara Marina. «Ora toccherà al pubblico decidere. Ho girato Malombra otto mesi fa, e ormai il personaggio non mi coinvolge più; lo guardo con un certo distacco. Eppure l’ho vissuto per quattro mesi in modo appassionato e totale. Malombra non è una donna-oggetto come se ne trovano nella letteratura dell’Ottocento, ma una donna-soggetto, moderna, ribelle, che cerca di realizzare pienamente se stessa. Molti critici hanno voluto vedere in lei un’esaltata, una nevrotica, in poche parole una pazza perché crede che una sua antenata, Cecilia, vittima di un marito brutale e spietato, si sia reincarnata in lei. Il suo compito diventa dunque quello di vendicare Cecilia, un compito che la porterà per davvero alla follia. Ma nella "vendetta" di Marina ci sono la ribellione e il desiderio di affermare i propri diritti di donna moderna. [...] Malombra non è una malata e la vicenda da lei vissuta non è soltanto un’allucinazione. In questo senso, gli odierni studi di parapsicologia mi hanno offerto la chiave per capire meglio il personaggio e darne una versione inedita»
Brandani - Lun Ott 08, 2007 9:31 am
Oggetto:
Jekyll (1969)
4 Puntate

Sceneggiato di successo con Giorgio Albertazzi nelle vesti di Hyde ..
Ma un Hyde diverso da quelli canonici .. in cui la trasformazione fisica era meno radicale e mostruosa delle versioni piu' classiche ..
Ambientato in tempi attuali, la metamorfosi dello scienziato impressiono' molto il pubblico per lo sguardo di Hyde, che perdeva le pupille, lasciando nella cornea bianca solo un punto nero .. peraltro unico dettaglio esteriore significativo del cambiamento , non tanto in un mostro, quanto in un essere (sovra)umano di nuova concezione ..
Va anche ricordato l' interesse di Albertazzi per gli argomenti di confine, essendo stado oltretutto amico del sensitivo torinese Rol , e frequentatore di Jung

Da "vicolostretto" :

Regia di
Giorgio Albertazzi

Scritto da:
Giorgio Albertazzi
Ghigo De Chiara
Paolo Levi

Cast:
Giorgio Albertazzi, Massimo Girotti, Claudio Gora, Bianca Toccafondi, Marina Berti
Serena Bennato, Penny Brown, Ugo Cardea, Pier Anna Quaia, Mario Chiocchio
Bruno Cirino, Bianca Galvan, Orso Maria Guerrini, Nicoletta Rizzi
Scene: Luciano Ricceri
Fotografia: Stelvio Massi
Abiti: Ezio Altieri
Musiche originali: Gino Marinuzzi jr.

Trama:

Liberamente tratto da un racconto di R. L. Stevenson, è la storia del professor Henry Jekill e della sua controparte malefica, Edward Hyde, creata in laboratorio a seguito di un esperimento genetico. L'intenzione di Jekill era cercare di isolare la parte cattiva (Hyde) da quella buona (Jekyll), permettendo in tal modo che una sola persona potesse seguire due strade completamente opposte, e realizzarsi in entrambe. Disgraziatamente Hyde prende man mano il controllo di Jekill, commettendo ogni sorta di nefandezze e causandone la drammatica fine. E' dunque una parabola del Male: dietro una sola persona si possono nascondere due differenti personalità, una volta al Bene, l'altra al Male assoluto, che sono continuamente in contrasto fra di loro e tentano di prendere il dominio dell'individuo.

Il Jekill di Albertazzi

Rispetto alla originaria e moralissima società vittoriana, Albertazzi ambienta questa singolare trasposizione del racconto di Stevenson in epoca moderna, condizionata dai continui progressi scientifici e dal continuo evolversi del tessuto sociale. E' il 1969: il movimento hippie, che ebbe la sua massima espressione nei tardi anni Sessanta ed all'inizio degli anni Settanta, trova la sua ideale, anche se accennata, collocazione nel quadro generale immaginato dal regista. Non si trattò di un movimento culturale vero e proprio, dotato di propri leader e di un manifesto, ma molti hippies ebbero uno stile di vita nomade o all'interno di una comunità, rinunciando alla tradizionale vita borghese, opponendosi alla Guerra del Vietnam, abbracciando aspetti di culture religiose non tradizionali e criticando i valori della classe media occidentale. Molti di loro mossero critiche alle istituzioni e ai valori del tempo (Governo, industria, morale tradizionale, guerre). Come per Jekill ed Hyde, il regista sembra voler evidenziare il duplice tessuto sociale della sua epoca ed è anche per questo che l'ossessionante, ritmica, ipnotica e cadenzata colonna sonora, a tratti soffocante, è controbilanciata da melodie semplici, innocenti, ariose e tipicamente beat del mondo dei "figli dei fiori". La purezza e l'innocenza cristallina ricercata da Jekill, probabilmente, risiedono in quella semplicità ed ingenuità che i giovani di allora, reduci dal 1968, cercavano di carpire, afferrare e propagandare. Il 1969 è l'anno della Luna, traguardo scientifico di portata straordinaria; è l'anno di Woodstock, con migliaia di giovani americani che per tre giorni abbandonano i propri interessi personali per dedicarsi a qualcosa che, a posteriori, viene visto come un sogno collettivo di riforma della società. Albertazzi, che considera l'attore uno sregolato antiborghese, proprio in questo sceneggiato afferma che "il successo non conta niente, non è neanche un fatto negativo". Nel 1969 il mondo era ancora diviso in due blocchi contrapposti e ciascuna parte era convinta che il Male risiedesse altrove, accusando, sbeffeggiando e minacciando la pace. Due mondi come Jekill ed Hyde, in continua trasformazione. In un'intervista gli fu posta la domanda "Cosa salverà il mondo?". La risposta fu "La bellezza". La possiamo ritrovare proprio nella sigla di chiusura della quarta ed ultima puntata dello sceneggiato:

"Da quando dagli atomi a caso
fu generata questa cosa che chiamiamo Mondo
e che ogni giorno gira e ancora non è stanca
come spiegare che tu sei tanto bella
ed io innamorato di te.
Da quando questa cosa che chiamiamo Mondo
si è spaccato in due
di qua la libertà, di là l'uguaglianza
e dove il lupo sazio non diventa agnello
come spiegare che tu sei tanto bella
ed io innamorato di te.
Aspettando che l'era elettrica
redima l'universo dai computers e dall'imbecillità
e dal vicolo cieco nasca la fraternità
non mi spiego perchè
tutti non siano come me
innamorati, innamorati di te."

Albertazzi e la Genesi

"Ero il primo essere di una nuova specie, autocreata razionalmente dall'uomo, in tutta la storia dell'universo.
Ero Edward Hyde, l'incarnazione di un aspetto nascosto nella mia natura, da sempre. Mi accorsi che ero diminuito di statura. Provavo un'inebriante sensazione di indifferenza e nell'animo una libertà sconosciuta. Capii d'essere malvagio, di una malvagità perfetta, libera da ogni censura, la malvagità della specie umana quando si inebria di sè.
Era l'alba. Tutta la casa, che mi era completamente estranea, e l'università erano immerse in un profondo sonno."

Questo passo rappresenta, a mio parere, il punto più felice ed evocativo dello sceneggiato. Il regista, per sua stessa ammissione, non è un credente, ma confeziona un quadro d'assieme che ci commuove, trasportandoci in un viaggio onirico fatto di nebbie, di silenzi, di sensazioni mistiche paragonabili ad un'aurora boreale, di profumi d'erba e di sguardi meravigliati in mondi alieni. Il nuovo essere, qualunque sia la sua natura, muove i passi nella conoscenza di sè e respira, danza, allarga le braccia, si distende sul prato. Qualunque forma di vita, dunque, anche la più orribile, ama la vita, la desidera, qualunque sia il prezzo da pagare. Ecco, allora, che il conflitto Jekill/Hyde non è più soltanto il Bene contro il Male, ma la lotta per la sopravvivenza.[img][/img]
Noctifer - Lun Ott 08, 2007 12:24 pm
Oggetto:
E io che credevo di esser rimasto l'unico essere a parlare della Baronessa di Carini. Ricordo la sigla interpretata da Proietti, che riprende il poemetto, sul quale ci sono alcune cose interessanti da notare.
La versione "abbordabile"

L'amaru casu di la barunissa di Carini

Chianci Palermo, chianci Siragusa,
a Carini c’è lu luttu ad ogni casa;
cu’ la purtau sta nova dulurusa
mai paci pozz’aviri a la so casa.
Haju la menti mia tantu cunfusa,
lu cori abbunna, lu sangu stravasa;
vurria ‘na canzunedda rispittusa,
chiancissi la culonna a la mè casa;
la megghiu stidda chi rireva ‘n celu,
arma senza cappottu e senza velu,
la megghiu stidda di li Sarafini,
povira Barunissa di Carini!

Vicinu a lu casteddu di Carini
giria di longu un beddu cavaleri,
lu Vernagallu di sangu gintili,
chi di la giuvintù l’onuri teni.
Giria comu l’apuzza di l’aprili
‘ntunnu a lu ciuri a surbiri lu meli.
Di comu annarba finu a ‘ntrabbuniri
sempri di vista li finestri teni:
ed ora pri lu chianu vi cumpari
supra d’un baju, chi vola senz’ali;
ora dintra la chiesa lu truvati,
chi sfaiddia cu l’occhi ‘nnamurati;
ora di notti cu lu minnulinu
sintiti la so voci a lu jardinu.

Lu gigghiu finu, chi l’oduri spanni
ammucciateddu a li so’ stissi frunni,
voli cansari l’amurusi affanni
e a tutti sti primuri nun rispunni:
ma dintra adduma di putenti ciammi,
va strasinnata e tutta si cunfunni;
e sempri chi lu senziu cci smacedda,
ch’havi davanti ‘na figura bedda;
e sempri chi lu senziu ‘un ha valuri,
ca tutti cosi domina l’amuri.

Stu ciuriddu nasciu cu l’autri ciuri,
spampinava di marzo a pocu a pocu;
aprili e maju nni gudiu l’oduri,
cu lu suli di giugnu pigghiau focu:
e di tutt’uri stu gran focu adduma,
adduma di tutt’uri e nun cunsuma;
stu gran focu a du’ cori duna vita,
li tira appressu comu calamita.
...
Lu baruni di la caccia avia turnatu:
“Mi sentu straccu, vogghiu ripusari”.
Quannu a la porta si cci ha prisintatu
un munacheddu, e cci vosi parrari.
"Tutta la notti ‘nsemmula hannu statu."
...
Gesù Maria! Chi ariu ‘nfuscatu!
Chistu di la timpesta è lu signali
Lu munacheddu nisceva e ridia,
e lu baruni susu sdillinia:
di nuvuli la luna s’ammantau,
lu jacobbu cucula e sbulazzau.
Afferra lu baruni spata ed ermu:
“Vola cavaddu, fora di Palermu!
Prestu, fidili, binchì notti sia,
viniti a la me spadda ‘n cumpagnia.”
...
La barunissa di Carini
era affacciata nni lu so barcuni
chi si pigghiava li spassi e piaciri;
l’occhi a lu celu e la menti a l’amuri
termini stremu di li so’ disij.
“Viju viniri ‘na cavalleria;
chistu è me patri chi veni pri mia!
Viju viniri na cavallerizza;
forsi è me patri chi mi veni a ‘mmazza”.
“Signuri patri, chi vinistuu a fari?”
“Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari”.
“Signuri patri, accordatimi un pocu
quantu mi chiamu lu me cunfissuri”.
“Havi tant’anni chi la pigghi a jocu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
Chista ‘unn` è ura di cunfissioni
e mancu di riciviri Signuri.”
E comu dici `st’amari palori,
tira la spata pi cassaricci lu cori.
...
Lu primu corpu la donna cadiu,
l’appressu corpu la donna muriu;
lu primu corpu l’appi ‘ntra li rini,
l’appressu corpu cci spaccau curuzzu e vini!
Curriti tutti, genti di Carini,
ora ch’è morta la vostra signura,
mortu lu gigghiu chi ciuriu a Carini,
nn’havi curpanza un cani tradituri!
Curriti tutti, monaci e parrini,
purtativilla ‘nsemi ‘nsepurtura;
curriti tutti, pirsuneddi boni,
purtativilla in gran pricissioni;
curriti tutti cu na tuvagghiedda
e cci stujati la facciuzza bedda;
curriti tutti cu na tuvagghiola
e cci stuiati la facciuzza azzola!
Noctifer - Lun Ott 08, 2007 12:29 pm
Oggetto:
o, se vi pare...

I
Chianci Palermu, chianci Siracusa,
Carini cc'è lu luttu ad ogni casa.
Cu la purtau sta nova dulurusa
mai paci pozz'aviri a la sô casa.
Aiu la menti mia tantu cunfusa 5
lu cori abbunna, lu sangu stravasa ...
Vurria na canzunnedda rispittusa,
chiancissi la culonna a la mê casa.

La megghiu stidda chi rideva n celu,
arma senza cappottu e senza velu:
la megghiu stidda di li Sarafini,
povira Barunissa di Carini!
(Quannu affacciava pareva la luna
chi spicchiava marini marini:
Una di n celu l'autra a li barcuna,
arristurava a tutti li mischini,

arriparava ogni mala sfurtuna,
e li so genti, luntani e vicini,
amavanu cu l'arma la patruna.
Ora spaccatu è ddu filici cori 20
e di lu chiantu Sicilia nni mori
Sangu a la turri e su' sangu l'atari
e nun mi resta chi lu lacrimari.)

Ucchiuzzi fini di vermi manciati
chi sutta terra urvicati siti, 25
d'amici e di parenti abbannunati
vui suli lu mê amuri lu sapiti.
Ucchiuzzi beddi chi nun mi lassati,
ch'ogni nuttata n sonnu accumpariti,
pri tutti li vasuna chi vaiu dati
di lu mê amuri parrati e diciti.

Ciumi, muntagni, arvuli chianciti
Suli ccu Luna cchiù nun affacciati:
la bella Barunissa chi pirditi
vi li dava li rai nnamurati.
Acciduzzi di l'aria, cchi vuliti?
la vostra gioia nutili circati.
Varcuzzi, chi a sti prai lenti viniti
i viliddi spincitili alluttati!

Ed alluttati ccu li lutti scuri,
ca morsi la Signura di l'amuri.
Amuri, amuri chianciti la sditta:
'ddu gran curuzzu cchiù nun t'arrisetta,
dd'ucchiuzzi, dda vuccuzza biniditta,
Oh Diu! Chi mancu l'ummira nni resta

Ma cc'e' lu sangu chi grida vinnitta
russu a lu muru e vinnitta nn'aspetta
e cc'è cû veni cu pedi di chiummu.
Chiddu chi sulu cuverna lu munnu;
e cc'è cû veni cu lentu cam
ti iunci sempri, arma di ca

Eu nun ti potti di ciuri parari,
eu nun la vitti cchiù la tô fazzuni.
mi nesci l'arma, nun pozzu ciatari
supra la tô balata addinucchiuni.
Poviru ncegnu miu, mettiti l'ali,
dipincimi stu niuru duluri.
Pri li mê larmi scriviri e nutari
vurria la menti di Re Salamuni.

E comu Salamuni la vurria,
ca a funnu mi purtau la sorti mia:
La mê varcuzza fora portu resta
senza pilotu ammenzu la timpesta.
La mê varcuzza resta fora portu,
la vila rutta e lu pilota mortu.

II
Vicinu lu casteddu di Carini
giria di longu un bellu Cavaleri
lu Vernagallu di sangu gintili,
chi di la giuvintù l'onuri teni.
Giria comu l'apuzza di l'aprili
ntunnu a li ciuri a surbiri lu meli:
di comu annarba finu a ntrabbuniri
sempri di vista li finestri teni.

Ed ora pri lu chianu vi cumpari
supra d'un baiu chi vola senz'ali;
ora dintra la cresia lu truvati,
chi sfaiddia ccu l'occhi nnamurati.
Ora di notti cu lu minnulinu
sintiti la sô vuci a lu iardinu.

Lu gigghiu finu chi l'oduri spanni,
ammugghiateddu a li sô stissi frunni
voli cansari l'amurusi affanni
e a tutti sti primuri nun rispunni.
Ma dintra adduma di putenti ciammi,
va strasinnata e tutta si cunfunni...
E sempri chi lu senziu cci smacedda,
c'avi davanti na ficura bedda:

e sempri chi lu senziu cci smacina,
e dici: -Comu arreggi, Catarina?-
E sempri ca lu senziu un à valuri
ca tutti cosi domina l'amuri.

Stu ciuriddu nasciu ccu l'autri ciuri,
spampinava di marzu a pocu a pocu.
Aprili e maiu ni gudiu l'oduri,
ccu lu suli di giugnu pigghiau focu.
E di tutt'uri stu gran focu adduma,
adduma di tutt'uri e nun cunsuma:
stu gran focu a dû cori duna vita,
li tira appressu comu calamita.

Cchi vita duci, ca nudda la vinci,
gudirla a lu culmu di la rota!
Lu Suli di lu celu passa e mpinci,
li rai a li dû amanti fannu rota.
Na catinedda li curuzzi strinci,
battunu tutti dui supra na nota:
e la filicità chi li dipinci
attornu attornu di oru e di rosa.

Ma l'oru fa la nvidia di centu,
la rosa è bedda e frisca pr'un mumentu:
L'oru a stu munnu è na scuma di mari,
sicca la rosa e spampinata cari.

III
Lu Baruni di caccia avia turnatu:
"Mi sentu straccu, vogghiu ripusari..."
Quannu a la porta si cci à prisintatu
un munacheddu, e cci voli parrari.
Tutta al notti nsemmula ànnu statu:
la cunfidenza longa l'ànnu a fari!
Gesù-Maria! Cchi tempu nfuscatu:
chistu di la timpesta è lu signali.

Lu munacheddu nisceva e ridia,
e lu Baruni susu sdillinia.
Di nuvuli la luna s'ammugghiau,
lu iacobu cuculla e sbulazzau.
Afferra lu Baruni spata ed ermu:
"Vola, cavaddu, fora di Palermu!
Prestu, fidili, binchì notti sia,
viniti a la mê spadda in cumpagnia.

Ncarnatedda calava la chiaria
supra la schina d'Ustica a lu mari
La rininedda vola e ciuciulia,
e s'ausa pri lu suli salutari:
ma lu spriveri cci rumpi la via,
l'ugnidda si li voli prillicari!
Timida a lu sô nidu s'agnunia,
a mala pena ca si pô sarvari.

E d'affacciari nun azzarda tantu
e cchiù nun pensa a lu filici cantu.
Simili scantu e simili tirruri
appi la Barunissa di Carini.
Era affacciata cu li sô signuri,
chi si pigghiava li spassi e piaciri,
l'occhi a lu celu e la menti all'amuri,
termini estremu di li sô disiri...

"Viiu viniri na cavallaria,
chistu è mê patri chi veni pri mia!
Viiu viniri na cavallarizza
chistu è mê patri chi mi veni ammazza!"

