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Dark Door

un mondo horror tra misteri e cultura

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Regina di cuori
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Autore Messaggio
TizianoGbertoni

Lurido Mortale





Età: 46
Registrato: 12/11/10 23:52
Messaggi: 4
TizianoGbertoni is offline 

Località: Varese
Interessi: Horror, Fantasy, Pulp
Impiego: Scrittore
Sito web: http://www.bloodfear.b...

MessaggioInviato: Sab Dic 11, 2010 5:20 pm    Oggetto:  Regina di cuori
Descrizione:
Rispondi citando

Questo è un racconto che avevo già postato, ma con un altro titolo (L'abisso)... lo avevo momentaneamente tolto dal forum per rivederne alcuni particolari. Sconsigliato ai deboli di stomaco e a tutti quelli che non apprezzano lo splatter.




Regina di cuori


1

Andrej si avvicinò di un passo all’amico e accarezzando il suo volto emaciato gli sorrise. “Adesso, ti caverai gli occhi con questo cucchiaio - gli sussurrò porgendogliene uno.- Poi te li mangerai… vedrai, sono dolci come il miele…” Il tono della sua voce era atono, privo di meraviglia. Il viso inebetito di Karl di si illuminò di una ferocia splendida. Diamanti tra le rughe. Prese il cucchiaio da minestra e con calma se lo portò all’occhio sinistro. Il metallo si fece strada dentro l’orbita scavando tra una palpebra e l'altra. Lento ed inesorabile.
Gli incubi alati controllarono con una certa curiosità che il nuovo ospite facesse il proprio dovere, seguitando come loro solito a defecare sul pavimento e a ridere senza ritegno. Dalle piccole pance sventrate dei demoni, le viscere esposte si contraevano come nidi di serpenti. Più forte era l'ilarità delle creature e più le loro budella rotolavano fuori, spiaccicandosi sulle piastrelle chiare con languidi schiaffi bagnati. Erano comunque lesti a riprendersele e ficcarsele di nuovo in corpo, e capitava di rado che qualcuno tra loro si confondesse, riempendosi con le viscere del proprio vicino.
Il primo bulbo venne via a fatica. C’era un nervo che non ne voleva sapere di staccarsi. La carne, così dicevano, era debole; ma non lo era per nulla nella realtà e forse neanche nel paese dei sogni. Karl gridò come un matto. Cionostante continuò a scavare. Andrej pensò che forse doveva aiutare il suo amico. Prese una forbice dal tavolo degli attrezzi e recise la carne. L'altro lo ringraziò con nuove grida mervigliose. Poi, finalmente inghiottì l’occhio che si era cavato. Cominciò a masticare… dolce come il miele… L’orbita vuota vomitò sangue fino a lavargli il petto. Un fiume rosso in caduta libera verso l’inferno. Ben presto il ventre nudo dell’uomo ne fu completamente lordo.
Andrej attese che Karl facesse altrettanto con l’occhio destro, poi gli voltò le spalle. Il dolore diventava noioso, dopo un po’… Prese un coltello da macellaio, dalla lama corta e fine, da uno dei cassetti. “ Ora ti amputerò il braccio sinistro” lo informò. “Partirò da qui sopra – passò con il dito sulla spalla, accarezzando il muscolo nudo. – Questo farà molto male. Mi spiace ma non posso farci nulla. Tu cerca solo di rimanere in piedi fino all’ultimo...”
Karl annuì. La sua bocca masticava sensa sosta.
Andrej rimuginò un momento. “ Forse è meglio se ti dò dell’altra morfina...”
L’altro si scompose in un sorriso. I suoi denti erano impiastricciati materia gelatinosa e sangue. Aveva terminato di mangiare.
Andrej prese la siringa usata dal tavolino e la boccetta di liquido trasparente. Infilò l’ago nella gomma che chiudeva il collo della bottiglietta, riempì il corpo della siringa a metà. Fece uscire tutta l’aria sprizzando uno schizzetto verso l’alto. Karl aveva ancora legato il laccio emostatico sopra l’incavo del gomito destro. Lui ci picchiettò sopra fino a che la vena non si gonfiò leggermente, quel tanto che bastava per centrarla al primo colpo. Infilò l’ago nel braccio e spinse lo stantuffo di plastica, vuotandone l’intero contenuto dentro la carne del suo amico. Per un paio di secondi non accadde nulla, se non che Karl seguitava a ridere come un demente. Poi il corpo nudo vacillò in avanti, rischiando di crollare a terra. Andrej lo tenne in piedi con un abbraccio e aspettò qualche minuto fino a che non fu sicuro che l’altro non sarebbe svenuto. Quando fu chiaro che le gambe dell’amico non avrebbero ceduto, si districò dall’abbraccio e con il coltello ben stretto nella mano cominciò ad incidere la carne intorno alla clavicola.
