Indice del forum

Dark Door

un mondo horror tra misteri e cultura

PortalPortale  blogBlog  AlbumAlbum  Gruppi utentiGruppi utenti  Lista degli utentiLista degli utenti  GBGuestbook  Pannello UtentePannello Utente  RegistratiRegistrati 
 FlashChatFlashChat  FAQFAQ  CercaCerca  Messaggi PrivatiMessaggi Privati  StatisticheStatistiche  LinksLinks  LoginLogin 
 CalendarioCalendario  DownloadsDownloads  Commenti karmaCommenti karma  TopListTopList  Topics recentiTopics recenti  Vota ForumVota Forum

Sceneggiati televisivi
Utenti che stanno guardando questo topic:0 Registrati,0 Nascosti e 0 Ospiti
Utenti registrati: Nessuno

Vai a pagina 1, 2, 3  Successivo
 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> CINEMA HORROR
PrecedenteInvia Email a un amico.Utenti che hanno visualizzato questo argomentoSalva questo topic come file txtVersione stampabileMessaggi PrivatiSuccessivo
Autore Messaggio
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 1:40 pm    Oggetto:  Sceneggiati televisivi
Descrizione:
Rispondi citando

Visto che mi è parso di interesse il riferimento allo sceneggiato Il Segno del Comando , propongo una esposizione di sceneggiati televisivi sul tema analogo a quello gia' trattato
In altra sezione del sito, ho accennato al piu' recente (1995) Voci Notturne , di cui peraltro non esistono pubblicazioni, se non la copia registrata da qualche raro collezionista ..
Ma dopo il SdC , 1971, altri validissimi sceneggiati, sull' onda di quell' enorme successo, seguirono alle vicende del Prof. Forster & Co ..
Ne riporto qui le trame, o qualche dato di qualcuno di quelli che posso ricordare di quei tempi, e che riesco a reperire ..

Il primo, è il magnifico Ritratto di Donna Velata ......
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Adv



MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 1:40 pm    Oggetto: Adv






Torna in cima
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 1:51 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

RITRATTO DI DONNA VELATA


Prodotto dalla Rai in un periodo in cui il genere mystery riscuoteva un certo successo, "Ritratto di donna velata" riusci a catturare una audience altissima risultando uno dei programmi più visti del 1975.

Per affinità di genere può essere accostato ad altri sceneggiati del periodo quali A come Andromeda, E.S.P., Il fauno di Marmo, Gamma e soprattutto Il segno del comando con cui condivide svariate similitudini.

L'azione si svolge in Toscana tra Firenze e la zona di Volterra e coinvolge un giovane squattrinato Nino Castelnuovo alle prese con una misteriosa ragazza interpretata da Daria Nicolodi (all'epoca molto nota dopo il successo del film Profondo Rosso) che pare essere la reincarnazione della misteriosa donna velata ritratta in un quadro del 700.

Tra misteriose apparizioni, personaggi venuti dal passato, morti inspiegabili ed inquietanti coincidenze il giovane si troverà intricato in un mistero legato ad un urna che nasconde le indicazioni per trovale l'ingresso ad una necropoli etrusca piena di tesori.

Credo vi sia una versione dvd in commercio ..

Da pagine 70

Girato nei primi mesi del 1974 negli studi Rai di Roma per gli interni, e a Firenze, Castiglione della Pescaia e Volterra per le scene in esterni, Ritratto di donna velata fu inspiegabilmente tenuto in magazzino per un anno e mezzo: non andò in onda infatti che nella tarda estate dell’anno successivo, forse per sfruttare la popolarità ottenuta da Daria Nicolodi con Profondo Rosso di Dario Argento, girato dall’attrice fiorentina subito dopo aver terminato le riprese dello sceneggiato.

Dopo quattro anni nei quali il teleromanzo ‘fantastico’ targato Rai ha imboccato strade diverse (il ‘medaglione’ biografico di E.S.P., il mystery decadentista di Malombra, il breve e quasi sperimentale Strano caso di via dell’Angeletto), con Ritratto di donna velata torniamo entro coordinate stilistiche più definite e riconoscibili, quelle cioè inaugurate dal Segno del comando: abbiamo dunque un nuovo originale televisivo dichiaratamente imperniato su un avvincente intreccio di quotidianità e paranormale. Confrontato con l’illustre predecessore, il lavoro scritto da Levi e Calligarich mostra diverse analogie, prima fra tutte una simile impostazione tecnico-strutturale (ad esempio, le medesime modalità di ripresa e la scansione in cinque puntate) nonché narrativa. Non è possibile, ad esempio, fare a meno di notare che la vicenda messa in scena da Bollini si snoda lungo un percorso narrativo alquanto simile a quello del Segno del comando (di cui lo stesso Bollini, ricordiamo, fu co-autore del soggetto). Innanzitutto, la suggestiva ambientazione italiana, densa di reminiscenze storiche, archeologiche e artistiche: se là era una Roma labirintica e stratificata dai secoli, qui è la Toscana ancora pregna di vestigia e suggestioni etrusche, ma non immemore di un passato più recente (l’invasione napoleonica); poi il gruppo dei personaggi principali, e anche qui Ritratto pare largamente ispirarsi al modello di riferimento (all’inglese e compassato Edward corrisponde — per contrasto — l’italianissimo e solare Luigi; della sfuggente Lucia si ritrovano alcuni tratti nella non meno enigmatica Elisa; alla pratica e vitale Barbara, ‘aiutante’ del predestinato ‘eroe’ Forster, si può forse accostare la figura di Sandra); l’andamento logico-progressivo della vicenda, che si snoda lungo un’apparentemente interminabile sequenza di espedienti narrativi tipici, quali ad esempio le scoperte ‘casuali’, gli incontri con personaggi misteriosi, le agnizioni, le affannose ricerche di oggetti che si lasciano intendere come indispensabili al proseguimento dell’azione (la borsa di Forster e, in fondo, lo stesso amuleto del titolo nel Segno del comando; la mezza urna etrusca nel lavoro ora in esame), i ripetuti colpi di scena, gli imprevisti ribaltamenti di premesse date per certe (là il doppio gioco di Powell, qui il ‘tradimento’ dell’amico Sergio), nonché il sostrato ‘magico’ (le cicliche reincarnazioni, presunte o reali che siano) sotteso a entrambe le storie, e si potrebbe continuare. Dovendo operare dei distinguo, si può osservare come, rispetto al Segno del comando, qui i meccanismi dell’intreccio appaiano un po’ meno oliati, e le varie sezioni della storia scorrano e si succedano un po’ più meccanicamente, quasi che sceneggiatori e regista abbiano voluto, qui e là, lasciare che i telespettatori dessero un’occhiata a un congegno narrativo smontato.

Non mancano poi le discrepanze vere e proprie, soprattutto nel tono complessivo della narrazione, a cominciare dalla scanzonata bonomia che traspare dal volto e dai gesti di Nino Castelnuovo, riluttante per la sua stessa natura aperta e solare a lasciarsi trascinare in una strana, brutta avventura dai contorni sfocati e misteriosi, ben differente in questo da Pagliai/Forster che invece, forse per la sua provenienza ‘nordica’ o forse per deformazione professionale, nell’enigmatica Roma di Byron pare a un certo punto sguazzarci come un pesce.

Nonostante sia dai più considerato inferiore al Segno del comando, il Ritratto di Calligarich, Levi e Bollini raggiunse un numero considerevolmente maggiore di spettatori (21.300.000 contro i 14.800.000 del Segno, ma bisognerebbe forse mettere nel conto la più capillare diffusione di apparecchi televisivi nel 1975 rispetto a quattro anni prima), raggiungendo il 9° posto nella classifica dei programmi più visti di quell’anno, nel quale fu altresì lo sceneggiato più visto dopo il kolossal biblico Mosè di De Bosio (al 4° posto con 22.800.000 spettatori).

Un’ultima curiosità: i riassunti delle puntate precedenti erano letti dalla ‘fatina’ Maria Giovanna Elmi.


TRAMA

Prima Puntata - Luigi Certaldo, squattrinato collaudatore di automobili temporaneamente sospeso dal lavoro per averne distrutta una, vive di espedienti a Firenze. Una sera accompagna con la sua ‘Alfetta’ una facoltosa signora inglese a vedere l’attico che il suo amico avvocato Sergio intende affittare, sperando così di intascare una piccola commissione. Una volta a casa di Sergio — dove si sta svolgendo una festicciola — Luigi apprende però che l’amico ha già ceduto l’appartamento a un pittore, mandando su tutte le furie la signora. Smaltita la delusione, Luigi riceve poco dopo un’inquietante telefonata: un’ansimante voce di vecchio lo mette in guardia con un oscuro messaggio (‘Attento alla ragazza con il gatto: pericolo di morte!’). C’è effettivamente una ragazza che tiene un gatto nero (che lo stesso Luigi ha raccolto per strada e portato con sé) sulle ginocchia, e si chiama Elisa: Luigi ne è subito attratto. La ragazza afferma di essere una studentessa di geologia venuta per affittare l’attico ma di essere giunta tardi. A fine serata, Luigi la riaccompagna a casa, ma la ragazza lo congeda un po’ bruscamente. Il giorno dopo Elisa si presenta a casa di Luigi per scusarsi, spiegando inoltre che sta per partire: deve andare a Volterra per preparare la tesi di laurea. Per una curiosa coincidenza, a Volterra Luigi è stato più volte da ragazzo poiché la sua famiglia vi possedeva una vecchia villa tuttora abitata da un cugino, il conte Alberto Certaldo; egli si offre quindi di accompagnare e ospitare la ragazza. Durante il viaggio, quella notte, da un improvviso banco di nebbia sbuca un misterioso cavaliere vestito di nero: l’apparizione provoca a Elisa un certo spavento. Quando i due giovani giungono alla villa il conte Alberto non c’è — è fuori per affari —, ma c’è Sandra, una giovane archeologa che restaura i pezzi etruschi della raccolta Certaldo, conservati in un sotterraneo. Entrando nella casa uno strano malessere si impadronisce di Elisa: la ragazza ha come la sensazione di rivivere un’esperienza già vissuta; la sua attenzione è attratta soprattutto da due quadri: il ritratto del negromante Giacomo Certaldo, detto ‘Fabron’, un antenato del conte morto alla fine del ’700, e quello di una misteriosa donna velata. Luigi ricorda che quando era ragazzo il mistero di quel velo colpiva molto la sua immaginazione, ma Sandra afferma con sicurezza che il velo è stato dipinto molto recentemente, al massimo un mese prima. Luigi mostra a Elisa la collezione di reperti etruschi, la ragazza afferma però di sentirsi poco bene; il giovane, per distrarla, la accompagna a Volterra. Mentre cenano in una trattoria i due fanno conoscenza con un certo Mercani che, affermando di essere uno studioso di leggende locali, racconta loro la storia di Giacomo Certaldo, che alla fine del 700 viveva asserragliato nella sua villa in compagnia di una giovane donna. Il Certaldo, grazie all’occultismo e alle pratiche divinatorie era riuscito a scoprire l’accesso a una favolosa necropoli etrusca; costretto a fuggire dall’invasione napoleonica, aveva affidato il segreto a qualcuno di sua fiducia; tornato — alla caduta di Napoleone — alla villa, scoprì che la persona cui aveva fatto affidamento lo aveva tradito; era poi scomparso in circostanze misteriose. Il suo fantasma a cavallo — prosegue Mercani — appare ancora, talvolta, nelle notti di nebbia. Elisa è turbata, e vuole tornare alla villa; qui i due giovani trovano il conte Alberto che nel frattempo è rincasato, ed Elisa, alla sua vista, si sente mancare: le sembianze del Certaldo sono infatti identiche a quelle del suo antenato ritratto nel dipinto, il conte Giacomo.

2. Il giorno dopo, Elisa si è ripresa dai suoi strani malesseri, e passeggia con Luigi nei dintorni della villa; in una casa abbandonata i due giovani incontrano Fosco, ‘tombarolo’ amico d’infanzia di Luigi, che racconta di essere sulle tracce della leggendaria necropoli. Quella stessa sera, Alberto confessa a Luigi che Elisa lo incuriosisce, che il suo volto ‘gli ricorda qualcuno’; la notte, poi, il ‘fantasma’ — qualcuno cioè travestito da ‘cavaliere nero’ — penetra all’interno della villa, ma alla vista di Luigi fugge. Alberto, svegliato dal trambusto causato da Luigi nell’inseguire il misterioso figuro, chiede spiegazioni: scettico e sospettoso, accusa il cugino di spionaggio intimandogli di lasciare la casa. Luigi vorrebbe condurre con sé Elisa ma la ragazza — che pare ormai ‘stregata’ da Alberto — rifiuta di seguirlo; Luigi, allibito, ha l’impressione di essere preso in un mistero inestricabile: Sandra gli mostra infatti, sotto il velo da lei cancellato dal settecentesco ritratto di donna, il volto della stessa Elisa. Ma non è tutto: la giovane archeologa gli mostra anche una mezza urna etrusca sulla quale è un fregio apocrifo databile alla fine del ’700; Sandra afferma altresì di aver visto, qualche tempo prima, l’urna intera. Luigi lascia la villa. Passando per Volterra incontra Walter, uno strano ragazzo medium; seguitolo a casa sua, Luigi riconosce — in quella del ragazzo in trance — la voce ansimante di vecchio che tempo prima lo aveva messo in guardia dalla ‘ragazza con il gatto’. Questa volta la voce lo invita a recarsi a una non meglio precisata ‘casa rossa’. Luigi, temperamento pratico e solare, non riesce a capacitarsi delle incredibili stranezze con cui si trova alle prese; a peggiorare le cose, lo raggiunge la notizia che il suo amico Fosco è morto precipitando dalle balze. Luigi, che ormai vuole vederci chiaro, apprende da un giovane — Mauro Spaccesi, che afferma di essere un archeologo impegnato a impedire l’espatrio dei reperti etruschi — che esiste una ‘casa rossa’ sul litorale toscano, e accetta di dargli un passaggio in macchina fino alla costa. Indirizzato dal giovane, Luigi giunge alla ‘casa rossa’ e vi trova uno strano vecchio che gli ripete l’oscuro avvertimento già udito più volte: ‘Attento: pericolo di morte!’.

3. Luigi riconosce nella voce del vecchio — soprannominato ‘il Nebbia’ — quella del medium; l’uomo afferma di essere stato interpellato da alcuni trafficanti stranieri di reperti archeologici circa la natura del fregio apposto su una mezza urna, e di conoscere i bizzarri membri della famiglia Certaldo tra cui il negromante ‘Fabron’, ossia il settecentesco conte Giacomo, allievo prediletto di Cagliostro. Il Nebbia narra quindi a Luigi la leggenda secondo cui il conte Giacomo aveva soggiogato mediante rituali magici una ragazza di nome Elisa che teneva segregata nella sua villa e di cui era molto geloso, al punto da far dipingere un velo sul suo ritratto. Sempre secondo il racconto del vecchio, ‘Fabron’ aveva scoperto l’accesso di una favolosa necropoli etrusca e ne aveva condiviso il segreto con la ragazza amata; quindi, l’invasione francese lo aveva costretto a fuggire, ma al suo ritorno aveva scoperto che la donna l’aveva tradito con un giovane straniero e l’aveva uccisa. Luigi raggiunge poi lo yacht dei trafficanti — capeggiati da un certo Marston — indicatogli dal Nebbia, nell’intento di chiarire almeno in parte l’intricata vicenda. Ma Marston, che nega oltretutto di aver mai consultato chicchessia a proposito del fregio, minaccia il giovane per la mancata consegna da parte di suo cugino Alberto — che ha ricevuto un cospicuo anticipo — dell’altra metà dell’urna. Durante il violento alterco il trafficante accusa un malore e stramazza a terra; Luigi, spaventato dalla tragica piega presa dalla situazione, si impossessa della mezza urna — venduta dal cugino all’ormai defunto Marston — e fugge. Tornato alla ‘casa rossa’ ha però un’amara sorpresa: il Nebbia non c’è più, anzi, secondo una ragazza che pare avervi installato il suo laboratorio di scultrice, nessuno vi ha mai abitato; c’è però una leggenda — l’ennesima — secondo cui un fantasma, chiamato appunto ‘il Nebbia’, apparirebbe ogni tanto in quella casa. Intanto, una telefonata anonima denuncia alla polizia la morte di Marston, attribuendone la responsabilità a Luigi e fornendo il numero di targa della sua auto. Dopo un lungo inseguimento Luigi è dunque intercettato e condotto al commissariato. Qui, grazie anche all’aiuto di Sergio, l’amico avvocato arrivato da Firenze, Luigi è scagionato dalle accuse di omicidio (di Marston, che l’autopsia conferma essere stato vittima di un infarto) e di furto (del mezzo vaso); quando però Luigi vuole mostrare allo scettico amico avvocato il reperto, che aveva nascosto nel bagagliaio della sua ‘Alfetta’, scopre che gli è stato rubato. Luigi, che ha deciso di tornare alla villa, trova Sandra tramortita nella serra, dove qualcuno l’ha chiusa — aprendo la stufa a gas — col proposito di ucciderla. L’archeologa era entrata nella serra — dove si aggira anche il ‘fantasma’— per seguire Elisa, che vi si era recata per nascondervi il mezzo vaso, quello ancora in possesso di Alberto; quest’ultimo, convintosi che Elisa sia la reincarnazione dell’amante di Giacomo, e che dovrà rivivere con lei le vicende del suo antenato negromante, le ha infatti imposto come prova di fedeltà la condivisione di un segreto: solo loro due sapranno dove è nascosto il prezioso reperto. Ma quando l’urna scompare misteriosamente Alberto, credendosi tradito come l’avo, minaccia di uccidere la ragazza. Luigi, giungendo alla villa appena in tempo, la salva e — approfittando della confusione originata da un misterioso colpo di pistola sparato non si sa da chi — riesce a trascinarla fuori dalla villa, lontano dalla sua atmosfera ‘stregata’, per condurla a casa sua, a Firenze. Alberto, contemplando il dipinto della Elisa di due secoli prima, esclama invasato: ‘Tornerai!’.

4. Luigi ospita Elisa a casa sua; la ragazza ha quella notte spaventosi incubi in cui vede se stessa nei panni della donna velata di due secoli prima; il mattino dopo è rincuorata da Luigi. Intanto metà dell’urna si materializza prodigiosamente in casa di Walter, il ragazzo medium, che affida poi a Sandra il prezioso oggetto; la ragazza si vede però inseguita da un misterioso personaggio — un certo Grimaldi —, evidentemente attratto dal reperto. Alla fine, sotto la minaccia di una pistola puntatale alla schiena, Sandra è costretta a consegnare l’urna a un ignoto figuro (che si scoprirà poi essere Mercani). A Firenze Luigi, rincasando dopo essere andato a far spese, trova un biglietto di Elisa: la ragazza è tornata da Alberto, succube della sua influenza. Il giovane torna quindi in tutta fretta a Volterra, dove incontra Sandra; i due si recano alla casa dove Walter vive con la zia per sincerarsi delle sue condizioni: il ragazzo, in trance, pronuncia frasi sconnesse circa un pericolo che incomberebbe su tutti e in particolare su Elisa, riguardo l’assassinio di Fosco ad opera di un uomo dai guanti neri, e a proposito di un ciclico, nefasto destino che starebbe per compiersi ancora una volta; il giovane medium afferma infine che l’urna adesso si trova in un luogo ‘alto e basso’ di cui Luigi è a conoscenza. Dopo un’iniziale perplessità circa le parole del ragazzo a proposito dell’attuale localizzazione dell’urna — il cui fregio, ormai è evidente, riproduce il percorso per raggiungere la necropoli —, Luigi ha un’intuizione: il luogo ‘alto e basso’ potrebbe essere una soffitta o una mansarda, forse l’attico che Sergio ha affittato a un pittore. Intanto Alberto si incontra con Grimaldi, luogotenente del defunto Marston, che reclama spazientito l’altra metà del vaso; Alberto, ormai privo di interessi che non riguardino il suo ‘destino’ con Elisa, propone senza successo di restituire l’acconto: Grimaldi pretende però il reperto. Luigi, dopo aver pregato Sandra di andare alla villa per vegliare sull’incolumità di Elisa, si reca a Firenze, nell’attico: vi trova l’urna — le cui due metà sono state incollate — e se ne impossessa, ma spunta Mercani che, agghindato da ‘cavaliere fantasma’, lo minaccia con una pistola: è lui il pittore cui Sergio ha affittato l’appartamento, ed è lui che ha assassinato Fosco e tentato di uccidere Sandra per poi sottrarle il mezzo vaso; approfittando di una minima distrazione dell’uomo, Luigi fugge col vaso sul tetto dell’edificio, inseguito dal pittore che, perso l’equilibrio, precipita morendo sul colpo. Tornato alla villa, Luigi vi trova Sandra, che gli mostra un fatto interessante: nel famoso ritratto non è soltanto il velo ad essere stato aggiunto di recente, ma anche il volto con le fattezze di Elisa: la presunta ‘reincarnazione’ della ragazza sarebbe dunque un raggiro ordito per suggestionarla. Luigi, che comincia a sospettare di Sandra, tenta di convincere Elisa, mostrandole il quadro contraffatto, a liberarsi delle suggestioni ‘magiche’ e tornare con lui. I due odono poi un grido proveniente dal sotterraneo: lì trovano, steso ai piedi di Sandra, il corpo di Alberto, pugnalato alla schiena.