-Signuri patri, cchi vinistu a fari?-
-Signura figghia, vi vegnu a mmazzari.-
-Signuri patri, accurdatimi un pocu
quantu mi chiamu lu mê cunfissuri.-
-Havi tant'anni chi la pigghi a ghiocu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
Chista un è ura di cunfissioni,
e mancu di riciviri Signuri!-

E comu dici st'amari paroli,
tira la spata e cassaci lu cori.
-Tira cumpagnu miu nun la sgarrari,
l'appressu corpu chi cci hai di tirari!-
Lu primu corpu la donna cadiu,
lu secunnu corpu la donna muriu.
Lu primu corpu l'appi ntra li rini,
l'appressu corpu ci spaccò curuzzu e vini!

Oh chi scunfortu pri dd'arma nfilici
quannu n si vitti di nuddu aiutari!
Abbauttuta circava l'amici,
di sala n sala si vulia sarvari.
Gridava forti: -Aiutu, Carinisi!
Aiutu, aiutu, mi voli scannari!-
Dissi arraggiata: -Cani Carinisi!-
L'urtima vuci chi putissi fari.

L'urtima vuci cu l'urtimu ciatu,
ca già lu curuzzu è trapassatu:
l'urtima vuci cu l'urtimu duluri,
ca gia' persi lu sangu e lu culuri.

Curriti tutti genti di Carini,
ora ch'è morta la vostra Signura:
mortu lu gigghiu chi ciuriu a Carini,
nn'havi curpanza un cani tradituri.
Curriti tutti monaci e parrini,
purtativilla nsemi n sipurtura:
curriti tutti, pirsuneddi boni,
purtativilla in gran prucissioni...

Curriti tutti cu na tuvagghedda
e cci stuiati la facciuzza bedda:
curriti tutti cu na tuvagghiola
e cci stuiati la facciuzza azzola.

IV
La nova allura a lu Palazzu jiu:
la nunna cadiu n terra e strangusciau;
li sô suruzzi capiddi un aviunu,
la so' matruzza di l'occhi annurvau.
(Povira matri cû cci lu diciu?
Cû stu pugnali n cori cci chiantau?
Ntra na nuttata sô figghia spiriu,
idda ntra na nuttata abbianchiau!)

Siccaru li garofali a li grasti,
sulitu c'arristaru li finestri.
Lu gaddu chi cantava un canta chiui,
va sbattennu l'aluzzi e si nni fui.

A ddui, a tri, s'arrotano li genti:
fannu cuncumiu ccu pettu trimanti.
Pri la citati un lapuni si senti
ammiscatu di rucculi e di chianti.
Chi mala morti! Chi morti dulenti!
Luntana di la matri e di l'amanti!"
("Morta comu na cani n tempu un nenti,
senza raccumannarisi a li Santi...!"

"L' ànnu urvicata di notti a lu scuru:
lu beccamortu si spantava puru!"
"Poviru amuri! Quantu mi sa forti:
morta nnucenti, urvicata di notti!")

V
Tutta Sicilia s'à misu a rumuri,

stu casu pri lu regnu batti l'ali:
ma vota quannu vidi a Don Asturi:
stu corpu n pettu cu cci l'àvi a dari?
Iddu, ca l'assicuta lu Baruni,
a Lattarini s'à gghiutu a sarvari...
Filia di notti, e l'occhi a lu barcuni:
cci vinni lu silenziu ad abitari!

Cci vinni lu silenziu scurusu,
e lu mê cori va com'un marusu:
cci vinni lu silenziu e la scuria,
com'un marusu va lu cori a mia.
Sû chiusi li finestri amaru a mia!
D'unni affacciava la mê Dia adurata.
chiù nun s'affaccia no comu sulia,
vol diri ch'intra lu lettu è malata.

Ffaccia sô mamma e dici: "Amaru a tia!
La bella chi tu cerchi è suttirrata...

Vaiu di notti comu va la Luna,
vaiu circannu la galanti mia.
Pri strata mi scuntrau la Morti scura,
senz'occhi e bucca parrava e vidia.
E mi dissi: -Unni vai, bella ficura?
- Cercu a cû tantu beni mi vulia,
vaiu circannu la me nnamurata.-
-Nun la circari cchiù, ca è suttirrata!

E si nun cridi a mia, bella ficura,
Vattinni a la Matrici a la Biata,
Spinci la cciappa di la sipurtura,
E ddà la trovi di vermi manciata.

Lu surci si manciau la bella gula
d'unni lucia la bella cinnaca:
Nidu di surci la capiddatura
Ch'era di ciuri e di perni adurnata.
Lu surci si manciau li nichi mani,
Dd'ucchiuzzi niuri ca nun c'era aguali!-

Nsignatimi unni sû li sagristani
e di la chiesa aprissiru li porti.
Oh Diu, ca mi dassiru li chiavi!
O ccu li manu scassiria li porti!
Vinissi l'Avicariu Ginirali,
quantu cci cuntu la mê ngrata sorti:
ca vogghiu la mê dia risuscitari,
ca nun è digna stari cu li morti.

Sagristanu, ti preiu, un quartu d'ura
quantu cci calu na torcia addumata.
Sagristaneddu tenimilla a cura,
nun ci lassari la lampa astutata:
ca si spagnava di dormiri sula,
ed ora di li morti accumpagnata!
Mettici na balata marmurina
e ccu quattru ancileddi unu pri cima:

e tutti quattru na curuna tennu
l'occhi a lu celu e preganu chiancennu.
E a littri d'oru cci vogghiu nutata
la storia di sta morti dispirata.

Comu la frasca a li venti purtata,
iava sbattennu pri li rampi-rampi
-Caru patruni, mutati cuntrata,
ca li livreri l'avemu a li cianchi.-
-Ntra cannachi e sdirrupi la mê strata,
e già li gammi sû laceri e stanchi...-
-Caru patruni, la vista è canciata,
annuricaru li nuvuli vranchi.-

-Accussì lu mê cori anniricau,
e lu valuri sì l'abbannunau.
E lu distinu chi mi caccia arrassu,
a lu Palazzu mi chiudiu lu passu.
Chiudiu lu virdi di la spranza mia,
e amuri ancora m'ardi e mi pinia...

-Diavulu, ti preiu in curtisia, fammi
na grazia ca ti l'addumannu:
fammi parrari ccu l'amanti mia,
doppu a lu nfernu mi restu cantannu.
Lu Serpi chi passava e mi sintia:
-Cavarcami ca sugnu a tô cumannu.-
Amu spirutu pri na scura via,
nun sacciu diri lu unni e lu quannu.
(Nun sacciu diri si fu veru o nsonnu,
ca Serpi ed omu lassaru stu munnu,
ca lu sbauttutu si ntisi purtari
cchiù nfunnu di la terra e di lu mari.)

Ivi a lu nfernu, oh mai ci avissi statu!
Quant'era chinu, mancu cci capia.
E trovu a Giura a na seggia assittatu
ccu libru a li manu chi liggia.
Era dintra un quadaru assai nfucatu
e li carnuzzi fini s'arrustia!
Quannu mi vitti la manu à allungatu,
e ccu la facci cera mi facia

Eu cci àiu dittu: -Lu tempu nun manca
ca senza la limosina un si campa.
Aspetta tempu, ca rota è lu munnu,
sicca lu mari e assurgi lu funnu.

Ma ntunnu ntunnu lu focu è addumatu,
e 'n menzu la mê amanti chi pinia.
E nun ci basta ca mina lu ciatu
e di cuntinu mazzamariddia.
Idda mi dissi: -Cori scillaratu,
chisti sû peni chi patu pri tia:
tannu la porta ti avissi firmatu
quannu ti dissi: -Trasi, armuzza mia!-

Ed eu rispusi: -Si un t'avissi amatu,
mortu nun fora lu munnu pri mia
Apri stu pettu e cci trovi stampatu
lu beddu nomu di Titidda mia.-

Li guai sunnu assai, lu tempu è curtu:
cchi cci addimuri? Votati ccu Cristu.
Li sonnura ca scoprinu lu tuttu,
lu zoccu àvi a succediri ànnu dittu.
Lu beddu Vernagallu com'è struttu.
A n'agnuni di cresia l'àiu vistu.
l'àiu vistu ccu na tonaca nfilici
ca scippa l'arma li cosi chi dici.

Sentiri si lu voi lu sô lamentu
afflittu cori ca nun avi abbentu!
Lu sô lamentu si lu voi sintiri,
afflittu cori, cu lu pô suffriri?

Mi nni voggh'iri addabbanna un disertu,
erva manciari comu l'animali;
spini puncenti farimi lu lettu,
li petri di la via pri capizzali.
Pigghiu na cuti e mi battu lu pettu,
fina chi l'occhi mia fannu funtani...

E di piatati dû funtani sunnu
e m'abbrazza lu Patri di lu munnu:
e di piatati sunnu dû ciumari,
e lu Celu m'avissi a pirdunari.

VI
Ccu beni e mali lu Celu n'arriva,
di tutt'uri n'angustia e nni cunsola.
Un'ombra ceca, nè morta nè viva,
l'afflitta mamma la canusciu ancora:
passanu l'uri e sempri chi suspira,
cchiu' nun guttia, cchiu' nun à palora;
Accantu d'idda si lamenta e grira
donna Maria ccu donna Lionora.

-O soru, ca pri vui n ci foru missi,
mancu cci foru li solenni offizii!
O soru, ca pri vui nuddu à vinutu.
Mancu la manta supra lu tabbutu!-

Casteddu, ca lu nomu l'ài perdutu,
ti viiu d'arrassu e fuiu spavintatu:
sî misu a lista di capu-sbannutu,
ca cci vinniru li spirdi e sî muratu.
Chiancinu li tô mura e fannu vutu,
chianci e fa vutu ddu Turcu spiatatu...
Ddu Turcu spiatatu un dormi un'ura,
e gastima lu Celu e la natura:

"Apriti celu, e agghiuttimi terra,
fulmini chi m'avvampa e mi sutterra!
Scippatimi stu cori di lu pettu,
cutiddata di notti ntra lu lettu"

Cu lu suspettu ntra l'occhi scasati,
tampasiannu pri li morti rua,
senti la notti ccu l'ali agghilati
ca dici: -È a funnu la spiranza tua!-
Senti attornu li spiriti dannati
ccu li balletti e li scaccani sua:
e va e torna, e riposu nun trova,
ca lu sô lettu è di spini e di chiova;

e va e torna, e lu caccia un lamentu
chi va dicennu: -Turmentu, turmentu!-
L'abbattimentu all'urtimu lu iunci,
lu stissu sonnu l'abbrazza e l'abbinci.
Ma la sô fantasia turmenta e punci
ccu l'umbri e li fantasimi chi pinci;
comu la negghia chi la negghia agghiunci
e curri e vola e un attimu nu mpinci.

Veninu e vannu li filici iorna,
la cara giuvintù chi cchiù nun torna;
veninu e vannu li smanii ardenti
d'amuri e pompi e cumanni putenti;
e veni poi di figghi na curuna...
E gira e gira, è rota di furtuna.

"Casteddu, chi lu titulu mi duna,
tornu a gudiri lu tisoru miu:
la figghia chi fa nvidia a la luna,
ca ognunu dici: -A lu suli vinciu.-"
E li cammiri cerni ad una ad una,
e sulu c'arrispunni lu licchiu,
sulu arrispunni di tutti l'agnuna
comu dicissi ca tuttu finiu!

"Ah, ca na granfa m'accupa lu cori:
unn'è la figghia mia di lu mê cori?
Ah, ca na granfa lu cori m'accupa:
unn'è la figghia mia ch'era cca supra?
Chist'aria muta li sensi m'attira:
dicimi, vecchia, e levami di pena,
nsignami di truvari a Catarina.
a tia la cercu vecchia 'ntramisera."
Dda stria giarna ca nun pari viva
stenni la manu ca tutta cci trema,
e a chidda sala chi c'era vicina
cci fici 'nsigna di mala manera.
Vola, Baruni, la figghia è truvata,
sutta la bianca cutra è cummigghiata.
Vola, Baruni, vidi la tô figghia,
forsi ca dormi sutta la cutrigghia.

Pigghia na punta e dici: -Catarina!-
E lu stessu silenziu un cci arrispunni
trasi la manu e russa la ritira,
l'occhi scasati e tuttu si cunfunni.
Sangu fumanti chi la vencia grida,
adduma, chi la vencia ti rispunni;
ardi lu vrazzu, cunsumi la vina,
e ntra lu niuru cori ti sprifunni!

E ccà spiriu lu sonnu di duluri,
lu sonnu funerali a lu Baruni.

VII
L'ira fa scava la nostra ragiuni,
ni metti a l'occhi na manta di sangu.
Lu suspicu strascina a valancuni,
l'onuri e la virtù ci damu bannu.
Lu sacrilegiu di l'impiu Baruni
tutti li rami sô lu chiancirannu!
Lu chiancirannu pinsati, pinsati,
cu fa lu mali ccu l'occhi cicati:
e ntra la cara sua onuri un senti,
e la manu di Diu calcula nenti.
Cala, manu di Diu ca tantu pisi,
cala, manu di Diu, fatti palisi!

(E vui chianciti, genti di Carini,
ora ch'è morta la vostra Signura.
Pinsati a idda, e cchiù nun la turbati,
arriurdati e nun malidiciti,
la paci di li morti ci lassati
si veru beni a idda ci vuliti.
Pinsati a idda e pri idda priati,
ca n gnornu comu a idda ci sariti:
limosina faciti e caritati,
ca n gnornu avanti vi la truviriti.
Noctifer - Lun Ott 08, 2007 12:43 pm
Oggetto:
sapete una cosa?


Spinci la cciappa di la sipurtura,
E ddà la trovi di vermi manciata.

Lu surci si manciau la bella gula
d'unni lucia la bella cinnaca:
Nidu di surci la capiddatura
Ch'era di ciuri e di perni adurnata.
Lu surci si manciau li nichi mani,
Dd'ucchiuzzi niuri ca nun c'era aguali!-


Questi versi non sono altro che un'antichissima fattura a morte lenta che si praticava profanando la tomba di una vergine o di una giovane sposa...
Noctifer - Lun Ott 08, 2007 12:46 pm
Oggetto:
Pigghia na punta e dici: -Catarina!-
E lu stessu silenziu un cci arrispunni
trasi la manu e russa la ritira,
l'occhi scasati e tuttu si cunfunni.
Sangu fumanti chi la vencia grida,
adduma, chi la vencia ti rispunni;
ardi lu vrazzu, cunsumi la vina,
e ntra lu niuru cori ti sprifunni!

E ccà spiriu lu sonnu di duluri,
lu sonnu funerali a lu Baruni.



NECROMANZIA PER DIVINARE... con tanto di possibile rischio illustrato.

Spesso si usavano poemi, canzoni e tutto quanto contempla la tradizione orale, per tenere in vita quei rituali segretissimi che potevano costare una condanna!
Darkness - Lun Ott 08, 2007 12:56 pm
Oggetto:
anto Nicola a la taverna ieva,
Era vigilia e no anzi cammarava;
Disse a lo tavemaro: - Aviti nienti?
- Tengo no vottazziello de tonnine (tonno)
Tanto chi è bello no nzi pò mangiare.
Santo Nicola tré croce ne fece,
E tré fanciulli fece resuscitare.
Santo Nicola mio. Santo Nicola,
Facisti tré miracoli de gioia!


Canzoni con dentro incantesimi? Noc, eccoti servito. Conosci?
Brandani - Mar Ott 09, 2007 10:22 am
Oggetto:
Molto interessante .. ed una buona idea anche per una certa band Dark ..!
..........
Quindi .. i messaggi subliminali , tanto condannati da certi recenti esorcisti ..
non sono una invenzione rockettara così recente ..!
Brandani - Mar Ott 09, 2007 10:38 am
Oggetto:
Riprendo dagli ultimi interessantissimi interventi di Noctifer e Darkness,
sulle canzoni popolari italiane che tramanderebbero segreti abilmente velati ..
sotto 'l velame de li versi strani .. come diceva qualcuno .......

Dalla rete propongo qui anche sta lettura, siappur andando un po' fuori tema dal topic iniziale , che riguarda la Magia popolare in Italia meridionale, traendo proprio spunto dal brano su San Nicola ..:


Nel Gargano troviamo un miscuglio di religiosità e di magia negli scongiuri, brevi preghiere che il popolo recita e canta in determinate occasioni, spesso accompagnandole con gesti e movimenti di carattere magico (prima di andare a letto, prima di addormentarsi, entrando in chiesa, nell'atto di fare il pane e così via). Ancora in Messina è viva la credenza in uno spirito folletto, “u fuddittu2, che si concede particolari capricci specie con i bambini dormienti: li colloca in pose strane, li posa a terra oppure sotto il letto. Tale folletto, di bassa statura, ha il potere di svelare i tesori nascosti. Occorre, però se disturbati da esso, non lagnarsi e non parlarne con nessuno: il folletto si vendicherebbe storpiando i bambini con cui ha giocato e rendendo deformi anche i genitori. Di uno storpio o di un gobbo, infatti, si usa dire che è tale “pri 'nciuria di li spiriti”. A Benevento, come in tutto il Sannio, storia e leggende si respirano nell'aria, specie, ed in particolare sulle tradizioni pittoresche collegate al fascino di un mito antichissimo: quello delle streghe. Non sono infrequenti i giornalisti ed i curiosi che si recano a Benevento al solo scopo di avvicinare le ultime "streghe", perché, si dice, le streghe in edizione contemporanea esistono ancora. Con un piatto e qualche goccia di olio operano tuttora malefici ed incantesimi ai quali molti credono ciecamente pur sentendo l'inesplicabile dovere di non divulgare questa loro certezza. La credenza relativa alle streghe nacque con gli orripilanti riti orgiastici dei Longobardi che nel VII secolo ebbero in Benevento la capitale del loro ducato meridionale. Presi dalla nostalgia della terra nativa, essi continuarono in quella che li aveva accolti il culto di Wothan, padre degli dei. Per celebrare i riti specifici essi si riunivano fuori delle mura della città, nella valle del Sabato, intorno ad un “albero sacro” (tanto decantato “noce di Benevento”) cui attaccavano una pelle di caprone. In una specie di furioso torneo si davano a corse sfrenate durante le quali colpivano con le frecce la pelle di caprone, quindi ne mangiavano un pezzetto. Dopo la conversione del duca Romoaldo li e della sua gente, i riti longobardi caddero in disuso, il ricordo sopravvisse e il maleficio del “noce sacro” restò. Intorno all'albero, sempre secondo la leggenda, il posto dei guerrieri venne preso da “tutte le streghe del mondo” che vi si riunivano il sabato. Narra un vetusto testo dialettale che queste donne “non ghievano mai a pe' tterre, ma ievene o a cavallo de' 'na scopa o a cavallo de n'u diavolo che se chiamava Martiniello”; a volte i diavoli conducevano le "janare" (streghe) trasformandosi in gatti o caproni. Prima di avviarsi le donne si cospargevano il corpo nudo di un unguento gelosamente conservato sotto il letto o nel camino, poi si mettevano in marcia salmoniando: “Sotto l'acqua e sotto 'u viento, sott' 'a noce 'e Beneviento”. Giunte sul posto (più tardi denominato Ripa delle Janare) le streghe rendevano omaggio al “capo”, assomigliante ad un grosso cane o ad un caprone, poi si davano all'orgia. Il banchetto veniva consumato intorno a “'na tavola longa longa” carica di dolci, vini ed altre cose prelibate. Seguivano la danza cui le streghe partecipavano con grida, imprecazioni e fracasso infernali. Nelle credenze stregoniche legate al noce di Benevento, che nella tradizione popolare del sud d'Italia è luogo di riunioni di streghe e stregoni coi diavoli per concertare le malvage azioni da compiere a danno degli uomini, l'acqua e il vento sono rammentate in una formula magica che la strega deve recitare prima di accingersi al volo sul dorso del caprone diabolico. Sui miracoli di San Nicola, il quale in Puglia, in Calabria e in Campania ha un gran numero di devoti, corrono varie leggende. La più nota, diffusa anche fuori d'Italia, racconta di tre fanciulli uccisi e fatti a pezzi da un oste ribaldo risuscitati dal Santo cui l'oste aveva offerto a cena i miseri resti. Eccola narrata con efficace semplicità nei tratti essenziali in un canto raccolto ad Avellino da Giuseppe Bonomo:
Santo Nicola a la taverna ieva,
Era vigilia e no anzi cammarava;
Disse a lo tavemaro: - Aviti nienti?
- Tengo no vottazziello de tonnine (tonno)
Tanto chi è bello no nzi pò mangiare.
Santo Nicola tré croce ne fece,
E tré fanciulli fece resuscitare.
Santo Nicola mio. Santo Nicola,
Facisti tré miracoli de gioia!
Si racconta che a Palermo, sotto il re Martino (1392), ebbe origine la devozione alla Madonna della Catena per la liberazione miracolosa di tre condannati a morte che, avvinti da catene, si erano rifugiati nella chiesa di Porto Salvo per un improvviso temporale. Il sentimento religioso del popolo abruzzese si è conservato attraverso i secoli con caratteristiche proprie, sfiorato dalla superstizione e dalla magia o confuso con riti, retaggio di tradizioni pagane. Ogni località ha il suo Santo protettore che viene festeggiato a volte con particolari curiosi ricollegabili ad un sottofondo pagano che è all'origine della celebrazione: cosi a Cocullo dove ogni anno il primo giovedì di maggio viene festeggiato San Domenico. Il momento culminante della manifestazione è la raccolta di numerosi serpenti catturati precedentemente nella vicina campagna. Durante lo svolgimento della solenne festività le serpi vengono portate in chiesa e lanciate sulla statua del Santo che viene considerato dagli abitanti del luogo e delle altre zone vicine dotato del potere di neutralizzare ogni pericolo relativo al morso dei serpenti. Era ed è naturale ed istintivo il miscuglio di religione e magia nel nostro meridione; si può affermare con sicurezza che l'offerta di ceri, di voti, di promesse, che i pellegrinaggi, i riti di circumambulazione, le novene, le abluzioni in certe acque miracolose, il loro stesso berle, che tutte le varie forme di penitenza più o meno umilianti, non abbiano niente a che fare con la magia? Siamo sempre di fronte ad azioni che hanno lo scopo di forzare la mano a una potenza soprannaturale perché intervenga in nostro favore. E’ un alto di forza che si maschera di una profonda quanto ipocrita umiltà. L'uomo ha compreso che non gli conviene ordinare, ma pregare; di fronte agli scacchi della vita riconosce la sua impotenza. Quindi magia e religione risultavano nel passato mescolate e indistinte. Non potremo ricavare nulla dallo studio dei due elementi separati. E’ strano che uno studioso come il Malinowski arrivi a formulare una distinzione fra religione e magia in questi termini: “La religione si richiama alle questioni fondamentali dell'esistenza umana, mentre la magia si occupa sempre di problemi specifici, concreti, particolareggiati”. A parte il fatto che la vita non sia altro che un succedersi di problemi specifici, concreti e particolari, come classificherebbe il Malinowski l'atto della donna che recita il “Responsum” di S. Antonio tutte le volte che vuoi ritrovare qualche cosa perduta? E i ceri, i voti, gli esorcismi (molti dei quali sono stati ritualizzati dalla stessa Chiesa cattolica), le promesse, i segni di croce sul pane perché lieviti a perfezione? Il suono delle campane per allontanare la grandine dovrebbe essere considerato un atto di natura diversa dalla collocazione delle falci sull'aia con la punta rivolta verso il cielo? Possiamo ammettere una distinzione avvenuta sul piano storico, ma non sul piano originario. Dice Yinger: “II religioso prega e sacrifica, il mago manipola e comanda... Le preghiere per la pioggia in periodo di siccità acuta sono implorazioni di aiuto e si distinguono sicuramente dalle cerimonie per produrre la pioggia, fondate sulla convinzione che incantesimi e formule adatte possono produrre l'effetto desiderato”. Ma queste generazioni sono passate fra chi prega e gli acquaiuoli che conoscono i riti magici per produrre la desiderata pioggia?
Noctifer - Mar Ott 09, 2007 1:33 pm
Oggetto:
Poveri noi rockettari!
Portiamo la cattiva nomea... ma in realtà siamo... angioletti!
Ricordo una frase di un film stupendo: L'ultima profezia. Si descrivevano gli angeli come gli assassini di Dio e si concludeva:
"Are You Sure You Wanna Meet An Angel?"
Che brividi...

Quanto all'articolo, proviene dal centro studi sulle tradizioni di puglia, calabria e non so che altro... Davvero interessante...

Ad ogni modo ci son tracce di rituali arcani in più posti di quelli che crediamo, è certo!


Ah, ho scaricato "Il Fauno di Marmo"... non ho parole!
Che l tenebre siano con voi, amici miei!
Brandani - Mar Ott 09, 2007 2:06 pm
Oggetto:
Angioletti, dici, dear Noc ..!?!!!
Vallo a spiegare a tal mons. Balducci, o tal padre Amorth ..!
Ho sentito loro conferenze, interviste, letto dichiarazioni loro a riguardo del suddetto tema , e ..... apriti cielo .....!!!!!
o meglio .......
Squarciatevi Inferi ......
Noctifer - Mar Ott 09, 2007 2:20 pm
Oggetto:
Lasciamo stare.. e che dire di papa Nazingher? Ha detto che Harry Potter è un negromante! Poi, non pago, ha riammesso la messa in latino, piena di acrostici che inneggiano agli inferi... Bah!
Brandani - Mar Ott 09, 2007 2:30 pm
Oggetto:
HèHèHè ...!!! (risatina .. satanichella)
Giusto Noc, approvo anch' io le tue perplessita' su certi .. prelati ..
Quanto a quello che poi citi, degli acrostici .. infernali , rintracciabili in brani della messa .. come si suol dire .. chi semina vento raccoglie .. tempesta .. od anche ..
c' è chi si tira la zappa sopra i piedi .. Hèhèhè ..!
Anonymous - Mer Ott 10, 2007 7:32 pm
Oggetto:
Ragazzi, ho vist Belfagor e Il Segno Del Comando... Mi hanno colpito tutti e due. Ora scarico gli altri, me so appassionato!
Brandani - Lun Ott 15, 2007 1:51 pm
Oggetto:
A proposito .. ieri la Rai (Uno) ha mandato in onda un "remake" della Baronessa di Carini .....
Darkness - Mar Ott 23, 2007 12:08 pm
Oggetto:
Si, l'ho visto, e fa davvero schifo!
Ma come? e visserotutti felici e contenti? E, per di più, il casyello brucia? La Puccini è una patata lessa! Ha girato a "Elisa di Rivombrosa" anche la Baronessa di Carini!
Brandani - Gio Ott 25, 2007 3:41 pm
Oggetto:
Ed ora , è giunto anche il momento di discorrere un po' dello sceneggiato che anche qui è stato così interessantemente accolto, da cui è poi partita tutta questa lunga elencazione dei principali sceneggiati televisivi italiani di tipo esoterico magico ..

Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!




IL SEGNO DEL COMANDO

RAI 1971


Gia' di questo capolavoro televisivo si è abbastanza detto qui, quanto a suggestioni , come fra le altre il rinnovato interesse per gli argomenti esoterici ed affini .. ricordo furono non poche le persone che, incuriosite, forse per la prima volta in tv da una avvincente scena di seduta medianica, reinscenarono la medesima circostanza, chi piu' o meno seriamente e convintamente .....
ma un anedoto fra i tanti, è interessante ..
Riguarda .. proprio l' attuale sindaco della citta' in cui è ambientato il racconto ..
Allora, all' uscita dello sceneggiato, era un ragazzino, che venne colpito enormemente da quella storia .. ma in cio' non fu il solo ..
e, racconta lui stesso in una intervista recente, si chiuse in camera per giorni, cercando di scrivere una vicenda analoga, sempre ambientata in una Roma misteriosa e stregata, ed intrisa nel mondo dell' occulto ..
Disse di non riuscirvi e abbandono' il progetto , il Segno del Comando di D' Agata era troppo perfetto, con tutti quegli episodi ad incastri geniali, e tanta .. apparente .. irrazionalita' ..
Comunque, essendo arrivato ad essere primo cittadino del luogo in cui tutto si sarebbe .. o si è svolto .. forse forse .. in un certo qual modo il Segno del Comando è riuscito, quantomeno
ad intravederlo .. o forse .. ora ha piu' occasione di cercarlo ......
"Il Segno del Comando non è solo uno sceneggiato: per molti, me compreso, è stato fonte di approfondite ricerche ed interpretazioni; infatti, solo apparentemente tutto sembra essere chiaro, ben definito; in realtà si adatta a parecchie riflessioni"


Recensioni dalla rete .......

Nel 1968, tra i vicoli di Trastevere, gli sceneggiatori Dante Guardamagna e Flaminio Bollini evocano, quasi per gioco, antichi manoscritti, pittori e poeti ottocenteschi, zingare sibilline e presenze fantasmatiche. Non immaginano che stanno dando vita ad una storia che rimarrà negli annali della televisione italiana.Il soggetto, alla cui collaborazione partecipano altri due sceneggiatori, Lucio Mandarà e Giuseppe D' Agata, viene venduto alla RAI, che però lo accantona momentaneamente. Solo qualche anno dopo viene “riesumato” ed i vertici RAI danno il via alla realizzazione. I 4 cominciano a scrivere la sceneggiatura, ma Guardamagna e Mandarà lasciano subito, mentre Bollini (che si propone anche per la regia) e D’Agata continuano. Arrivati a metà e fermi ad un punto morto, Bollini abbandona, lasciando D’Agata da solo. Riuscirà comunque a finire lo script. Seguono diversi mesi di preparazione in studio, per poi passare alle riprese vere e proprie tra Roma e Napoli (molte le ricostruzioni negli studi partenopei ad opera dello scenografo Nicola Rubertelli

Il tema trattato è inusuale per i tempi: si parla di occultismo, di esoterismo, perfino di reincarnazione e l’alone di magia e mistero che si crea è tale da suggestionare tutta la troupe. La censura avrebbe persino costretto ad eliminare dal copione alcune parole giudicate troppo forti. La realizzazione del finale è alquanto travagliata. Ne sarebbero stati preparati addirittura cinque, ma comunque Daniele D’Anza è costretto a cambiarlo su pressione di alcuni attori (tra cui Silvia Monelli), che lo reputano troppo poco “magico” rispetto al resto della storia.

Viene trasmesso sul Programma Nazionale dalle 2I.I5 alle 22.I5 circa, in cinque puntate nel 1971. Lo sceneggiato paralizza il paese, diviene quasi un caso nazionale, tutti ne parlano, avvince, intriga il pubblico televisivo, che conta un ascolto medio di I4.800.000 spettatori.

Nel 1994, Giuseppe D’Agata rielabora la sceneggiatura e ne ricava un romanzo, pubblicato dalla Newton Compton Editori. Lo sceneggiatore ne approfitta per ripristinare il finale originale, che svela alcuni punti rimasti in sospeso nella riduzione televisiva.

I modelli cui si ispirarono D’Agata e Bollini (con il contributo di Guardamagna e Mandarà) nello stendere il copione de Il segno del comando furono senza dubbio due sceneggiati apparsi sui teleschermi italiani nella seconda metà degli anni ’60: il primo era di produzione francese, e cioè Belfagor ovvero ‘Il fantasma del Louvre’, trasmesso oltralpe nel marzo del 1965 e in Italia a partire dal I5 giugno dello stesso anno; il secondo era il nostrano Geminus, apparso nella tarda estate del ’69. Belfagor, tratto dall’omonimo romanzo (1927) di Arthur Bernède e diretto da Claude Barma, raccontava di un inquietante "sottosuolo parigino pieno di intrighi e misteri orditi per appropriarsi di una statua di un dio egizio (Belfagor, appunto) che custodisce il segreto di una formula alchemica. Ma l’interesse del feuilleton non è nell’amore [del giovane protagonista] Bellegarde per la figlia del commissario o nel sapere se la setta dei Rosacroce conquisterà il grande potere, ma nell’identità del fantasma" (F. Scamoni, Belfagor, su ‘Film Tv’, 20 agosto 2002, pag. I07). Un plot, dunque, aggrovigliato ed enigmatico che mescolava elementi di giallo, horror, fantapolitica e avventura sentimentale e che tenne milioni di spettatori incollati ai teleschermi nelle sei serate di programmazione. Il successivo Geminus, scritto da Francesco Milizia ed Enrico Roda e diretto da Luciano Emmer, ricalcava in parte alcune delle caratteristiche salienti di Belfagor, ma attenuandone un po’ la tensione in favore di una vena più ‘leggera’ e quasi surreale e spostandone l’ambientazione da Parigi a Roma. Fu comunque soprattuto il notevole successo ottenuto da Belfagor a indurre la Rai (oltre che a replicarlo una prima volta nel 1966 e poi ancora nel ’69) a mettere in cantiere un nuovo sceneggiato di propria produzione che avesse la tensione narrativa e l’impatto popolare del programma francese. Nel 1970 saltò dunque fuori da un cassetto, in cui giaceva dall’anno prima, un soggetto scritto da un team di autori che comprendeva Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà. Incaricato di svilupparne una sceneggiatura televisiva, il gruppo si sfaldò, e Guardamagna e Mandarà abbandonarono subito l’impresa. I due rimasti, D’Agata e Bollini, si misero al lavoro benché il compito apparisse loro tutt’altro che facile; a metà dell’opera, infatti, anche Bollini gettò la spugna, e toccò al solo D’Agata districare gli snodi narrativi della storia e portare a termine il copione da affidare alle esperte mani di Daniele D’Anza (che sostituì nella regia il dimissionario Bollini). Ma ascoltiamo da uno degli autori della prima ora, Dante Guardamagna, come ebbe luogo la ‘genesi’ del progetto: "Avvio, clima, e diciamo pure ricetta della storia sono nati in uno di quei rari momenti in cui gli autori televisivi — stretti fra due commissioni/occasioni di lavoro — trovano tempo ed entusiasmo per chiedersi cosa veramente avrebbero voglia di fare. Per la cronaca (prima che intervenissero, in ordine di arrivo, Mandarà, D’Agata e D’Anza), eravamo Flaminio Bollini e io — estate del ’69, notte alta — all’uscita da un’assemblea dell’Arit. Abbiamo parlato proprio fra ombre di vicoli e trattorie sbarrate, con l’eco dei nostri passi sui sampietrini di Trastevere. Fantasmi non ne abbiamo visti. Ne abbiamo evocati: incontri alla James, monaci neri e zingare alla Byron che annunciano destini fatali, artisti più o meno faustiani. Mistero alla romana? Sì, ma ci siamo detti che una delle nostre città, rivelate a un nordico (come Hoffmann o magari Mann) assume di colpo una dimensione che il quotidiano nasconde a noi. Quindi avventura e scoperta le abbiamo affidate a un moderno professore inglese specialista di Byron. La zingara, che sarebbe stata Carla Gravina, è diventata la modella di un pittore morto da un secolo: da far scomparire con tutta l’osteria misteriosa, lasciando nostalgie struggenti. C’era già tutto, meno intrigo e spiegazione. Su questo ho un antico pregiudizio: dato un mistero, l’autore deve svelarlo; ma svelato il mistero non resta che la delusione. Anche qui bisognava spiegare; ma avevamo deciso di farlo un po’ come Petrolini, quando insegnava al pubblico i giochi di prestigio: svalutando la spiegazione a vantaggio del mistero. E si è fatto così; mentre i successivi esperimenti su questo filone spiegavano troppo, coinvolgendo utili risvolti ma perdendo fascini e suggestione" (D. Guardamagna, in G. Tabanelli, Il teatro in televisione, Roma, Rai-Eri, 2002, pag. 96-97). Con Il segno del comando di D’Agata, Bollini e D’Anza si delineò quindi un nuovo canone di ‘teleromanzo a suspense’; il neonato sottogenere, piuttosto distante dal ‘giallo’ tradizionale e rassicurante che si era visto fino ad allora sui teleschermi italiani, appariva denso di suggestioni magiche e inquietanti e — pur essendo ancora strutturalmente modellato sul feuilleton ottocentesco — si mostrava debitore, sul versante tematico e figurativo, dei coevi filoni cinematografici horror e thriller (appare d’altronde proprio in quegli anni l’astro nascente Dario Argento). Una sintesi, insomma, di vecchio e nuovo: da una parte, l’apertura a ‘novità’ (non da poco, almeno per la televisione di quegli anni, soggetta a una rigida censura) quali sedute spiritiche, pretese reincarnazioni, ammazzamenti in serie; dall’altra, l’adesione al tradizionale schema narrativo del romanzo popolare con i suoi "caratteri prefabbricati, tanto più accettabili e graditi quanto più noti, in ogni caso vergini di ogni penetrazione psicologica, come lo sono i personaggi delle favole. Quanto allo stile, [il romanzo popolare si giova] di soluzioni precostituite, atte a procurare al lettore le gioie del riconoscimento del già noto. E [gioca] di iterazioni continue, per procurare al lettore il piacere regressivo del ritorno all’atteso, e [snatura], riducendole a cliché, le soluzioni altrimenti inventive della letteratura precedente. Ma nel far questo [mette] in opera una tale energia, [sprigiona] una tale felicità, se non inventiva almeno combinatoria, da procurare piaceri che sarebbe ipocrita nascondere: perché esso rappresenta intreccio allo stato puro; spregiudicato e libero da tensioni problematiche" (U. Eco, Le lacrime del Corsaro Nero, in Il superuomo di massa, Milano, Bompiani, 2001, pag. II-I2).

Intreccio allo stato puro, come giustamente sottolinea Umberto Eco analizzando i tratti peculiari del feuilleton (genere para-letterario che dello sceneggiato televisivo è ovvio e diretto antecedente). Il romanzo popolare, sempre secondo Eco, "non inventa situazioni narrative originali, ma combina un repertorio di situazioni «topiche» già riconosciute, accettate, amate dal proprio pubblico [...]. Il piacere della narrazione [...] è dato dal ritorno del già noto [...], [dalla] spregiudicatezza [...] nel ricalcare modelli precedenti, la libertà nell’allungare gli avvenimenti, nel riaprire le partite già chiuse, la disinvoltura nel fornire come prefabbricata la psicologia dei suoi protagonisti. [...] Ciò che conta è l’intreccio, il colpo di scena, l’espansione spregiudicata di una narratività a briglia sciolta" (U. Eco, "I Beati Paoli" e l’ideologia del romanzo "popolare", in Il superuomo di massa, cit., pag. 73-75).