Questa volta non ci furono grida. Karl era completamente fatto. Perso in un mondo tutto suo. Con la punta del coltello, affilato come un rasoio, Andrei trovò la giuntura tra scapola e clavicola e si diede da fare. Fu più facile del previsto. Gli rimase solo da incidere i tendini e il braccio dell’altro caddde a terra come un verme nodoso. Il sangue spruzzò copioso dalla sua spalla.
“ Abbiamo quasi finito. “ Lo tranquillizzò.
Uno dei demoni sbattè le sue ali trasparenti e rosate, agitando il pulviscolo nell’aria. Gli altri attendevano che Andrej si levasse da lì per cominciare il loro banchetto, ma nessuno di loro pareva troppo impaziente. A parte quello che fendeva l’aria con le sue ali di pipistrello.
“ Non mi sento molto bene.” Disse Karl a quel punto.
Andrei si staccò da lui e lasciò che crollasse sulle ginocchia, poi sul petto, sbattendo il naso contro le piastrelle umide di sangue ed escrementi. I cinque succubi, a quel punto, spiccarono un breve volo sul corpo morente. Cominciarono a strappare le carni con i loro denti guasti e malformi. I loro corpi minuscoli e pelosi come quelli di vecchie scimmie nere si dimenavano sopra Karl emettendo versi agghiaccianti e soddisfatti. L’aria si riempì di gorgoglii fradici e dei lamenti dell’uomo che moriva. Uno dei demoni si concentrò sui lombi nudi, strappando prima la pelle e poi la carne. Divorò l’intestino e il suo contenuto. Il demone scrollò la testa con violenza, cercando di sbranare più carne che poteva.
Andrej si voltò dall’altra parte e vomitò sul pavimento.
Non ci metteranno molto, pensò, mentre la cena di qualche ora prima si riversava con violenza sulle piastrelle. Uno dei demoni sembrò accorgersi del nuovo odore. Alzò la piccola testa rugosa e senza peli, rosa come le ali. Annusò l’aria arricciando il naso appena pronunciato e guardò verso Andrej con la moltidtudine dei suoi occhietti maligni, che gli incorniciavano il perimetro del volto come una collana di perle lucide. Scivolando sulle zampe, gli si avvicinò. Abbassò la testa sul vomito ancora caldo e si diede da fare per ripulire il pavimento. Andrej fece in tempo a riversargli un ultimo conato sopra la testa, ma il mostro non sembrò curarsene troppo, concentrato sul lauto pasto.
Quando i demoni ebbero finito, di Karl non rimase alcuna traccia, neppure un minuscolo frammento di ossa. I denti dei piccoli mostri avevano frantumato e masticato anche quelle.
Andrej non attese che lo congedassero. si voltò e corse di sopra… I demoni non ci mettevano molto a farsi tornare l’appetito. Uscì dalla porta che dava in cantina con gambe malferme, chiudendosela immediatamente dietro a doppia mandata.
Per quanto Karl non fosse stato il primo, ma solo l’ultimo di una lunga serie, l’odore del massacro era una cosa a cui non sarebbe mai riuscito ad abituarsi. Il suo stomaco non era abbastanza forte. Vide dalla finestra del disimpegno sull’ingresso che il cielo s’era rabbuiato; la casa era immersa in una semioscurità desolante.
Andò in salotto e il Macinatore era sempre lì, dove lo aveva lasciato qualche ora prima, andando in cantina insieme ai suoi ragazzi. Il mostro era seduto sulla poltrona divelta, completamente immobile. I suoi occhi rossi erano spalancati, ma sembrava quasi che lui non fosse cosciente. Il feto morto che aveva appeso al collo, come un monile, pareva più sveglio di lui. Il suo corpo enorme, nudo e brulicante di vita, i prolungamenti della sua carne corrotta che si muovevano come tentacoli mozzati, si stagliava possente nell’ombra, oltre i confini del reale. L’essere si voltò lentamente a guardarlo.
“ I ragazzi hanno terminato - lo informò Andrej. - Io mi assento per un attimo...Ho bisogno di una doccia calda...”
Il Macinatore gli sorrise con tutte e quattro le sue bocche. “ Va' pure.”
Andrej uscì dal salotto e si diresse in bagno. Sarebbe stata una gran bella cosa farsi un boccone, dopo. E innaffiare il tutto con una bottiglia di vodka. L’alcol gli avrebbe fatto dimenticare di essere vivo, almeno per un po’.
Si spogliò gettando i vestiti in un angolo del bagno, come tanti stracci. Scostò l'anta di vetro della doccia, ci si infilò dentro e regolò il dosatore.
Attese fino a che l’acqua non divenne bollente e poi cominciò ad insaponarsi.