5. Luigi e Sandra — quest’ultima nel frattempo aveva prelevato il vaso dall’auto del giovane — si accusano reciprocamente dell’omicidio; Luigi prega Elisa di restare a sorvegliare Sandra — con la pistola di Alberto — mentre lui va a chiamare la polizia; sopraggiunge Spaccesi che, puntandogli a sua volta un’arma, si spaccia per un agente della ‘Tutela del Patrimonio Artistico’: è sotto questa veste che ha ingannato Sandra, ottenendone la fiducia. Quando Luigi conduce Spaccesi sul luogo del delitto, le due donne e l’urna sono scomparse. Spaccesi lavora in realtà per Grimaldi, ed è da quest’ultimo che — sempre sotto la minaccia della rivoltella — conduce Luigi. Il trafficante pretende dal giovane notizie circa la preziosa urna, per la quale la sua organizzazione già ha versato ad Alberto duecento milioni; non persuasi dal racconto di Luigi, i due uomini decidono di andare a villa Certaldo, conducendo ovviamente con loro il giovane Certaldo. Nel tragitto però l’auto di Grimaldi, per evitare il ‘cavaliere fantasma’ materializzatosi all’improvviso, esce di strada ribaltandosi. Dall’incidente esce vivo il solo Luigi, soccorso per una strana coincidenza dall’amico Sergio, che pare farsi vivo regolarmente nei momenti critici. L’avvocato, pur scettico circa l’allarmato racconto di Luigi, accompagna l’amico alla villa, dove nel frattempo è scomparso anche il cadavere di Alberto. I due scoprono però un ingresso segreto che conduce in un vasto cunicolo sotterraneo — la necropoli etrusca —, e vi si avventurano. Qui trovano dapprima il corpo di Alberto, poi quello dell’antenato Giacomo, pugnalato allo stesso modo; giungono poi in una grande sala, dove si trovano le due donne; Elisa minaccia però Luigi con una pistola. Sergio chiarisce finalmente al giovane l’incredibile verità: lui ed Elisa — nonché il defunto Mercani — sono complici, ed hanno escogitato il trucco dell’attico in affitto, del dipinto, della presunta ‘reincarnazione’ per suggestionare Alberto e sottrargli l’urna. Sergio ed Elisa — la ragazza, malgrado l’apparente chiarimento del mistero che la avvolgeva, mantiene tuttavia un che di enigmatico e indeterminato —, scoperta la sala del tesoro, vi si introducono ma restano sepolti dal crollo della volta; Luigi e Sandra riescono invece a trovare un’uscita verso l’esterno. Prima di lasciare Volterra, i due giovani fanno un’ultima visita a casa di Walter, la cui zia afferma che il ragazzo non ha più avuto crisi dal momento in cui si è avvertita una leggera scossa di terremoto, dal crollo cioè della necropoli; le ultime, inquietanti parole dette in trance dal ragazzo sono state, con una strana voce di giovane donna: ‘Accadrà ancora... tornerò e ti ucciderò ancora!’. Ma c’è un altro fatto, incredibile e allarmante: il ‘ritratto di donna velata’, quello autentico del 1798, è apparso misteriosamente in casa del piccolo medium: sotto il velo, che Sandra rimuove, appaiono nello sbigottimento generale le fattezze di Elisa. I due giovani, dopo tanti misteri solo in parte chiariti, lasciano quindi Volterra sulla ‘Alfetta’ di Luigi, e dalle ultime battute tra i due si indovina il nascere di una prossima love story.


RASSEGNA CRITICA

Nino Castelnuovo [...] sta trascorrendo — dice — "giornate allucinanti" in un teatro di posa, "travolto" dalle vicende di Ritratto di donna velata, il «giallo magico» al quale è stato invitato a prendere parte. «In compenso — ha osservato Castelnuovo — non faccio la parte del buono e del romantico, parte che sembrava si addicesse alla mia faccia, ma sono un collaudatore di automobili, la cui prerogativa è di vivere alla giornata, senza troppi scrupoli per coloro che lo circondano. Per fare un esempio, con la maggiore disinvoltura, chiede agli amici o ai conoscenti di cambiargli assegni scoperti».

— Come s’inserisce questo collaudatore di automobili nel «giallo magico»?

«È semplice — ha risposto Castelnuovo — dal momento che egli si innamora di una studentessa in geologia, Elisa [...], la quale ha un incontro fatale nella prima delle cinque puntate del «giallo»: si imbatte nel cugino del collaudatore, nella villa di questi, in Toscana, e sviene all’istante. In sostanza, Elisa assomiglia in maniera sorprendente ad una antenata del suo innamorato, ritratta in un quadro appeso nel soggiorno della villa di Volterra, e suscita nel cugino una somma di emozioni che si riflettono su di lei, sconvolgendola». Elisa è impersonata da Daria Nicolodi, rivelatasi alla tv con lo sceneggiato I Nicotera. Nel Ritratto di donna velata essa interpreta la parte di una ragazza dolce e sognatrice, dotata di un fascino singolare e attratta da tutto ciò che [...] ha qualche cosa di misterioso. A lei si contrappone il personaggio di Paola [si tratta in realtà di Sandra, il cui personaggio era stato probabilmente chiamato, in un primo momento, Paola] (interpretato da Luciana Negrini [...]). Paola è tutto l’opposto di Elisa: una giovane positiva e moderna, molto dinamica, che cercherà di sciogliere alcuni nodi dell’intricata vicenda. [...] Ritratto di donna velata si riallaccia a quel filone della parapsicologia che ha riscosso recentemente vasti consensi da parte del pubblico. La parapsicologia, però, non viene trattata in chiave rigorosamente scientifica ma in modo da stupire il pubblico mettendolo di fronte a fatti imprevedibili e ricchi di suspense. L’aspetto più attraente di questo «giallo» — secondo Castelnuovo — è determinato dai legami che si stabiliscono tra l’antenata del collaudatore e la giovane geologa vissute a duecento anni di distanza l’una dall’altra (Una strana rassomiglianza mette in crisi Nino Castelnuovo, articolo redazionale su "Il Corriere Mercantile, 22 aprile 1974, pag. 7).


Ritratto di donna velata [è] un giallo televisivo in cinque puntate [...] che si ricollega a quel filone parapsicologico oggi particolarmente gradito dal pubblico, come dimostra il successo ottenuto dall’originale Il segno del comando. [...] A Nino Castelnuovo è affidato il personaggio di Luigi, un collaudatore di automobili. Simpatico, allegro e pieno di vita, Luigi approfitta di una sospensione dal lavoro per seguire la ragazza di cui si è innamorato, Elisa. Tra misteri, magie, volontà criminali e presenze medianiche si svolge la storia del giallo tv, ambientato prevalentemente in una villa vicino a Volterra. [...] L’atmosfera tenebrosa della casa suggestiona [Elisa], che è particolarmente colpita dalla personalità del proprietario, il conte Certaldo
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 2:03 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

IL FAUNO DI MARMO

Trasmesso ne 1977, tratto dall' omonimo romanzo di Nathaniel Hawthorne

Uno degli intenti di Nathaniel Hawthorne nello scrivere il suo Fauno di marmo pare essere stato quello di cogliere le sottili suggestioni di Roma, da lui visitata negli anni 1858-’59, inconsapevolmente riflettendo nel suo approccio alla città l’atteggiamento consueto dell’intellettuale americano nei confronti della storia europea, un misto cioè di attrazione e repulsione: "non può che esserci attrazione per questo panorama d’arte e di storia in cui giacciono le sue radici lontane; ma non può non esserci smarrimento ed angoscia per la saturazione della mente e dei sensi da parte di questa ossessiva, subdola insorgenza del passato" (A. Brilli, Crepuscolo di un fauno, in N. Hawthorne, Il fauno di marmo, Milano, Rizzoli, 1998, pag. Cool.

‘Ossessiva, subdola insorgenza del passato’ che nello sceneggiato in esame pare incarnarsi nell’inquietante figura del Persecutore (figura che nel romanzo, a partire dal nome — non vi viene infatti definito ‘persecutore’ ma ‘modello’ — ha connotati profondamente diversi). In realtà è l’intera narrazione ad apparire, per insindacabili esigenze televisive, totalmente — o quasi — riscritta. Né c’è da stupirsene: non essendo d’altronde possibile ricreare sul teleschermo la densa e problematica complessità del romanzo, gli sceneggiatori Massimo Franciosa e Luisa Montagnana ne estrapolano un sommario canovaccio e lo adattano al collaudato schema delle cicliche ‘reincarnazioni’ (sulla falsariga cioè de Il segno del comando, di Ritratto di donna velata e, come si vedrà, de La dama dei veleni diretta due anni dopo dallo stesso Blasi), sfrondandolo di ogni implicazione morale o allegorica in favore di una più accessibile suspense gotico-soprannaturale sullo sfondo di una suggestiva e invernale Roma contemporanea. Anzi, come già in sceneggiati precedenti (si pensi per esempio a Geminus o, meglio, a Il segno del comando), proprio la Città Eterna, con le sue impalpabili suggestioni ‘magiche’, finisce — e in questo lo sceneggiato si mantiene fedele allo spirito del romance hawthorniano — per assurgere a vera protagonista del racconto televisivo. Come ben spiega Andrea Mariani, "il ‘sentimento’ che si prova a Roma, questo diverso senso delle proporzioni, questa costante presenza del passato come termine di paragone, questa impossibilità di essere assorti solo nelle cure del giorno per giorno, che la voce narrante sente, proietta su tutti i personaggi, e trasmette quindi al lettore, è usato come schermo o meglio come ‘specchio deformante’ per dare un senso diverso alle cose narrate. [...] E se il quotidiano, visto attraverso il diaframma del ‘sentimento romano’, si proietta su un livello di più universale significazione, analogamente, e viceversa, ciò che altrove potrebbe apparire inverosimile, assurdo, inconsistente, per merito dello stesso ‘sentimento’ assume aspetto e sostanza di realtà [...]. A Roma le più elementari certezze [...] vengono meno [...]; così le più elementari incredulità possono svanire" (A. Mariani, Il sorriso del fauno, Chieti, Solfanelli, 1992, pag. 2Cool.

Vediamo pertanto i quattro protagonisti della singolare vicenda vagare assorti per Roma a cavallo dei secoli, grazie ad artifici narrativi un po’ pretestuosi (i flashback occasionati dal diario ottocentesco di Kenyon, che riproduce in realtà ampi brani del romanzo di Hawthorne, e dagli incubi ricorrenti, ambientati un secolo prima, di Hilda); così come un po’ pretestuosa e posticcia appare la trovata finale secondo cui "un secolo vale un istante" e al povero scultore toccherà, infrangendo in tal modo la ‘maledizione dei cento anni’ presentataci fino a poco prima come inflessibile, macchiarsi del sangue nefasto del Persecutore. Ma non si tratta in realtà che di dettagli trascurabili: lo sceneggiato in fin dei conti regge ‘televisivamente’ benissimo (a patto ovviamente di non ricercarvi la fedeltà al testo letterario che lo ha ispirato), soprattutto nella prima puntata, quando il torbido mistero dell’incappucciato comincia a dispiegarsi e ad avviluppare i quattro malcapitati amici. Proprio nella prima puntata abbiamo infatti alcuni degli episodi più significativi ed inquietanti della storia, girati con solida maestria dal veterano Silverio Blasi: la prima, impressionante apparizione del Persecutore — un Giorgio Bonora ‘diabolicamente’ perfetto nella parte — nelle catacombe, la sua successiva comparsa in uno spettrale e deserto Colosseo, la drammatica lotta tra Donatello e l’incappucciato sul baratro della rupe Tarpea, sinistramente preannunciato dalle pagine del misterioso diario ottocentesco che Kenyon esamina nel vano intento di venire a capo di una vicenda sempre più bizzarramente angosciante. Quest’ultimo episodio, narrato nel capitolo XVIII del romanzo, intitolato appunto Sull’orlo di un precipizio, si presta a qualche interessante considerazione. Secondo Attilio Brilli, "la storia e il passato di una civiltà coi loro corrispettivi simbolici si presentano come una voragine insondabile che attrae in maniera ipnotica e alla quale è necessario sottrarsi per tempo. Ne ritroviamo la dimensione simbolica [...] nel baratro della Rupe Tarpea dove il delitto [...] si consuma nel luogo rituale dell’empietà pagana. [...] La storia, una volta evocata, non [potrà] che esprimersi nel bisbiglio di voci misteriose, nell’agglutinarsi di larvali presenze, in segni inquietanti ed elusivi. Non è forse del tutto casuale che nell’estate del 1858, quando venne concepito l’abbozzo del Fauno di marmo, Nathaniel e la moglie fossero affascinati dalle sedute spiritiche promosse dagli anglo-fiorentini e dagli artisti americani presenti in città" (A.Brilli, Crepuscolo di un fauno, in N. Hawthorne, Il Fauno di marmo, cit., pag. 8-10).

Ma sequenze ‘forti’ e particolarmente riuscite non mancano neppure nelle puntate successive: sottilmente inquietante, ad esempio, è quella — verso la fine della seconda puntata — in cui Kenyon tenta di ritrarre con la creta il giovane amico, episodio che costituisce anche, nel capitolo XXX intitolato appunto Il busto di Donatello, "uno dei pezzi di bravura del romanzo, [in cui] Hawthorne si esalta nella descrizione dell’artista che, sull’orlo della disperazione, continua ciecamente a lottare con la materia, e finisce col lavorare come in trance" (A. Mariani, Il sorriso del fauno, cit., pag. 4Cool.

Realmente angosciante è infine una delle ultime sequenze dello sceneggiato, l’allucinazione di Kenyon in cui, come in un atroce caleidoscopio popolato di fantasmi lattiginosi, lo scultore ‘rivive’ le cicliche uccisioni e ‘vede’ quindi se stesso assassinare per l’ennesima volta il misterioso figuro incappucciato. Ambiguo e volutamente ‘sospeso’ appare invece il finale che, non mostrando se né come la maledizione si compia per l’ultima volta, lascia che la storia si concluda — espediente non infrequente negli sceneggiati di questo filone — con un senso di inquietudine e di mistero. Inquietudine e mistero che forse rappresentano un ultimo tentativo di fedeltà allo spirito e al tono del romanzo, nella cui Conclusione il narratore, fingendo di voler fornire ai suoi lettori "ulteriori spiegazioni sui misteri di questa storia" (N. Hawthorne, Il fauno di marmo, cit., pag. 439), chiede lumi a Kenyon e Hilda su alcuni dei punti oscuri della vicenda. Il romanzo termina invece con una risposta evasiva dello scultore che, all’ultima domanda del narratore circa un dettaglio particolarmente misterioso della storia (le orecchie ‘da fauno’ di Donatello), conclude sibillinamente: "Lo so ma non posso dirlo [...]. Su questo punto, in ogni caso, non ci sarà una sola parola di spiegazione" (N. Hawthorne, Il fauno di marmo, cit., pag. 443).

Trama

1. Kenyon, uno scultore americano che vive e lavora a Roma, e il suo ospite Donatello, giovane e ricco rampollo di una nobile casata toscana, ricevono una sera la visita di Miriam, pittrice amica di Kenyon, e della giovane studentessa Hilda, anch’essa un’americana trasferitasi in Italia. Dopo una spaghettata in terrazza, la giovane racconta agli amici di un suo strano sogno ricorrente, in cui vede se stessa aggirarsi in un antico palazzo con un pacchetto da consegnare a qualcuno, per poi venire aggredita da un misterioso personaggio abbigliato alla moda del ’700; la conclusione del sogno vede, invariabilmente, la morte dell’aggressore, ucciso dalla stessa Hilda con una piccola pistola. Kenyon rileva alcune curiose attinenze tra il sogno della ragazza e la vicenda narrata in un diario ottocentesco che gli è capitato tra le mani e che sta studiando, e gli sembra di ravvisare delle somiglianze tra sé e i suoi amici e i quattro personaggi descritti nell’antico documento. Evitando di dare eccessivo peso alla singolare coincidenza, la compagnia concorda per l’indomani una visita a Roma. Ai Musei Capitolini, Donatello viene scherzosamente accostato al Fauno di marmo di Prassitele; poi, durante una visita alle catacombe, Miriam si perde; cercata affannosamente dai tre amici, viene ritrovata in compagnia di un misterioso figuro, un uomo incappucciato del tutto simile a un personaggio descritto nel diario, chiamato ‘il Persecutore’. Lo spettrale individuo sostiene di essere ben noto a Miriam, che appare atterrita dallo strano incontro. In seguito, riflettendo sugli strani fatti accaduti, Kenyon e Hilda osservano altre inquietanti coincidenze: ad esempio, nel ricorrente sogno della ragazza, il volto dell’uomo ucciso è identico a quello dell’incappucciato incontrato nelle catacombe. Anche Miriam pare conoscere quel volto: Donatello, in visita presso lo studio della pittrice, lo vede ritratto in numerosi dipinti che paiono testimoniare di un profondo, inesprimibile tormento interiore. Tormento che pare accresciuto dalle frequenti, angoscianti apparizioni del ‘Persecutore’ che si susseguono nei giorni successivi. Miriam — che, tentando disperatamente di non farsi travolgere dalla suggestione ‘diabolica’ creata dall’odioso personaggio, accetta di instaurare un legame sentimentale con Donatello — affida a Hilda un pacchetto dal contenuto segreto, con l’impegno che, qualora per una certa data lei non sia a Roma, la ragazza lo consegni all’indirizzo segnato su un biglietto. Kenyon, pur pregato da Miriam di porre fine a quel sinistro passatempo, continua intanto a cercare nelle biblioteche di Roma i frammenti mancanti del diario. Dal manoscritto, ricostruito gradualmente, emerge una storia inquietante, che pare ricalcare fedelmente gli eventi vissuti da lui e dai suoi amici; vi si dice tra l’altro che i destini della dama ottocentesca — simile a Miriam — e del suo persecutore sono indissolubilmente intrecciati e non potranno più dividersi. Mentre sta decifrando un passo riguardante un sinistro presagio evocato dal precipizio della rupe Tarpea, Kenyon è vittima di un bizzarro incidente: a causa del crollo di una pila di libri, lo scultore si vede una mano infilzata da un tagliacarte, e osserva sgomento il proprio sangue imbrattare il manoscritto. Puntualmente, il tragico presagio si avvera: Donatello, sorpreso con Miriam dal Persecutore presso il parapetto della rupe Tarpea, affronta l’individuo e, ravvisando nello sguardo della donna un tacito assenso, lo spinge giù dal precipizio. Il giovane è atterrito dal proprio gesto, e implora il sostegno di Miriam: la donna si riconosce corresponsabile del delitto. Hilda, che ha assistito non vista alla drammatica scena, fugge terrorizzata.