Nonostante le velate perplessità di una parte del pubblico (non a tutti andò giù, ad esempio, il finale ‘aperto’ della vicenda), il modello narrativo inaugurato dal Segno del comando, abilmente costruito sul doppio binario del soprannaturale (il ‘fantasma’ di Lucia, le reincarnazioni, le oscure maledizioni) e della spy story (gli intrighi orditi da Powell, le morti sospette, le cacce al tesoro), costituirà un punto di riferimento costante per tutto il decennio: si pensi soltanto al motivo delle cicliche reincarnazioni, ripreso più volte in sceneggiati successivi quali Ritratto di donna velata, L’amaro caso della baronessa di Carini, Il fauno di marmo, La dama dei veleni, tutti più o meno esplicitamente modellati sulle coordinate formali del Segno nell’intento di replicarne il successo (significativamente, diversi tra essi avranno Ugo Pagliai come protagonista).

Come si diceva poc’anzi, i ‘romanzi popolari’ — nell’accezione più vasta del termine — non nascono mai dal nulla, si avvalgono invece di un repertorio di situazioni ‘già viste’ e per così dire ‘familiari’ al pubblico. Potrebbe dirsi lo stesso per Il segno del comando? Proviamo ad arrischiare, quasi per scherzo, un’ipotesi fantasiosa ma non troppo, e cioè che, pur trattandosi di un ‘originale televisivo’, di una storia cioè teoricamente inedita e ideata appositamente per il piccolo schermo, il suo spunto iniziale — la vicenda si sviluppa poi in maniera differente e notevolmente più complessa — sia derivato da un racconto francese di metà Ottocento, scritto da Prosper Mérimée e intitolato Il vicolo di Madama Lucrezia. Nella novella in questione un giovane straniero (nella fattispecie, francese) giunge a Roma per sbrigare alcune sue faccende e si imbatte in un’enigmatica figura di giovane donna, vestita di bianco, che appare e scompare misteriosamente; innamoratosi della ragazza e cercatene le tracce, il giovane apprende di una leggenda circa un fantasma di donna che si aggirerebbe nei vicoli della città vecchia: questo l’abbozzo di trama che parrebbe aver ispirato la storia di D’Agata e Bollini. Alla fine del racconto di Mérimée il mistero viene però svelato, e le ‘apparizioni’ del preteso spettro si rivelano essere il trucco escogitato da una coppia di amanti per mascherare la loro relazione clandestina. Ma c’è di più, e il nostro ‘gioco’ può spingersi più in là: oltre all’ambientazione romana e all’atmosfera ‘magica’ che contraddistinguono sia la novella che il soggetto televisivo, vi sono alcune altre curiose analogie. Ad esempio, il nome della ragazza fantasma del racconto, Lucrezia, richiama quello della protagonista dello sceneggiato, pur perdendo alcune lettere centrali e diventando un più modesto ‘Lucia’; la casa in cui ha luogo la prima ‘apparizione’ di Lucrezia porta il numero I3, come l’interno I3 (di via Margutta 33) dove Forster incontra per la prima volta Lucia; la leggenda del fantasma viene narrata al giovane protagonista della novella da una vecchia popolana, così come Edward ascolta la storia di Lucia dall’anziano colonnello Tagliaferri; il passo in cui il giovane francese visita la casa abbandonata, appartenuta un tempo a Lucrezia, ricorda la scena in cui Forster, nella terza puntata dello sceneggiato, entra nello studio in disuso che fu di Tagliaferri. Vi sono inoltre diversi altri elementi non esplicitamente assimilabili, ma che tradiscono una generica assonanza, riscontrabili ad esempio confrontando il brano in cui il francese visita la quadreria dei suoi nobili ospiti romani, i marchesi Aldobrandi, con l’analoga scena che vede Forster far visita al principe Anchisi per esaminarne la Fantasia architettonica su motivi romani; oppure il motivo contingente che induce i protagonisti delle due storie a venire in Italia: l’incarico di consegnare alcune lettere a Roma per quanto riguarda l’anonimo eroe del racconto, una lettera ricevuta da un pittore romano per quel che concerne Forster. Un’ultima similitudine, forse non la meno significativa: uno dei principali snodi narrativi, che concorre a indirizzare i due personaggi nelle rispettive misteriose avventure, è costituito in entrambi i casi da un dipinto: un Ritratto di Lucrezia Borgia nella novella di Mérimée, la già menzionata Fantasia architettonica su motivi romani nel copione di D’Agata e Bollini.

Nessuna presunta analogia con questo o quel racconto può comunque sminuire il brillante lavoro operato dagli autori nell’ideazione e nello sviluppo di una trama, anzi, tra le più originali, ingegnose e avvincenti mai dipanatesi in televisione.

E fu proprio l’ingegnosità della trama, nonché l’accorta messa in scena di Daniele D’Anza e la convincente interpretazione di Ugo Pagliai e degli altri attori a far presa sul pubblico televisivo, che decretò il successo dello sceneggiato: esso ottenne infatti un ascolto medio di I4.800.000 spettatori, e 78 come indice di gradimento. Pur non raggiungendo i picchi d’ascolto di altri teleromanzi di quell’anno (come i 2I.900.000 di Come un uragano, o i 19.700.000 di ...E le stelle stanno a guardare), Il Segno del comando si creò un seguito di fedeli appassionati, la cui fervida dedizione diede vita a episodi curiosi: a Genova, ad esempio, dove domenica 13 giugno si tengono le elezioni amministrative, "per poter assistere all’ultima puntata del giallo televisivo Il segno del comando, numerosi presidenti di seggio, scrutatori e rappresentanti di lista hanno portato nei seggi elettorali il televisore portatile. E, approfittando dell’ora tranquilla (dopo le 2I [...] l’affluenza degli elettori era diminuita) hanno seguito la conclusione della brutta avventura di Edward Forster" (art. red. su "Il Secolo XIX", I5/6/7I, pag. 9).

Avventura che, a vent’anni di distanza — nell’età cioè della fiction, dell’audience, dei target —, si ritenne di dover riesumare e ‘rammodernare’: l’insulso remake berlusconiano, diretto da Giulio Questi e andato in onda su Canale 5 nella tarda estate del 1992, gettò se non altro una luce di salutare rimpianto sull’opera originale e sull’estinta civiltà televisiva di cui Il segno del comando fu tra le migliori espressioni.


Trama

Prima Puntata.

Lancelot Edward Forster è un professore di letteratura inglese presso l’Università di Cambridge; i suoi studi più recenti si rivolgono in particolare ai soggiorni italiani di Byron. Dopo la pubblicazione di un suo articolo su un’importante rivista letteraria, The Cambridge Quarterly, Forster riceve due inviti da Roma: George Powell, un funzionario dell’ambasciata britannica, gli propone di tenere una conferenza sul tema Byron a Roma e organizza una ‘settimana byroniana’ dedicata proprio alle sue ricerche; e uno sconosciuto studioso italiano, il pittore Marco Tagliaferri, gli promette rivelazioni importanti su alcuni dettagli del diario di Byron che Edward sta studiando (ad esempio, una ‘piazza con ruderi di tempio romano, chiesa rinascimentale e fontana con delfini’, secondo Forster inesistente, e invece riprodotta su una fotografia che Tagliaferri unisce all’invito).

Incuriosito, il professor Forster viene a Roma; all’indirizzo fornitogli dal pittore — via Margutta 33, interno I3 — egli trova però soltanto una misteriosa ragazza, Lucia, la modella di Tagliaferri, che gli dà appuntamento per cena. Forster si reca all’albergo Galba, raccomandatogli da Lucia, e vi incontra una sua vecchia conoscenza londinese: si tratta di Olivia, che in quel momento sta distrattamente seguendo un concerto di musica classica alla televisione. La donna, rimasta vedova, convive adesso con un tal Lester Sullivan, un mediocre faccendiere soprannominato ‘il Barone Rosso’.

Qualcuno spia Edward in camera senza che egli se ne renda conto; poi lo studioso si reca a visitare la mostra presso il ‘British Council Institute’, dove incontra lo svagato Powell e la sua giovane segretaria Barbara. Più tardi, conversando con Powell, Forster è sconcertato nell’accorgersi di conoscere a memoria il numero di telefono di Tagliaferri — 2II3II7 — senza averlo mai letto o udito.

Quella sera, poi, Edward si reca all’appuntamento con Lucia; i due attendono invano, al ristorante convenuto — la ‘Taverna dell’Angelo’ —, l’arrivo del pittore, che però non si presenta. Forster, che ha bevuto molto, comincia a sentirsi confuso e ad avere strane visioni, finché cade a terra privo di sensi. Si risveglia nella sua auto, accorgendosi che la sua borsa, contenente i microfilm con le parti ancora inedite e non decifrate del diario romano di Byron, è sparita. Nessuno, neanche al commissariato di polizia cui si rivolge, pare conoscere alcuna ‘Taverna dell’Angelo’, e a Edward non resta che rassegnarsi alla perdita. Tornato all’automobile, Forster trova sul sedile il medaglione — forse un antico e prezioso amuleto — che Lucia indossava quella sera.

All’alba, riavutosi dallo stordimento, il professore si precipita in via Margutta; all’interno I3 stavolta nessuno gli risponde, ma dalla porta accanto si affaccia un vecchio signore che lo informa che il pittore Tagliaferri è morto. A un perplesso Forster che domanda se si sia trattato di una disgrazia improvvisa, l’uomo risponde di essere l’ultimo discendente del pittore, che è morto esattamente cento anni prima, insieme alla sua modella Lucia, in circostanze misteriose.


2.

Il colonnello racconta a Forster la leggenda secondo cui l’interno I3, deserto da molti anni, sarebbe ancora abitato dal fantasma di Lucia, la ragazza cioè che lui ha visto, e con cui ha parlato e cenato.

Al ‘Caffè Greco’, dove lo indirizza il vecchio Tagliaferri, il professore scopre la propria sorprendente rassomiglianza con un autoritratto del defunto pittore; e più tardi, al ‘Cimitero degli Inglesi’, dove si reca con Powell, rimane disorientato dapprima da una ragazza che a tratti gli sembra Lucia, e poi dall’inquietante apparizione di un ‘se stesso’ nei panni di Tagliaferri. Inseguendo la misteriosa figura, Forster ne trova la tomba: scopre così che Marco Tagliaferri è nato nel suo stesso giorno, cento anni prima — il 28 marzo 1835 —, ed è morto il 28 marzo 1871. Il 28 marzo è anche la data fissata da Powell per la conferenza.

Durante l’affettuosa pausa che si concede con Olivia, i pensieri dell’ormai suggestionato professore tornano ancora alla ragazza misteriosa che l’ha accolto a Roma per prima, e che forse gli è sfuggita per sempre.

Il medaglione di Lucia rimasto tra le mani a Edward dopo l’avventura della sera prima incuriosisce Olivia, che ne teme l’ambiguo fascino, e Sullivan, che invece lo vorrebbe acquistare. L’antiquario Barengo, che Olivia fa incontrare con Forster, lo riconosce opera di Ilario Brandani, orafo e negromante settecentesco nato e morto, per un’inspiegabile coincidenza, esattamente cento anni prima di Marco Tagliaferri. Nel frattempo Barbara, la segretaria di Powell, fa un’altra scoperta decisiva per lo studioso: la riproduzione della piazza vista o sognata da Byron è in realtà un semplice fotomontaggio ricavato da un quadro, probabilmente dell’Ottocento romano.

Durante le immediate ricerche circa l’autenticità del quadro che Barbara ed Edward intraprendono il professore viene avvicinato da un invadente ammiratore, il principe Raimondo Anchisi, nobiluomo romano in decadenza, anch’egli appassionato di Byron oltre che di occultismo. Scoprendo in seguito che il dipinto della piazza è firmato proprio da Marco Tagliaferri ed appartiene ora al principe Anchisi, Forster si risolve a recarsi all’indirizzo del suo insistente e un po’ pedante interlocutore; quella sera si presenta appunto a palazzo Anchisi, ma nessuno gli apre: gli appare invece, con un candelabro in mano, la spettrale figura di Lucia.


3.

Forster racconta a Powell e a Barbara gli strani episodi capitatigli, e la ragazza lo informa di una leggenda sul ‘fantasma di palazzo Anchisi’: chiunque lo veda sarebbe destinato a morire entro il mese. Il colonnello Tagliaferri, nel frattempo, è stato ricoverato in ospedale; per suo diretto incarico, la nipote Giuliana consegna a Edward la chiave dell’interno I3 di via Margutta. Nell’antico studio di pittore, abbandonato e in rovina, dopo aver inaspettatamente incontrato l’impeccabile Powell, il professore ritrova la borsa con i microfilm.

Intanto il principe Anchisi ha posto in vendita presso un’asta pubblica il quadro di Marco Tagliaferri — una Fantasia architettonica su motivi romani — prima che Edward potesse chiedergli di esaminarlo. Recatosi all’asta per acquistare il dipinto, Forster è però battuto da un misterioso compratore che intende conservare l’anonimato.

In serata Forster viene invitato telefonicamente a un indirizzo della vecchia Roma, un grande e antico palazzo dove resta coinvolto in una seduta spiritica cui partecipano, tra gli altri, la signora Giannelli e una medium velata e irriconoscibile. Viene evocato lo spirito di Marco Tagliaferri, e Forster lo può finalmente interrogare su varie questioni: il dipinto, ad esempio, si troverebbe ora su "una nave a remi". Ma è domandando come Tagliaferri sia morto che Edward riceve la risposta più impressionante: "Ero già morto da un secolo, e anche tu sei morto!". La medium si alza, grida, si accascia a terra, e Forster le scopre il volto: è Lucia. Gli altri partecipanti alla seduta, e la stessa Lucia, scompaiono, e Edward si ritrova solo, imprigionato nella sala buia. Trovata fortunosamente una via di fuga, l’allarmato professore riesce a uscire dall’edificio, su cui campeggia l’insegna ‘Sartoria teatrale Paselli’.

Tornato all’albergo, Forster viene informato dal portiere che Olivia e Sullivan sono partiti improvvisamente, senza lasciargli alcun messaggio. Dalla finestra della sua stanza Edward vede rientrare la Giannelli, in compagnia di Lucia; interrogata in proposito, la donna nega di conoscere la ragazza. Qualcuno telefona poi per avvertire che il colonnello Tagliaferri è morto.


4.

Giuliana, nipote del defunto colonnello Tagliaferri, mostra a Forster un prezioso orologio appartenuto allo zio: vi sono impresse le iniziali di Ilario Brandani e la scritta ‘S. Onorio’. Recatosi quindi alla chiesa di Sant’Onorio al Monte, Edward domanda al parroco se sia lì custodita qualche opera dell’orafo settecentesco. La risposta è negativa; vi si conserva però, afferma il religioso, l’intera collezione di manoscritti del compositore Baldassarre Vitali.

Edward, assistito da Barbara, visiona i microfilm fortunosamente recuperati, quando una sinistra telefonata di Lester Sullivan avverte il professore che il colonnello Tagliaferri è in realtà stato ucciso, e stessa sorte potrebbe toccare a lui; l’uomo si dichiara quindi in possesso di informazioni preziose per Forster, ma due spari pongono fine alla conversazione.

Edward, dopo aver discusso con il compassato Powell circa la misteriosa scomparsa di Sullivan e i suoi rapporti con Olivia, riesce a scoprire che il brano tramesso in tv la sera in cui incontrò Olivia era un’opera di Baldassarre Vitali, il Salmo XVII. Tornato a Sant’Onorio, Forster scopre con disappunto che dalla raccolta lì custodita manca proprio la partitura in questione. Le informazioni che Edward riesce a ottenere in merito sono poche e frammentarie: forse il brano era una sorta di testamento spirituale dell’autore, e il manoscritto potrebbe ora appartenere a privati.

Barbara, a pranzo con Powell e Forster, suggerisce a quest’ultimo che la ‘nave a remi’ cui accennò la medium nella seduta spiritica, e nella quale si troverebbe il dipinto cercato dal professore, potrebbe essere l’Isola Tiberina. Edward vi trova infatti il quadro, in un appartamento in ristrutturazione abitato da Olivia, che era sparita nel nulla tempo prima. La donna, sconvolta dalla paura per la scomparsa di Lester (che aveva acquistato il dipinto) e la sorte di Edward, prega quest’ultimo di abbandonare l’impresa e pensare a salvarsi; ‘loro’, afferma Olivia, hanno poteri sovrumani e non esiteranno a ucciderlo. Tra le cose di Sullivan c’è anche un trattato di metrica musicale: egli intendeva, secondo Olivia, decifrare un manoscritto di Baldassarre Vitali.

Forster, invitato a cena dal principe Anchisi, ne ascolta un inquietante racconto: in una seduta spiritica svoltasi anni prima, lo spirito di Marco Tagliaferri aveva rivelato che nel diario di un grande poeta — Byron — c’era la chiave di un ‘tragico mistero’; anche Tagliaferri era stato un noto spiritista: organizzava sedute all’albergo Galba e sosteneva di essere la reincarnazione di Ilario Brandani, col quale condivideva le date di nascita e morte. Anchisi mostra poi al professore un antico manoscritto trovato in casa del colonnello Tagliaferri, opera di un anonimo tardo-settecentesco: vi si parla di un segreto lascito da parte di un ‘maestro’, custodito — presso un tempio romano e una fontana con delfini — da un ‘messaggero con corpo ma senz’anima’. Tale ‘segreto lascito’, spiega il principe, è qualcosa che solo gli iniziati possono conoscere: un oggetto portentoso chiamato ‘il Segno del comando’.

Quella notte il sonno di Edward è tormentato da un incubo spaventoso, in cui fatti e personaggi del suo recente passato — ma anche eventi futuri, come la morte di Olivia — danno vita a una macabra messinscena che culmina con il funerale del professore: ai sinistri rintocchi di uno scalpello che incide il suo nome e l’ormai prossima data della sua morte — il 28 marzo 1971 — su una lapide tombale, Forster si sveglia.

Il giorno dopo, all’Isola Tiberina, viene rinvenuto il cadavere di Olivia, asfissiata dal gas di una stufa. Edward accorre sul posto; trovandovi, come al solito, anche Powell, Forster gli domanda spiegazioni circa la sua immancabile presenza ad ogni snodo significativo dell’intricata vicenda. Mentre il commissario Bonsanti arriva a predisporre l’avvio delle indagini, Powell rivela al disorientato Forster di essere un agente dei servizi segreti britannici.


5.

Effettuato un sopralluogo nell’appartamento di Olivia, il commissario Bonsanti riparte; Edward confida a Powell di ritenere che la morte di Olivia non sia accidentale, né si tratti di suicidio.