2



“ Non avresti dovuto farlo, lo sai.”
“ Si, lo so.”
“ Una volta superato quel confine non si può più tornare indietro… non sono io che stabilisco le regole… è così dalla nascita del tempo e lo sarà sempre…”
Il Macinatore era in vena di parlare, quella sera. Guardava lo schermo piatto del televisore appeso al muro, ma non ne sembrava particolarmente interessato. Andrei si mangiava un panino sul tavolo buono e intanto ci dava dentro con la vodka. Entrambi facevano conversazione senza staccare gli occhi dalla tv. Era una cosa che al Macinatore piaceva molto, la televisione. Gli piacevano soprattutto i cartoni animati.
“ Se solo tu avessi lasciato chiusa la porta che dà sul nostro mondo, tutto questo non sarebbe stato necessario, per così dire. Neppure noi amiamo mischiarci con voi del sopra-suolo.”
“ So anche questo...” Andrej riempì nuovamente il bicchiere con altra vodka; la mando giù d’un fiato. Il calore gli invase lo spirito e la carne.
Ancora un paio di cicchetti e sarebbe svenuto come tutte le altre sere, lì sul tavolo. Il giorno dopo si sarebbe risvegliato con la testa in fiamme e lo stomaco distrutto, ma non importava. Avrebbe trovato il Macinatore nella stessa posizione, immobile come un fottuto Budda spaventoso ed enorme; sarebbe ricominciato tutto quanto da capo.
Le creature del sotto-suolo non avevano altro scopo che sbranare e distruggere. Nessun’altro. E la carne umana piaceva loro da matti. Non era per sopravvivenza, che se ne nutrivano. Avrebbero potuto farne a meno, così come facevano nel loro mondo. Costringevano lui a fare quello che faceva solamente perché le torture rendevano la polpa più prelibata. Come un’ottima marinatura. Erano dotati di una bramosia famelica che non aveva limiti.
Il Macinatore preferiva i neonati. Non aveva denti e necessitava di carne che fosse il più tenera possibile. Costringeva Andrej a rapire quelle povere creature, ad osservarlo mentre se le mangiava ancora vive. Aveva legato a se l’uomo con un maleficio il giorno stesso che aveva varcato la soglia tra i due mondi. S’era appropriato della sua volontà come di un cucciolo abbandonato per strada. Aveva trasformato la sua vita in un inferno in terra; nessuna maniera di scamparne. Sarebbe durato in eterno…
Le creature del sottosuolo avevano il potere di donare l’immortalità e così avevano fatto con lui. Andrei aveva tentato il suicidio tante di quelle volte, che neppure se ne ricordava il numero esatto. Si risvegliava ogni fottuta mattina ancora vivo. Non avrebbe dovuta aprirla, quella maledetta botola; su questo, concordava con il Macinatore.
Ma la tentazione era stata così forte…

Fin da quando era bambino, il mistero della botola che si trovava in cantina aveva esercitato sulla sua mente curiosa un’incredibile attrazione. La catena pesante e il lucchetto arrugginito, grande quanto la mano di un uomo, che la chiudeva… I simboli lineari e a lui sconosciuti impressi nel metallo liscio, come disegni senza significato. Tutte quelle cose scatenavano in lui il fascino del mistero e dell’avventura. Si immaginava un mondo intero e meraviglioso, lì sotto. Si ricordava ancora di quella volta che aveva chiesto a suo padre che cosa nascondesse quel varco e di come quella semplice curiosità avesse sconvolto quell’omone di cento e passa chili. Erano a tavola per la cena, i suoi genitori, il nonno e lui. Era calato un silenzio innaturale, a quella domanda, cosa che lo aveva fatto ancor di più incuriosire.
“ E’ solo un buco che da sul sistema fognario. - gli aveva risposto suo padre dopo un attimo di incertezza. – Lì sotto ci sono solo tubi arrugginiti e topi…”
Non se ne’era mai più parlato, anche perché nonostante fosse stato, a quell’epoca, solo un ragazzino, Andrej aveva capito benissimo che tale argomento era una sorta di tabù, in famiglia. Lo aveva capito dalla risposta evasiva del padre e dalle facce che avevano fatto tutti quanti, come se un estraneo fosse improvvisamente entrato in casa loro con un fucile spianato.
Solo il nonno glie ne aveva parlato ancora. “Stai lontano dalla cantina, Andrej… stacci lontano più che puoi… e soprattutto scordati quella botola del cavolo!Ci siamo capiti?”