2. Hilda, sconvolta dall’accaduto, tenta di informarne Kenyon, ma senza successo. L’indomani mattina è in programma una visita alla chiesa dei Cappuccini, cui prendono parte Kenyon, Miriam e Donatello. Nel corpo di un frate morto deposto in una bara aperta, Miriam ravvisa atterrita le fattezze del Persecutore ucciso la sera prima, ed ha persino l’impressione di udirne l’odiosa voce accusatrice. La donna rifiuta tuttavia di ricadere nel vortice dell’ossessione, pur avvertendo — così come Donatello — paura e rimorso per l’atto commesso. Il giovane, in particolar modo, è tormentato dal ricordo del proprio gesto; Miriam lo esorta a dimenticare l’accaduto — si tratterebbe solo di un’illusione, visto che nessun giornale parla di omicidi o cadaveri rinvenuti — e a troncare la relazione. Donatello, dopo aver vagato affranto per Roma, torna sul luogo del presunto delitto; constatato che un lampione che credeva di aver distrutto nella colluttazione è invece intatto, il giovane sospetta di essere stato vittima, la notte precedente, di una macabra autosuggestione. Miriam tenta di convincere anche Hilda — che le rinfaccia il delitto — dell’illusorietà dell’accaduto, ma senza successo: l’amicizia è rotta, afferma la ragazza mettendo alla porta la pittrice. Kenyon, ancora all’oscuro di tutto, riceve quindi tre messaggi dai suoi amici, che sono partiti: Miriam è andata a Parigi per una mostra, Hilda ha raggiunto dei conoscenti fuori Roma, e Donatello è dovuto tornare nei suoi possedimenti della campagna toscana. È lì che, quasi un anno dopo, Kenyon raggiunge il giovane amico, il cui temperamento — un tempo lieto e spensierato — si è fatto cupo e malinconico. Mentre Donatello sta mostrando allo scultore l’albero genealogico della sua casata (i cui membri paiono avere, curiosamente, le orecchie a punta che la mitologia attribuisce ai fauni), arriva con la posta un pacchetto inviatogli da Miriam, contenente una riproduzione del Fauno di Prassitele: il ricordo di Miriam dà occasione ai due uomini di tornare a riflettere sui misteriosi eventi dell’anno prima. Hilda, nel frattempo, è tornata a Roma; qui le capita tra le mani l’involto affidatole da Miriam ma, sul biglietto con l’indirizzo, è inspiegabilmente comparsa un’altra scritta, un’invito a consegnare il pacco il giorno 15 marzo. C’è poi un altro fatto inquietante: il pacchetto pare contenere una piccola pistola. Intanto Kenyon continua la ricostruzione del diario ottocentesco: è arrivato al punto in cui la dama simile a Miriam confessa al gentiluomo — in cui lo scultore ‘vede’ se stesso — di essere oppressa e come paralizzata da un ricordo orribile; anche il giovane amante della donna, corrispondente ai tratti di Donatello, è angosciato, e il suo tormento lo ha reso un altro uomo, spiritualmente più maturo. Poi, mentre Kenyon sta lavorando a un ritratto in creta del giovane, accade un fatto inspiegabile: il volto scolpito assume forme strane e paurose; lo scultore, osservando sgomento l’espressione disumana, o forse terrorizzata, del ritratto afferma di non averlo eseguito volontariamente in quel modo, ma di aver avvertito una forza misteriosa guidargli le mani. Donatello, interpretando il fatto come un segno nefasto del proprio destino, si decide finalmente a raccontare all’amico ciò che lo tormenta: il delitto di un anno prima. Kenyon rivela allora che anche nel manoscritto si parla di un omicidio: la dama ottocentesca uccise infatti un suo promesso sposo, ossia il Persecutore, sparandogli con una pistola. Donatello è atterrito da un’ulteriore coincidenza: i due delitti sarebbero avvenuti nella stessa data, il 15 marzo, che è poi anche il giorno in cui si sta svolgendo l’azione. Kenyon invita il giovane alla calma suggerendo l’ipotesi di una autosuggestione collettiva, e gli promette di aiutarlo a rincontrare Miriam, insieme alla quale potrà forse ritrovare la serenità perduta.

3. Mentre Miriam raggiunge Kenyon e Donatello nella tenuta di quest’ultimo, a Roma, intanto, Hilda si reca a consegnare il pacchetto all’indirizzo fornitole dalla pittrice: si tratta di un grande e antico palazzo nobiliare; qui la ragazza pare avvertire una ‘presenza’ inquietante, e ad un tratto ode una voce chiamare il suo nome. Nella tenuta, i tre amici discutono della giovane amica, del suo sogno, del diario misterioso; Miriam chiede a Kenyon di illustrarle con precisione l’episodio sognato da Hilda e riportato — come fatto avvenuto cent’anni più indietro — nel diario ottocentesco. Questa la ricostruzione operata dallo scultore: nel ’700, in un antico palazzo, una giovane vaga alla ricerca di qualcuno, tenendo tra le mani un involucro; c’è qualcosa che la turba profondamente, un’atmosfera carica di mistero; finalmente le appare un uomo: è a lui che deve consegnare il pacchetto sigillato; la ragazza gli si avvicina e l’uomo la aggredisce; la giovane grida, si libera dalla stretta e gli spara con una piccola rivoltella; l’uomo, lamentandosi, stramazza al suolo. Miriam, udita la ricostruzione di Kenyon, ha un sussulto d’orrore: la storia e i dettagli che la compongono — il pacchetto, la pistola, il palazzo — palesano un’allarmante attinenza con la reale situazione in cui si trova Hilda che, proprio quel giorno, il 15 marzo, potrebbe recarsi a consegnare il pacchetto di Miriam. I tre decidono quindi di partire subito per Roma. Nel frattempo, Hilda è ospite del misterioso destinatario del pacchetto: è sempre lui, il Persecutore, questa volta vestito in eleganti abiti moderni. Afferma di conoscere Miriam, benché questa non se ne rammenti, da molto tempo. Apre poi l’involto, sotto gli occhi sempre più impauriti di Hilda: dentro c’è "un orribile [...] ricordo di famiglia, [...] una piccola pistola del ’700": la pistola sognata da Hilda. Intanto, durante il viaggio in auto dalla Toscana a Roma, Miriam racconta ai due uomini la storia dell’ossessione che la tormenta da sempre: una sua antenata aveva ucciso un uomo che la pretendeva in moglie; sembrava che questa colpa non sua dovesse perseguitare lei, e che l’ucciso avesse scelto lei per perpetuare la sua vendetta; fin da bambina Miriam era stata perseguitata da quell’orribile visione, non trovando però che incomprensione e diffidenza; si era allora rivolta prima alla religione, poi alla psicanalisi; infine aveva deciso di dare una svolta alla sua vita, intraprendendo a Roma l’attività di pittrice; ma tutto si era rivelato inutile: da un baule erano misteriosamente spuntati un ritratto del suo persecutore e la pistola del delitto; trovato il nome e l’indirizzo di un lontano e sconosciuto parente che viveva a Roma, la donna aveva pensato che restituirgli l’oggetto potesse voler dire liberarsene; poi, si era dimenticata del pacchetto. Giunti a Roma quella sera stessa, i tre si presentano a casa di Hilda; al citofono si ode la beffarda voce del Persecutore: «Miriam, noi siamo legati insieme e non potremo più separarci...»; nell’appartamento della ragazza, però, non c’è nessuno se non la stessa Hilda, che rassicura gli amici e dichiara di aver regolarmente consegnato il pacchetto, senza alcun problema.

Ogni timore pare dunque dissolversi, e i quattro si convincono di essere stati vittime di una pittoresca autosuggestione; anche l’antico manoscritto è sparito, forse portato via per errore — insieme a un vecchio elenco telefonico — dagli incaricati della Sip. Il mattino dopo le due coppie — Kenyon si è nel frattempo legato a Hilda — si preparano a lasciare Roma, decisi a non aver mai più a che fare con alcunché di soprannaturale. Ma mentre si appresta a partire per gli Stati Uniti con Hilda, Kenyon trova un nuovo foglio del manoscritto, e ne legge l’inquietante contenuto: "Per la quarta volta il Persecutore morirà per mano del quarto protagonista: Kenyon". Sconvolto, lo scultore cade preda di uno spaventoso incubo in cui rivive i ciclici omicidi e ‘vede’ infine se stesso assassinare l’incappucciato. Destato da Hilda, Kenyon pare riprendersi ma, apprestandosi a salire in macchina, si convince di vedere, ancora una volta, l’odioso figuro sul sedile posteriore. Svanita l’apparizione, Kenyon e Hilda possono finalmente partire verso la sognata felicità: ma dal cassetto del cruscotto salta fuori ancora una volta l’antica pistola, e nello specchietto retrovisore riappare il sardonico ghigno del Persecutore.



Rassegna critica

La serata televisiva di ieri si è svolta all’insegna del classico moderno, con un equilibrio casualmente politico tra il musicista russo Pëtr I. Ciaikovski e il romanziere americano Nathaniel Hawthorne. Del primo, sulla Rete 1, si è visto Lo schiaccianoci, del secondo, sulla Rete 2, un adattamento sceneggiato del Fauno di marmo. [...] Assai di più dello Schiaccianoci il romanzo di Hawthorne ha risentito della traduzione nel piccolo schermo, cornice angusta e riduttiva per una storia che tutt’al più poteva sopportare la rilegatura delle pagine in cui era stampata. «In questo libro Hawthorne tocca un punto nell’estremo sviluppo della sua problematica: se, da un lato, sembra insistere sull’importanza risolutrice dell’espiazione e del riscatto, egli finisce per individuare l’esistenza del male e del peccato come realtà alla quale nessuno è in grado di sottrarsi, e come mistero che non si può penetrare né risolvere», così un autorevole dizionario letterario individua l’essenza del Fauno di marmo, che francamente non è ancora emersa in questa prima puntata. Gli autori dell’adattamento tuttavia difendono l’originalità del loro lavoro rispetto al romanzo di partenza e ai precedenti televisivi di argomento parapsicologico, in qualche modo imparentabili con questo Fauno: «Il romanzo era molto più vicino al fantastico che al reale, le vicende apparivano ovattate, come in un limbo. Noi abbiamo scelto di abbandonare Hawthorne. Bisognerebbe sempre far così: prendere un classico, meglio se poco noto, e farne una riduzione originale». Senza entrare in merito a queste intenzioni di partenza, per la verità alquanto discutibili, va loro reso atto di non aver lavorato invano: lo spettacolo infatti non è entusiasmante, ma regge abbastanza — sapremo presto, nella prossima puntata, se la sua è una dignità effimera —, grazie anche a Marina Malfatti, il cui guardo sbarrato e le cui nervose tensioni muscolari hanno sorretto il tono gravoso della vicenda (March., Cornici di classici moderni, su "Il Corriere Mercantile", 29 settembre 1977, pag. 13).


Spesso si è soliti parlare di conclusioni in bellezza al momento di congedarsi da qualcosa che è piacevolmente appunto esploso nel finale o che comunque è stato di un’entità tale, nell’intero suo svolgimento, da conferire alla conclusione un che di solenne. Ebbene la terza e ultima puntata del Fauno di marmo, andata in onda ieri sera [...], non si è trasformata in una conclusione in bellezza né relativamente alle ragioni suddette, né per qualunque altra e più sfumata ragione. Semmai, questa riduzione televisiva di un noto romanzo americano dell’Ottocento può ascrivere come suo unico merito il fatto di aver quasi completamente inventariato cattivo gusto e insipienza, troppo spesso dilaganti nella forma letterario-cinematografico-televisiva dello sceneggiato a puntate. Anche se, ne siamo certi, nessuno raccoglierà la lezione. Eppure l’esordio di questo Fauno di marmo poteva lasciar prevedere cose assai migliori di quelle poi effettivamente viste. Certe situazioni preliminari, pur nell’irrimediabile rozzezza tipica della messa in scena per il piccolo schermo, avevano una loro consistenza, che quasi riusciva a distrarre dalla recitazione di attori democraticamente uniformati in un dilettantismo velleitario, con la sola eccezione — rilevabile peraltro solo parzialmente — di Marina Malfatti. Quell’illusione era probabilmente generata da una fedeltà, poi tradita, nei confronti del romanzo di Hawthorne. In esso si narra, è vero, degli stessi personaggi protagonisti anche della riduzione televisiva, ma lo sviluppo degli eventi è ben diverso. Donatello infatti uccide un uomo che insidia Miriam e paga il suo delitto con la vita, mentre Miriam sfoga l’angoscia di una torbida ambiguità confessandosi in una chiesa cattolica. Insomma, un soggetto trattato in maniera tale da far dire che Hawthorne « se, da un lato, sembra insistere sull’importanza risolutrice dell’espiazione e del male e del peccato come realtà alla quale nessuno è in grado di sottrarsi, e come mistero che non si può penetrare né risolvere». Non ci si aspettava certo che ad una dignità letteraria ne venisse sostituita un’altra, ma neppure si poteva prevedere una simile sfrontata impudenza nel rivestire di raffazzonati abiti parapsicologici la più maldestra inettitudine a raccontare, e meno che mai a movimentare drammaticamente, una storia. Ma, si sa, in questi casi l’imperativo categorico è scavalcare la normalità della comprensione immediata per appellarsi all’obliquo, al contorto, all’insolito, nei quali si può ben inscrivere il vuoto di idee e l’incapacità di riempirlo: anzi quanto più vi regna l’astrazione tanto più sarà facile contrabbandare l’inettitudine. Così, l’incapacità di recitare può ad esempio trasformarsi nella calcolata ricerca di un’inquietudine non conseguibile secondo alcuni attraverso l’eccessiva sicurezza dei modi conformisti. Non mancano comunque gli estimatori
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 2:11 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

HO INCONTRATO UN' OMBRA

HO INCONTRATO UN'OMBRA RARO SCENEGGIATO TV DEL 1974

4 PUNTATE IN 2 DVD
Regia di: Daniele D'Anza
Scritto da: Biagio Proietti
Cast: Giancarlo Zanetti: Philippe Dussart
Beba Loncar: Silvia Predal
Laura Belli: Catherine
Jobert Renato De Carmine: Commissario Vian
Musiche originali di :Romolo Grano Sigle TV di Berto Pisano (A blue shadow - Tema di Silvia)
Imperdibile per i cultori del genere

Trama:
Un designer, Philippe Dussart, al suo rientro a casa dal lavoro ha la sensazione che qualcuno vi abiti durante la sua assenza. Col passare dei giorni la sensazione aumenta, finché non troverà in salotto il cadavere di un uomo. Qualcuno ha già chiamato la polizia, che è in arrivo. Dussart riesce ad occultare il cadavere e ad evitare il probabile arresto. Chi vuole tutto questo? Una donna dai capelli biondi che, nei giorni precedenti, aveva frequentato il morto proprio nella casa del designer? In realtà la bella Silvia Predal è soltanto vittima di uno tragica storia: suo padre è un ex nazista ricercato in Germania e subisce un ricatto non solo economico; alla fine, così com'era comparsa, la donna sparirà, lasciando al protagonista l'impressione di "aver incontrato un'ombra".
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 2:25 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

LA DAMA DEI VELENI

1979 — La dama dei veleni di John Dickson Carr (2a Rete) (*)
Dal romanzo di John Dickson Carr "La corte delle streghe " (The bourning court )
con: Ugo Pagliai, Susanna Martinkova, Anna Maria Gherardi, Warner Bentivegna, Giorgio Bonora, Paola Bacci, Gabriella Giacobbe, Alessandro Sperlì, Corrado Gaipa, Luigi Basagaluppi.
Sceneggiatura di Giovannella Gaipa
Scene: Emilio Voglino
Costumi: Antonella Cappuccio
Regia: Silverio Blasi

Mi attrasse molto , questo sceneggiato, liberamente tratto dal testo di Dickinson Carr , ancora una vicenda torbidamente misteriosa, con Ugo Pagliai protagonista ..
La storia di una setta occulta di vampiri psichici che dopo una maledizione, continua nel tempo a manifestarsi ..
Purtroppo, negli archivi Rai, la teca con la prima puntata e' andata .. distrutta.. sembrerebbe bruciata .. o .. forse sara' stato il misterioso Guido Santacroce .. a farla sparire ..
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 2:37 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

I COMPAGNI DI BAAL

(1968)

Come lo ricordo bene , questo ..!
Allora non esistevano videoregistratori .. ma lo audioregistrai ..
e .. quanto terrore , paura, persino nel riascoltarne le silenziose , lunghe pause ..

Alcuni commenti :

Premessa
Macchine infernali, riti occulti, magia nera, sotterranei insidiosi...
Pierre Prèvert, fratello del poeta Jacques Prèvert, è il regista dello sceneggiato TV "I compagni di Baal". Prèvert ha dato vita, in sette episodi, a quella che all'epoca poteva considerarsi un'operazione cinematografica piuttosto insolita, almeno dal punto di vista culturale: la rilettura del romanzo d'appendice con i moderni mezzi televisi.
Ha detto il regista all'uscita dello sceneggiato:

"E' un divertimento molto particolare, ovviamente: quello fornito dalla tensione narrativa, dalla suspence che regge l'intrigo della storia, dal mistero legato ad una setta segreta..."



Trama
I Compagni di Baal sono una setta, con le sue regole rigorose, ma sono anche una organizzazione criminale guidata da un uomo malvagio, Hubert de Mauvouloir. Un giornalista curioso, Claude Leroy, viene a trovarsi sulla strada dell'organizzazione e conosce strani ed inquietanti personaggi che si muovono in una trama ricca di colpi di scena. Il tutto nel cuore di una Parigi sconosciuta, impenetrabile...soprattutto nei suoi sotterranei.

Lo sceneggiato è suddiviso in sette episodi:

- La Lanterna di Diogene
- I misteri dell'Isola di Saint Louis
- Lo spettro rosso
- L'inquietante professor Lomer
- La notte dell'otto di fiori
- L'eredità di Nostradamus
- Il risveglio di Lilian

Distribuito dalla Yamato Video, è disponibile in VHS e DVD. Le VHS sono tre, così come i DVD; questi ultimi sono inseriti in un Memorial Box.

Durata primo DVD: 163 minuti
Durata secondo DVD: 112 minuti
Durata terzo DVD: 116 minuti

Contenuti EXTRA: schede personaggi
Sottotitoli: Italiano e francese
Audio: Italiano dual mono - Francese dual mono
Schermo: 4:3 - bianco e nero

Commento

Sceneggiato TV del quale ricordavo solo il titolo, gli adepti incappucciati (che confondevo, all'epoca, con i Beati Paoli de "L'amaro caso della Baronessa di Carini") ed il cattivissimo capo della setta segreta, un uomo dallo sguardo magnetico, dotato di due occhi terribili. Li ricordavo nello loro segrete riunioni sotterranee; della trama, buio pesto! Fatalità ha voluto che ieri mi trovassi alla SMAU di Milano e, ricordandomi che la Yamato Video ha un negozio proprio lì, mi sono precipitato ad acquistare il bellissimo box DVD. Ieri sera, poi, in attesa di registrare l'ultimo episodio di Padre Brown, ho guardato con una certa eccitazione i primi tre episodi: sono rimasto folgorato! Un perfetto cocktail di giallo, suspence, noir, atmosfere gotiche, esoterismo, avventura: se "Belfagor, il fantasma del Louvre" aveva i suoi punti di forza nelle apparizioni misteriose al museo parigino, i "Compagni di Baal" si dimostra nettamente più avvincente, grazie a continui colpi di scena ed a un cattivissimo che ha la proprietà di camuffarsi in diversi personaggi. A tutto ciò aggiungiamoci il bianco e nero evocativo, una sigla iniziale che è tutto un programma, assassini spietati (ma non si vede nemmeno una goccia di sangue), trabocchetti, pareti che si aprono, lugubri incappucciati con candelabri, grotte sotterranee, cimiteri, inseguimenti notturni nelle nebbie boschive e....riunioni d'affari infernali.


Bellissimo!!!

Se ancora non vi ho convinto, ecco il segno di riconoscimento tra gli appartenenti della setta:

- Qual'è il primo dei re?
- Il primo dei re è Baal, il demone tricefalo che regna sulla parte orientale dell'inferno. Quante legioni ha al suo comando?
- Sessantasei


......
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 2:47 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

B E L F A G O R

(1965)

Lo definirei .. L' inconscio collettivo di un' intera generazione televisiva ..
Indimenticabile , altro che la recente superficiale versione cinematografica ..!


Da Pagine 70 :

Ci sono programmi televisivi per i quali è difficile stabilire in quale momento della nostra storia televisiva siano andati in onda tale è il loro grado di perfezione e di coinvolgimento dello spettatore. Rientra sicuramente in questa categoria lo sceneggiato televisivo " Belfagor, ovvero il fantasma del Louvre ", film francese per la TV diviso in sei puntate: è stato trasmesso, sempre con un notevolissimo successo, nel 1965, 1966, 1969, 1975 e 1988.
Chi, in qualunque anno sia stato trasmesso e osservandolo da piccolo, non è mai saltato nel letto dei genitori dopo una sua puntata?
Chi, pur grande, non è stato colto dal timore e dall'ansia nell'attraversare le stanze buie della propria casa dopo aver visto una passeggiata del fantasma nei corridoi semibui del museo del Louvre, passeggiata sottolineata dalle note di violino composte da Antoine Duhamel?
Sono tanti i motivi per cui questo sceneggiato risulta sempre attuale, anche se in bianco e nero e con una immagine di Parigi lontana anni luce dalla metropoli di ora.
Cerchiamo di riassumere in poche parole che cos'è Belfagor.
Lo sceneggiato televisivo (ispirato a un romanzo scritto nel 1927 da Arthur Bernède) è stato diretto dal regista Claude Barma e sceneggiato da Jacques Armand.
La trama è molto articolata. Un misterioso fantasma con un mantello, un copricapo nero e una maschera sul volto (sotto questa maschera vi era il mimo Isaac Alvarez) appare nottetempo nelle sale del Louvre presso la statua della divinità caldea dell'inganno Belfagor (sale magistralmente ricostruite in studio perché il Ministero delle Belle Arti francese non aveva dato l'assenso alle riprese). Dopo qualche apparizione ci scappa il morto, un custode del museo. Scattano le indagini della polizia ma, soprattutto, si accende la curiosità di uno studente, Andrea Bellegarde (Yves Rènier) e di Colette (Christine Delaroche), figlia del commissario Mènardier che indaga sul delitto.
Nonostante una serie di appostamenti dei giovani protagonisti, con conseguenti apparizioni del fantasma, la cattura e l'identificazione di esso falliscono sempre.
Ovviamente, più della polizia, è Andrea, ad addentrarsi nel fitto del mistero della storia.
Fulcro di tutto è il suo incontro con una misteriosa e affascinante signora, Luciana Borel, e della sua gemella, Stefania, interpretate entrambe da un'affascinante e bravissima Juliette Greco.
A questo punto entrano in gioco una setta dei Rosacroce, riti esoterici e un tesoro, fino a che……………
E' opportuno a questo punto fermarsi con il racconto in modo da stimolare la vostra curiosità e spingervi a vedere (o rivedere) questa pietra miliare della Televisione d'Oltralpe (è facilmente reperibile in tre VHS che raccolgono tutte e sei le puntate).
Se lo vedrete per la prima volta, vi accorgerete come il regista, solo con un mantello e una maschera e senza nessun trucco cinematografico a cui siamo tanto abituati, riesca a creare un'atmosfera piena di tensione e come, grazie ad un sapiente uso della fotografia in bianco e nero, rappresenti mediante gli sguardi penetranti ed enigmatici di Juliette Greco tutta la suspense del racconto.
Se lo rivedrete dopo tanto tempo, invece, vi ricorderete di quelle innocenti paure nell'attesa della comparsa del Fantasma e riaffioreranno in voi i magici momenti della vostra infanzia.
In sintesi vi accorgerete come la Televisione, quando è fatta bene, non abbia niente da invidiare al Cinema.