Il giorno della conferenza, intanto, si avvicina: è il 24 marzo. Edward è spesso ospite a casa di Barbara, dove studia i suoi microfilm. È particolamente impegnato nell’interpretazione di un brano ove si cita un certo ‘O.’, sulla cui identità il professore si arrovella, intuendo possa essere la chiave dell’enigma. Aiutato da Barbara, con la quale sta forse per nascere un legame sentimentale, Forster compie lunghe ricerche nelle biblioteche romane, consultando persino i registri parrocchiali nell’intento di chiarire l’identità di ‘O.’. È ormai il 28 marzo quando Edward trova un’indicazione decisiva, che trascrive nei suoi appunti: ‘Percy Delaney, via delle Tre Spade 119’. Recatosi a tale indirizzo e salite le scale del vecchio edificio, Edward bussa a una porta da cui ode provenire una musica d’organo. L’uomo che lo accoglie è un anziano e colto musicologo, ormai cieco, che vive di memorie circondato da opere d’arte e d’antiquariato. Dalla finestra, l’uomo mostra a Forster — ignorando che non esistono più — i ruderi del tempio romano, la chiesa rinascimentale, la fontana con delfini: è, o meglio era, la piazza dipinta da Tagliaferri. L’anziano studioso rivela poi a Edward che il brano che stava eseguendo all’organo era il Salmo XVII, ovvero ‘della Doppia Morte’, di Baldassarre Vitali; egli spiega che l’autore non volle lasciarlo alla chiesa di Sant’Onorio poiché convinto fosse una musica ‘maledetta’: sulla partitura, in possesso dell’uomo, si leggono infatti i versi precedentemente attribuiti a Byron: "Voltai le spalle al Signore / E camminai sui sentieri del peccato / Voltai le spalle al Signore / E quando il tempo finì / Seppi che ero giunto dove non dovevo / Diritta è la strada del male / Ma quando lo compresi / La strada era finita / E anche l’anima mia / Perché avevo voltato le spalle al Signore". Affacciatosi alla finestra, Edward ha l’impressione di vedere Lucia e, congedatosi frettolosamente dall’anziano ospite, si precipita in strada. La ragazza è però fuggita, e Forster la insegue per i vicoli della vecchia Roma. Anche il professore è seguito: da Lester Sullivan, ricomparso all’improvviso, e pedinato a sua volta da Powell. I quattro personaggi si ritrovano ancora una volta alla sartoria Paselli, circondati da manichini. Lucia, intanto, scompare di nuovo; Powell affronta invece Sullivan, accusandolo della morte di Olivia per i suoi loschi scopi: ad esempio, impossessarsi del cosiddetto ‘carteggio Von Hessel’. Sullivan tenta di fuggire ma precipita nel vuoto, morendo sul colpo. Discutendo in seguito con Forster sulla figura e il ruolo di Sullivan, Powell è però reticente circa l’oggetto delle ricerche del defunto ‘Barone rosso’.

Sono ormai quasi le 2I, l’ora fissata per la conferenza al British Council; Powell informa il professore che ascolterà solo i primi due o tre minuti e poi si allontanerà.

La conferenza, nella sala gremita di pubblico, ha inizio. Forster esordisce affermando di aver commesso, nella stesura del suo articolo, due errori: il primo consisteva nell’aver attribuito la poesia ‘Voltai le spalle al Signore...’ a Byron; in realtà, come lo stesso Forster ha recentemente appurato, Byron non fece che trascrivere sul suo diario i versi del musicista tardo-settecentesco Baldassarre Vitali, che accompagnavano un suo brano per organo, il Salmo XVII. Il secondo errore, continua Forster, fu di considerare la ‘piazza con tempio romano’ citata nel diario di Byron come un luogo immaginario, mentre quella piazza esisteva davvero. Per trovare il luogo dove un tempo sorgeva la piazza, lo studioso afferma di essersi basato su un altro brano del diario, datato estate 1821: "Musica celestiale in casa di O. Che io possa essere dannato se accetto di nuovo un suo invito". Forster ha dunque scoperto che ‘O.’ era l’iniziale di ‘Oberon’, soprannome di Sir Percy Delaney, un amico di Byron vissuto a Roma intorno al 1820. La casa di costui, poi rintracciata da Forster, sorgeva in via delle Tre Spade II9, la stessa casa cioè dove, prima di Sir Percy, aveva abitato Baldassarre Vitali, e dove lo spettro di quest’ultimo era apparso a Byron durante una seduta medianica. Vitali, occultista oltre che compositore, pare avesse ucciso un suo rivale in negromanzia, l’orafo Ilario Brandani, per sottrargli il famigerato ‘Segno del comando’, un oggetto dai poteri miracolosi. Secondo la leggenda, l’orafo assassinato maledisse, morendo, il musicista, giurando di reincarnarsi ogni secolo in un uomo destinato a ricercare il misterioso oggetto nascosto da Vitali in un luogo segreto e introvabile. L’uomo che cent’anni dopo si sentì investito di quella missione fu il pittore Marco Tagliaferri che, pur fallendo nel compito, lasciò testimonianza delle sue ricerche in un dipinto che raffigurava la piazza dove sorgeva la casa di Vitali.

Alla domanda del principe Anchisi su chi possa essere il ‘reincarnato’ del XX secolo, destinato quindi a morire — come Brandani e Tagliaferri — entro la mezzanotte del 28 marzo, cioè tra poche ore, Forster risponde, tra la sorpresa generale, di sospettare di essere lui stesso il predestinato, ma di avere forse scoperto, decifrando i versi del Salmo XVII, il luogo ove è celato il ‘Segno del comando’: in un cortile sormontato da un angelo di pietra, non lontano dalla casa appartenuta prima a Baldassarre Vitali e poi a Sir Percy Delaney.

Durante la conferenza tenuta da Forster, Powell si è appunto recato sui luoghi descritti dal professore; quando Edward lo raggiunge presso l’angelo di pietra, Powell dichiara però che nessuno è venuto a cercare alcunché. Avendo tuttavia notato che una lastra del basamento della statua si muove, i due uomini provano a cercarvi all’interno, ma senza successo: la nicchia è vuota. A Powell viene tuttavia un’idea: la statua ‘guarda’ un punto preciso, una siepe che cela una botola. Calatisi attraverso di essa nel sottosuolo, i due si ritrovano nel cantiere della metropolitana in costruzione. Mancano due minuti a mezzanotte; Forster, scivolato da un ammasso di detriti, sta per essere schiacciato dalla pala di una scavatrice: la leggenda sta forse per avverarsi. Ma l’ululato di una sirena pone fine, proprio in quell’istante, al turno di lavoro, e la scavatrice si blocca. Edward è salvo e Powell, sibillinamente, gli augura ‘buon compleanno’.

Nella hall dell’albergo Galba, intanto, Barbara è in ansia per la sorte di Edward e per la ‘maledizione’ che pare riguardarlo, ma il commissario Bonsanti la tranquillizza, sostenendo l’infondatezza di simili leggende. Arriva finalmente Forster che, dopo aver affettuosamente rincuorato Barbara, spiega al commissario come nessuno della ‘setta’ (Anchisi, la Giannelli, l’antiquario Barengo, il sarto Paselli) si sia presentato a verificare le rivelazioni da lui fatte alla conferenza; secondo Bonsanti si tratta dopotutto di gente bizzarra ma innocua, con l’hobby dell’occultismo e della ricerca di improbabili oggetti magici. Ben altro cercava invece il defunto Sullivan, che era stato un collaborazionista dei nazisti durante la guerra e quindi si era dato al traffico d’armi e di opere d’arte, ma con scarsi risultati; prima di morire stava appunto inseguendo il ‘colpo’ della vita, il ‘carteggio Von Hessel’, da rivendere poi al maggior offerente. Carteggio che, ipotizza Bonsanti, proprio Powell potrebbe aver trovato nella nicchia quella stessa notte, tacendone poi con Forster.

A casa del principe, intanto, alle 3 di notte, la ‘setta’ si è riunita: è presente anche l’insospettabile ‘adepto’ Powell, da cui Anchisi e i suoi minacciosi sodali pretendono spiegazioni su ciò che egli ha realmente trovato nella nicchia e assicurazioni sulla sua fedeltà al gruppo; per tutta risposta, il flemmatico agente britannico afferma di aver fatto circondare l’edificio dalla polizia e, con uno stratagemma, lascia il palazzo. Incontrato il commissario Bonsanti, Powell gli rivela di aver effettivamente rintracciato il prezioso carteggio (una serie di documenti ‘scottanti’ riguardanti uno statista britannico e un’alta personalità nazista), nascosto nel 1944 da un ufficiale tedesco in ritirata, il conte Von Hessel — anch’egli cultore di Byron — proprio nella nicchia alla base della statua; i documenti, aggiunge Powell, sono già in volo per Londra. Con anche qualcosa d' altro di grande importanza, Il vero Segno del Comando ?! Salito quindi in macchina e allontanatosi, Powell è però vittima di un pauroso incidente: la sua auto si ribalta ed esplode, sotto lo sguardo enigmatico e impassibile di Lucia.

Quella stesa notte Forster, salutata Barbara, ritrova l’insegna della misteriosa ‘Trattoria dell’Angelo’; entratovi, trova ad aspettarlo Lucia. Intenzionato a restituirle il medaglione, egli apprende dalla ragazza che si tratta in realtà del ‘Segno del comando’, oggetto invano cercato da molti e che gli ha salvato la vita. Interrogata infine da Edward, la sfuggente fanciulla non chiarisce a quale mondo essa appartenga, lasciando che la storia si concluda su una nota di ambiguità e mistero.

..................

La Misteriosa Lucia ...... Altri lo cercavano...e Lucia era...stava con loro....

Dal libro risulta, infatti, che Lucia era figlia illegittima di uno dei principi Anchisi: addirittura è la medium della seduta spiritica, segno inequivocabile che in qualche modo era legata a quella casata. Palazzo Anchisi è anche il luogo dove "dimora" lo spirito di Lucia: l'appartamento di Via Margutta, (ossia lo studio del pittore Tagliaferri), per lei è solo un caro ricordo e il mezzo per incontrare Forster. Ora, invece, stava con loro.... Ma cosa vuol dire "altri lo cercavano?". Lucia ritrovò il SDC soltanto nel secolo scorso, dopo la morte di Tagliaferri, avvenuta nel 1871: ciò significa che, ben prima di Anchisi & C., qualcuno lo cercava; in fondo, la leggenda era nota a molti, in quel periodo, Byron compreso. Quel stava con loro può indurre a farci pensare che la casata Anchisi, ben prima del noto principe, fosse sulle sue tracce: il nostro appassionato di occultismo, infatti, nel 1971 dovrebbe avere poco più di 60 anni e quindi essere nato ai primi del '900; la stessa cosa per il colonnello Tagliaferri, nato probabilmente alla fine dell'800. Interessante anche quel le fu concesso di continuare a cercare il medaglione: perchè? e da chi? Quest'ultima domanda è destinata a non avere risposta; ma perchè continuare, quando invece sappiamo che si lasciò morire nello studio di Tagliaferri? Perchè Lucia aiutava Tagliaferri nelle sue ricerche: come poi abbia ritrovato il SDC ci è ignoto ma, da fantasma, poteva setacciare ogni casa di Roma; è lei stessa che dice a Forster "No. Vado sempre a piedi. Roma non è grande. In meno di un'ora la si attraversa tutta". Aveva anche una traccia, la famosa piazza disegnata da Tagliaferri, quella citata dal vecchio cieco, che vi abitava proprio accanto, la piazza con ruderi e rovine romane ..... che all'epoca esisteva : fu probabilmente distrutta durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Prima che l' anziano uomo, cioe', perdesse la vista



Musica

La celeberrima Cento campane, sigla finale dello sceneggiato, è un brano ormai classico del repertorio romanesco, e fu composta nel 1952, con l’accompagnamento della sola chitarra, dall’attore e compositore Fiorenzo Fiorentini. Nato a Roma il I0 aprile 1920, Fiorentini ha avuto una lunga e onorata carriera come caratterista cinematografico (lo ricordiamo, ad esempio, a fianco di Vittorio Gassman ne Il tigre, 1967). Ha fondato un centro studi dedicato a Petrolini e lavorato in teatro con attori del calibro di Mario Scaccia ed Ernesto Calindri; ha inoltre composto numerose canzoni, specialmente con Renato Rascel, ma incontrando il grande successo solo un paio di volte: con Vengo anch’io, no tu no di Jannacci nel ’67, e appunto con Cento campane nel ’7I. Le sue ultime apparizioni come attore sono state in due recenti lavori televisivi, La notte di Pasquino, di Luigi Magni e Un posto tranquillo. Fiorentini è scomparso il 27 marzo 2003.

Nella primavera-estate del 1971 la versione riarrangiata da Romolo Grano (che figura in tal modo come co-autore del brano) e interpretata da Nico (ossia Nico Tirone, cantante originario di Agrigento ed ex-leader del gruppo ‘Nico e i Gabbiani’) entra in classifica (al 16° posto) grazie anche al successo dello sceneggiato.

In seguito il brano è entrato stabilmente nel repertorio ‘romanesco’ di Lando Fiorini.


Rassegna critica

Niente male Il segno del comando visto domenica sera sul nazionale. A giudicar dall’inizio [...] gli autori Flaminio Bollini e Giuseppe D’Agata hanno elaborato una vicenda avvincente e vigorosa, posta ai confini tra il reale e il surreale, con tutti gli ingredienti necessari per interessare una vasta platea. E il regista Daniele D’Anza ha dato alla storia il piglio adatto, svelto, asciutto, senza sbavature, badando ad accentuare, ma con misura, gli elementi di mistero che ne formano la sostanza. C’è un giovane professore (l’ottimo Ugo Pagliai) giunto a Roma sulle tracce del più romantico poeta, inglese come lui, lord Byron: in una Roma che sembra vivere contemporaneamente nel presente che tutti conosciamo e in un passato di sogno, permeato di ingredienti romantici. Gli fa da guida una [...] giovane modella (Carla Gravina) che sembra vivere anch’essa in un mondo perduto: presenza reale e fantasma allo stesso tempo. Fatti conturbanti si susseguono a ritmo serrato: per lunghi momenti siamo fuori del tempo, tra personaggi che sembrano — e forse lo sono — tornati dall’al di là per obbedire a un imperioso comando; poi subito ci ritroviamo nel presente, tra persone vive e vere: un’alternanza che, almeno in questa prima puntata, ci ha interessati e convinti, da capo a fondo. Se il seguito della storia avrà il vigore dell’inizio, potremo finalmente dedicare una preziosissima ora domenicale al teleschermo, senza pentimenti e senza arrabbiature (B. Borselli, Il giallo di domenica è convincente, su "Il Secolo XIX", I8/5/7I, pag. 9).


Anche Il segno del comando [...], che per qualche settimana ha tenuto avvinti i telespettatori, è finito. E a dir la verità, non è finito bene. Quella che sarebbe dovuta essere la puntata dello scioglimento, delle spiegazioni e dei chiarimenti, è risultata la più oscura, contorta, lambiccata e farraginosa di tutte. Il telefonista del giornale ha dovuto sostenere gli attacchi dei lettori i quali chiedevano più ampie spiegazioni, dopo la puntata. Spiegazioni che, in coscienza, nessuno avrebbe potuto dare. Oscuramente, confusamente crediamo di aver capito che ad una storia di spiritismo e d’oltretomba se n’era mescolata un’altra di spionaggio e di politica. [...] Insomma, la squallida realtà umana s’intrecciava al mistero dell’al di là: un po’ di gente viva e un po’ di gente morta sorreggeva una storia molto avvincente all’inizio, molto meno alla fine. Tre brutte morti: quella di Lester Sullivan e della sua amante Olivia e quella, invero barbara, di George Powell. Forster, la vittima predestinata, si è ritrovato vivo per miracolo e la squadra degli spiritisti è uscita scornata per più d’un verso. [...] La parte più bella dell’ultima puntata: certi scorci segreti della Roma romantica negata ai turisti frettolosi, alcune scene sotterranee, il tragico incidente [...] che conduce a morte l’agente Powell, alcuni allucinanti momenti nella sartoria teatrale di Paselli. Ma alla fine, per molti, l’amaro di una spiegazione nebulosa, piena di fumi e di vapori, tutt’altro che convincente. Tra gli interpreti meritano che se ne faccia almeno il nome Ugo Pagliai, Carlo Hintermann, Massimo Girotti, Carla Gravina (ma che bel fantasma!), Rossella Falk, Franco Volpi, Andrea Checchi, Silvia Monelli [...] e qualche altro. Daniele D’Anza è stato un regista di molta fantasia e di ottimo mestiere (B. Borselli, Tra furfanti e fantasmi, su "Il Secolo XIX", I5/6/7I, pag. 9).


Gli angusti vicoli di una Roma barocca, un professore inglese, [...] una sfuggente modella, [...] strani fantasmi del passato legati al protagonista da curiose coincidenze, un oggetto misterioso, «segno del comando» per chi lo possiede, evocano gotiche vicende da brivido per un insolito thrilling. [...] In onda dal 16 maggio, questo mystery parapsicologico è premiato dal pubblico oltre i propri meriti (A. Grasso, Storia della televisione italiana, cit., pag. 266-267).


Il più bel racconto originale di mistero che la Rai abbia mai trasmesso. Il segno del comando era molte cose insieme. Era, intanto, una grande storia tutta giocata sul tempo e sul mistero e sul mistero del tempo. [...] Il racconto avvinceva come un giallo alla Durbridge ma, in più, c’era il fascino sinistro e raggelante dell’atmosfera di Belfagor. Ogni tanto un [...] brivido di gelo passava sulla schiena degli spettatori: come dimenticare il volto trasfigurato della Gravina, la bella Lucia, coperto da un velo nero e la sua voce allucinata in una seduta spiritica volta a evocare il pittore Tagliaferri? [...] Il programma, apparentemente così sofisticato, era pieno di intelligenti strizzate d’occhio a un pubblico più popolare: dalla sigla musicale Din-don [...], fino al luogo di nascita del professor Forster, quella piccola cittadina della provincia inglese, Middlesbrough, che ci era costata, solo cinque anni prima, l’umiliazione della sconfitta calcistica con la Corea del dentista Pak-doo-ik. Il segno del comando [...] è stato uno di quei casi per i quali valeva la secca certezza di Ennio Flaiano: "Ogni successo è un malinteso". In questo caso, un misterioso, felice malinteso (W. Veltroni, I programmi che hanno cambiato l’Italia, cit., pag. 237-238).
Brandani - Gio Ott 25, 2007 3:58 pm
Oggetto:
IL SEGNO DEL COMANDO

Mediaset ( La Cinq ) 1992

Versione remake proposta su Canale 5 nella riduzione televisiva dello sceneggiato del 1971
Il progetto di Mediaset era ambizioso, nel riproporre uno degli sceneggiati televisivi di maggior successo, ma per ragioni poco note, lo sceneggiato venne poi mandato in onda in una sola puntata di un' ora e mezza circa, compattando così in modo inconsistente una miniserie registrata per due puntate di due ore ciascuna.
Cio' porto' ad una giustificata reazione molto polemica del singolare regista Giulio Questi con la produzione televisiva
Nel cast da segnalare la presenza di Robert Powell, gia' attore versato nel genere Horror con la Hammer Film, considerato all' epoca l' ideale erede di Peter Cushing, con cui peraltro recito' , prima della chiusura di quella mitica casa cinematografica

Personalmente trovai questa versione remake .. inguardabile .. ma il giudizio è relativo, appunto, alla versione raffazzonantemente ultracompressa mandata in onda ..