“ Stanotte verrà la Regina.” Gli disse il Macinatore.
Bastò quello a destarlo dai ricordi. Cristo santo… la Regina… Non c’era requie in terra, quando quella veniva a farti visita.
“ Ne sei sicuro ?” chiese Andrei al Macinatore, fregandosene momentaneamente della reazione del mostro a quella domanda così impertinente. Il Moloc sputò un pezzo di carne sul pavimento. Voltò l’enorme testa fissò Andrej come se volesse ucciderlo. Gli occhi del mostro si incendiarono e presero a pulsare. Accadeva sempre, quando perdeva la calma. Uscirono dalle orbite violacee e si avvicinarono a lui galleggiando nell’aria fetida. “ Ho detto che verrà… questo ti deve bastare!” Sibilò.
L’ineluttabilità del fatto portò Andrej alle lacrime. Un pianto sommesso e disperato.
L’orrore che la Regina desiderava era sofferenza lineare e consapevole. Nulla veniva risparmiato.
Andrej immaginò di volare oltre l’infinito, ma anche lì trovò la Regina. Sedeva su un masso di nuvole nere. Non c’era modo di sfuggirle.
“ Cosa pensi che vorrà, questa volta?” Chiese al Macinatore.
“ Vorrà giacere con te, suppongo… tu le piaci… poi ti ucciderà.”
“ Ma non può farlo… mi avete fatto diventare immortale, non ricordi?”
Il Macinatore rise: “ Sai anche tu che questo non è importante. E’ la tua carne, quello che conta… adesso aspettiamo insieme il suo arrivo… continua a bere e non pensarci troppo. Tanto, domani ti risveglierai nel tuo letto…”
Ed era la pura verità. Questo, Andrej lo sapeva benissimo.
Riempì il bicchiere di vodka.









3


Si svegliò di soprassalto, sollevando la faccia dal tavolo. La Regina era seduta di fronte a lui, in silenzio. Andrej fece una smorfia. Sentiva la pelle della guancia destra che gli tirava leggermente. Il piatto su cui aveva mangiato dondolava gli ultimi giri, volteggiando su se stesso come una moneta. Andrej lo fermò. Doveva essercisi addormentato sopra con la faccia. Si massaggiò la guancia. Era appiccicosa di ketchup. Prese un tovagliolo di carta e si pulì alla bell’e meglio.
“ Finalmente ti sei svegliato.” Gli disse la Regina.
Andrei le sorrise. Naturalmente, la Regina non vide che lo faceva. Essa poteva sentire la sua presenza, così come quella di tuti gli oggetti e di qualsiasi altro essere vivente ci fosse stato lì con loro, ma non poteva vedere il suo sorriso così come non poteva vedere il colore dei suoi occhi, o l’espressione del suo viso. Il Macinatore glie lo aveva spiegato, qualche tempo prima. La Regina era cieca. Si serviva dei suoi sensi ultra-sviluppati per muoversi nel mondo fisico, che alla sua anima perversa si presentava come un insieme di forme ben precise; ma non avrebbe mai visto di che colore era il suo sangue e neppure poteva riconoscere i tratti somatici di una persona. Quello che lei vedeva era solo pura e semplice forma.
“ Sei pronto per me?” Il suo alito fetido gli si gettò addosso, coprendo ogni cosa di putrefazione. Si sporse sul tavolo, verso di lui. Lo prese per mano come un amante. Tutto il suo corpo era ricoperto da minuscoli vermi giallognoli in febbricitante movimento, come un cadavere in stato di avanzata decomposizione. Non c’era un millimetro di carne scoperta e sembrava che lei stessa fosse fatta di vermi. Andrej sentì il brulicare avvolgergli la mano in una stretta bagnata e molliccia.
“ Sei pronto per me?” Ripetè la Regina.
Senza mollare la sua mano, si alzò in piedi, scostando la sedia. I vermi cadevano dal suo corpo incessantemente, il tavolo oramai ne era pieno.
“ Ho un’altra scelta?”
Il suo sorriso era un brulicare di vita stolta. “ No, non ne hai.”
Andarono in camera. Lei si sdraiò sul letto. Spalancò le sue gambe pulsanti. La sua vagina era un taglio brulicante di vita nella marea indefinita del putridume. Le bastò un gesto per farglielo venire duro come una roccia. Gli abitanti del sotto-mondo potevano fare anche quello. Riuscivano a controllare un uomo in ogni aspetto della sua vita e della sua morte. Non c’era modo di fuggire.
Andrej si tolse i vestiti e si coricò sopra quella mostruosità fetida. Infilò la punta del pene tra le pieghe della carne putrefatta. I vermi gli fecero il solletico al glande. Lo infilò completamente dentro e a quel punto cominciarono a mangiarglielo. Il prurito iniziale divenne ben presto un fuoco devastante. La Regina lo abbracciò e lo strinse forte a sé. La cancrena lo avvolse come un sudario incandescente.
Andrej cominciò a gridare.

FINE
racconto inedito di Tiziano G. Bertoni
depositato S.I.A.E. sezione O.L.A.F.
Apposizione data certa tramite poste italiane
RRR sigillata spedita all’autore stesso
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MessaggioInviato: Sab Dic 11, 2010 5:20 pm    Oggetto: Adv






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