Altre recensioni :

Alla fine dello scorso anno è stato possibile acquistare in edicola proprio lo sceneggiato del 1965, "Belfagor o il fantasma del Louvre" (Edizioni "elleu"-tre vhs). Inevitabile e doveroso ricordare questo capolavoro degli sceneggiati TV, realizzato nel 1965 da Claude Barma.

Quando lo sceneggiatore Jacques Armand e il regista Claude Barma si convinsero a realizzare il progetto, capirono subito che era necessario dare un taglio più moderno al testo di Bernède. Molti personaggi del romanzo furono modificati o addirittura soppressi per sostituirli con altri completamente nuovi; lo stesso mistero che sta alla base delle apparizioni del fantasma venne rivisto. Ma il piatto forte, l'enigma che avrebbe tenuti inchiodati al video per ben sei puntate (circa quattro ore e mezzo di pellicola) milioni di francesi e di italiani, era l'identità di Belfagor (sotto i cinerei paludamenti del quale si muoveva il mimo Isaac Alvarez). E' questo il file rouge che attraversa tutta la vicenda dalla prima puntata (andata per la prima volta in onda nel nostro Paese il 15 giugno 1965 sul Secondo canale) all'ultima, attraverso un fitto intersecarsi di sottotrame e colpi di scena forse a volte un po' confusi e inverosimili ma assolutamente avvincenti.

Le riprese, in un cupo bianco e nero, hanno un taglio quasi impressionistico, accentuato dalle location evocative di un Louvre per altro ricostruito in studio (in quanto l'allora ministro francese dei beni culturali non concesse l'autorizzazione a girare dentro il museo) e di una Parigi ben poco rassicurante, a tratti minacciosa e carica di enigmi, di vicoli in penombra, di personaggi equivoci e misteriosi.

Come protagonista venne prescelta l'affascinante e algida Juliette Greco, brava a disimpegnarsi nel doppio ruolo delle gemelle Luciana (Laurence nell'originale francese) e Stefania Borel, criptica e fatale la prima, spregiudicata e solare la seconda. Vittima delle malie di Luciana è il giovane studente Andrea Bellegarde (Yves Rènier) combattuto tra l'attrazione morbosa per la donna e il più limpido sentimento nutrito verso Colette (Christine Delaroche), figlia del commissario MéNardier, incaricato di condurre le indagini sulle apparizioni del fantasma. Cosa cerca Belfagor dentro il Louvre? Perché Andrea Bellegarde è così morbosamente attratto dalla vicenda? E che ruolo ha in tutto ciò la sfuggente Luciana? Ma, soprattutto, chi si cela dietro la maschera di Belfagor?

Il fantasma sta per tornare a muoversi, col suo passo leggero, tra le ombre del Louvre. E noi saremo ben lieti di spaventarci ancora al suo apparire, magari (o purtroppo?) senza più poter sbirciare il video da dietro la rassicurante copertina di schultziana memoria.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 4:39 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

E. S. P.

(1973)

Di questo sceneggiato, ricordo la straordinaria interpretazione del grande Paolo Stoppa, e l' atmosfera di curiosita' che suscito' in qel tempo, sul seguito del generale interesse per le fenomenologie del Paranormale , una parola sinallora quasi sconosciuta al grande pubblico .. appena rifiorita dopo il successo del Segno del Comando
Ma qui si ando' anche oltre, trattando l' argomento anche da un punto di vista scientifico, e questo contribui' non poco a dare ancor piu' interesse alla storia, facendo conoscere un nuovo termine del glossario degli argomenti di frontiera : Parapsicologia
Peraltro le vicende trattate, erano vere e recenti ; riguardavano nello specifico fatti realmente accaduti al famoso sensitivo olandese Gerard Croiset

...................

Dopo il clamoroso successo de Il segno del comando alla Rai si decide di puntare nuovamente sul tema del paranormale, anche se in una chiave del tutto diversa. Argomento del nuovo sceneggiato sarà non una storia di finzione sospesa tra magia e quotidianità, bensì la vita e le esperienze di un personaggio reale, addirittura vivente (e con il quale il regista D’Anza prenderà direttamente contatto). Si tratta del ‘veggente’ olandese Gerard Croiset, protagonista di vicende che, al di là di un preteso controllo scientifico rigorosamente documentato, hanno dell’incredibile.

Nato il 10 marzo 1909 a Laren, nell’Olanda Settentrionale, da una famiglia di attori girovaghi di origine ebraica, Croiset (che assunse per qualche tempo il cognome di Boekbinder) ebbe un’infanzia infelice — privo com’era di una situazione familiare stabile (pare sia stato affidato a sei diverse coppie di genitori adottivi) — che generò in lui quel senso di insicurezza e abbandono che si portò dentro per tutta la vita. Le prime avvisaglie della sua ‘particolare’ situazione psichica si ebbero appunto già durante l’infanzia quando, come evasione da una realtà che avvertiva come dura e ostile, il piccolo Gerard scriveva lettere a persone mai conosciute o descriveva luoghi mai visti. Un episodio assai significativo, che avrebbe comportato conseguenze fondamentali nella sua futura attività di ‘veggente’ (soprattutto riguardo alla capacità di localizzare i bambini annegati), gli capitò quando aveva otto anni e rischiò egli stesso di morire affogato: fu salvato per miracolo da un uomo che si tuffò in acqua per ripescarlo. Ma l’aneddoto non finisce qui: alcuni mesi dopo, Croiset seppe che il suo salvatore si era ferito seriamente cadendo da una scala, e il fatto suscitò nel ragazzo una profonda impressione, come ebbe modo di raccontare in seguito: "Non mi sono ancora rimesso del tutto dalla commozione che provai allora [...]. Incolpai me stesso di non essere stato presente quando quell’uomo cadde per afferrarlo e salvarlo come lui aveva fatto con me, e per molti anni vissi con un senso di colpa per non essere stato lì quando lui aveva bisogno di me".

Altri avvenimenti drammatici segnarono la sua vita. All’inizio del 1941, quando insieme a sua moglie Gerda ter Morsche e ai suoi figli viveva nella città di Enschede, fu arrestato dalle truppe di occupazione naziste e deportato nel campo di concentramento di Dachau, in Germania. Finita la guerra, nel dicembre del ’45, accadde un altro fatto importante nella vita del sensitivo, ossia l’incontro con il professor Wilhelm Heinrich Carl Tenhaeff, uno dei pionieri della parapsicologia, avvenuto durante una conferenza cui Croiset aveva partecipato per curiosità. Questo incontro significò un profondo cambiamento nella vita del veggente, che cominciò a comprendere in modo più chiaro il significato e la portata delle proprie facoltà. Rievocando quella sera, il prof. Tenhaeff dichiarò: "Avevo sentito parlare delle capacità di Croiset ma quella fu la prima volta que lo vidi. Dopo la conferenza, venne a farmi visita e mi parlò delle sue doti extra-sensoriali, offrendomi al contempo la sua collaborazione. Nei primi mesi del 1946 effettuai con lui numerosi esperimenti di metagnosia. Compresi subito che era altamente dotato. Più lo sottoponevo ai test, più mi persuadevo del fatto che Croiset era un soggetto notevole per l’indagine parapsicologica".

Il prof. Tenhaeff sottopose Croiset a vari esperimenti all’Università di Utrecht, nel cui Dipartimento di Parapsicologia furono effettuate una serie di prove (ad esempio il test di personalità di Rorscharch, di appercezione tematica di Morgan e Murray, quello di Pfister-Heiz, di selezione dei colori di Luscher e infine il test di Szondi). Questi esperimenti evidenziarono che la personalità di Croiset era simile a quella di altri ‘soggetti dotati’ studiati da altri ricercatori: egli era cioè tendenzialmente infantile, teatrale, insicuro, teso e soffriva inoltre di disturbi allo stomaco.

Croiset aveva d’altro canto un’ammirevole attitudine etica rispetto alla proprie facoltà: non accettò mai denaro per offrire il suo aiuto nei casi più impegnativi, e anche quando fu consultato dalla polizia pagò sempre di tasca propria le spese di viaggio; rifiutò sempre di fare previsioni sull’andamento della borsa, sulle corse dei cavalli o su altre possibili fonti di guadagno, a suo dire, ‘illecite’. Divenne col tempo una gloria nazionale olandese, e la sua fama divenne presto internazionale, al punto che gli giungevano lettere da ogni parte del mondo (fu chiamato anche in Italia), a volte sprovviste dell’indirizzo, ma con la sola indicazione del suo nome. Non mancarono le consuete accuse di ciarlataneria, ma il suo lavoro per conto della polizia e per privati cittadini era così ben documentato (sia dal prof. Tenhaeff che da suoi colleghi, come il tedesco Hans Bender) che i dubbi sollevati circa l’autenticità delle sue facoltà non scalfirono la sua popolarità. Così, nel 1972 — in pieno boom parapsicologico — la Rai decise di dedicare al sensitivo olandese uno sceneggiato televisivo, che fu girato da Daniele D’Anza negli studi di Milano nell’autunno di quell’anno e mandato in onda nella primavera dell’anno successivo. La decisione di affidare a D’Anza la direzione di E.S.P. si rivelò quasi obbligata, data la fama di ‘specialista in paranormale’ che il regista si era guadagnato l’anno precedente con il clamoroso successo de Il segno del comando. Fama che verrà in seguito consolidata e che lo stesso D’Anza si guarderà bene dallo smentire, anzi: "In un certo modo — affermerà in proposito il regista nel ’76, presentando alla stampa il suo breve sceneggiato fantascientifico Extra — sono un sensitivo: certi misteri li afferro, li sento. Ne ebbi una conferma dallo stesso Croiset quando gli raccontai che da bambino avevo rilevato una serie di fenomeni di sdoppiamento" (D. D’Anza, intervista riportata in Fantascienza con gli "Extra", articolo redazionale su "Il Secolo XIX", 4 marzo 1976, pag. 9). Un D’Anza in piena sintonia con la materia trattata, dunque, una sceneggiatura ben imbastita da Flavio Nicolini attorno a una serie di situazioni e personaggi ‘veri’ e che tali ci vengono restituiti pur nella finzione del racconto televisivo, e una calibrata, ammirevole interpretazione di Paolo Stoppa nei panni del protagonista sono i tre ingredienti fondamentali di una produzione che non si può non riconoscere come una tra le più riuscite del regista e forse dell’intero decennio tv. Alla coppia di episodi centrali, il secondo e il terzo, strutturalmente legati tra loro (il ‘caso del martello’) e modellati su una trama logico-narrativa convenzionalmente ‘poliziesca’ ancorché dai risvolti paranormali, fanno da contraltare la prima e l’ultima puntata, forse le più significative e intense nel delineare al contempo la tormentata complessità del Croiset sensitivo e la placida bonomia (non esente da qualche difettuccio, dopotutto) del Croiset uomo, uomo come tutti gli altri, beninteso (e qui Stoppa è magistrale): affettuoso con il nipotino di pochi mesi, quasi impacciato davanti allo strazio di un uomo che ha perso tragicamente il figlioletto e la moglie, angosciato nel rievocare i fantasmi di un passato terribile e indicibile, ma dal quale riemergono anche tracce dolenti e umanissime di debolezza e viltà. Gli eventi dolorosi, a tratti strazianti, che costituiscono il tessuto narrativo di questi due episodi-cornice, non indulgono — come in altre mani avrebbero forse potuto — a un facile pietismo lacrimevole, ma ci vengono presentati, grazie al buon gusto e al talento di D’Anza, ammantati di una dignità e di un ritegno che sono, questi sì, commoventi.

Gerard Croiset è scomparso il 20 luglio 1980.


Trama

1. Negli studi della televisione olandese il sessantenne Gerard Croiset risponde alle domande di un intervistatore circa le sue doti di veggente, ad esempio la sua capacità di aiutare a ritrovare le persone scomparse, e in particolar modo i bambini. Croiset è sempre emotivamente — e dolorosamente — coinvolto in tali tragici ritrovamenti, il più recente dei quali è quello di un bambino annegato in un fiume presso la città di Groningen.

Croiset, desiderando avere una conferma ‘scientifica’ ai suoi straordinari poteri, si rivolge al professor W. H. C. Tenhaeff, direttore dell’Istituto di Parapsicologia dell’Università di Utrecht. Lo studioso, dopo avergli illustrato in cosa consistono i cosiddetti fenomeni E.S.P. (che sono di tre specie: la telepatia, cioè la trasmissione del pensiero; la chiaroveggenza, cioè la capacità di ‘vedere’ oggetti nascosti o lontani nello spazio; la precognizione, cioè la previsione di eventi non ancora verificatisi), sottopone Croiset — con l’aiuto dei suoi tre assistenti Frank, Ronald e Loes — a vari test: dopo aver previsto che Tenhaeff ha intenzione di telefonare alla sua segretaria Nicky indovinandone persino il numero, Croiset riesce poi a riprodurre telepaticamente un disegno (un insetto su un fiore) eseguito da uno degli assistenti in un’altra stanza; un altro esame consiste quindi nel ‘vedere’ un oggetto (un paio di forbici) nascosto dietro un pannello di legno, prova che Croiset supera ancora con successo; l’ultimo test vede l’impiego di un particolare mazzo di carte (denominate ‘Zener’) delle quali Croiset deve ‘prevedere’ il seme prima che vengano scoperte.

Croiset entra frattanto in un singolare rapporto telepatico con lo sventurato padre di Rick, il bambino recentemente annegato nel fiume: si tratta di un dipendente dell’azienda del gas di nome Jaap Ensing, che egli non ha mai visto prima ma che gli ‘appare’ ora ripetutamente. Tale ‘contatto’, che genera in lui una sorta di crescente ossessione, lo conduce in seguito ad incontrare realmente l’uomo del gas, distrutto per la tragica sorte del figlio e la conseguente morte — per il dolore — della moglie. L’uomo, che afferma di non aver più alcuna volontà di vivere, ringrazia comunque Croiset di aver tentato di aiutarlo impegnandosi nella ricerca del ragazzo. Croiset, profondamente scosso dalla vicenda, ne riferisce al prof. Tenhaeff: assistito da quest’ultimo, il sensitivo riesce quindi, localizzandolo telepaticamente, a salvare il povero Ensing da un tentativo di suicidio.

2. Durante il congresso internazionale di parapsicologia che si sta svolgendo a Utrecht, la sensitiva Anneke Jansen è sottoposta a un esperimento durante il quale riesce a individuare la provenienza di un oggetto (un frammento di meteorite) che essa non ha mai visto prima; l’attendibilità del test è però messa in discussione da una delegata britannica, la signora Margaret Mayer. Croiset, che ha assistito alla prova e non ha gradito le sprezzanti insinuazioni della donna, medita di impartirle una piccola lezione: riesce infatti — servendosi delle sue doti — a ricostruire dettagliatamente, davanti agli altri partecipanti, un imbarazzante episodio di cui la signora Mayer è stata protagonista tempo prima.

Ma una prova ben più impegnativa attende il sensitivo: il prof. Tenhaeff, che ha tenuto una conferenza ai funzionari della polizia di Rotterdam, ha da questi ricevuto una richiesta di aiuto per far luce su un curioso caso, quello di uno scheletro, privo di una gamba, rinvenuto murato nella colonna di una casa in ricostruzione, insieme a un martello.

Croiset, esaminando alcuni frammenti dello scheletro — risalente a circa trent’anni prima —, riesce a stabilire che apparteneva ad un ufficiale nazista ucciso, forse con un violento colpo al collo, durante l’ultima guerra; egli percepisce inoltre il coinvolgimento nella vicenda di una ragazza bionda in bicicletta, di un uomo anziano e di un giovane; il martello, maneggiato secondo Croiset da numerose mani, avrebbe invece a che fare con una drogheria. Gli inquirenti, pur tenendo conto delle ‘visioni’ di Croiset, manifestano in merito qualche perplessità.

Salta poi fuori una deposizione — risalente all’epoca dei fatti, il dicembre del 1943 — firmata da un tal Jeroen Bos e conservata negli archivi della polizia: in essa il testimone riferisce di aver visto due uomini trascinare il corpo di un ufficiale tedesco.

Croiset tenta, con l’aiuto del prof. Tenhaeff, di mettere ordine negli elementi della vicenda che è riuscito a visualizzare, ma lo svolgimento dei fatti appare piuttosto complesso. Il sensitivo ricostruisce tuttavia una scena abbastanza precisa: la ragazza in bicicletta sta portando dei regali — è il 6 dicembre, giorno di Sinta Klaas — e, fermatasi nei pressi di un laghetto dove in estate è solita fare il bagno, sente avvicinarsi qualcuno.

3. Gli investigatori rintracciano Jeroen Bos, ex-collaborazionista il quale, oltre ad aver reso testimonianza alla polizia, pare avesse anche spedito una lettera anonima in cui accusava dell’omicidio il giovane droghiere Karl Olthoff.

Croiset, sentendo che l’ambiguo individuo cerca — a distanza di trent’anni — di nuocere ancora a qualcuno, mette la polizia sulle tracce di Olthoff; l’uomo, oggi fotografo d’arte, nega inizialmente ogni coinvolgimento nella vicenda, poi afferma di aver fatto parte di un gruppo partigiano da cui ha avuto l’incarico di eliminare l’ufficiale. Tale versione dei fatti, benché accettata dalla polizia — che ha fretta di chiudere un caso oltretutto caduto in prescrizione —, non convince tuttavia Croiset. Egli, qualche tempo dopo, incontra Olthoff — vedovo di Benedict, la ragazza bionda della ‘visione’ — e la figlia Guglielmina, ricostruendo con loro esattamente l’uccisione dell’ufficiale nazista: Olthoff era fidanzato con Benedict, ma di lei si era invaghito l’ufficiale tedesco che, sorpresala nei pressi del laghetto, aveva tentato di usarle violenza; era sopraggiunto il padre della ragazza e, nella colluttazione che ne era seguita — cui aveva assistito anche Jeroen Bos — quest’ultima aveva colpito il militare con il martello; il tedesco non era però morto per il colpo infertogli dalla ragazza, bensì ucciso dal padre di lei con la pistola dello stesso ufficiale, su istigazione di Bos. Il giovane droghiere era dunque innocente: Bos — le cui odiose attività di ladro e collaborazionista Olthoff ben conosceva — lo aveva ingiustamente accusato intendendo così sbarazzarsi di lui.

Croiset, che aveva intuito la verità già tempo prima, afferma di averla taciuta per timore di nuocere a un uomo che si era visto costretto all’assassinio per salvare persone a lui care; solo dopo aver appreso che il padre di Benedict è morto da tempo si è deciso a rivelare alla polizia tutti i dettagli dell’intricata vicenda.

4. Croiset si accinge a partire; la telefonata di una sua conoscente, la signora Laak, gli richiama però alla mente un doloroso episodio della sua giovinezza, quando fu cioè rinchiuso nel lager nazista di Dachau. Un’altra telefonata, questa volta del prof. Tenhaeff, gli rammenta di prepararsi all’esperimento cui ha accettato di sottoporsi, e che si svolgerà in due tempi, a Norimberga e a Verona. I due partono quindi in automobile per la Germania. Durante il viaggio, rivedendo i luoghi che furono teatro di quei fatti tragici, alla mente di Croiset riaffiorano i terribili ricordi di trent’anni prima, quando fu internato in un campo di concentramento.