Regia Giulio Questi

Dalla storia soggettata di Giuseppe D' Agata , rielaborata da David Grieco

Con :

Robert Powell
Elena Sofia Ricci
Michel Bouquet
Jonatan Cecil
Fanny Bastien
Sonia Petrovna
Brandani - Gio Ott 25, 2007 5:08 pm
Oggetto:
I racconti dell' Inquietudine
Rai 1982

........
Ma a proposito dell' ottimo regista Giulio Questi , (qualcosa di lui in
) ricordo due film tv per la Rai,
L' uomo della sabbia e Vampirismus , tratti dai racconti di Hoffmann veramente molto ben fatti, in onda verso la seconda meta' degli anni '80, facenti parte di una serie tv dal titolo ( se non ricordo male )
I racconti dell' inquietudine .
Fu da allora che mi appassionai molto ad Hoffmann .. certo .. non fui precoce come Noctifer ..!
Di quella stessa serie ricordo anche un misterioso bel film tv dal titolo "Da Sbirro" .. di cui pero' non so nulla di piu' .. ma ricordo uno dei protagonisti, magnificamente interpretato dall' attore Felice Andreasi
Asmodeus - Ven Ott 26, 2007 12:29 pm
Oggetto:
Si, rifacendoci al topic sulla letteratura in cui abbiamo parlato proprio di Hoffmann, ricordo che erano episodi liberamente tratti. Mi pare che proprio Vampirismus avesseun finale diverso, ma non riesco a focalizzare i dettagli.
Quanto a "Il segno del comando", ho visto lo sceneggiato prima di leggere il libro, poi, quando mi son dato alla lettura, ho apprezzato la fedeltà delle puntate e la caratterizzazione dei personaggi televisivi.
Noctifer - Ven Gen 18, 2008 10:24 pm
Oggetto:
STO SCARICANDO TWIN PEAKS, è BELLISSIMA L'IMMAGINE DELLA LOGGIA NERA...
Brandani - Mer Mag 14, 2008 2:09 pm
Oggetto:
A come ANDROMEDA

RAI 1972

Genere fantascientifico, si disconta in parte dagli sceneggiati sinora trattati, ma va comunque annoverato fra i successi del filone misteriosofico di quegli anni !

"A come Andromeda" di Vittorio Cottafavi non rappresenta - come si tende a credere - il primo tentativo della Rai di cimentarsi nel campo della fantascienza: negli anni precedenti c'erano infatti stati il "Jekyll" di Albertazzi (1969) e il breve ciclo di episodi "Oltre il Duemila" (1971). Ad ogni modo, tenendo conto del fatto che "Jekyll" era una rivisitazione attualizzata di un classico ottocentesco, e che i due episodi di "Oltre il Duemila" passarono perlopiù inosservati, si può affermare che lo sceneggiato di Cottafavi è la prima produzione importante realizzata dalla tv italiana tratta da un testo fantascientifico scritto espressamente per il piccolo schermo. Si tratta infatti dell'adattamento, ad opera di Inisero Cremaschi - scrittore e curatore di programmi radio e tv - di una breve serie realizzata in Gran Bretagna una decina d'anni prima, intitolata "A for Andromeda". Suddivisa in sette puntate in bianco e nero di circa 45', "A for Andromeda" fu realizzata nel 1961 dalla BBC a partire dalla sceneggiatura stesa dal noto astronomo Fred Hoyle e dallo sceneggiatore-produttore John Elliot. In Italia lo sceneggiato britannico non arrivò mai (pare anzi che i master originali siano stati cancellati), fu però pubblicato il romanzo che Hoyle ed Elliot trassero dal loro soggetto; tradotto da Irene Bignardi, il romanzo uscì da Feltrinelli nel 1965, e fu ristampato - nell'imminenza della trasmissione dello sceneggiato italiano, con Nicoletta Rizzi in copertina - nel dicembre 1971. Su questo romanzo si basò appunto Cremaschi (che nello sceneggiato interpreta anche una piccola parte) per elaborare l'adattamento televisivo commissionatogli dalla Rai. In linea di massima la versione di Cremaschi e Cottafavi coincide con quella originale di Hoyle ed Elliot, benché non manchino aggiustamenti e discrepanze, anche di un certo peso. Ad esempio, la fantomatica organizzazione Intel, presentataci nello sceneggiato italiano come una sorta di centrale internazionale del crimine, nella versione originale è semplicemente una multinazionale commerciale, spregiudicata ma non del tutto illegale; il suo capo, ribattezzato Barnett da Cremaschi, è in realtà un tedesco - ex-nazista - di nome Kaufmann. Altre differenze riguardano poi la morte di Bridger (nell'originale cade accidentalmente da una scogliera, mentre nella versione di Cremaschi è ucciso da un sicario della Intel), la caratterizzazione di alcune figure di contorno (ad esempio i militari, le cui connotazioni caricaturali sono pesantemente accentuate da Cremaschi), alcuni dettagli 'scientifici' (ad esempio, tra i primi organismi viventi creati dal calcolatore vi è - nel testo di Hoyle ed Elliot - una creatura gelatinosa chiamata 'Ciclope', delle dimensioni di una pecora e dotata di un unico rudimentale occhio, creatura che è assente nella versione italiana), la soppressione e l'introduzione di personaggi (per fare un esempio, la dottoressa Liz Ray è un'aggiunta di Cremaschi). Talvolta si hanno persino citazioni da altre opere: un paio di battute pronunciate da Fleming nella terza puntata ("c'è un solo modo di costruire un'articolazione che funzioni in analoghe condizioni gravitazionali", "vogliamo restare grandi uomini in un mondo piccolo, o diventare piccoli uomini in un mondo grande?") sono ad esempio tratte da un altro romanzo di Hoyle, "La nuvola nera". E anche il finale è cambiato: mentre nell'ultima scena dell'adattamento italiano Andromeda si uccide gettandosi da una scogliera, nella versione originale la ragazza fugge con Fleming su un isolotto; qui, scomparendo in una pozza d'acqua all'interno di una caverna, Andromeda è creduta morta dallo scienziato: in realtà, nel seguito della storia - una miniserie e il relativo romanzo intitolati "The Andromeda Breakthrough" - la ragazza aliena è ritrovata viva, e trascinata con Fleming e la dottoressa Dawnay (che non è morta, come invece fa credere la versione di Cremaschi) in una nuova serie di avventure. Di questa seconda parte della storia - che si svolge perlopiù in un immaginario staterello del Medio Oriente chiamato Azaran, dove è stata costruita una copia del calcolatore distrutto - non fu realizzata la versione italiana; ad ogni modo, per chi fosse interessato alle nuove peripezie di Fleming e Andromeda (ribattezzata definitivamente 'André') esiste la traduzione italiana del romanzo, uscita sempre da Feltrinelli nel 1966 con il titolo "L'insidia di Andromeda".
Le riprese di "A come Andromeda" iniziarono verso la metà di marzo del 1971, e furono effettuate negli studi Rai di Milano per le scene in interni, e principalmente sulla costa settentrionale della Sardegna per gli esterni. A questo riguardo, l'aneddoto più curioso è sicuramente quello relativo alla sostituzione 'in corsa' di Patty Pravo - inizialmente scelta per la parte di Andromeda - con Nicoletta Rizzi. La Pravo resistette sul set per circa un mese, finché il 19 aprile la cantante fece pervenire alla Rai una lettera, con allegato certificato medico, in cui esponeva le ragioni della propria rinuncia a proseguire le riprese. Alla Rai non ci si perse d'animo e venne immediatamente scritturata l'emergente attrice ventisettenne Nicoletta Rizzi. Ovviamente Cottafavi dovette girare da capo tutte le scene in cui compariva la dimissionaria Patty Pravo, e la troupe - Rizzi in testa - fu sottoposta a turni massacranti di più di dieci ore ininterrotte di lavoro al giorno.
Nonostante le traversie in fase di realizzazione, lo sceneggiato può dirsi molto riuscito ed estremamente coinvolgente; certo non mancano i difetti e le leggerezze, come ad esempio il tentativo di spacciare le locations sarde per paesaggi nord-atlantici, o certe caratterizzazioni troppo caricaturali, che spesso scivolano nel macchiettistico e nel grottesco (si pensi al colonnello Geers che ripete continuamente "ecco, appunto", intercalare di cui non v'è traccia nella versione originale), o imprecisioni ortografiche che sinceramente danno un po' fastidio ("Elicopter" invece di "Helicopter", "Stockolm" per "Stockholm", "Jas" per "Jan"). Ciò su cui non si può invece discutere è la magistrale interpretazione di Luigi Vannucchi, che giganteggia rispetto ai pur validi colleghi e assesta allo sceneggiato un particolare timbro espressivo, un'appassionante miscela di inquietudine, entusiasmo, paura e malinconia.



Trama
1. In Inghilterra, a Bouldershaw Fell, sta per essere inaugurato il più potente radio-telescopio del mondo, in grado di esplorare la volta celeste al di là dei limiti finora noti. È stato realizzato da due giovani scienziati, John Fleming e Dennis Bridger, legati da vecchia amicizia; il professor Reinhart ha diretto il team. Il giorno precedente l'inaugurazione viene captato dal radio-telescopio uno strano segnale che si distingue dal rumore stellare. Fleming intuisce che il segnale, proveniente da M31, un punto della costellazione di Andromeda, che dista due milioni di anni-luce dalla Terra, può essere un messaggio. L'inaugurazione è rinviata e Fleming, pur nella perplessità generale (è soprattutto il generale americano Vandenberg a non vederlo di buon occhio), si impegna nella decifrazione del segnale. A Bouldershaw c'è anche Judy Adamson: formalmente lavora in qualità di press-agent, in realtà è agente del controspionaggio britannico. In collaborazione con il tecnico Harries, altro agente in incognito, Judy sorveglia le mosse di Dennis Bridger, sospettato di collusioni con un'organizzazione spionistica internazionale, la Intel. Fleming giunge alla conclusione che il segnale captato è un messaggio traducibile in codice binario, cioè in una serie di cifre, 0 e 1, variamente combinate. La notizia di un messaggio proveniente da un pianeta sconosciuto trapela, destando stupore e panico nell'opinione pubblica; negli ambienti governativi c'è molta preoccupazione, e si cerca di minimizzare il fatto. Fleming completa il lavoro di decifrazione e scopre, con enorme sorpresa, che il messaggio sembra dettare il progetto per la costruzione di un potentissimo cervello elettronico. Sebbene non se ne comprenda lo scopo, si decide di realizzare il super-calcolatore. Il generale Watling, capo dei servizi di sicurezza, sollecita a Judy notizie sulla continua fuga di documenti segreti; la colpevolezza di Bridger è sempre più evidente. Harries è scoperto dagli uomini della Intel mentre sta pedinando Bridger, che si è recato in una sala-corse per comunicare con la Intel attraverso una telescrivente. Barnett, capo della Intel, si incontra con Bridger. Harries ha ormai le prove del tradimento, ma mentre si reca a Londra, per consegnarle al generale Watling, viene rapito: Judy, Fleming e Bridger ne rinvengono il cadavere.
2. Il governo britannico decide di trasferire il team di scienziati al centro missilistico di Thorness, un promontorio isolato nel nord della Scozia. Fleming, Bridger e Reinhart lavorano, sulla base dei dati forniti dal messaggio, alla costruzione dell'elaboratore progettato dall'intelligenza aliena. Judy, mentre osserva Bridger di ritorno da una delle sue strane gite in barca all'isola prospiciente Thorness, sfugge a un attentato. Il comandante della base militare - il colonnello Geers, che ignora la vera identità di Judy - fa intensificare le misure di sicurezza e indaga sulle escursioni di Bridger. Fleming confida a Judy le sue preoccupazioni: l'intelligenza che ha inviato il messaggio non può avere il solo scopo di regalare alla Terra uno strumento più evoluto. Intanto, il calcolatore è completato e viene collaudato alla presenza di varie personalità governative e del Primo Ministro; il suo funzionamento lascia però molto perplessi: la macchina, invece di dare risposte, pone domande, chiedendo informazioni sugli elementi chimici del nostro pianeta. Ricevuti un certo numero di dati, esso arriva rapidamente a dettare formule di chimica organica. Si rende a questo punto necessaria la presenza di un'esperta in biologia; la dottoressa Madeleine Dawnay giunge pertanto a Thorness. Judy, durante una passeggiata romantica con John, scopre nella caverna dell'isolotto le prove del trafugamento dei documenti, che Bridger poi spediva tramite piccioni viaggiatori. Fleming, improvvisamente e drammaticamente, scopre in Judy un agente segreto. Nel laboratorio proseguono gli esperimenti che portano alla nascita di cellule viventi; Fleming, convinto che la macchina sia una specie di 'quinta colonna' animata da propositi di invasione, effettua un disperato e vano tentativo di distruggere l'essere che sta nascendo. Le scoperte di Judy hanno ormai provato la colpevolezza di Bridger; mentre una pattuglia lo attende sulla scogliera per arrestarlo, Bridger viene ucciso da una fucilata misteriosa.
3. John respinge Judy, che ritiene responsabile della morte dell'amico, e decide di abbandonare l'impresa; il prof. Reinhart lo convince a rimanere: è preoccupato anche lui dal computer, che si sta comportando come un essere pensante, con una volontà propria. Fleming, incuriosito dalle due piastre terminali del calcolatore, la cui funzione è sempre stata ignorata, scopre che sono uno strumento a disposizione della macchina per comunicare con il cervello umano. Christine Flemstad, una nuova assistente della Dawnay, è particolarmente sensibile a questo contatto: viene attratta come per ipnosi dalle piastre, le tocca e muore folgorata da una forte scarica elettrica. Judy, intanto, riesce a individuare il centro di collegamento delle spie. La polizia tende un agguato; un sicario resta ucciso, ma la figura principale dell'organizzazione, Barnett, sfugge alla cattura: non sarà più possibile incriminarlo, ma per il momento lo spionaggio è neutralizzato. Il calcolatore, uccidendo Christine, ha raccolto in un attimo tutte le informazioni che gli occorrevano sulla struttura del corpo umano: infatti, nel bio-sintetizzatore, si formano subito tessuti organici. Mentre i militari sono preoccupati dall'avvistamento di strani e velocissimi satelliti che circolano nel cielo, a Thorness nasce dal bio-sintetizzatore un corpo di donna identico alla ragazza uccisa, Christine.
4. La creatura, cui viene imposto il nome di Andromeda, rivela un grado elevatissimo di intelligenza. Fleming sostiene che Andromeda e il calcolatore sono strumenti dell'intelligenza superiore che ha inviato il messaggio con lo scopo di distruggere l'umanità e sostituirsi ad essa. I ministri e i militari, in contrasto con le tesi di Fleming, decidono di avvalersi delle straordinarie capacità di Andromeda per elaborare un mezzo in grado di colpire i satelliti-spia che nessun missile attuale è in grado di intercettare. In poco tempo viene realizzato un nuovo velocissimo missile che, sotto la guida coordinata di Andromeda e del computer, raggiunge e distrugge uno dei satelliti. Andromeda rivela intanto alcuni aspetti umani, e su questi fa leva Fleming nel tentare di sottrarla all'influenza dell'elaboratore. La falsa informazione della morte di Andromeda, inserita nel cervello elettronico, provoca una reazione violenta: esso punisce Andromeda per le sue debolezze con forti scariche elettriche che le ustionano gravemente le mani. La stessa macchina fornisce poi un enzima rigeneratore di cellule, che guarisce in poche ore le profonde ustioni: subito le autorità progettano di sfruttare commercialmente lo straordinario prodotto, accordandosi con la Intel. La dottoressa Dawnay, mentre sta lavorando alla formula dell'enzima fornita dal calcolatore, è colpita da una strana malattia e versa in gravi condizioni. Intanto, il messaggio proveniente da M31, che ogni notte veniva ripetuto, cessa definitivamente.
5. Fleming e Reinhart attribuiscono la malattia della dottoressa Dawnay a una sorta di 'vendetta' del computer per la falsa informazione - la morte di Andromeda - immessa dagli scienziati nella sua memoria. I due, con l'appoggio di Judy, sono decisi a contrastare la macchina, la cui pericolosità è ormai una tragica evidenza. Una notte Fleming è aggredito nel sonno da Andromeda, per fortuna senza conseguenze; messa alle strette, la ragazza afferma di aver ricevuto dal computer l'ordine di uccidere lo scienziato, ma poi confessa, con riluttanza, di soffire di debolezze 'umane' - rancore, gelosia, paura - che la inducono ad azioni autonome. Pregata da John, Andromeda mette poi a punto una cura per la Dawnay (che però, come si apprende in seguito, non sopravvive). In seguito, Andromeda ammette apertamente ciò che Fleming sospettava da tempo: la civiltà aliena, di cui lei e il computer sono un avamposto, sostituirà la razza umana sulla Terra. Il piano di Fleming e Reinhart ha dunque inizio: ottenuti dal sottosegretario Osborne dei lasciapassare con il pretesto di un normale controllo, John e Judy accedono alla stanza del calcolatore; qui Fleming tenta di riprogrammare la macchina nell'intento di renderla 'controllabile'. Ad un tratto compare Andromeda: attirata dal computer alle piastre terminali, la ragazza è folgorata e cade a terra. Esasperato dall'impassibile crudeltà della macchina, John afferra una scure e, malgrado i richiami di Judy, si avventa sulle apparecchiature. Distrutto il calcolatore, resta però ancora la registrazione del messaggio dallo spazio - grazie a cui sarà possibile ricostruire la macchina - custodita sotto chiave. Impossibilitati per il momento a terminare l'opera, i due si danno alla fuga. Osborne, furioso per l'inattesa piega presa dagli avvenimenti, minaccia pesanti conseguenze; Reinhart ipotizza di addossare la responsabilità della distruzione del calcolatore ad Andromeda, che tutti credono morta. John invece la ritrova viva, seppur duramente provata e con le mani ustionate. Egli scopre che la ragazza è in possesso della chiave della cassaforte in cui è custodita la registrazione su nastro del messaggio, insieme ai progetti di costruzione e al programma su schede perforate; Fleming, ormai impossibilitato a ripresentarsi personalmente alla stanza del calcolatore, prega Andromeda di andare a prelevare e distruggere quel pericoloso materiale. La ragazza, benché traumatizzata dalla cessata simbiosi con la macchina, finisce per acconsentire. Bruciato il contenuto della cassaforte, Andromeda (nel frattempo ribattezzata dallo scienziato 'André') fugge, braccata dai militari; raggiunta da Fleming, che intende aiutarla a nascondersi e a costruirsi una nuova vita 'umana', l'infelice ragazza decide però diversamente: sotto gli occhi sgomenti di John e Judy si getta da una scogliera.
( da Pagine70 )


1. Martedì 4 gennaio, ore 20.30, Programma Nazionale (62'10")
2. Martedì 11 gennaio, ore 20.30, Programma Nazionale (66'05")
3. Martedì 18 gennaio, ore 20.30, Programma Nazionale (64'15")
4. Martedì 25 gennaio, ore 20.30, Programma Nazionale (63'25")
5. Martedì 1 febbraio, ore 20.30, Programma Nazionale (62'40")
Brandani - Mer Mag 14, 2008 2:17 pm
Oggetto:
GAMMA

RAI , 1975

Una sorta di Frankenstein in chiave modernamente futuribile e tecnologica .. non privo d' implicazioni psicologiche ..