Proprio a Norimberga si svolge, con la supervisione dei professori Wahlhäuser e Grossi, la prima parte dell’esperimento ‘a sedia vuota’: qui Croiset deve infatti prevedere, prima ancora che siano diramati gli inviti, chi siederà su una sedia qualsiasi scelta fra le trentasei riservate agli invitati di un convegno che si terrà due sere dopo al Museo di Storia Naturale di Verona. Croiset prevede che sulla quarta sedia da sinistra della terza fila siederà una ragazza dai capelli castani; Croiset, oltre a vari altri dettagli, percepisce che la giovane possiede un’indole inquieta e ansiosa ed è in qualche modo legata a un uomo che ha molto sofferto durante l’ultima guerra.

Il viaggio prosegue poi verso sud; a Dachau Croiset visita il lager dove fu prigioniero: qui l’uomo è assalito dall’onda degli spaventosi ricordi di quel tempo, quando per viltà aveva rifiutato il legame affettivo con una ragazza di nome Isabel — una prigioniera come lui, che non era sopravvissuta — e avvertendone ora il lancinante rimorso.

A Verona Rita, la ragazza ‘vista’ da Croiset, conduce intanto una vita quotidiana in cui ansie, incertezze e rapporti apparentemente conflittuali con la madre e i coetanei si sovrappongono al ricordo del padre scomparso.

Croiset, giunto a Verona e sistematosi in albergo, avverte sempre più distintamente il ‘contatto’ con Rita, abbinandone la visione al ricordo di Isabel; la ragazza, intanto, in compagnia dell’amica Armanda che ha reperito due inviti, si appresta a partecipare al convegno di parapsicologia.

Quella sera stessa, al Museo, le previsioni di Croiset trovano conferma in quanto, come egli aveva ‘sentito’, la sedia in questione è proprio quella su cui siede la giovane Rita; il sensitivo, oltre ad aver indovinato vari particolari come l’abbigliamento o alcuni episodi recentemente avvenuti, è altresì riuscito a cogliere alcuni tratti interiori della ragazza, come il doloroso ricordo del padre che durante la guerra fu — come lo stesso Croiset — internato in un lager nazista. Alla fine della conferenza, incontratosi brevemente con Rita, Croiset la incoraggia a superare paure e incertezze, e a lasciarsi alle spalle i fantasmi del passato per vivere pienamente la sua giovane vita.

L’esperimento di Verona, che Croiset ricorderà come ‘il più bello della sua vita’, gli ha permesso infatti di placare almeno in parte il tormento di memorie angosciose che lo hanno accompagnato per tutta la vita. Il sensitivo, in compagnia del professor Tenhaeff, riparte infine per l’Olanda.


Intervista a D. D’Anza e P. Stoppa
(su "Bolero-Teletutto", 15 ottobre 1972)

Caro D’Anza, [...] che cosa significa questo tuo personale interesse per la parapsicologia? Hai forse voluto dare un seguito a Il segno del comando?

Non direi proprio. [...] In quel lavoro non si trattava tanto di parapsicologia quanto di magia. Lo spettacolo prevaleva sul rigore scientifico. Stavolta invece mi sono attenuto al puro documentario e poco o niente ho concesso alla fantasia. Tutto ciò che i telespettatori vedranno è rigorosamente documentato.

Ma, nonostante la voga attuale, non è una materia troppo difficile per trattarla in tv?

La materia non è certamente facile, ma riuscirà comunque accessibile a tutti. La divulgazione scientifica è abbinata a notevoli attrattive spettacolari. Specie negli episodi drammatici in cui Croiset ‘ricorda’ il passato di altre persone...

Visto che tu sei così addentro nella materia, ti chiedo: credi nella parapsicologia e nei fenomeni extra-sensoriali?

La parapsicologia è una scienza, il che significa indagine, metodo, studio, rigore. E di fronte a una scienza non si puo restare scettici. Perciò io credo a questi fenomeni extra-normali, purché gli esperimenti si svolgano su basi strettamente scientifiche e vengano condotti da persone qualificate. Purtroppo però in questo campo abbondano anche i mistificatori e i ciarlatani...

[interviene Paolo Stoppa]

È la pura verità. [...] In E.S.P. non c’è niente di fantastico o di inventato. Al pubblico non sembrerà di avere davanti degli attori, ma dei personaggi reali.

A proposito, [...] dato che lei dà vita al personaggio di Croiset, che ne pensa della parapsicologia?

Confesso che fino a qualche tempo fa era per me soltanto una stravaganza per pochi iniziati. Non c’è nessuna vergogna a dirlo... Chissà quanti italiani l’hanno scoperta solo dopo la partecipazione di lnardi a Rischiatutto [qui Stoppa allude a Massimo Inardi, campione nel 1971 del quiz di Mike Bongiorno Rischiatutto, rimasto famoso per la sua passione per la parapsicologia e le straordinarie doti mnemoniche]. Quando D’Anza mi accennò a questo lavoro, cominciai a interessarmene e ad appassionarmi. Ho letto pile di libri e varie biografie di Croiset, ho scoperto che la parapsicologia è una scienza affascinante. Tra l’altro, portare sul video Gerard Croiset mi dava la possibilità di impersonare un uomo ancora vivente, con tutti i rischi e le difficoltà che questo comporta. Un personaggio di fantasia si inventa; un uomo vero si può solo rifare tale e quale.

A lei piacciono questi ruoli. Basti pensare a Mark Twain, Antonio Meucci...

Effettivamente mi attraggono più degli altri, di quelli nati dalla fantasia dell’autore. Sono uomini veri con le loro vicende, battaglie, dolori, vittorie e sconfitte.

Lei ha lavorato molto con Daniele D’Anza: un ‘binomio’ davvero fortunato, il vostro!

Sì, la nostra intesa risale al ’63 quando realizzammo Vita col padre e con la madre. Seguirono Mark Twain, Antonio Meucci, Romolo il Grande e ora E.S.P.: un lavoro in media ogni due anni. Siamo una coppia di... artigiani molto affiatati, una coppia che effettivamente funziona.


Rassegna critica

Negli studi televisivi di Milano si sta realizzando uno sceneggiato davvero insolito. Protagonista: la parapsicologia, la scienza cioè che studia tutti i fenomeni extra-sensibili. Interprete principale: Paolo Stoppa, affiancato da altri noti attori tra cui Ferruccio De Ceresa, Jacques Sernas, Elsa Vazzoler, Stefania Casini, Giulio Girola. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Flavio Nicolini. Il regista è Daniele D’Anza. La consulenza scientifica del prof. Emilio Servadio, uno dei più noti psicologi italiani. Il titolo del lavoro è altrettanto insolito. Si tratta di una semplice sigla: E.S.P. Ma in inglese questa sigla significa «Extra Sensory Perception» (percezione extra-sensoriale). Con queste parole gli studiosi designano tutti i fenomeni psichici dalla telepatia alla chiaroveggenza, allo spiritismo. È dunque il momento della parapsicologia. Questa scienza è diventata di moda. Libri, film, inchieste giornalistiche hanno contribuito a divulgarla. La nostra civiltà tecnologica ha sete di mistero. E i fenomeni extra-sensoriali esercitano un fascino irresistibile sulle masse. La televisione non poteva certo rimanere al di fuori da questo tipo di spettacolo, del resto già affrontato in altre occasioni anche se alla lontana, senza troppo impegno. Ricordate Il segno del comando, andato in onda l’anno scorso? [...] Stavolta il tema è trattato con rigore scientifico. Lo sceneggiato infatti racconta in quattro puntate alcune reali vicende che hanno come protagonista Gerard Croiset, un ex-droghiere olandese dotato di eccezionali capacità extra-sensoriali. Gli episodi sono stati ricavati dalla ricca documentazione custodita negli archivi dell’Università di Utrecht (Olanda) e dal libro del giornalista americano Jack Harrison Pollack Croiset il veggente. [...] Un soggetto interessante, [...] ma anche piuttosto scottante. È chiaro infatti che la parapsicologia solleva problemi a non finire, è oggetto di attacchi, incomprensioni, difese, esaltazioni. Una polemica dunque sempre aperta (E. Nuara, Le scienze occulte sono di moda alla tv, su "Bolero-Teletutto", 15 ottobre 1972, pag. 42-43).


Prende il via [...] il nuovo originale televisivo in quattro puntate ESP con protagonista Paolo Stoppa nella parte del veggente olandese Gerard Croiset, il più noto «sensitivo» vivente ed uno dei più grandi di ogni tempo. Nello sceneggiato vengono ricostruite, sotto forma di racconto, le vicende di Croiset dal momento in cui egli stesso, stupito e preoccupato delle sue doti, decide di sottoporle ad un controllo scientifico: un insigne studioso di parapsicologia scoprirà anche una particolare caratteristica dei suoi poteri; questi riescono ad esplicarsi in pieno quando vengono impegnati in imprese rivolte al bene (Il mistero di ESP, articolo redazionale su "Il Secolo XIX", 27 maggio 1973, pag. 9).


Una [...] serata interessante [...] ce l’ha concessa [...] il sensitivo olandese Gerard Croiset, protagonista dell’originale televisivo ESP di Flavio Nicolini, dedicato ai misteri della parapsicologia. Misteri, abbiamo detto. Ma ancora per quanto? Il [quinto] congresso internazionale di parapsicologia svoltosi proprio in questi giorni a Genova [il 9 e 10 giugno 1973, al ‘teatrino dell’Amga’], ha sollevato qualche altro lembo del velo che ricopre le straordinarie capacità extrasensorie di pochi privilegiati. Capacità di cui, forse, alle origini della specie, ogni essere umano era portatore. Con Gerard Croiset non abbiamo assistito a spettacolari [operazioni chirurgiche] da parte di mani ectoplastiche, come quelle descritte dal brasiliano Neiva al congresso di Genova, né vi è comparsa la miracolosa pianta di Avelox che guarirebbe da quasi tutti i mali. Bisogna riconoscere tuttavia che anche la prova di preveggenza ricostruita per la televisione nel cosiddetto «esperimento della sedia vuota» era piuttosto conturbante e non facilmente credibile se non avesse avuto l’avallo di rigorosi controlli scientifici. Insomma, anche la serie ESP ha dato momenti di vivo interesse ai telespettatori. Ed anche in questo caso il successo è in larga misura da attribuire agli interpreti principali, Paolo Stoppa (Croiset) e Ferruccio De Ceresa (il prof. Tenhaeff). Né va dimenticata l’ottima impostazione generale data allo spettacolo da un regista come Daniele D’Anza, il quale è riuscito a sottrarlo alle insidiose secche della divulgazione scientifica o parascientifica, in cui era facile incappare
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 4:51 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

La Baronessa di Carini

(1975)

Una ulteriore interpretazione di Ugo Pagliai, ormai "specializzato" in ruoli mistery ..!
Questa, piu' che una storia mistery, comunque è la rappresentazione di una storia, tra reale e leggenda, siciliana ..
Ma i misteriosi Beati Paoli ci entrano sempre bene , eccome ...

Recensione :

Il 1975 fu un anno di grazia, per lo sceneggiato ‘fantastico’ Rai: a partire dal maggio di quell’anno si dipanò sui teleschermi italiani una serie di vicende bizzarre, gotiche, parapsicologiche e fantascientifiche quale non si era mai vista in passato e non si tornò a vedere almeno fino al 1979, altro annus mirabilis per la tv dell’inconsueto. Si ebbero dunque nell’ordine: Lo strano caso di via dell’Angeletto (nel ciclo Storie in una stanza) a maggio, Ritratto di donna velata tra agosto e settembre, il fantascientifico Gamma di Salvatore Nocita tra ottobre e novembre, L’amaro caso della Baronessa di Carini tra novembre e dicembre e, infine, le prime due puntate del curioso ‘fanta-giallo’ La traccia verde di Silvio Maestranzi (il cui terzo e ultimo episodio andò in onda il 4 gennaio ’76).

In questa composita messe di variazioni sul tema del fantastico un posto di assoluto rilievo merita senza dubbio L’amaro caso della Baronessa di Carini, primo teleromanzo ‘gotico’ girato su pellicola a colori (benché le trasmissioni Rai fossero ancora contraddistinte da un anacronistico bianco e nero) dallo specialista Daniele D’Anza che completò così, dopo Il segno del comando ed E.S.P., il suo trittico di capolavori ‘fantastici’.

Contrariamente alla consuetudine di ‘parcheggiare’ in magazzino per diversi mesi il materiale girato, in questo caso lo sceneggiato andò in onda poco dopo il termine della lavorazione. Le riprese furono infatti effettuate — a Frascati, a Nerola (il cui ponte romanico crollò rischiando di travolgere Ugo Pagliai e Janet Ågren, che sotto di esso si apprestavano a girare una scena), in alcune grotte sul lago di Albano e, ovviamente, in Sicilia — da maggio ad agosto ’75, il doppiaggio eseguito a settembre e già il 23 novembre fu mandata in onda la prima puntata, preceduta da una breve introduzione in cui l’autore e sceneggiatore Lucio Mandarà, avvalendosi anche di immagini girate nella Carini di allora e di interviste ai suoi abitanti, illustrava il senso dell’operazione, e di cui è forse utile riprodurre qui alcuni brani:

"Il castello di Carini [è] tristemente famoso per una vicenda d’amore, di sangue e di morte che è rimasta in bilico tra leggenda e realtà per molti secoli. Il fatto in realtà è avvenuto nel 1563. Cos’è successo esattamente fra queste mura quattro secoli fa? La baronessa di Carini, che appartiene a una delle più illustri e potenti famiglie dell’Isola, i La Grua-Talamanca, è vittima di un delitto d’onore. Il fatto colpisce l’opinione pubblica, e un ignoto poeta scrive un poemetto che giunge fino a noi attraverso la tradizione orale e i cantastorie; l’ultima versione è stata diffusa da Otello Profazio, che ha avuto il merito di fare uscire questa vicenda dalla cerchia ristretta degli studiosi. [...] Cosa rimane di questa storia nella Carini odierna? [...] Ancora oggi qui si favoleggia della impronta della mano insanguinata della povera baronessa, impronta che tornerebbe a comparire su una parete del castello a ogni anniversario del delitto. [...] Alcuni studiosi di folklore, dal Salomone-Marino ad Aurelio Rigoli, cioè dalla metà dell’Ottocento fino ad oggi, hanno messo ordine nelle innumerevoli versioni di questo poemetto (ce ne sono quasi quattrocento), cercando di ricostruire la verità storica. Ma ancora sino a qualche anno fa [...] non era chiara l’identità dell’assassino, e neppure quella della vittima; si sapeva solo che la baronessa era una La Grua-Talamanca [...]: insomma, un giallo cinquecentesco. A questa strana storia ci siamo ispirati per il nostro spettacolo, che però abbiamo voluto ambientare nel 1812. Nel nostro film, salvo lo sfondo storico e un paio di personaggi realmente esistiti in quel primo scorcio dell’Ottocento, tutti gli altri personaggi, a cominciare dai protagonisti, sono completamente inventati, sono personaggi di fantasia, a partire dal barone e dalla baronessa di Carini, che qui si chiamano don Mariano d’Agrò e donna Laura [...]; don Mariano figura come un parente dei La Grua, e questa parentela ovviamente non esiste. Lavorando sul testo del poemetto — curato dal professor Camilleri di Catania — abbiamo immaginato che ai primi dell’Ottocento arrivi qui a Carini un misterioso forestiero, che ha tutta l’aria di essere uno studioso, un appassionato di folklore, ma anche un tenace detective".

Sin dai titoli di testa, in cui lo sceneggiato viene definito ‘romanzo popolare’, appare chiaro l’intento di D’Anza e Mandarà di rifarsi esplicitamente alla tradizione del romanzo d’appendice e al suo antecedente ‘gotico’, innestandovi d’altra parte anche una vena sottilmente ironica rappresentata dai frequenti interventi ‘esterni’ alla narrazione di Paolo Stoppa/don Ippolito (che si dichiara, appunto, un accanito "lettore di romanzi popolari"). Sottolinea infatti il regista: "Sia Mandarà che io stesso [...] abbiamo forzato deliberatamente la mano perché il pubblico non prenda troppo sul serio gli intrecci e i colpi di scena tipici del romanzo popolare nel significato più tradizionale della parola, o, se si vuole, del feuilleton" (D. D’Anza, in A. Grasso, Storia della televisione italiana, Milano, Garzanti, 1992, pag. 307). E proprio da un ‘romanzo popolare’ d’ambientazione siciliana sembra ricavato il fondale narrativo dello sceneggiato: si tratta de I Beati Paoli di Luigi Natoli, pubblicato a puntate, con lo pseudonimo di William Galt, su "Il Giornale di Sicilia" tra il 1909 e il 1910; riassumerne qui la trama è impresa ovviamente impossibile, anche perché gli episodi della vicenda narrata, come rileva Umberto Eco, "si inscatolano e si rinnovano, si richiudono e si riaprono senza mai finire [...], e così via per centinaia di pagine" (U. Eco, "I Beati Paoli" e l’ideologia del romanzo "popolare", in Il superuomo di massa, Milano, Bompiani, 2001, pag. 79). Quel che ci preme rilevare è come il feuilleton in genere affondi le sue radici nel romanzo ‘gotico’, e come lo stesso romanzo di Natoli paghi "abbondantemente il suo contributo alla tradizione «gotica». Tanto per cominciare, si veda all’inizio, quando Natoli mette in scena il suo «cattivo» principale, Don Raimondo Albamonte [...]. In ogni caso, se non basta un richiamo all’inizio del libro, eccone un altro nella seconda metà: la tentata esecuzione di Don Raimondo nelle segrete, in quell’intrico misterioso di cripte che attraversa Palermo [...]. Dal Monaco di Lewis in avanti, il gotico è tutto un gran far uso di sotterranei e spelonche artificiali, dove avvengono i crimini più sanguinosi, ovviamente al lume delle torce. Ed è questo un topos che sia il romanzo storico che il romanzo popolare non abbandoneranno mai più" (U. Eco, "I Beati Paoli" e l’ideologia del romanzo "popolare", cit., pag. 70-71).

Un topos, come si è visto, citato esplicitamente da Mandarà e D’Anza nello sceneggiato: anche qui abbiamo infatti un ‘cattivo’ (nella fattispecie, il don Mariano di un magistrale Adolfo Celi) trascinato in un buio intrico di spelonche e minacciato di morte dagli incappucciati ‘al lume delle torce’.

Altra figura portante messa in campo, non senza ironia, dagli autori dell’Amaro caso è ovviamente quella dell’eroe, qui incarnata dal prestante e intraprendente Luca Corbara di Ugo Pagliai; ed è ancora una volta don Ippolito, in uno dei suoi irresistibili e sottilmente inquietanti ‘a parte’, ad inquadrarcelo come tale: "Eccolo là: Giuseppe Carnazza gli ha detto di stare attento, Cristina gli ha consigliato di andare via da Carini, una lettera anonima lo ha minacciato di morte; insomma, un comune mortale a quest’ora sarebbe scappato a gambe levate. Eh già, ma Luca non è come me, come voi: Luca è un eroe, e gli eroi seguono regole precise che grazie al cielo noi comuni mortali non siamo tenuti a seguire".

Ma ovviamente, oltre all’elemento avventuroso e coloristico ricalcato sulle coordinate formali del romanzo popolare, e ai richiami al folklore isolano nel rievocare "la più squisita, la più artistica, la più perfetta e celebre tra le leggende siciliane" (S. Salomone-Marino, Leggende popolari siciliane in poesia, Bologna, Forni, 1970, pag. XXIII), si avverte nello sceneggiato un’impercettibile suggestione ‘fantastica’, di cui ci pare di poter scorgere un precedente, e forse una diretta fonte d’ispirazione, in un racconto di Giovanni Verga intitolato Le storie del castello di Trezza. La trama della novella (inclusa nella raccolta Primavera e altri racconti, pubblicata nel 1877) è imperniata sulle strane leggende sorte intorno al castello di un paesino siciliano, Trezza appunto, concernenti un misterioso fatto di sangue accadutovi secoli prima. Luciano, giovane abitante del luogo, narra a una comitiva di visitatori, tra cui i coniugi Matilde e Giordano, la storia di donna Violante che, sposata al rozzo e fedifrago barone Garzia d’Arvelo, aveva intrattenuto una relazione amorosa col paggio Corrado; una sera in cui l’adulterio era stato sul punto di essere scoperto, Corrado, per non compromettere l’amata, si era sacrificato gettandosi dalla torre del castello; quella stessa notte anche Violante, disperata per la morte del giovane, si era gettata nel vuoto. Quando poi il barone si era risposato, al castello e in paese avevano cominciato a circolare strane dicerie circa le ‘apparizioni’ di un fantasma, quello appunto di donna Violante. Matilde rimane impressionata dalla storia e, insieme a Luciano, è presa da una sorta di fascinazione che diviene presto un tacito legame amoroso. Quando la comitiva lascia il castello passando su uno stretto ponte levatoio che dà su un precipizio, la donna e il giovane si tengono per mano. Giordano, che già sospetta qualcosa di illecito tra i due, si volta bruscamente verso la moglie chiamandola per nome: la donna, spaventata, vacilla aggrappandosi a Luciano, ed entrambi precipitano nell’abisso come i personaggi della leggenda che li aveva suggestionati. Secondo lo studioso Sergio Campailla, tra le novelle contenute nella raccolta, "Le storie del castello di Trezza è la più interessante e impegnativa, anche nella struttura di racconto a strati: [...] la storia medievale di donna Violante, del paggio Corrado e del rozzo barone; la vicenda attuale, con i revenants amorosi e l’epilogo della morte dei due amanti, il cui amore è stato alimentato dai fantasmi di lontane leggende e dal fascino del luogo. Si può ricollegare a un filone della tradizione italiana [...] e in particolare di quella siciliana col mito [...] della baronessa di Carini. È il gotico verghiano, il suo fantasy, in definitiva più moderno di altre zone della sua produzione" (S. Campailla, Introduzione a G. Verga, Tutte le novelle, Roma, Newton-Compton, 1999, pag. 8-9).

L’analogia di fondo, pur con tutti i distinguo del caso, tra le vicende di Luciano-Matilde-Giordano da una parte, e Luca-Laura-don Mariano dall’altra ci pare abbastanza evidente, come pure ci pare sostanzialmente immutata la ‘sospensione del giudizio’ da parte del narratore, l’esitazione tra spiegazione razionale e soprannaturale che secondo lo studioso Tzvetan Todorov costituirebbe l’essenza stessa del genere ‘fantastico’. Tale ‘ambiguità’ è ben rappresentata dal doppio ruolo di Paolo Stoppa, nelle vesti sia di don Ippolito sia di ‘narratore’ esterno al racconto: ebbene, se in qualità di amico e ospite di Corbara la duplice figura si dà un gran da fare per ridimensionare la suggestione ‘magica’ dell’amore tra Luca e Laura invitando il giovane a non immischiarsi negli affari del barone d’Agrò e ad andarsene alla svelta da Carini, negli ‘a parte’ nei quali in qualità di narratore si rivolge agli spettatori egli ci appare invece rassegnato alla tragica piega che gli eventi stanno prendendo sotto i suoi occhi, optando in tal modo per una ‘predestinazione’ che ricondurebbe l’intera vicenda nell’alveo del soprannaturale. Lo stesso don Mariano, a un certo punto, confessa a Laura di cogliere strani segnali, di presentire un’imminente catastrofe: "Qua finisce che sprofonda tutto. [...] Qualcosa si è messo in moto, non so che cosa. [...] È come se fossi preso dentro un vortice. [...] Attenta, Laura: hai il sangue dei Lanza, tu, e io quello dei La Grua; è un sangue terribile il nostro, è un sangue che trascina; è questo il vortice che sento".

Forse Luca e Laura sono realmente predestinati, per una qualche oscura maledizione, a rivivere la vicenda dei loro antenati, o forse si tratta solo di una tragica coincidenza: nelle intenzioni degli autori, ci pare che tale ‘esitazione’ nell’interpretazione dei fatti — elemento fondamentale del ‘fantastico’ — sia mantenuta fino in fondo, e che pertanto spetti al telespettatore decidere in un senso o nell’altro.



Trama

1. Regno di Sicilia, 1812. Sta per entrare in vigore la prima costituzione liberale che metterà fine ai privilegi dei grandi feudatari. Il rappresentante più autorevole del nuovo corso politico è il principe di Castelnuovo, ministro delle Finanze, il quale incarica un suo uomo, Luca Corbara, di svolgere indagini per accertare la legittimità del possesso dei feudi. Come punto di partenza per la sua ricerca, Corbara sceglie il feudo del barone di Carini. Qui giunto, il giovane assiste a uno spiacevole episodio: due uomini del barone, Mariano d’Agrò, percuotono un cantastorie, Nele Carnazza, reo di aver cantato in pubblico un’antica ballata proibita da don Mariano, in cui si narra la tragica morte della baronessa di Carini, Caterina La Grua-Talamanca, uccisa per motivi d’onore tre secoli prima. In paese la diffidenza e il sospetto circondano immediatamente Luca; oltre Nele, i soli a dimostrargli simpatia sono il suo ospite, don Ippolito Ventignano (un bizzarro e misantropo amico del principe di Castelnuovo), e Cristina, figlia di don Carmelo, notaio del paese. Nella canzone di Nele Luca crede di intuire una traccia per le sue ricerche: l’attuale feudo di Carini è probabilmente costituito in parte da terre (‘Daina Sturi’) usurpate a Ludovico Vernagallo, l’amante della baronessa uccisa, e la legittimità del possesso del feudo da parte di don Mariano può quindi essere messa in discussione. Il barone, oscuramente minacciato da una misteriosa setta che si credeva scomparsa da oltre un secolo, i Beati Paoli, sospetta di Luca ritenendolo autore del messaggio minatorio, e medita di sbarazzarsi in qualche modo di lui. Luca, che ha udito da don Ippolito della leggenda secondo cui l’impronta della mano della baronessa tornerebbe a sanguinare ogni 4 aprile, anniversario del delitto, si reca al castello, ormai in abbandono da secoli. Qui, la stanza da letto sembra ancora ‘viva’ e abitata; poi, vedendo l’impronta sulla parete, Luca ‘rivive’ il sanguinoso episodio. Ma qualcuno lo chiude dentro: si tratta di una mossa del barone per impaurirlo e indurlo a desistere dalle sue ricerche. Luca è poi liberato da una donna misteriosa; trovata una preziosa spilla nel cortile del castello, il giovane crede di identificare la sua soccorritrice nella baronessa Laura, moglie di don Mariano. Invitato a una battuta di caccia dal barone, Luca mostra la spilla a Laura, che però nega che l’oggetto le appartenga. Tra i due giovani nasce in breve un’attrazione reciproca, destinata a sfociare in una travolgente passione amorosa. Luca, recatosi successivamente a casa di Nele, lo trova morto: è stato avvelenato con l’arsenico (sostanza abitualmente usata a palazzo d’Agrò: la baronessa se ne serve come digestivo). Sorpreso e accusato da Rosario, l’uomo di fiducia del barone, il giovane si dà alla fuga, ma viene catturato dai misteriosi incappucciati.

2. Accusato dai Beati Paoli dell’assassinio di Nele e assolto dopo un bizzarro ‘processo’, Luca viene rilasciato; dopo una fugace visita amorosa a Laura, il giovane si rifugia a Palermo, presso l’amico Enzo Santelia, segretario del principe di Castelnuovo. Ricevuto dal principe, che è alle prese con questioni piuttosto serie (il re dovrà forse rinunciare al progetto di promulgare la Costituzione e stroncare così il feudalesimo), a Luca si prospetta l’ipotesi di vedere annullata la sua missione. Intanto a Carini Corbara è ufficialmente ricercato come l’assassino di Nele Carnazza. Anche Laura visita il castello, ed è anch’essa impressionata dall’impronta e dalla stanza ‘viva’. Luca prosegue le sue indagini: scopre — dalla lettura di un’iscrizione tombale in una chiesa — che la baronessa di Carini fu uccisa non dal marito, come erroneamente si crede, ma dal proprio padre, don Cesare Lanza. Questa notizia si aggiunge a quanto Luca già conosce: l’attuale feudo di Carini comprende quello di ‘Daina Sturi’, usurpato tre secoli prima ai Vernagallo con il pretesto del delitto d’onore. Mentre Luca è preso dalle sue riflessioni, nella chiesa entra Laura, trafelata e sconvolta: il sicario del barone ha scoperto il suo rifugio, Luca deve quindi fuggire e nascondersi in una torre sul litorale di cui la donna gli offre le chiavi. A Carini, intanto, i Beati Paoli sequestrano il barone d’Agrò.

3. Il capo dei Beati Paoli offre a don Mariano la libertà, a patto che egli scagioni Corbara dall’accusa di omicidio: il barone accetta e viene rilasciato; Laura informa quindi Luca che può tornare a Carini. Il principe di Castelnuovo comunica a Corbara che il re sta per firmare la Costituzione e non sarà neppure necessario indennizzare i feudatari: la sua missione è dunque finita; il giovane ottiene tuttavia il permesso di tornare a Carini per sistemare alcune sue faccende. Tornato dunque in paese, Luca è rimproverato da don Ippolito, che vede addensarsi sul giovane amico nefasti presagi. Intorno all’amore tra Luca e la baronessa Laura sembra infatti crearsi una misteriosa atmosfera in cui pare ‘rivivere’ il passato evocato dalla ballata: Laura è infatti una discendente della baronessa uccisa (che si è scoperto chiamarsi anch’essa Laura, e non Caterina) e, come questa, è protagonista di una segreta storia d’amore; don Ippolito, temendo che in qualche modo la tragica vicenda possa ripetersi, invita ripetutamente Luca a troncare la relazione. Il barone, rese pubbliche scuse a Luca, gli offre l’incarico di riordinare i suoi documenti: Laura lo convince ad accettare. Luca e Giuseppe (il figlio del cantastorie ucciso, affiliato ai Beati Paoli) si accordano: Giuseppe informerà Luca di ogni mossa dei membri della setta. Il misterioso capo dei Beati Paoli, la cui identità è ovviamente avvolta nell’ombra, ricatta il barone imponendogli di riconoscere Domenico Galeani, un suo figlio illegittimo scomparso dieci anni prima, e di legittimarlo come proprio erede. Don Mariano finge di cedere, sicuro in realtà di riuscire a sbarazzarsi dei suoi avversari. Nel covo dei Beati Paoli serpeggia il malumore per la fuga di Rosario, factotum del barone e assassino di Nele, che essi avevano catturato: Giuseppe chiede spiegazioni, accusando il capobanda di tradimento, ma un colpo di pugnale è la risposta alla sua ribellione. Intanto Luca, approfittando dell’assenza del barone da palazzo d’Agrò, trascorre con Laura una notte d’amore.

4. La relazione amorosa che Luca intrattiene con la baronessa ha ormai travalicato i limiti della discrezione raccomandatagli da don Ippolito. Durante una cena a palazzo d’Agrò, il barone organizza per il mattino seguente una visita al castello di Carini, cui partecipano lo stesso don Mariano, la baronessa, Luca e Cristina. Durante l’escursione i quattro raggiungono il punto in cui tre secoli prima fu assassinata la baronessa, contrassegnato dalla famosa impronta sulla parete. Sorta una controversia tra il barone e Luca circa la dinamica dell’avvenimento (a detta di don Mariano l’amante della baronessa riuscì a fuggire, secondo Luca invece il Vernagallo fu anch’egli ucciso), il nobiluomo illustra la propria tesi costringendo la moglie a inscenare con lui l’antico assassinio: impaurita dalla spada estratta dal marito, la giovane si tradisce invocando il nome di Luca. In seguito Luca apprende da Ignazio Buttera (suo carceriere quando i Beati Paoli lo avevano rapito) della morte di Giuseppe, e i due si accordano per vendicare l’amico e sopprimere la setta. Enzo Santelia si presenta sotto falso nome a palazzo d’Agrò, e vi incontra Luca; il barone, ascoltando di nascosto i loro discorsi, apprende dell’incarico governativo di Corbara. Luca, dietro suggerimento di don Ippolito, inizia a sospettare che Enzo Santelia sia in realtà Domenico Galeani, il figlio illegittimo del barone tornato a reclamare i suoi diritti. Luca legge l’atto con cui il barone riconosce Domenico, lasciato in vista a bella posta da don Mariano, che conta di servirsi di lui per sbarazzarsi sia del figlio che dei Beati Paoli; incontratosi con Laura, Luca la mette al corrente di tutto, anche del suo incarico di ispettore governativo. Il piano di Luca, d’accordo col principe di Castelnuovo, viene attuato; presentatosi in incognito alla riunione dei Beati Paoli a Palermo, Corbara smaschera e fa arrestare dalle truppe governative il capobanda, che si rivela essere Enzo Santelia — ovvero Domenico Galeani —, e l’intera setta (di cui fa parte anche il dottor La Xiura, medico dei baroni d’Agrò): evento di cui don Mariano non manca di rallegrarsi. Tornato a Carini, Luca si mostra freddo con Laura, che sospetta esser d’accordo col marito nel tramare ai suoi danni; caldamente invitato da don Ippolito a troncare ogni rapporto con donna Laura, Luca ammette infine di essere un discendente di Ludovico Vernagallo — l’amante della baronessa del ’500, ucciso e derubato delle proprietà — e di essere intenzionato a riprendersi ciò che gli spetta: il feudo di ‘Daina Sturi’. Convocato d’urgenza a palazzo d’Agrò per un grave malore della baronessa, Luca, pur messo in guardia dal lungimirante don Ippolito, accorre. Trovando Laura in perfetta salute, Luca la accusa di averlo attirato in una trappola, mostrandole come prova le lettere anonime — scritte da mano femminile — da lui ricevute. Laura, sconvolta dalle accuse, riconosce le lettere come di pugno di Cristina, che ha scoperto essere l’amante di don Mariano. I due iniziano quindi a temere di essere le prossime vittime degli intrighi del barone. Ma è troppo tardi, è ormai il 4 aprile, e come don Ippolito aveva previsto con largo anticipo, il presagio di morte evocato dall’antica ballata finisce per avverarsi: Laura è assassinata, e stessa sorte tocca a Luca, pugnalato da Rosario. I corpi dei due sfortunati amanti, per ordine di don Mariano, sono infine adagiati sul letto, come quelli dei loro antenati tre secoli prima.


Musica

La Ballata di Carini, su testo tratto da una delle innumerevoli versioni del poemetto anonimo giunte fino a noi, è musicata da Romolo Grano, già collaboratore di D’Anza in varie occasioni (Il segno del comando nel ’71, Ho incontrato un’ombra nel ’74) e affidata all’interpretazione, in rigoroso dialetto siciliano, di Luigi Proietti. Il Tema d’amore, che nello sceneggiato sottolinea appunto gli incontri amorosi tra Luca e Laura, è invece interpretato dal gruppo ‘Schola Cantorum’.


Rassegna critica

Una ballata popolare cinquecentesca, composta in dialetto siciliano da un autore anonimo, poi diffusa dai cantastorie [...] e infine tradotta in italiano e in francese, costituisce il soggetto da cui Lucio Mandarà e il regista Daniele D’Anza realizzano uno sceneggiato filmato in quattro puntate. Non più ambientata nel 1500, come i fatti realmente accaduti richiederebbero, la «canzone» viene recuperata all’interno di un’ambientazione, assolutamente inventata, di epoca napoleonica. Pur non essendo un giallo, lo sceneggiato procede nella narrazione sulla base di meccanismi a suspense e mescola intrighi, magia e parapsicologia (A. Grasso, Storia della televisione italiana, cit., pag. 307).
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Gio Ott 04, 2007 5:07 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

M A L O M B R A

(1974)

Suggestiva trasposizione televisiva del romanzo di Fogazzaro, con atmofere gotiche e vagamente decadenti, magistralmente interpretato , come gli sceneggiati di allora , perlopiu' da attori teatrali
Ricordo anche la bella melodia della colonna sonora del Maestro Pino Calvi
Sempre tema base del raconto, era il paranormale, anche se inquadrato in una prospettiva anche psicologica, e di ossessione psichica, e, nello specifico, veniva trattato sopratutti, il tema della metempsicosi

..........

Lo sceneggiato di Meloni ricalca più o meno fedelmente la trama del romanzo di Fogazzaro, sfrondandolo saggiamente delle parti più statiche e ‘noiose’ ed eliminandone qualche lungaggine, e ridimensionando altresì — per ovvie ragioni di economia narrativa — anche qualche elemento non proprio secondario del libro, quale ad esempio la complessa relazione che si instaura lentamente tra Corrado Silla e la giovane Edith Steinegge, che gli sceneggiatori trattano qui un po’ per le spicce. Ma ciò che in realtà qui più ci interessa è come viene affrontato nello sceneggiato il caso di creduta reincarnazione che costituisce lo spunto narrativo del romanzo. L’impressione è che gli adattatori si siano trovati di fronte a due possibilità, ugualmente percorribili: quella di restare entro le coordinate del classico, un po’ noioso teleromanzo in costume ‘alla Majano’, e quella di assecondare la montante voga parapsicologica, traendo dal testo letterario un libero adattamento che ne ponesse in vistoso risalto gli elementi — chiamiamoli così — gotici e metapsichici (opzione che avrebbe però comportato un quasi totale stravolgimento del romanzo di Fogazzaro). Meloni e gli altri finirono dunque con l’optare per una via di mezzo, accentuando in minima parte la vena ‘spiritista’ (comunque presente nel romanzo) senza però tradire grossolanamente l’opera di Fogazzaro, in cui l’elemento ‘metapsichico’ resta decisamente in secondo piano. Il risultato è, appunto, un ibrido: un teleromanzo in costume d’impianto classico, più o meno rispettoso del testo ma con frequenti allusioni a situazioni misteriose e inquietanti: la misteriosa morte (su cui ancora, a palazzo d’Ormengo, si favoleggia) dell’antenata Cecilia, la sua stanza ‘maledetta’, il suo inquietante messaggio ritrovato — per caso? — da un’allucinata Marina, la tragica fuga finale di quest’ultima verso un imprecisato baratro di follia e mistero.

È consolidata, in ambito critico-letterario, la consuetudine di ridurre la tormentata vicenda interiore di Marina di Malombra a mero caso clinico, a storia di follia e autosuggestione; sul reale senso del romanzo ci sarebbe in realtà da discutere (ovviamente, non in questa sede), visto che Fogazzaro stesso affermava di credere nello spiritismo e nel ‘paranormale’: "Io fui sempre uno spiritualista ardente ed ebbi da fanciullo in poi una forte inclinazione al misticismo: ne appaiono tracce, credo, in tutto quello che ho pubblicato. È quindi naturale che io non abbia mai riso delle credenze spiritiche. [...] Le notizie ch’io tengo dello spiritismo mi persuadono che non tutto è illusione ed inganno e che seguono veramente molti fatti inesplicabili con le leggi naturali a noi note" (A. Fogazzaro, brano di una lettera a G. Salvadori, riportato in Malombra, Milano, Mondadori, 1991, pag. 20-21).

Un’ultima, forse pignola annotazione: in una produzione sostanzialmente riuscita e accuratamente realizzata, stonano un po’ un paio di imprecisioni (sulla copertina del romanzo di Silla, Un sogno, appare erroneamente il titolo Il sogno, e l’anziano Steinegge viene occasionalmente chiamato da Giulio Bosetti ‘Steinegger’).


Trama

Prima puntata . La vicenda prende avvio nell’agosto del 1864. Il giovane scrittore milanese Corrado Silla arriva una sera alla villa del conte Cesare d’Ormengo, sulle rive di un lago lombardo, dove è accolto dall’anziano segretario Steinegge. Il giovane, orfano di una cara amica del padrone di casa, è stato da questi invitato con il pretesto di una collaborazione a un trattato storico-politico, in realtà perché possa vivere con maggior agiatezza. Con il conte vive sua nipote, la marchesina Marina di Malombra, una giovane tormentata cui la forzata solitudine e un malcelato astio verso lo zio provocano frequenti crisi nervose. Nella villa circolano strane leggende su Cecilia Varrega, la prima moglie del conte Emanuele d’Ormengo, padre di Cesare, che morì pazza in una stanza del palazzo, lì segregata dal marito per una presunta colpa d’amore. Di quella lontana e misteriosa vicenda Marina ritrova per caso un’inquietante testimonianza: un messaggio risalente al 1802 di Cecilia, sua antenata, nascosto in uno stipo, in cui la nobildonna manifestava la propria fede nella reincarnazione, asseriva di essere vittima della crudeltà del marito, e impegnava colei tra le sue discendenti che avesse in futuro trovato il manoscritto a ‘rivivere’ la propria vicenda con il redivivo amante Renato e a vendicarsi di tutti i d’Ormengo. Marina, sull’onda di un’ossessione che poco a poco la travolge, inizia a convincersi che Cecilia si sia reincarnata in lei, e cade vittima di un’ennesima crisi nervosa. Intanto Silla, prima di stabilirsi a palazzo d’Ormengo, torna a Milano per sistemare alcune sue faccende.

2. Marina, durante la convalescenza, scrive una lettera — firmandosi ‘Cecilia’ — a un anonimo scrittore perché particolarmente interessata a un suo romanzo, intitolato Un sogno, che trattava l’argomento della reincarnazione. L’autore del libro, che è in realtà Corrado, riceve a Milano la lettera giunta presso il suo editore, e risponde in tono scostante, definendo la sua interlocutrice superba e sognatrice; Marina, che si è nel frattempo trasferita nella stanza ‘maledetta’ che appartenne a Cecilia, straccia irritata la risposta di Silla.