Girato nel 1974 negli studi Rai di Torino e in Francia (nonché in alcune locations, ad esempio l'autodromo di Monza per le riprese in pista), Gamma è la seconda grande produzione Rai - dopo A come Andromeda del '72 - nel campo della fantascienza. Scritto dal medico-scrittore Fabrizio Trecca, il soggetto dello sceneggiato ha come ambientazione 'obbligata' - per via di alcuni peculiari risvolti dell'intreccio - la Francia, paese in cui la ghigliottina non era all'epoca ancora stata abolita.
Abilmente intessuta dagli sceneggiatori Trecca e Nicolini, e magistralmente sottolineata dalle splendide musiche di Enrico Simonetti (il 45 giri con i due pezzi Gamma e ****'s Theme si piazzò bene in classifica), la drammatica vicenda di Gamma si dipana lungo le quattro puntate insinuando nello spettatore un forte senso di angoscia e apprensione per le sorti del protagonista Jean Delafoy. In realtà il 'pugno nello stomaco' lo spettatore lo ha ricevuto subito, da quegli incredibili otto minuti iniziali: la claustrofobica sequenza - il cui sinistro realismo è accentuato da un efficace indugiare su dettagli apparentemente banali - di Daniel Lucas condotto alla ghigliottina, adagiato sul lettino e sedato con allucinogeni che fanno riemergere dalla mente del giovane frammenti distorti del suo recente passato. Assolutamente magistrale e angosciante, poi - tanto di cappello a Nocita! - è l'ultima parte della sequenza, con la 'visione' della diabolica ex-amante Marianne intervallata con i dettagli dell'indicatore dei secondi che mancano all'esecuzione. Non si era probabilmente mai visto, in Rai, nulla di così impressionante.
Ciò che pare contraddistinguere Gamma rispetto ad altre simili fantasie avveniristiche - televisive e cinematografiche - è il suo abile e perturbante intrecciare la realtà con l'allucinazione, le più incredibili utopie tecnologiche (il trapianto del cervello, o l'ancora più implausibile "visualizzatore di ricordi" che, nella terza puntata, inchioda Jean) con la quotidianità del presente. Ecco uno dei futuri possibili che ci attendono, sembrano dire gli autori dello sceneggiato; i quali, più che a un ammonimento moraleggiante contro i rischi di una tecnocrazia esasperata priva di remore etiche, hanno a nostro avviso inteso rappresentare un incubo ad occhi aperti, un'allucinazione futuribile che ha soprattutto nella propria materia narrativa e spettacolare la principale ragion d'essere.
Per finire, due parole sugli autori. Fabrizio Trecca è nato a Roma il 19 agosto 1940. Già professore di 'chirurgia di pronto soccorso' all'Università dell'Aquila, è autore di varie pubblicazioni scientifiche. Conduttore di rubriche radiofoniche e televisive, è autore, oltre che di Gamma, della serie di telefilm Diagnosi (1975). Ha pubblicato nel '79 il best seller Johnny Lancet, chirurgo del Pentagono. Appassionato e pilota di auto sportive, nel 1981 ha pubblicato il romanzo Formula Uomo, in cui è ripreso e sviluppato il tema della medicina avveniristica ambientato nel mondo delle corse automobilistiche, già presente in Gamma. Attualmente conduce su Retequattro il programma Vivere meglio.
Il regista Salvatore Nocita è nato ad Arcisate (Varese) il 30 luglio 1934; entrato in Rai nel '58 come montatore, ha debuttato nella regia televisiva nel '72 con lo sceneggiato I Nicotera; nel '74 ha realizzato tre episodi di Senza uscita, nel '76 Dimenticare Lisa e Gli irreperibili, nel '77 Ligabue, nel '79 La commediante veneziana e nel 1989 la nuova versione dei Promessi sposi.



Trama
1. L'azione si svolge a Créteil, città-satellite di Parigi, in un prossimo futuro. Il giovane Daniel Lucas viene condotto alla ghigliottina, e dall'ultima lettera scritta alla madre apprendiamo che egli è stato condannato a morte per aver ucciso un poliziotto, Albert Janvier. Dai flashback che rievocano il recente passato del giovane emerge la causa del delitto: Daniel l'ha commesso perché glielo ha ordinato la ragazza che amava, Marianne Laforet, forte di un infallibile strumento di persuasione, una terribile droga contenuta in sigarette di una particolare marca, le 'Maréchal'. Al termine della drammatica sequenza, il giovane è giustiziato. Oltre alla madre, stravolta dal dolore, egli lascia una sorella, Nicole, sposata con Jean Delafoy, pilota di auto sportive. Passa del tempo dall'esecuzione di Daniel, e Jean Delafoy sta provando in pista nel tentativo di abbassare il record del giro. Sulla pista ci sono anche Philippe, che di Jean è collega e amico fraterno, e la sua nuova ragazza, Marianne Laforet, che esercita ora su di lui la sua nefasta influenza. Durante un giro in cui sostituisce l'amico (lo ha infatti visto privo - per via delle sigarette - della necessaria concentrazione) Jean esce di pista ed è sbalzato fuori dell'abitacolo; alla drammatica scena assiste anche Nicole, giunta nel frattempo alla pista. Ai medici prontamente accorsi, che traportano Jean all'ospedale, appare evidente che il corridore ha subito un trauma cranico con danno cerebrale irreversibile; tra i soccorritori c'è però il dottor Piantoni, che fa parte dell'équipe del professor Duval, che da tempo si sta preparando a un rivoluzionario intervento, il trapianto di cervello. Nel frattempo la madre di Nicole, ignara di tutto, è andata allo spettacolo di un bizzarro circo dove si rappresenta la favola di 'Biancaneve e i sette nani'; la donna vi si reca spesso, sperando di trovarvi Marianne, che sa essere la causa della morte del figlio. Il nano Grand-Pierre, capo della banda di spacciatori, si è accorto della sua presenza ossessiva, e durante lo spettacolo la apostrofa minacciosamente diffidandola dal rimettere piede sotto il tendone. Mentre Jean giace in coma in sala di rianimazione, nell'équipe medica si accende un drammatico dibattito sull'opportunità dell'intervento: è soprattutto la dottoressa Mayer a manifestare perplessità di ordine morale. Si decide di interpellare la moglie di Jean: Nicole è sconvolta dalla realtà clinica quale le viene prospettata dal professor Duval, e data l'impossibilità di un'alternativa alla morte certa del marito, accetta di dare il suo consenso al trapianto. Fra i cervelli conservati, un computer ne seleziona uno contrassegnato con la lettera 'Gamma', e l'intervento viene effettuato con successo.

2. Ha inizio la difficile opera di ricostruzione psichica di Jean. I suoi parenti ed amici, sotto la guida della dottoressa Mayer, registrano tutto quello che sanno e ricordano su di lui; le informazioni vengono vagliate da un calcolatore che scarta tutte le notizie potenzialmente dannose per il paziente; solo dopo il controllo, le informazioni sono comunicate al nuovo cervello di Jean sotto forma di impulsi subliminali. Intanto Philippe, ormai dipendente dalla droga, si incontra con Marianne, che è insistentemente pedinata dalla madre di Nicole. La ragazza scatta di nascosto al giovane alcune foto compromettenti: con esse la banda di Grand-Pierre ricatta Philippe, proibendogli di rivelare a Jean chi era Daniel e come è morto. Jean si avvia con grande fatica alla guarigione; deve abituare gli occhi e il cervello ai suoni, alla luce, alle parole, deve scoprire dentro di sé le memorie di una vita precedente che altri vi hanno depositato. Alla fine della lunga terapia riabilitativa, Jean torna a casa con la moglie. Nicole osserva con sorpresa che Jean, oltre a tenere strani comportamenti, ha iniziato a fumare sigarette 'Maréchal' e che è interessato alla storia di Daniel, a come è morto e perché. Jean è inoltre stranamente attratto, quasi ossessionato dal circo: dopo essere stato allo spettacolo con Nicole e la madre, ci torna la sera dopo, questa volta da solo; alla fine dello spettacolo l'ex-pilota, come in trance, entra nel carrozzone di 'Biancaneve' e la strangola, strappandole poi la maschera sotto cui appare il volto di Marianne Laforet.

3. Il mattino dopo, il circo ha levato le tende, e sul piazzale restano solo il cadavere di Marianne e la roulotte di Madame Oreille, rancorosa ex-'Biancaneve' del circo; è quest'ultima che la polizia - guidata dal commissario Fontaine - interroga nell'intento di risalire all'autore del delitto. Jean cade intanto nelle mani della banda di Grand-Pierre, che lo tortura per fargli confessare perché ha ucciso Marianne, ma lui stesso non sa rispondere. Philippe arriva appena in tempo a liberarlo prima che i nani lo seppelliscano sotto una montagna di sabbia. Nicole denuncia la scomparsa del marito alla polizia, che intanto ricostruisce l'identikit dell'assassino grazie a un apparecchio che visualizza i ricordi della testimone oculare, Madame Oreille: il cerchio si stringe attorno a Jean che, dopo un lungo inseguimento, viene catturato. Si apre il processo a Jean, accusato dell'omicidio di Marianne Laforet; se il verdetto della giuria popolare e quello emesso da un calcolatore coincideranno, la sentenza sarà inappellabile, altrimenti il processo verrà istruito di nuovo. Jean si è subito dichiarato colpevole, ma il suo avvocato, Lévy-Marchand, cerca comunque di dimostrare che egli non aveva un movente per uccidere la ragazza, a differenza di Grand-Pierre e di Madame Oreille. L'avvocato riesce quindi a convincere Jean a ritrattare la confessione, ma quando viene il momento l'imputato non riesce a mentire: Marianne Laforet l'ha uccisa lui, anche se ne ignora il motivo. All'avvocato Lévy-Marchand non resta che un ultima carta, interrogare il professor Duval, il quale rivela alla corte allibita che Jean Delafoy ha subito un trapianto di cervello. Jean, comprensibilmente, ne è sconvolto.

4. Il fragile equilibrio psichico di Jean appare seriamente compromesso; egli, avvertendo ormai distintamente in sé un'identità 'estranea', rimprovera alla moglie di non averlo lasciato morire e di averlo lasciato trasformare in un mostro. In aula, l'avvocato sostiene la non punibilità di Jean, visto che, data la sua particolare situazione, egli deve essere ritenuto incapace di intendere e di volere; d'altro canto il professor Duval, controinterrogato, ritiene che Jean sia perfettamente guarito e quindi sia un uomo normale. Lévy-Marchand ipotizza quindi che, durante la 'riprogrammazione' mentale del suo cliente, qualcuno abbia potuto fornirgli informazioni nocive, inducendolo a commettere il delitto. Tale ipotesi non è però ritenuta persuasiva né dalla giuria popolare né dal calcolatore, che emettono il medesimo verdetto di colpevolezza: Jean è dunque condannato a morte, e la sentenza dovrà essere eseguita entro otto ore. Mentre Jean trascorre in cella le sue ultime ore di vita in preda ad angosciosi incubi che lo portano persino ad identificarsi con il defunto Daniel Lucas - di cui sospetta di aver ricevuto il cervello -, Nicole trova in casa della madre un nastro registrato simile a quelli usati per 'riprogrammare' la memoria di Jean; una breve indagine permette alla giovane donna di scoprire la verità: la madre ha sostituito uno dei nastri vagliati dal calcolatore con uno inciso da lei allo scopo di condizionare la volontà del genero e indurlo a uccidere Marianne. Mentre Jean si appresta ad essere giustiziato, la moglie - accompagnata da Philippe, dal professor Duval e dalla dottoressa Mayer - si precipita dal Procuratore Generale affinché sospenda l'esecuzione: ci sono infatti le prove che Jean ha agito sotto l'effetto di in impulso subliminale, recepito cioè passivamente e senza possibilità di controllo cosciente. Jean è già sul lettino con la testa sotto la lama della ghigliottina, il cui dispositivo automatico è avviato, quando giunge l'ordine del Procuratore di sospendere l'esecuzione. La didascalia finale informa quindi che "il cervello Gamma era appartenuto a un modesto impiegato di Parigi morto di polmonite".



Rassegna stampa

Giulio Brogi è il protagonista di Gamma, un nuovo originale televisivo in quattro puntate che prende in esame, attraverso una vicenda ambientata in un futuro non molto lontano, i problemi morali e sociali legati al progresso della medicina. [...] Il testo è di Fabrizio Trecca, un giovane medico-scrittore, e di Flavio Nicolini. La regia è di Salvatore Nocita [...]. Gli esterni sono stati girati a Torino e a Créteil. L'azione di Gamma si svolge in una città-satellite di Parigi nel 1983. Jean Delafoy [...], un giovane appassionato di automobilismo, rimane vittima di un incidente durante una prova in pista. Un prestigioso neurochirurgo, il prof. Duval, convince [Nicole], la moglie di Jean, a tentare un trapianto di cervello sul corpo senza vita del marito. Il trapianto sarà integrale, tenuto conto della distruzione pressoché totale della materia cerebrale del ferito; il nuovo cervello, proveniente da un donatore sconosciuto, è completamente "vergine", privo di dati, di memoria, di esperienze. Una volta eseguito il trapianto, si rende necessario colmare questo vuoto chiedendo alla moglie, agli amici, ai genitori tutte le informazioni sulla storia e sul carattere del soggetto. Chi si occupa in particolare di questa seconda fase dell'operazione è la dottoressa [Mayer], che si adopera per ricostruire fedelmente la personalità di Jean.
(Trapianto di cervello, art. red. su 'Tv Radio' (supplemento de "Il Secolo XIX"), 18 ottobre 1975, pag. 11).

Ha preso il via [...] l'originale televisivo destinato a intrattenersi per quattro puntate sul problema (non ancora attuale, per fortuna) del trapianto del cervello. Il "Radiocorriere" lo ha definito coraggiosamente "spettacolo d'evasione"; la trama e le intenzioni dei realizzatori lo assegnano a un genere ibrido, fra thrilling e medicina fantascientifica. C'è, lo abbiamo visto, il problema. Sarà lecito esprimere molte riserve, intanto, sull'opportunità del miscuglio nel quale è stato calato; sul fatto che una grave prospettiva scientifica e morale dovesse essere trattata in un contesto magico-avventuroso. I responsabili di questo Gamma [...], dall'autore del testo, Fabrizio Trecca, al regista, Salvatore Nocita, non hanno dubbi, apprendiamo: l'impresa meritava d'essere affrontata. Gli attori, dal protagonista Giulio Brogi [...], a Mariella Zanetti [...], a Laura Belli [...], sembrano d'accordo. E agiscono con determinazione (in molti casi, anche troppa). La puntata di ieri si è chiusa con la scena, scorciata ma abbastanza orripilante lo stesso, del trapianto - il primo della storia della medicina - cui Jean Delafoy, corridore d'auto ridotto a tronco vegetante [...] è stato sottoposto. Adesso ha un cervello nuovo che comincia a funzionare: il cervello "Gamma" del titolo, che non sappiamo (ancora) a chi appartenesse prima. Probabilmente conosceremo anche questo in seguito, se ci reggerà la costanza di seguire la trasmissione. Frattanto, in apertura, è rotolata una testa: quella di Daniel, fratello di Nicole, condannato alla ghigliottina per aver ucciso un poliziotto sotto l'influsso e con la complicità della sigaretta drogata propinatagli da Marianne: la stessa che ha contribuito a perdere Jean, condizionandone l'incidente. Questa testa caduta, nel racconto, c'entrerà pure qualcosa. Resta una domanda, a parte la specifica qualità dello "spettacolo", che appare costruito in una geometria piuttosto esteriore, con insistito ricorso a scene di chirurgia angosciosa e minacciosa, tra enfatiche dissertazioni etico-giuridiche e improbabile fulmineità di decisioni. La domanda è questa: riesce produttiva la trattazione "problematica" del trapianto in salsa magico-gialla? Della gelida volontà (il neurochirurgo) e dei fuggevoli dubbi di quanti avevano in mano il destino del protagonista-cavia siamo stati informati. Della realtà del problema sappiamo anche qualcosa. Di fatto, nel mondo, si stanno conducendo esperimenti di trapianto cerebrale [...]."Questa storia potrebbe accadere domani o fra molti anni", ammoniva ambiguamente la didascalia iniziale di Gamma. Questo futuribile sinistro, incrociato fra biologia e tecnologia, chiama in causa la coscienza degli scienziati. È normale che preoccupi anche noi: al di là della drammatizzazione "didascalica", lacrimosa e paurosa, ospitata dal piccolo schermo. Una cosa lo spettatore paziente può aver imparato. Che la scienza non è neutrale. Ma questo è un problema serio. Altro che "spettacolo d'evasione".
(Trapianto di cervello sinistra 'evasione' , art. red. su "Il Secolo XIX", 22 ottobre 1975, pag. 17).

Gamma (1975)

1. Martedì 21 ottobre, ore 20.40, Programma Nazionale (58'10")
2. Martedì 28 ottobre, ore 20.40, Programma Nazionale (73')
3. Martedì 4 novembre, ore 20.40, Programma Nazionale (66'40")
4. Martedì 11 novembre, ore 20.40, Programma Nazionale (65')
Brandani - Mer Mag 14, 2008 2:30 pm
Oggetto:
V O C I .N O T T U R N E

Rai 1995



NELLA ROMA IMPERIALE SUSSISTEVANO I RESTI DI UNO STRANO PONTE DI LEGNO ..

ERA COMPOSTO DA TRAVI SUBLIQUE ED OBLIQUE ..

SENZA CHIODI ..

E APPARTENENTE A PERSONE SACRE ..

UNA SORTA DI FRATELLANZA O SETTA

CHE RISPONDEVANO CON LA LORO VITA DELLA SUA CONSERVAZIONE .....


A COSTORO DERIVO' IL TITOLO CELEBERRIMO DI PONTEFICI

O FACITORI DEL PONTE .....


SU QUEL PONTE SI COMPIVANO , IN EPOCA ARCAICA ..

MISTERIOSI E SEGRETI SACRIFICI







Produzione DueA - RAIUNO
(serie TV in cinque puntate)
1995
di Pupi Avati e Fabrizio Laurenti

con Lorenzo Flaherty, Massimo Bonetti, Jason Robards Jr,
Mary Sellers, Stefania Rocca, , Dario Casalini, Stefano Accorsi


Voci notturne è una mini serie trasmessa dalla Rai nel 1995. Scritta da Pupi Avati e diretta da Fabrizio Laurenti.
Storia che intreccia antichi riti esoterici romani con sette postmoderne statunitensi. Bel cast, regia sempre intensa con colpi di scena ad effetto.
Piacevole per chi ancora ricorda le atmosfere gotiche del "Segno del Comando" e per chi apprezza il mystery e la complessità di "Twin Peaks" (l'espediente narrativo iniziale è pressoché lo stesso).

Diretto da Laurenti, è in realtà scritto da Pupi Avati e declina tutte le caratteristiche tipiche del suo cinema fantastico-orrorifico: personaggi misteriosi ed inquietanti legati al mondo dell’occulto,
vecchie omertose, antichi testi esoterici, fantasmi, contatti con l’Aldilà.
La vicenda è sempre più intricata e il mistero non si dipana neppure nell’ambiguo finale.
Opera affascinante, ennesima conferma di Avati come originalissimo maestro della paura made in Italy.