Lo scrittore ritorna a palazzo d’Ormengo per svolgere il suo lavoro; qui i rapporti con la marchesina sono tesi, poiché questa lo crede un figliastro del conte con mire sulla sua eredità. Corrado scopre per caso che Cecilia e Marina sono la stessa persona ma, insultato pesantemente da quest’ultima, decide di rinunciare all’incarico e andarsene, pur ammettendo in cuor suo di essere innamorato della marchesina. Quella sera, accingendosi a partire, Corrado incontra Marina sulla riva del lago e la chiama ‘Cecilia’; la giovane interpreta il fatto come l’avverarsi della profezia: Silla sarebbe dunque la reincarnazione di Renato, l’antico amante di Cecilia.

Il conte Cesare, infuriato per l’oltraggio arrecato da Marina allo scrittore che ha spinto quest’ultimo a partire, rimprovera duramente la nipote e la invita, se desidera, a lasciare il palazzo, ma la marchesina, ormai suggestionata, rifiuta. Intanto, mentre Silla prende il treno per Milano, arriva a palazzo d’Ormengo una ragazza straniera.

3. La ragazza che Silla ha incontrato alla stazione è Edith, la figlia del segretario Steinegge, esiliato dodici anni prima dal suo paese, la Germania, per motivi politici. Intanto giunge a palazzo insieme alla madre anche un conte veneziano imparentato con Cesare, Nepo Salvador, allo scopo di chiedere la mano di Marina e rimpinguare in tal modo le proprie scarse finanze. Marina, pur manifestando verso il pretendente indifferenza se non disprezzo, accetta il matrimonio: in realtà medita la propria terribile ‘vendetta’ contro l’intero parentado; nel frattempo, però, incarica un’amica di cercare a Milano Corrado. Quest’ultimo, che si è intanto quasi liberato dell’accecante passione per Marina, è tuttavia turbato quando apprende delle nozze imminenti. Giunge quindi allo scrittore un telegramma firmato ‘Cecilia’ che lo invita urgentemente a palazzo, dove il conte Cesare versa in gravi condizioni.

4. Corrado accorre alla villa. Secondo padre Tosi, una bizzarra figura di frate-medico-detective, la grave forma di paralisi che ha colpito il conte è da imputarsi a un trauma emotivo; il religioso giunge a ipotizzare, grazie alle frammentarie parole che l’infermo è riuscito a pronunciare, che questi sia stato aggredito e terrorizzato nella notte da una misteriosa donna di nome Cecilia, che però a palazzo nessuno conosce. Tra Marina e Corrado divampa ancora la passione, e la marchesina mostra allo scrittore la lettera da lei trovata nello stipo, identificando esplicitamente se stessa con Cecilia e Corrado con Renato: il giovane ne resta allibito. Giunge la notizia che il conte è in fin di vita; Marina corre al capezzale del morente e gli grida, tra lo scandalo dei presenti, che la vendetta di Cecilia contro i d’Ormengo si sta finalmente compiendo; la giovane è trascinata via. Il conte, stroncato forse da quest’ultima violenta emozione, muore; i Salvador, che miravano alla cospicua eredità del defunto, apprendendo che Cesare ha lasciato tutte le sue sostanze all’ospedale di Novara, abbandonano indignati la villa, rinunciando alle nozze. Più tardi la marchesina, tranquillizzatasi, invita a cena tutti i presenti compreso Corrado, che intanto è entrato in confidenza con la giovane Edith. Marina, rabbiosa per l’atteggiamento di Silla che la crede pazza, uccide l’uomo con un colpo di pistola, per poi darsi a una folle fuga in barca sul lago in tempesta: finirà, forse, inghiottita dall’abisso come l’antenata Cecilia.


Rassegna critica

La prima puntata del libero adattamento di Diego Fabbri e Amleto Micozzi dal romanzo del Fogazzaro, seguendo abbastanza fedelmente la pagina dello scrittore vicentino, ci ha trasportato con rapidi tagli di scena in medias res rendendo con sufficiente immediatezza l’alone di mistero che grava sul «Palazzo» in riva al lago dove avranno sviluppo gli infelici casi della marchesina orfana e di coloro che la circondano. Indovinata anche la scelta degli attori. Friedrich Joloff non ha soltanto le phisique du rôle, ma ha saputo dare al segretario del conte Cesare d’Ormengo, Andreas Steinegge [...], gesti e accenti di accattivante bonomia riuscendo inoltre a rendere credibile l’inizio della storia, un po’ assurdo con quel misterioso invito rivolto allo squattrinato [...] Corrado Silla e complicato dalla mancata presenza del padrone di casa [...]. Il Corrado di Giulio Bosetti sembra essere altrettanto aderente all’immagine che ce ne siamo fatta sul libro, romanticamente irrequieto, svagato, in perenne lotta [...] fra amor sacro e amor profano, fra idealismo e realismo. Emilio Cigoli, a sua volta, rende con [...] misura il carattere introverso del conte Cesare [...]. Ha detto il regista Raffaele Meloni, alla sua prima esperienza nel romanzo sceneggiato: «Nel ritratto di Marina, un ritratto ambiguo e dolente, e nella tempesta di anime che le scatena dentro e attorno, io vedo il senso dell’interpretazione televisiva. Non mi interessava ricalcare il romanzo pagina per pagina, ma coglierne i momenti più segreti... Non abbiamo certo evocato [...] atmosfere alla Dracula. Per suggerire il mistero basta rispettare i ritmi di Fogazzaro che sono, con un termine d’oggi, di suspense. Protagonisti i volti, i gesti anche minimi, le sfumature di voce». Le premesse sono state per il momento rispettate (Suspense in riva al lago, articolo redazionale su "Il Corriere Mercantile", 22 aprile 1974, pag. 7).


Da quando il suo volto è diventato quello di Malombra, Marina Malfatti ha rinverdito la sua popolarità. [...] «Questa è la prima vera occasione che la tv mi ha offerto», dichiara Marina. «Ora toccherà al pubblico decidere. Ho girato Malombra otto mesi fa, e ormai il personaggio non mi coinvolge più; lo guardo con un certo distacco. Eppure l’ho vissuto per quattro mesi in modo appassionato e totale. Malombra non è una donna-oggetto come se ne trovano nella letteratura dell’Ottocento, ma una donna-soggetto, moderna, ribelle, che cerca di realizzare pienamente se stessa. Molti critici hanno voluto vedere in lei un’esaltata, una nevrotica, in poche parole una pazza perché crede che una sua antenata, Cecilia, vittima di un marito brutale e spietato, si sia reincarnata in lei. Il suo compito diventa dunque quello di vendicare Cecilia, un compito che la porterà per davvero alla follia. Ma nella "vendetta" di Marina ci sono la ribellione e il desiderio di affermare i propri diritti di donna moderna. [...] Malombra non è una malata e la vicenda da lei vissuta non è soltanto un’allucinazione. In questo senso, gli odierni studi di parapsicologia mi hanno offerto la chiave per capire meglio il personaggio e darne una versione inedita»
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Brandani

Anima Vagante






Registrato: 19/09/07 10:38
Messaggi: 176
Brandani is offline 

Località: 43° 10' 17" n 10° 56' 12" e

Impiego: Orefice e Necromante


MessaggioInviato: Lun Ott 08, 2007 9:31 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Jekyll (1969)
4 Puntate

Sceneggiato di successo con Giorgio Albertazzi nelle vesti di Hyde ..
Ma un Hyde diverso da quelli canonici .. in cui la trasformazione fisica era meno radicale e mostruosa delle versioni piu' classiche ..
Ambientato in tempi attuali, la metamorfosi dello scienziato impressiono' molto il pubblico per lo sguardo di Hyde, che perdeva le pupille, lasciando nella cornea bianca solo un punto nero .. peraltro unico dettaglio esteriore significativo del cambiamento , non tanto in un mostro, quanto in un essere (sovra)umano di nuova concezione ..
Va anche ricordato l' interesse di Albertazzi per gli argomenti di confine, essendo stado oltretutto amico del sensitivo torinese Rol , e frequentatore di Jung

Da "vicolostretto" :

Regia di
Giorgio Albertazzi

Scritto da:
Giorgio Albertazzi
Ghigo De Chiara
Paolo Levi

Cast:
Giorgio Albertazzi, Massimo Girotti, Claudio Gora, Bianca Toccafondi, Marina Berti
Serena Bennato, Penny Brown, Ugo Cardea, Pier Anna Quaia, Mario Chiocchio
Bruno Cirino, Bianca Galvan, Orso Maria Guerrini, Nicoletta Rizzi
Scene: Luciano Ricceri
Fotografia: Stelvio Massi
Abiti: Ezio Altieri
Musiche originali: Gino Marinuzzi jr.

Trama:

Liberamente tratto da un racconto di R. L. Stevenson, è la storia del professor Henry Jekill e della sua controparte malefica, Edward Hyde, creata in laboratorio a seguito di un esperimento genetico. L'intenzione di Jekill era cercare di isolare la parte cattiva (Hyde) da quella buona (Jekyll), permettendo in tal modo che una sola persona potesse seguire due strade completamente opposte, e realizzarsi in entrambe. Disgraziatamente Hyde prende man mano il controllo di Jekill, commettendo ogni sorta di nefandezze e causandone la drammatica fine. E' dunque una parabola del Male: dietro una sola persona si possono nascondere due differenti personalità, una volta al Bene, l'altra al Male assoluto, che sono continuamente in contrasto fra di loro e tentano di prendere il dominio dell'individuo.

Il Jekill di Albertazzi

Rispetto alla originaria e moralissima società vittoriana, Albertazzi ambienta questa singolare trasposizione del racconto di Stevenson in epoca moderna, condizionata dai continui progressi scientifici e dal continuo evolversi del tessuto sociale. E' il 1969: il movimento hippie, che ebbe la sua massima espressione nei tardi anni Sessanta ed all'inizio degli anni Settanta, trova la sua ideale, anche se accennata, collocazione nel quadro generale immaginato dal regista. Non si trattò di un movimento culturale vero e proprio, dotato di propri leader e di un manifesto, ma molti hippies ebbero uno stile di vita nomade o all'interno di una comunità, rinunciando alla tradizionale vita borghese, opponendosi alla Guerra del Vietnam, abbracciando aspetti di culture religiose non tradizionali e criticando i valori della classe media occidentale. Molti di loro mossero critiche alle istituzioni e ai valori del tempo (Governo, industria, morale tradizionale, guerre). Come per Jekill ed Hyde, il regista sembra voler evidenziare il duplice tessuto sociale della sua epoca ed è anche per questo che l'ossessionante, ritmica, ipnotica e cadenzata colonna sonora, a tratti soffocante, è controbilanciata da melodie semplici, innocenti, ariose e tipicamente beat del mondo dei "figli dei fiori". La purezza e l'innocenza cristallina ricercata da Jekill, probabilmente, risiedono in quella semplicità ed ingenuità che i giovani di allora, reduci dal 1968, cercavano di carpire, afferrare e propagandare. Il 1969 è l'anno della Luna, traguardo scientifico di portata straordinaria; è l'anno di Woodstock, con migliaia di giovani americani che per tre giorni abbandonano i propri interessi personali per dedicarsi a qualcosa che, a posteriori, viene visto come un sogno collettivo di riforma della società. Albertazzi, che considera l'attore uno sregolato antiborghese, proprio in questo sceneggiato afferma che "il successo non conta niente, non è neanche un fatto negativo". Nel 1969 il mondo era ancora diviso in due blocchi contrapposti e ciascuna parte era convinta che il Male risiedesse altrove, accusando, sbeffeggiando e minacciando la pace. Due mondi come Jekill ed Hyde, in continua trasformazione. In un'intervista gli fu posta la domanda "Cosa salverà il mondo?". La risposta fu "La bellezza". La possiamo ritrovare proprio nella sigla di chiusura della quarta ed ultima puntata dello sceneggiato:

"Da quando dagli atomi a caso
fu generata questa cosa che chiamiamo Mondo
e che ogni giorno gira e ancora non è stanca
come spiegare che tu sei tanto bella
ed io innamorato di te.
Da quando questa cosa che chiamiamo Mondo
si è spaccato in due
di qua la libertà, di là l'uguaglianza
e dove il lupo sazio non diventa agnello
come spiegare che tu sei tanto bella
ed io innamorato di te.
Aspettando che l'era elettrica
redima l'universo dai computers e dall'imbecillità
e dal vicolo cieco nasca la fraternità
non mi spiego perchè
tutti non siano come me
innamorati, innamorati di te."

Albertazzi e la Genesi

"Ero il primo essere di una nuova specie, autocreata razionalmente dall'uomo, in tutta la storia dell'universo.
Ero Edward Hyde, l'incarnazione di un aspetto nascosto nella mia natura, da sempre. Mi accorsi che ero diminuito di statura. Provavo un'inebriante sensazione di indifferenza e nell'animo una libertà sconosciuta. Capii d'essere malvagio, di una malvagità perfetta, libera da ogni censura, la malvagità della specie umana quando si inebria di sè.
Era l'alba. Tutta la casa, che mi era completamente estranea, e l'università erano immerse in un profondo sonno."

Questo passo rappresenta, a mio parere, il punto più felice ed evocativo dello sceneggiato. Il regista, per sua stessa ammissione, non è un credente, ma confeziona un quadro d'assieme che ci commuove, trasportandoci in un viaggio onirico fatto di nebbie, di silenzi, di sensazioni mistiche paragonabili ad un'aurora boreale, di profumi d'erba e di sguardi meravigliati in mondi alieni. Il nuovo essere, qualunque sia la sua natura, muove i passi nella conoscenza di sè e respira, danza, allarga le braccia, si distende sul prato. Qualunque forma di vita, dunque, anche la più orribile, ama la vita, la desidera, qualunque sia il prezzo da pagare. Ecco, allora, che il conflitto Jekill/Hyde non è più soltanto il Bene contro il Male, ma la lotta per la sopravvivenza.[img][/img]
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Noctifer

Demone Inferiore






Registrato: 22/09/06 13:12
Messaggi: 914
Noctifer is offline 

Località: Napoli
Interessi: Horror
Impiego: AVVOCATO, SCRITTRICE, GIORNALISTA, MUSICISTA, OCCULTISTA, SERIAL KILLER


MessaggioInviato: Lun Ott 08, 2007 12:24 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

E io che credevo di esser rimasto l'unico essere a parlare della Baronessa di Carini. Ricordo la sigla interpretata da Proietti, che riprende il poemetto, sul quale ci sono alcune cose interessanti da notare.
La versione "abbordabile"

L'amaru casu di la barunissa di Carini

Chianci Palermo, chianci Siragusa,
a Carini c’è lu luttu ad ogni casa;
cu’ la purtau sta nova dulurusa
mai paci pozz’aviri a la so casa.
Haju la menti mia tantu cunfusa,
lu cori abbunna, lu sangu stravasa;
vurria ‘na canzunedda rispittusa,
chiancissi la culonna a la mè casa;
la megghiu stidda chi rireva ‘n celu,
arma senza cappottu e senza velu,
la megghiu stidda di li Sarafini,
povira Barunissa di Carini!

Vicinu a lu casteddu di Carini
giria di longu un beddu cavaleri,
lu Vernagallu di sangu gintili,
chi di la giuvintù l’onuri teni.
Giria comu l’apuzza di l’aprili
‘ntunnu a lu ciuri a surbiri lu meli.
Di comu annarba finu a ‘ntrabbuniri
sempri di vista li finestri teni:
ed ora pri lu chianu vi cumpari
supra d’un baju, chi vola senz’ali;
ora dintra la chiesa lu truvati,
chi sfaiddia cu l’occhi ‘nnamurati;
ora di notti cu lu minnulinu
sintiti la so voci a lu jardinu.

Lu gigghiu finu, chi l’oduri spanni
ammucciateddu a li so’ stissi frunni,
voli cansari l’amurusi affanni
e a tutti sti primuri nun rispunni:
ma dintra adduma di putenti ciammi,
va strasinnata e tutta si cunfunni;
e sempri chi lu senziu cci smacedda,
ch’havi davanti ‘na figura bedda;
e sempri chi lu senziu ‘un ha valuri,
ca tutti cosi domina l’amuri.

Stu ciuriddu nasciu cu l’autri ciuri,
spampinava di marzo a pocu a pocu;
aprili e maju nni gudiu l’oduri,
cu lu suli di giugnu pigghiau focu:
e di tutt’uri stu gran focu adduma,
adduma di tutt’uri e nun cunsuma;
stu gran focu a du’ cori duna vita,
li tira appressu comu calamita.
...
Lu baruni di la caccia avia turnatu:
“Mi sentu straccu, vogghiu ripusari”.
Quannu a la porta si cci ha prisintatu
un munacheddu, e cci vosi parrari.
"Tutta la notti ‘nsemmula hannu statu."
...
Gesù Maria! Chi ariu ‘nfuscatu!
Chistu di la timpesta è lu signali
Lu munacheddu nisceva e ridia,
e lu baruni susu sdillinia:
di nuvuli la luna s’ammantau,
lu jacobbu cucula e sbulazzau.
Afferra lu baruni spata ed ermu:
“Vola cavaddu, fora di Palermu!
Prestu, fidili, binchì notti sia,
viniti a la me spadda ‘n cumpagnia.”
...
La barunissa di Carini
era affacciata nni lu so barcuni
chi si pigghiava li spassi e piaciri;
l’occhi a lu celu e la menti a l’amuri
termini stremu di li so’ disij.
“Viju viniri ‘na cavalleria;
chistu è me patri chi veni pri mia!
Viju viniri na cavallerizza;
forsi è me patri chi mi veni a ‘mmazza”.
“Signuri patri, chi vinistuu a fari?”
“Signura figghia, vi vegnu a ‘mmazzari”.
“Signuri patri, accordatimi un pocu
quantu mi chiamu lu me cunfissuri”.
“Havi tant’anni chi la pigghi a jocu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
Chista ‘unn` è ura di cunfissioni
e mancu di riciviri Signuri.”
E comu dici `st’amari palori,
tira la spata pi cassaricci lu cori.
...
Lu primu corpu la donna cadiu,
l’appressu corpu la donna muriu;
lu primu corpu l’appi ‘ntra li rini,
l’appressu corpu cci spaccau curuzzu e vini!
Curriti tutti, genti di Carini,
ora ch’è morta la vostra signura,
mortu lu gigghiu chi ciuriu a Carini,
nn’havi curpanza un cani tradituri!
Curriti tutti, monaci e parrini,
purtativilla ‘nsemi ‘nsepurtura;
curriti tutti, pirsuneddi boni,
purtativilla in gran pricissioni;
curriti tutti cu na tuvagghiedda
e cci stujati la facciuzza bedda;
curriti tutti cu na tuvagghiola
e cci stuiati la facciuzza azzola!

_________________
BETTER BETTER REIGN IN HELL, BETTER BETTER REIGN IN HELL, THAN TO SERVE IN HEAVEN, THAN TO SERVE IN HEAVEN!

Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Noctifer

Demone Inferiore






Registrato: 22/09/06 13:12
Messaggi: 914
Noctifer is offline 

Località: Napoli
Interessi: Horror
Impiego: AVVOCATO, SCRITTRICE, GIORNALISTA, MUSICISTA, OCCULTISTA, SERIAL KILLER


MessaggioInviato: Lun Ott 08, 2007 12:29 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

o, se vi pare...

I
Chianci Palermu, chianci Siracusa,
Carini cc'è lu luttu ad ogni casa.
Cu la purtau sta nova dulurusa
mai paci pozz'aviri a la sô casa.
Aiu la menti mia tantu cunfusa 5
lu cori abbunna, lu sangu stravasa ...
Vurria na canzunnedda rispittusa,
chiancissi la culonna a la mê casa.

La megghiu stidda chi rideva n celu,
arma senza cappottu e senza velu:
la megghiu stidda di li Sarafini,
povira Barunissa di Carini!
(Quannu affacciava pareva la luna
chi spicchiava marini marini:
Una di n celu l'autra a li barcuna,
arristurava a tutti li mischini,

arriparava ogni mala sfurtuna,
e li so genti, luntani e vicini,
amavanu cu l'arma la patruna.
Ora spaccatu è ddu filici cori 20
e di lu chiantu Sicilia nni mori
Sangu a la turri e su' sangu l'atari
e nun mi resta chi lu lacrimari.)

Ucchiuzzi fini di vermi manciati
chi sutta terra urvicati siti, 25
d'amici e di parenti abbannunati
vui suli lu mê amuri lu sapiti.
Ucchiuzzi beddi chi nun mi lassati,
ch'ogni nuttata n sonnu accumpariti,
pri tutti li vasuna chi vaiu dati
di lu mê amuri parrati e diciti.

Ciumi, muntagni, arvuli chianciti
Suli ccu Luna cchiù nun affacciati:
la bella Barunissa chi pirditi
vi li dava li rai nnamurati.
Acciduzzi di l'aria, cchi vuliti?
la vostra gioia nutili circati.
Varcuzzi, chi a sti prai lenti viniti
i viliddi spincitili alluttati!

Ed alluttati ccu li lutti scuri,
ca morsi la Signura di l'amuri.
Amuri, amuri chianciti la sditta:
'ddu gran curuzzu cchiù nun t'arrisetta,
dd'ucchiuzzi, dda vuccuzza biniditta,
Oh Diu! Chi mancu l'ummira nni resta

Ma cc'e' lu sangu chi grida vinnitta
russu a lu muru e vinnitta nn'aspetta
e cc'è cû veni cu pedi di chiummu.
Chiddu chi sulu cuverna lu munnu;
e cc'è cû veni cu lentu cam
ti iunci sempri, arma di ca

Eu nun ti potti di ciuri parari,
eu nun la vitti cchiù la tô fazzuni.
mi nesci l'arma, nun pozzu ciatari
supra la tô balata addinucchiuni.
Poviru ncegnu miu, mettiti l'ali,
dipincimi stu niuru duluri.
Pri li mê larmi scriviri e nutari
vurria la menti di Re Salamuni.

E comu Salamuni la vurria,
ca a funnu mi purtau la sorti mia:
La mê varcuzza fora portu resta
senza pilotu ammenzu la timpesta.
La mê varcuzza resta fora portu,
la vila rutta e lu pilota mortu.

II
Vicinu lu casteddu di Carini
giria di longu un bellu Cavaleri
lu Vernagallu di sangu gintili,
chi di la giuvintù l'onuri teni.
Giria comu l'apuzza di l'aprili
ntunnu a li ciuri a surbiri lu meli:
di comu annarba finu a ntrabbuniri
sempri di vista li finestri teni.

Ed ora pri lu chianu vi cumpari
supra d'un baiu chi vola senz'ali;
ora dintra la cresia lu truvati,
chi sfaiddia ccu l'occhi nnamurati.
Ora di notti cu lu minnulinu
sintiti la sô vuci a lu iardinu.

Lu gigghiu finu chi l'oduri spanni,
ammugghiateddu a li sô stissi frunni
voli cansari l'amurusi affanni
e a tutti sti primuri nun rispunni.
Ma dintra adduma di putenti ciammi,
va strasinnata e tutta si cunfunni...
E sempri chi lu senziu cci smacedda,
c'avi davanti na ficura bedda:

e sempri chi lu senziu cci smacina,
e dici: -Comu arreggi, Catarina?-
E sempri ca lu senziu un à valuri
ca tutti cosi domina l'amuri.

Stu ciuriddu nasciu ccu l'autri ciuri,
spampinava di marzu a pocu a pocu.
Aprili e maiu ni gudiu l'oduri,
ccu lu suli di giugnu pigghiau focu.
E di tutt'uri stu gran focu adduma,
adduma di tutt'uri e nun cunsuma:
stu gran focu a dû cori duna vita,
li tira appressu comu calamita.

Cchi vita duci, ca nudda la vinci,
gudirla a lu culmu di la rota!
Lu Suli di lu celu passa e mpinci,
li rai a li dû amanti fannu rota.
Na catinedda li curuzzi strinci,
battunu tutti dui supra na nota:
e la filicità chi li dipinci
attornu attornu di oru e di rosa.

Ma l'oru fa la nvidia di centu,
la rosa è bedda e frisca pr'un mumentu:
L'oru a stu munnu è na scuma di mari,
sicca la rosa e spampinata cari.

III
Lu Baruni di caccia avia turnatu:
"Mi sentu straccu, vogghiu ripusari..."
Quannu a la porta si cci à prisintatu
un munacheddu, e cci voli parrari.
Tutta al notti nsemmula ànnu statu:
la cunfidenza longa l'ànnu a fari!
Gesù-Maria! Cchi tempu nfuscatu:
chistu di la timpesta è lu signali.

Lu munacheddu nisceva e ridia,
e lu Baruni susu sdillinia.
Di nuvuli la luna s'ammugghiau,
lu iacobu cuculla e sbulazzau.
Afferra lu Baruni spata ed ermu:
"Vola, cavaddu, fora di Palermu!
Prestu, fidili, binchì notti sia,
viniti a la mê spadda in cumpagnia.

Ncarnatedda calava la chiaria
supra la schina d'Ustica a lu mari
La rininedda vola e ciuciulia,
e s'ausa pri lu suli salutari:
ma lu spriveri cci rumpi la via,
l'ugnidda si li voli prillicari!
Timida a lu sô nidu s'agnunia,
a mala pena ca si pô sarvari.

E d'affacciari nun azzarda tantu
e cchiù nun pensa a lu filici cantu.
Simili scantu e simili tirruri
appi la Barunissa di Carini.
Era affacciata cu li sô signuri,
chi si pigghiava li spassi e piaciri,
l'occhi a lu celu e la menti all'amuri,
termini estremu di li sô disiri...

"Viiu viniri na cavallaria,
chistu è mê patri chi veni pri mia!
Viiu viniri na cavallarizza
chistu è mê patri chi mi veni ammazza!"

-Signuri patri, cchi vinistu a fari?-
-Signura figghia, vi vegnu a mmazzari.-
-Signuri patri, accurdatimi un pocu
quantu mi chiamu lu mê cunfissuri.-
-Havi tant'anni chi la pigghi a ghiocu,
ed ora vai circannu cunfissuri?
Chista un è ura di cunfissioni,
e mancu di riciviri Signuri!-

E comu dici st'amari paroli,
tira la spata e cassaci lu cori.
-Tira cumpagnu miu nun la sgarrari,
l'appressu corpu chi cci hai di tirari!-
Lu primu corpu la donna cadiu,
lu secunnu corpu la donna muriu.
Lu primu corpu l'appi ntra li rini,
l'appressu corpu ci spaccò curuzzu e vini!

Oh chi scunfortu pri dd'arma nfilici
quannu n si vitti di nuddu aiutari!
Abbauttuta circava l'amici,
di sala n sala si vulia sarvari.
Gridava forti: -Aiutu, Carinisi!
Aiutu, aiutu, mi voli scannari!-
Dissi arraggiata: -Cani Carinisi!-
L'urtima vuci chi putissi fari.

L'urtima vuci cu l'urtimu ciatu,
ca già lu curuzzu è trapassatu:
l'urtima vuci cu l'urtimu duluri,
ca gia' persi lu sangu e lu culuri.

Curriti tutti genti di Carini,
ora ch'è morta la vostra Signura:
mortu lu gigghiu chi ciuriu a Carini,
nn'havi curpanza un cani tradituri.
Curriti tutti monaci e parrini,
purtativilla nsemi n sipurtura:
curriti tutti, pirsuneddi boni,
purtativilla in gran prucissioni...

Curriti tutti cu na tuvagghedda
e cci stuiati la facciuzza bedda:
curriti tutti cu na tuvagghiola
e cci stuiati la facciuzza azzola.

IV
La nova allura a lu Palazzu jiu:
la nunna cadiu n terra e strangusciau;
li sô suruzzi capiddi un aviunu,
la so' matruzza di l'occhi annurvau.
(Povira matri cû cci lu diciu?
Cû stu pugnali n cori cci chiantau?
Ntra na nuttata sô figghia spiriu,
idda ntra na nuttata abbianchiau!)

Siccaru li garofali a li grasti,
sulitu c'arristaru li finestri.
Lu gaddu chi cantava un canta chiui,
va sbattennu l'aluzzi e si nni fui.

A ddui, a tri, s'arrotano li genti:
fannu cuncumiu ccu pettu trimanti.
Pri la citati un lapuni si senti
ammiscatu di rucculi e di chianti.
Chi mala morti! Chi morti dulenti!
Luntana di la matri e di l'amanti!"
("Morta comu na cani n tempu un nenti,
senza raccumannarisi a li Santi...!"

"L' ànnu urvicata di notti a lu scuru:
lu beccamortu si spantava puru!"
"Poviru amuri! Quantu mi sa forti:
morta nnucenti, urvicata di notti!")

V
Tutta Sicilia s'à misu a rumuri,

stu casu pri lu regnu batti l'ali:
ma vota quannu vidi a Don Asturi:
stu corpu n pettu cu cci l'àvi a dari?
Iddu, ca l'assicuta lu Baruni,
a Lattarini s'à gghiutu a sarvari...
Filia di notti, e l'occhi a lu barcuni:
cci vinni lu silenziu ad abitari!

Cci vinni lu silenziu scurusu,
e lu mê cori va com'un marusu:
cci vinni lu silenziu e la scuria,
com'un marusu va lu cori a mia.
Sû chiusi li finestri amaru a mia!
D'unni affacciava la mê Dia adurata.
chiù nun s'affaccia no comu sulia,
vol diri ch'intra lu lettu è malata.

Ffaccia sô mamma e dici: "Amaru a tia!
La bella chi tu cerchi è suttirrata...

Vaiu di notti comu va la Luna,
vaiu circannu la galanti mia.
Pri strata mi scuntrau la Morti scura,
senz'occhi e bucca parrava e vidia.
E mi dissi: -Unni vai, bella ficura?
- Cercu a cû tantu beni mi vulia,
vaiu circannu la me nnamurata.-
-Nun la circari cchiù, ca è suttirrata!

E si nun cridi a mia, bella ficura,
Vattinni a la Matrici a la Biata,
Spinci la cciappa di la sipurtura,
E ddà la trovi di vermi manciata.

Lu surci si manciau la bella gula
d'unni lucia la bella cinnaca:
Nidu di surci la capiddatura
Ch'era di ciuri e di perni adurnata.
Lu surci si manciau li nichi mani,
Dd'ucchiuzzi niuri ca nun c'era aguali!-

Nsignatimi unni sû li sagristani
e di la chiesa aprissiru li porti.
Oh Diu, ca mi dassiru li chiavi!
O ccu li manu scassiria li porti!
Vinissi l'Avicariu Ginirali,
quantu cci cuntu la mê ngrata sorti:
ca vogghiu la mê dia risuscitari,
ca nun è digna stari cu li morti.

Sagristanu, ti preiu, un quartu d'ura
quantu cci calu na torcia addumata.
Sagristaneddu tenimilla a cura,
nun ci lassari la lampa astutata:
ca si spagnava di dormiri sula,
ed ora di li morti accumpagnata!
Mettici na balata marmurina
e ccu quattru ancileddi unu pri cima:

e tutti quattru na curuna tennu
l'occhi a lu celu e preganu chiancennu.
E a littri d'oru cci vogghiu nutata
la storia di sta morti dispirata.

Comu la frasca a li venti purtata,
iava sbattennu pri li rampi-rampi
-Caru patruni, mutati cuntrata,
ca li livreri l'avemu a li cianchi.-
-Ntra cannachi e sdirrupi la mê strata,
e già li gammi sû laceri e stanchi...-
-Caru patruni, la vista è canciata,
annuricaru li nuvuli vranchi.-

-Accussì lu mê cori anniricau,
e lu valuri sì l'abbannunau.
E lu distinu chi mi caccia arrassu,
a lu Palazzu mi chiudiu lu passu.
Chiudiu lu virdi di la spranza mia,
e amuri ancora m'ardi e mi pinia...

-Diavulu, ti preiu in curtisia, fammi
na grazia ca ti l'addumannu:
fammi parrari ccu l'amanti mia,
doppu a lu nfernu mi restu cantannu.
Lu Serpi chi passava e mi sintia:
-Cavarcami ca sugnu a tô cumannu.-
Amu spirutu pri na scura via,
nun sacciu diri lu unni e lu quannu.
(Nun sacciu diri si fu veru o nsonnu,
ca Serpi ed omu lassaru stu munnu,
ca lu sbauttutu si ntisi purtari
cchiù nfunnu di la terra e di lu mari.)

Ivi a lu nfernu, oh mai ci avissi statu!
Quant'era chinu, mancu cci capia.
E trovu a Giura a na seggia assittatu
ccu libru a li manu chi liggia.
Era dintra un quadaru assai nfucatu
e li carnuzzi fini s'arrustia!
Quannu mi vitti la manu à allungatu,
e ccu la facci cera mi facia

Eu cci àiu dittu: -Lu tempu nun manca
ca senza la limosina un si campa.
Aspetta tempu, ca rota è lu munnu,
sicca lu mari e assurgi lu funnu.

Ma ntunnu ntunnu lu focu è addumatu,
e 'n menzu la mê amanti chi pinia.
E nun ci basta ca mina lu ciatu
e di cuntinu mazzamariddia.
Idda mi dissi: -Cori scillaratu,
chisti sû peni chi patu pri tia:
tannu la porta ti avissi firmatu
quannu ti dissi: -Trasi, armuzza mia!-

Ed eu rispusi: -Si un t'avissi amatu,
mortu nun fora lu munnu pri mia
Apri stu pettu e cci trovi stampatu
lu beddu nomu di Titidda mia.-

Li guai sunnu assai, lu tempu è curtu:
cchi cci addimuri? Votati ccu Cristu.
Li sonnura ca scoprinu lu tuttu,
lu zoccu àvi a succediri ànnu dittu.
Lu beddu Vernagallu com'è struttu.
A n'agnuni di cresia l'àiu vistu.
l'àiu vistu ccu na tonaca nfilici
ca scippa l'arma li cosi chi dici.

Sentiri si lu voi lu sô lamentu
afflittu cori ca nun avi abbentu!
Lu sô lamentu si lu voi sintiri,
afflittu cori, cu lu pô suffriri?

Mi nni voggh'iri addabbanna un disertu,
erva manciari comu l'animali;
spini puncenti farimi lu lettu,
li petri di la via pri capizzali.
Pigghiu na cuti e mi battu lu pettu,
fina chi l'occhi mia fannu funtani...

E di piatati dû funtani sunnu
e m'abbrazza lu Patri di lu munnu:
e di piatati sunnu dû ciumari,
e lu Celu m'avissi a pirdunari.

VI
Ccu beni e mali lu Celu n'arriva,
di tutt'uri n'angustia e nni cunsola.
Un'ombra ceca, nè morta nè viva,
l'afflitta mamma la canusciu ancora:
passanu l'uri e sempri chi suspira,
cchiu' nun guttia, cchiu' nun à palora;
Accantu d'idda si lamenta e grira
donna Maria ccu donna Lionora.

-O soru, ca pri vui n ci foru missi,
mancu cci foru li solenni offizii!
O soru, ca pri vui nuddu à vinutu.
Mancu la manta supra lu tabbutu!-

Casteddu, ca lu nomu l'ài perdutu,
ti viiu d'arrassu e fuiu spavintatu:
sî misu a lista di capu-sbannutu,
ca cci vinniru li spirdi e sî muratu.
Chiancinu li tô mura e fannu vutu,
chianci e fa vutu ddu Turcu spiatatu...
Ddu Turcu spiatatu un dormi un'ura,
e gastima lu Celu e la natura:

"Apriti celu, e agghiuttimi terra,
fulmini chi m'avvampa e mi sutterra!
Scippatimi stu cori di lu pettu,
cutiddata di notti ntra lu lettu"

Cu lu suspettu ntra l'occhi scasati,
tampasiannu pri li morti rua,
senti la notti ccu l'ali agghilati
ca dici: -È a funnu la spiranza tua!-
Senti attornu li spiriti dannati
ccu li balletti e li scaccani sua:
e va e torna, e riposu nun trova,
ca lu sô lettu è di spini e di chiova;

e va e torna, e lu caccia un lamentu
chi va dicennu: -Turmentu, turmentu!-
L'abbattimentu all'urtimu lu iunci,
lu stissu sonnu l'abbrazza e l'abbinci.
Ma la sô fantasia turmenta e punci
ccu l'umbri e li fantasimi chi pinci;
comu la negghia chi la negghia agghiunci
e curri e vola e un attimu nu mpinci.

Veninu e vannu li filici iorna,
la cara giuvintù chi cchiù nun torna;
veninu e vannu li smanii ardenti
d'amuri e pompi e cumanni putenti;
e veni poi di figghi na curuna...
E gira e gira, è rota di furtuna.

"Casteddu, chi lu titulu mi duna,
tornu a gudiri lu tisoru miu:
la figghia chi fa nvidia a la luna,
ca ognunu dici: -A lu suli vinciu.-"
E li cammiri cerni ad una ad una,
e sulu c'arrispunni lu licchiu,
sulu arrispunni di tutti l'agnuna
comu dicissi ca tuttu finiu!

"Ah, ca na granfa m'accupa lu cori:
unn'è la figghia mia di lu mê cori?
Ah, ca na granfa lu cori m'accupa:
unn'è la figghia mia ch'era cca supra?
Chist'aria muta li sensi m'attira:
dicimi, vecchia, e levami di pena,
nsignami di truvari a Catarina.
a tia la cercu vecchia 'ntramisera."
Dda stria giarna ca nun pari viva
stenni la manu ca tutta cci trema,
e a chidda sala chi c'era vicina
cci fici 'nsigna di mala manera.
Vola, Baruni, la figghia è truvata,
sutta la bianca cutra è cummigghiata.
Vola, Baruni, vidi la tô figghia,
forsi ca dormi sutta la cutrigghia.

Pigghia na punta e dici: -Catarina!-
E lu stessu silenziu un cci arrispunni
trasi la manu e russa la ritira,
l'occhi scasati e tuttu si cunfunni.
Sangu fumanti chi la vencia grida,
adduma, chi la vencia ti rispunni;
ardi lu vrazzu, cunsumi la vina,
e ntra lu niuru cori ti sprifunni!

E ccà spiriu lu sonnu di duluri,
lu sonnu funerali a lu Baruni.

VII
L'ira fa scava la nostra ragiuni,
ni metti a l'occhi na manta di sangu.
Lu suspicu strascina a valancuni,
l'onuri e la virtù ci damu bannu.
Lu sacrilegiu di l'impiu Baruni
tutti li rami sô lu chiancirannu!
Lu chiancirannu pinsati, pinsati,
cu fa lu mali ccu l'occhi cicati:
e ntra la cara sua onuri un senti,
e la manu di Diu calcula nenti.
Cala, manu di Diu ca tantu pisi,
cala, manu di Diu, fatti palisi!

(E vui chianciti, genti di Carini,
ora ch'è morta la vostra Signura.
Pinsati a idda, e cchiù nun la turbati,
arriurdati e nun malidiciti,
la paci di li morti ci lassati
si veru beni a idda ci vuliti.
Pinsati a idda e pri idda priati,
ca n gnornu comu a idda ci sariti:
limosina faciti e caritati,
ca n gnornu avanti vi la truviriti.

_________________
BETTER BETTER REIGN IN HELL, BETTER BETTER REIGN IN HELL, THAN TO SERVE IN HEAVEN, THAN TO SERVE IN HEAVEN!

Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Noctifer

Demone Inferiore






Registrato: 22/09/06 13:12
Messaggi: 914
Noctifer is offline 

Località: Napoli
Interessi: Horror
Impiego: AVVOCATO, SCRITTRICE, GIORNALISTA, MUSICISTA, OCCULTISTA, SERIAL KILLER


MessaggioInviato: Lun Ott 08, 2007 12:43 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

sapete una cosa?


Spinci la cciappa di la sipurtura,
E ddà la trovi di vermi manciata.

Lu surci si manciau la bella gula
d'unni lucia la bella cinnaca:
Nidu di surci la capiddatura
Ch'era di ciuri e di perni adurnata.
Lu surci si manciau li nichi mani,
Dd'ucchiuzzi niuri ca nun c'era aguali!-


Questi versi non sono altro che un'antichissima fattura a morte lenta che si praticava profanando la tomba di una vergine o di una giovane sposa...

_________________
BETTER BETTER REIGN IN HELL, BETTER BETTER REIGN IN HELL, THAN TO SERVE IN HEAVEN, THAN TO SERVE IN HEAVEN!

Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Noctifer

Demone Inferiore






Registrato: 22/09/06 13:12
Messaggi: 914
Noctifer is offline 

Località: Napoli
Interessi: Horror
Impiego: AVVOCATO, SCRITTRICE, GIORNALISTA, MUSICISTA, OCCULTISTA, SERIAL KILLER


MessaggioInviato: Lun Ott 08, 2007 12:46 pm    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Pigghia na punta e dici: -Catarina!-
E lu stessu silenziu un cci arrispunni
trasi la manu e russa la ritira,
l'occhi scasati e tuttu si cunfunni.
Sangu fumanti chi la vencia grida,
adduma, chi la vencia ti rispunni;
ardi lu vrazzu, cunsumi la vina,
e ntra lu niuru cori ti sprifunni!

E ccà spiriu lu sonnu di duluri,
lu sonnu funerali a lu Baruni.



NECROMANZIA PER DIVINARE... con tanto di possibile rischio illustrato.

Spesso si usavano poemi, canzoni e tutto quanto contempla la tradizione orale, per tenere in vita quei rituali segretissimi che potevano costare una condanna!

_________________
BETTER BETTER REIGN IN HELL, BETTER BETTER REIGN IN HELL, THAN TO SERVE IN HEAVEN, THAN TO SERVE IN HEAVEN!

Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Mostra prima i messaggi di:   
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> CINEMA HORROR Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ora
Vai a pagina 1, 2, 3  Successivo
Pagina 1 di 3

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Puoi scaricare files da questo forum





Dark Door topic RSS feed 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2008