Sceneggiato Rai trasmesso in 5 puntate nel 1995, scritto e co-prodotto da Pupi Avati che rilancerà dietro la macchina da presa Fabrizio Laurenti che nella sua filmografia horror aveva firmato solo apocrifi remake (La Casa 4, Troll 3).
Il corpo di un ragazzo è trovato dalla polizia sulle sponde del Tevere, in prossimità di un ponte. Si tratta del cadavere del figlio di un ricco industriale che si muove nell' alta finanza.
Intanto il migliore amico del defunto inizia ad indagare scoprendo nel computer del morto degli strani disegni e degli appunti sull'esoterismo e le sette.
L'autopsia rivela che nel corpo del ragazzo sono state trovate tracce di erbe ed altre stranezze che riconducono all'ipotesi che la sua uccisione sia avvenuto durante una sorta di rito sacrificale.
Nel frattempo un detective conduce investigazioni in Usa, e delle strane telefonate arrivano alla famiglia con la voce del defunto, il misero si infittisce… Una rarità per la nostra emittente di stato che mandò in prima serata questo cupo e suggestivo horror in stile Avati.
L’ottima regia di Laurenti, la sceneggiatura a dir poco perfetta ed un inquietante colonna sonora firmata Ugo Laurenti (il fratello del regista)
ne fanno uno dei migliori film horror girati per la TV.
A condizionarne la valutazione generale c'è solo il cast artistico del film piuttosto impacciato e poco credibile in diversi suoi elementi: Massimo Bonetti, Lorenzo Flaherty e Jason Robards III
non danno il meglio di se in una masnada di attori promettenti.
In alcune sequenze appaiono anche Stefania Rocca e Stefano Accorsi (ora entrambi piuttosto famosi) in una delle loro peggiori performance.
Chissà se con un cast artistico maggiore le cose non sarebbero cambiate... magari sarebbe divenuto un piccolo cult come "Belfagor" o "Il Segno del Comando".

PARALLELI TRA IL SEGNO DEL COMANDO E VOCI NOTTURNE
Non è dato sapere quanto Il Segno del Comando abbia effettivamente influenzato l’immaginario dell’allora trentatreenne Pupi Avati (che aveva allora solo un anno in più del protagonista Ugo Pagliai), certo è che nel suo approccio al cinema fantastico non è difficile scorgere alcune suggestioni presenti nello storico sceneggiato firmato da Daniele D’Anza che tanto successo ottenne quando venne trasmesso per la prima volta nel maggio 1971 (per cinque domeniche, in prima serata). L’arrivo dell’inglese Forster/Pagliai a Roma ad esempio, l’arrivo cioè dello straniero in una terra che non conosce e che subito lo assorbe portandolo in contatto con personaggi ambigui e misteriosi, non può non ricordare l’analoga entrata in scena di Capolicchio/Stefano nella cittadina (Comacchio/Minerbio) di La Casa Dalle Finestre Che Ridono (film al quale lo sceneggiato di D’Anza potrebbe ancor più facilmente riallacciarsi se si accostano le figure di Tagliaferri e Legnani, pittori “maledetti” di certificata centralità in entrambe le vicende).

E’ però con Voci Notturne, misconosciuta miniserie in 5 puntate (non a caso sempre 5) prodotta per la Rai nel 1995 che la relazione tra Avati e Il Segno del Comando si fa evidente. Non solo perché entrambe le vicende sono ambientate a Roma quanto soprattutto perché i contorni magici, misteriosi, settaristici comuni danno nei due casi vita a storie complesse ed estremamente ramificate che trovano nel’esoterismo e nell’etica del complotto la loro ragion d’essere. Certo i tempi son cambiati e la staticità d’insieme che caratterizzava Il Segno Del Comando non è più proponibile, nel 1995; così Avati, che scrive soggetto e sceneggiatura di Voci Notturne (lasciando l’onere della regia a Fabrizio Laurenti), fornisce nel copione indicazioni precise affinché la vicenda proceda molto più speditamente.

Pur molto simili negli intenti, infatti, le due produzioni si diversificano nella costruzione della storia originando due differenze sostanziali. La prima innanzitutto: Il Segno Del Comando dura cinque puntate ma si ha la netta impressione che sarebbe stato facilmente sintetizzabile sfrondando i dialoghi e accorciando certe interminabili camminate di Pagliai tra stanze e vie disabitate, Voci Notturne al contrario sembra non riuscire a contenere in 5 puntate (lunghe tra l’altro un’ora e mezza invece che un’ora e dieci) tutto quello che ha da dire: sono talmente tanti gli elementi che intervengono nel racconto che più di una volta ci si stupisce di poterli trovare tutti all’interno della stessa storia. Nel Segno Del Comando la vicenda è più lineare e semplice, molto più facilmente riassumibile e memorizzabile. Provate a immaginare una sintesi scritta di Voci Notturne dopo averlo visto: vi accorgerete che occuperebbe intere pagine.

L’altra grande differenza sta nel finale: nel Segno del Comando esso occupa uno spazio molto importante, trova nella conferenza di Pagliai un momento intensissimo e chiarificatore lasciando poi lo spazio a un lungo epilogo in cui il commissario di polizia completerà le risposte e in cui molte altre cose troveranno la loro giusta collocazione. In Voci Notturne accade l’esatto contrario: fino a 10 minuti dalla fine ancora ci si chiede chi ci fornirà una spiegazione chiara dell’accaduto. I mille dubbi lasciati in sospeso non verranno del tutto chiariti andando a comporre una delle conclusioni più deludenti e affrettate che si possano immaginare e a rovinare in buona parte quanto di buono costruito fin lì. Se fino all’ultima puntata Avati aveva saputo montare pietra su pietra una imponente cattedrale composta da mille diverse piste d’indagine che tutti si aspettano di veder culminare in una cupola perfetta, D’Anza aveva zoppicato un po’ troppo perdendosi in lungaggini sicuramente evitabili e solo in parte imputabili alla diversa datazione delle due opere. Certamente, dunque, Voci Notturne non è il remake del Segno del Comando (che invece esiste ed è stato prodotto da Canale 5 nel 1992): l’approccio è chiaramente molto più moderno, la storia più legata alla realtà del tempo...

Però come non riconoscere i molti elementi comuni ad entrambe le storie i quali portano a pensare che un forte legame tra le due serie effettivamente esista? Molti spunti sono i medesimi, anche se sviluppati più approfonditamente in Avati. Pensiamo alle partiture musicali enigmatiche (che nello sceneggiato di D’Anza sono il 17° componimento del misterioso Baldassarre Vitali e in Voci Notturne sono scritte utilizzando metodi in disuso da secoli dando il via a un’indagine che da sola potrebbe occupare un’intera puntata), o alle oscure vicende naziste (alla base della storia di Avati ma già presenti, molto più marginalmente, anche nel Segno Del Comando), ai pittori scomparsi (in Voci Notturne il riferimento al Tagliaferri autore del dipinto-chiave trovato da Pagliai è palese), alle case chiuse e abbandonate (ovvio il parallelo tra la pensione di Voci Notturne e l’appartamento di Via Margutta 13). Volendo si possono affiancare i “ruderi di tempio romano” con il diroccato ponte sul quale Avati apre la sigla di Voci Notturne e che è centrale nella sua storia. E che dire delle voci dall’aldilà? Più tradizionali nel Segno del Comando, più spiazzanti in Avati, ma sempre fondamentali nell’economia della vicenda a testimoniare di un amore per l’orrore che D’Anza svilupperà ad esempio nei Racconti Fantastici tratti da Poe e Avati nel celebre Zeder. Comune anche la sparizione, a inizio vicenda, di una valigetta contenente testi forse preziosi.

Insomma, gli elementi che suggeriscono l’accostamento tra le due miniserie sono davvero molti, non finiscono qui e fan quasi pensare a una sorta di omaggio nemmeno troppo velato, anche perché in entrambe le serie il soprannaturale fa capolino quando ormai sembra di avere a che fare con un thriller (pur se non ordinario). La forte diversità che si ha in apparenza è data invece dalla scelta dei personaggi che animano la vicenda: Voci Notturne infatti manca di un vero protagonista. Lorenzo Flaherty, Jason Robards III e Massimo Bonetti si dividono la scena ma non sembrano incidere troppo dando l’impressione che la storia conti molto più dei personaggi, Ugo Pagliai invece (all’epoca trentaquattrenne che nello sceneggiato dice di avere trentasei anni dimostrandone tuttavia più di quaranta) caratterizza fortemente, col suo sguardo spesso perso nel vuoto, Il Segno del Comando fino a diventarne il simbolo stesso. D’Anza crea il clima di mistero necessario sfruttando location romane adeguate alla bisogna, Avati lo fa puntando sui volti dei personaggi e ricamando tra le pieghe di una sceneggiatura perfetta, incredibilmente stratificata e sofisticata (almeno fino al deludente finale). E’ davvero un peccato che di Voci Notturne non esistano né dvd né passaggi tv recenti (mentre per lo sceneggiato di D’Anza la Elleu multimedia ha da tempo provveduto a risolvere il problema reperibilità), perché il lavoro straordinario di Avati (che col fantastico ha sempre avuto uno splendido rapporto) meriterebbe assolutamente una riscoperta!




Spunti del racconto

In una torrida giornata di vigilia di ferragosto, viene trovato sul greto del Tevere, il cadavere di un giovane uomo,
individuato successivamente in Giacomo Fiorenza, figlio di un facoltoso architetto romano, gia' inquisito per corruzione,
durante uno scandalo di vasta risonanza nazionale, avvenuto due anni prima.
I genitori di G.F. , inizialmente si oppongono all' ipotesi che il corpo possa essere effettivamente quello del loro figlio,
avendo questi telefonato il giorno prima dall' America, in cui si trova con la fidanzata americana , Emily Cohen , una
studiosa di religioni antiche conosciuta in Italia.
Ma ogni dubbio sull' identita' del cadavere , siappure parzialmente sfigurato, è fugato all' obitorio, col drammatico ed
inequivocabile riconoscimento del corpo da parte del padre.
........................
Nel frattempo, il consolato italiano di Chicago, incarica Mario Fedrigo, un investigatore privato italo americano,
di rintracciare, in America, Emily Cohen, la ragazza di G.F. , di cui si sarebbero perse le tracce .
Vengono attivate anche le indagini a Roma, con a capo il Giudice Pagani, il commissario Morrisi, ed il capo questura
Trevi ; si ascolta tra le prime, la testimonianza di Stefano Baldi , amico e compagno di studi della vittima.
Questi, è convinto che le ragioni dell' omicidio dell' amico, siano da ricollegarsi alle ricerche su una misteriosa setta
o confraternita antica, i Pontifex, potentissima nella Roma arcaica, ed i suoi cerimoniali segreti , che entrambi stavano
conducendo nell' ambito degli studi della loro comune tesi universitaria, basati sui documenti ritrovati dai due studenti,
in uno scantinato dell' universita', riguardanti il Sacro Ponte Suplicio , raccolti e scritti negli anni venti ,
da un misterioso e tenebroso personaggio , Norberto Sinisgalli .
Le loro ricerche, a detta di Stefano Baldi, coinvolsero particolarmente Giacomo, che da quel momento si interesso'
totalmente, in modo quasi ossessivo, agli studi di quell' esoterista romano, trascurando ogni cosa , anche degli
interessi personali, che no fosse inerente a quegli studi legati alla loro ricerca. Unico diversivo per il giovane fu
la sua relazione con Emily , iniziata proprio in quel periodo.
Ma un fatto strano e d indecifrabile, si verifica nel corso delle indagini, una nuova, recente telefonata, di G. F. ,
chiama a casa dall' America.
Allora , a chi appartengono , i resti sfigurati di quel corpo trovato nel Tevere ?!
......................
Intanto, dall' America, Fedrigo, nel corso delle sue indagini, si invaghisce di una giovane incontrata a Saint Louis ,
proprio nell' hotel in cui Giacomo Fiorenza alloggio' ultimamente, ed in cui il detective ha iniziato le sue ricerche.
La ragazza, Greta, dopo qualche tempo , raggira Fedrigo, prefigurando un suo inserimento non casuale nella vita
dell' investigatore, probabilmente molto interessata a scoprire pure lei Emily Cohen, sulle cui tracce, a Roma ,
segue una sua personale pista pure Stefano Baldi.
Il giovane studente, attraverso un espediente, riesce a divenire confidente di un' anziana signora che in gioventu'
frequento' il Sinisgalli , e residente tuttora nella stessa casa di cui era proprietaria la zia , Maria Valover , amante negli
anni trenta del Sinisgalli , ed in cui soggiorno' Emily Cohen, studiosa di culture anctiche, in una pensione ormai chiusa
da mesi, nel periodo in cui per studi e ricerche era a Roma ; pensione situata proprio sotto l' appartamento dell' anziana signora
Elena , discendente dei Valover , un tempo unici proprietari del palazzo.
Elena racconta a Stefano che una giovane americana, residente nel palazzo, la contatto' a riguardo degli studi di Sinisgalli, e che lei
le disse che ormai tutte le carte di Norberto, contenute in una vecchia borsa, erano state cedute dalla zia Maria all' Universita',
illudendosi che potessero avere un valore particolare, in quanto ormai la famiglia Valover era in crisi finanziaria, a causa di brutte voci
riguardanti il Sinisgalli, accusato di collaborazionismo coi nazisti a Roma.
Stefano Baldi sospetta un inserimento non casuale della giovane studiosa americana nella vita di Giacomo, in quanto, probabilmente,
lei stessa era alla ricerca dei vecchi documenti del Sinisgalli che probabilmente dovevano invece contenere dei segreti importanti
che ai piu' erano sfuggiti.
Probabilmente, tramite ricerche all' universita', riuscì a rintracciare i due amici che l' avevano anticipata nella scoperta della vecchia
valigia in cui erano le carte dell' occultista romano.
Nel frattempo, l' autopsia del corpo di Giacomo Fiorenza , rivela cose sempre piu' strane ed inquietanti : il corpo è stato avvolto
da corde di fattura molto antica, composte in modo inusuale,ed il giovane, prima di morire, ha ingurgitato i semi di una pianta di Silfio,
una pianta dai grandi poteri, molto ricercata nell' antichita', ma .. ormai certamente considerata estinta in tutto il nostro pianeta,
da piu' di duemila anni !
.........................
Le continue, ulteriori indagini personali di Stefano Baldi lo portano, grazie anche all' aiuto di Silvia, ad acquisire nuovi dati
sull' enigmatico Sinisgalli, specie sulle sue ricerche collegate a riti ed esperimenti atti a superare i limiti tra vita e morte ..
attraverso dei presunti passaggi rituali da compiersi in date particolari, conosciuti da lui anche grazie alle sue profonde conoscenze
di molti culti arcaici , e frutto di studi condotti con la zia della signora Elena, probabilmente anche quest' ultima, non del tutto ignara
delle tecniche usate per ottenere alfine quel transito in un mondo sconosciuto e temibile.
Alle sue scoperte, peraltro, cercano di rifarsi le varie sette e confraternite esoteriche deviate, tra cui la Società Teosofica per il Ritorno
dello Spirito Originario , a cui , in diverso modo, appartengono, dalle scoperte di Mario Fedrigo in America, sia la sua presunta amica
Greta che Emily Cohen .
Quando, dopo la guerra, Sinisgalli si trovo' in Usa , dove giunse dapprima quale prigioniero e deportato, venne a contatto con persone assai
interessate alle sue ricerche e scoperte, e grazie alle quali riuscì a cambiare identita' e ad assumere poi posizioni di altissimo prestigio
nel campo della finanza .. pare anche grazie ai capitali che egli stesso aveva accumulato in Italia sfruttando la buona fede di molti ebrei
che a lui, anch' egli di origine ebraica, affidarono prima della deportazione i loro ingenti averi.
Ma su questo punto Elena , parlando con Stefano Baldi di Norberto, non condivide per nulla le brutte voci che girano su di lui dal dopoguerra ..
frutto, a suo dire, di invideie ed ipocrisie ..
Comunque, poi, Norberto Sinisgalli , cambiata identita', pare fece ritorno in Europa , ma di lui si perse ogni traccia .....
Tuttora .. potrebbe essere ovunque .....
Noctifer - Mer Mag 14, 2008 6:28 pm
Oggetto:
SINISGALLI... BRANDANI...
AMO QUESTI PERSONAGGI TRA STORIA, LEGGENDA E FINZIONE LETTERARIA...
MA LA SAPETE UNA CHICCA?
CONOSCO UN TALE CHE CONOSCE UN TALE IL QUALE ANDAVA DICENDO CHE UN CERTO "PROFESSIONISTA" CITATO DA DARIO ARGENTO NELLA SUA FAMOSA TRILOGIA, FOSSE REALMENTE VISSUTO E AVESSE DAVVERO FATTO CIO' CHE GLI SI ATTRIBUISCE NEI FILM MENZIONATI.
MA, MISERIACCIA, E' COME TUTTI COLORO I QUALI ASSERISCONO DI AVER LETTO IL NECRONOMICON SCRITTO DALL'ARABO PAZZO ABDUL ALHAZRED, O COME SI CHIAMA LUI... PECCAO CHE SIA LIBRO CHE AUTORE ESISTANO SOLO NELLE PAGINE DI LOVECRAFT!
Brandani - Gio Mag 15, 2008 4:54 pm
Oggetto:
Forse la grandezza di certi espedienti narrativi , sta proprio nel fatto che .. cose ideate o inventate , poi prendono sempre più forma e sostanza .. sino ad essere credute vere ,
o .. addirittura a divenire effettivamente reali .. un processo creativo che ha diversi esempi nella storia .. Qualcuno disse che tutto ciò che l' uomo puo' pensare , prima o poi potrebbe realizzarsi ..
in quanto è anche nella mente dell' uomo che esiste una potentissima capacità creativa .. quanti personaggi immaginari hanno poi finito per divenire parte di una certa realtà, o addirittura condizionato persone , folle, mode ..
Bruno , quando prospettava che in un tempo a venire si sarebbero potute mandare nello spazio immagini e figure, in grado di attraversare i mondi,
e pervenire infine ad altri uomini, venne ritenuto pazzo ..
Noctifer - Gio Mag 15, 2008 10:31 pm
Oggetto:
AH... SE ESISTESSE DIO... DOVREBBE MANDARE UN ANGELO A PROTEGGERE PAZZI, SOGNATORI ED INNAMORATI...
COME PAZZO, BRUNO, NIENTE MALE...
Brandani - Ven Mag 16, 2008 10:51 am
Oggetto:
Giordano Bruno , come dal giusto volere dello scultore , con le spalle rivolte al vaticano , in segno di ludibrio e di disprezzo

Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!

Noctifer - Ven Mag 23, 2008 10:49 am
Oggetto:
ARSE...
ARDE...
ARDERA' ANCORA...
FNCHE' IL SUO ROGO SARA' VIVIDO, CONTINUERA' AD ILLUMINARE L'OSCURITA' DELL'IGNORANZA.
Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ora
Powered by phpBB2 Plus based on phpBB